Riflessioni II Domenica di Quaresima

mons. Antonio Riboldi Gesù

si trasfigura davanti agli Apostoli

Chi di noi ha fatto l’esperienza di un pellegrinaggio in Terra Santa, ricorderà molto bene, credo, il fascino che coinvolge il pellegrino, quando si reca sul monte Tabor, il monte della Trasfigurazione di Gesù. Un monte che pare creato apposta, nella immensa e meravigliosa pianura di Esdrelon, come fosse un tabernacolo posto in alto, vicino a Dio, per accogliere la Sua Gloria, ricevere quelli che Lui invia a trasmettere la Sua Volontà.
A volte, nel silenzio della preghiera, che pare suggerisca questo monte, battuto dal vento che solitamente sibila fuori della Chiesa, posta in cima, a ricordare la Trasfigurazione, il creato stesso sembra un canto interiore, il a.° che si possa udire.
E si ha come la sensazione di trovarsi sul Monte ‘a faccia a faccia con Dio’, a ricevere le parole dell’Alleanza, ossia il patto di amore sancito tra Dio e noi.
Si avverte quasi la compagnia di Abramo, sul colle dove Dio lo aveva chiamato per immolare suo figlio, Isacco, come prova di fede e di amore.
O ci si sente inondati della luce con cui Gesù venne trasfigurato davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni: “Il Suo volto brillò – narra il Vangelo – come il sole e le sue vesti divennero bianche come la neve’.
Senti che da quelle colline di Dio, nascono le grandi vie dell’amore del Padre verso gli uomini, che Egli tanto ama, anche oggi, anche noi, fino a dare Suo Figlio.
Sono sempre vie meravigliose, ma difficili, se vogliamo, estremamente difficili a volte da accettare. Noi conosciamo lo sbigottimento che provò Mosè di fronte al roveto ardente e soprattutto di fronte alla voce di Dio, che lo mandava al suo popolo: una missione rischiosa, che tutti conosciamo, ma necessaria, come tutte le vie della volontà di Dio.
Dio, quasi per proteggerlo, per dargli autorità, lo fascerà di luce, segno della Sua Presenza e potenza ìn lui. Cosi come è facile intuire il senso dì ‘povertà interiore’, che avrà sperimentato Abramo quando Dio gli chiese di abbandonare ogni affetto, sicurezza: tutto!
Leggiamo il racconto che ci dona la liturgia oggi:
“In quei giorni il Signore disse ad Abramo: ‘Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò.
Farò di te un grande popolo e ti benedirò; renderò grande il tuo nome e diventerai benedizione Benedirò coloro che ti benedicono e maledirò coloro che ti maledicono e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terrà.
Allora Abramo parti, come gli aveva ordinato il Signore”. .(Gen. 12, 1-4)
Attraverso la risposta di Abramo sappiamo che la nostra obbedienza è oggi la nostra redenzione e la nostra storia di salvezza.
Ma Gesù, conoscendo la nostra debolezza, di fronte ad eventi piccoli o grandi, che formano il tessuto della vita di ciascuno, sa dare ciò che genera fiducia illimitata, in modo che, fondando la nostra speranza su una fiducia totale in Lui, non ci lasciamo spaventare.
Così come è da stolti chiedere che la nostra vita sia priva di momenti difficili, che fanno parte della condizione umana di tutti, è anche vero che, se osserviamo bene la nostra storia, troviamo accanto ai momenti difficili, come quelli di Abramo, momenti di gioia profonda, come la provarono i discepoli sul monte Tabor.
Il racconto della Trasfigurazione mette in evidenza la potenza di Dio e la debolezza dell’uomo. Leggiamolo: “Gesù prese con sé tre discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in luogo solitario. Là di fronte a loro cambiò aspetto: il suo volto si fece splendente come il sole, e i suoi abiti diventarono bianchissimi come la luce. Poi i discepoli videro anche Mosè e il profeta Elia: essi stavano accanto a Gesù e parlavano con lui. Allora Pietro disse a Gesù: ‘Signore è bello stare qui per noi. Se vuoi preparerò tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia. Stava ancora parlando quando apparve una nube luminosa che li avvolse con la sua ombra. Poi dalla nube venne una voce che diceva: ‘Questo è il mio Figlio, che io amo. Io l’ho mandato, ascoltatelo. A queste parole i discepoli furono talmente spaventati, che si buttarono con la faccia a terra. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: ‘Non abbiate paura!: Alzarono gli occhi e non videro più nessuno; c’era infatti Gesù solo. E mentre scendevano dal monte Gesù ordinò loro: ‘Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti”. (Mt. 17, 1-9)
Poco prima il Vangelo di Matteo racconta lo scontro tra Pietro e Gesù, riguardo alla sua prossima morte. “Gesù da quel momento cominciò a spiegare ai discepoli ciò che doveva capitare. Diceva: ‘Io devo andare a Gerusalemme. È necessario. Gli anziani del popolo, i capi dei sacerdoti e i ministri della Legge, mi faranno soffrire molto, poi sarò ucciso, ma al terzo giorno risusciterò’. Allora Pietro prese in disparte Gesù e si mise a rimproverarlo. ‘Dio non voglia, Signore! Questo non ti accadrà mai!: Ma Gesù si voltò verso Pietro e disse: ‘Va’ lontano da me, Satana. Tu sei di ostacolo per me, perché tu ragioni come gli uomini e non pensi come Dio”. (Mt 16, 22-24)
davvero dura la risposta di Gesù a Pietro, che pretendeva di impedire il prezzo della nostra redenzione. Lo chiama ‘satana’… come a farci capire che la vita non può essere una passerella di piacere continuo, ma si realizza avendo il coraggio di abbracciare il costo della sofferenza per amore. Basta pensare ai martiri o a tanti, ma tanti, che nella vita hanno accolto la sofferenza come un meraviglioso prezzo per entrare nella gloria.
E’ vero, guardandoci attorno, scopriamo tanti che ‘scomunicano’ la sofferenza come ‘maledizioné, inneggiando al piacere e ad un’allegria smodata – che non è gioia – e… hanno tanto seguito! Ma sono altrettanti coloro che, nella fede, non si sottraggono al dolore, come prezzo dell’amore. Dio non gode e non vuole la nostra sofferenza, anzi ha mandato su di noi il Consolatore, lo Spirito Santo, per infonderci coraggio e donarci la forza che fa superare dolore e contrarietà.
Così Calvario e Paradiso si incontrano sul Monte Tabor, dove poco prima della Trasfigurazione, Gesù aveva preannunciato la Sua Passione e duramente risposto a Pietro, che pretendeva di impedirla, ma sul Tabor è scritta anche la nostra storia di credenti:, che non si sottraggono al dolore, ma lo vivono come prezzo dell’amore, nella fede in Gesù, nostro Redentore.
Così commentava Paolo VI la Trasfigurazione:
“Ecco il senso del racconto evangelico della trasfigurazione. Bisogna che gli occhi della nostra anima siano come rischiarati, abbagliati, da tanta luce, così che la nostra anima prorompa nell’esclamazione di Pietro. Come bello stare davanti a Te, o Signore, e conoscerti!
Gesù ha due aspetti: quello ordinario che il Vangelo presenta e la gente del tempo vedeva: un uomo vero. Ma, pur a guardarlo sotto questo aspetto umano, c’è qualche cosa, in Lui, di singolare, unico, caratteristico, dolce, misterioso: al punto che – come racconta il Vangelo – coloro che hanno visto Gesù hanno dovuto confessare ‘nessuno è come Lui, e nessuno si è mai espresso nella sua manierà.
unico, c’è nessuno che può paragonarsi a Lui per candore, purità, sapienza, carità, grandezza d’animo, eroismo, per capacità di arrivare ai cuori.
I tre apostoli sono rimasti a fissare la visione ed hanno notato la trasparenza: nella Sua Persona c’è un’altra natura, oltre quella umana.
Davvero Gesù è come un tabernacolo in moto: è l’uomo che porta dentro di sé l’ampiezza del cielo: è il Figlio di Dio fatto uomo; è il miracolo che passa sui sentieri della nostra storia.
E tutti sappiamo che non si tratta di un uomo che passa e si spegne: è la mia vita, il mio destino, la mia definizione, perché anch’io sono cristiano, anch’io sono figlio di Dio”. (aprile 1965) Non resta, in questa Quaresima, come fece la Veronica, saper imprimere nel velo della nostra anima la Sua immagine e farla nostra.
Con Madre Teresa di Calcutta rivolgiamoci a Gesù con questa semplice preghiera:
“O Signore, non parlare che di Te e di Te crocifisso;
che non cerchi cose grandi,
fa’ solo che possa compiere piccoli gesti,
ma trasfigurati da un grande amore’.

mons. Gianfranco Poma

Alzatevi e non temete

La domenica di Abramo e della Trasfigurazione segna la seconda tappa della quaresima: Gen.12,1-4 e Matt.17,1-9 sono testi fondamentali nel cammino della nostra formazione umana e cristiana. Abramo è chiamato ad uscire dalla propria terra per partire verso un paese che Dio gli donerà: è il cammino della libertà, è l’avventura della pura grazia. “Lascia la tua terra” può essere tradotto anche: “Va’ verso te stesso”. La “terra promessa” verso la quale Abramo è invitato da Dio a camminare è l’autenticità della esistenza alla quale può arrivare uscendo da tutti i condizionamenti che impediscono la libertà: l’avventura della vita è la ricerca della verità e della autenticità che Dio solo può donare all’uomo, Dio che è con noi e che sperimentiamo camminando nell’intimo di noi stessi.
L’esperienza della Trasfigurazione, che oggi è offerta a noi come a Pietro, Giacomo e Giovanni, ci porta alla realizzazione piena del cammino della libertà iniziato con la chiamata rivolta da Dio ad Abramo: nello splendore del volto di Gesù, nella luce candida delle sue vesti, si rivela la sua vita intima, e noi contempliamo chi è Dio e chi è l’uomo.
Luca, nella sua redazione dell’ evento della Trasfigurazione, dice così: “Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto…” (Lc.9,28-29). Secondo questa tradizione, la Trasfigurazione fu essenzialmente una esperienza spirituale, una esperienza originale di preghiera, una preghiera sul monte. Più degli altri evangelisti, Luca si ferma a sottolineare la preghiera di Gesù: nei momenti forti della sua vita, Gesù prega, e la sua preghiera comincia sempre con l’invocazione: “Padre…” Nel contesto della Trasfigurazione, la preghiera prende tutto il suo significato: esprime la intimità di Gesù con il Padre. Con la preghiera Gesù abbatte la frontiera di carne che lo separa da Dio, e crea un contatto con il divino così reale, così forte, che la gloria di Dio risplende sul suo volto e sulla sua veste.
Anche per noi, la preghiera di Gesù di cui siamo resi partecipi nella Liturgia, è la via attraverso la quale accediamo alla intimità con Dio: Dio Trinità, mistero di Amore. Ma cos’è la preghiera di Gesù? C’è un filo che collega direttamente la Trasfigurazione con la Passione di Gesù: anche in quel momento Gesù prega. “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato” (Matt.27,46), “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc.23,46). La preghiera è l’esperienza più autenticamente umana di Gesù, nella quale ha la percezione della radicale debolezza di tutto, del più terribile nulla e per questo anche dell’infinito tutto che è l’Amore. La preghiera è per Gesù l’esperienza dell’abbandono più totale: la lontananza diventa “affidamento” solo in Dio, percepito come “Dio mio”, come il Padre al quale il Figlio si consegna. E la preghiera è l’esperienza nella quale il Figlio accoglie la risposta del Padre: al nulla sperimentato dal Figlio risponde l’Amore infinito del Padre. La preghiera non può non essere Passione: la Trasfigurazione è la risposta dell’Amore del Padre al Figlio che, spogliato di tutto si affida a Lui, è la umile carne calata nella storia resa splendente dalla gloria del Padre.
Sulla preghiera di Gesù si configura la nostra preghiera. Luca colloca la Trasfigurazione appena prima dell’inizio del grande viaggio che Gesù compie verso Gerusalemme “per essere consegnato nelle mani degli uomini” (Lc.9,44): “mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto…ed ecco, due uomini conversavano con lui. Erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria e parlavano del suo esodo che stava per compiersi a Gerusalemme…” (Lc.9,29-30) Nella preghiera Gesù vive la concretezza della sua vita, l’angoscia di ciò che lo attende, ma vive tutto non ripiegato su se stesso, come se dovesse contare solo sulle proprie forze, vive come figlio che parla, confida, ha l’amore del padre. E il Padre gli dona di sperimentare che la sua fragilità (il suo volto, le sue vesti) è il luogo della gloria. Matteo colloca la Trasfigurazione in un contesto nel quale Gesù sta istruendo i suoi discepoli. Dopo il primo annuncio della Passione, alla reazione di Pietro che gli dice: “Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai”, Gesù risponde con forza: “Va’ dietro a me, Satana, tu mi sei di scandalo…” e poi continua: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Matt.16,21-24). La Trasfigurazione diventa esperienza pedagogica per i discepoli (oggi per noi), perché sappiano bene che cosa significa e non abbiano paura di seguire Gesù per la via che egli ha scelto: la via dell’esperienza filiale dell’ascolto della Parola del Padre, del fare la sua volontà, la via del servo di Dio che dona tutto. E’ la via di Mosè e di Elia, servi di Dio, ma che Dio ha esaltato nella sua gloria. E’ la via attraverso la quale il servo “non ha più bellezza, tanto è stato sfigurato” (Is.52,14) eppure il “suo volto brilla come il sole e le sue vesti diventano candide come la neve”: è la via dell’Amore onnipotente di Dio che passa attraverso la fragile debolezza dell’uomo. La Trasfigurazione è parte essenziale della pedagogia di Dio, perché i discepoli di Gesù vedano che la sua forza sta nella debolezza umana (2 Cor.12,9) e imparino (Pietro per primo), a non pretendere di possedere la gloria di Dio senza sperimentare la debolezza del figlio. A Pietro, alla Chiesa, a noi che oggi riviviamo il mistero nella Liturgia, la Trasfigurazione propone una profonda esperienza di fede: la nube luminosa ci copre con la sua ombra, lo Spirito dell’Amore del Padre ci avvolge, ne sentiamo la forza che ci infonde coraggio, speranza. Ma con Pietro non pretendiamo di cancellare la nube: rimane la “voce” che continua a dire: “Questi è il mio Figlio, l’amato, in cui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”. E’ la voce del Padre “che sta nei cieli”: ascoltare la Parola di Dio è la fede. A noi è dato di guardare Gesù, solo, che cammina con noi, è il Figlio, l’amato, nel quale il Padre si compiace perché rende visibile sulla terra, nell’oscurità di ogni giorno, la luce dell’Amore del Padre.
Gesù si accosta a noi (“Io sono con voi tutti i giorni” Matt.28,20) per dirci: “Alzatevi e non temete”. E noi possiamo riprendere il cammino, siamo fragili, possiamo cadere, ma sappiamo che Lui è con noi: anche nella notte più buia, risplende la luce.
La Trasfigurazione è la quotidianità della nostra esperienza di Cristo risorto, ed è il nostro ingresso, con lui, nella libertà della terra promessa.

mons. Roberto Brunelli

Pasqua per tutti

Come ogni anno, la seconda domenica di quaresima è centrata sull’episodio forse più misterioso della vita di Gesù, la sua Trasfigurazione. Egli “prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui”. Seguono l’espressione di meraviglia di Pietro, il quale vorrebbe che la visione non finisse più, e il timore dei tre discepoli all’udire la voce che attesta: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo!” E infine il comando dello stesso Gesù: “Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti” (Matteo 17,1-9).
Un episodio misterioso, perché non paragonabile ad acun’altra esperienza umana; e tuttavia chiaro nel suo significato. Gesù ha preparato i tre alla Pasqua, preannunciando la propria morte seguita dalla gloriosa risurrezione: eventi in continuità con la lunga preparazione dell’antico testamento, rappresentato da Mosè ed Elia. Tra l’antico e il nuovo testamento, tra l’orizzonte ebraico e quello cristiano, non vi è infatti rottura o separazione, ma appunto continuità: il primo ha preparato il secondo, come il fiume sfocia nel lago, che è più ampio e vario ma non esisterebbe senza il flusso d’acqua di cui si alimenta.
La continuità è espressa anche dalle altre due letture di oggi. La prima (Genesi 12,1-4) parla di Abramo, punto di partenza di tutta la tradizione ebraico-cristiana. Egli era un ricco pastore seminomade originario di Ur, nell’attuale Iraq; si trovava a Carran, nell’attuale Turchia, quando l’unico vero Dio lo trasse fuori da un mondo pagano, invitandolo alla fede, cioè a fidarsi di lui. “Vattene dalla tua terra – gli disse -, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò (…) e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra”. Abramo si fidò, e da lui ebbe origine il popolo d’Israele, culla entro cui si preparò l’adempimento della seconda parte della promessa, la benedizione divina estesa agli altri popoli del mondo. Gesù, in quanto uomo, apparteneva al popolo d’Israele (come sua Madre, come gli apostoli); ma la redenzione da lui compiuta con la sua Pasqua vale per tutti gli uomini, a qualunque popolo appartengano. Con lui, non solo Abramo, né solo i suoi discendenti sono chiamati a riconoscere e fidarsi dell’unico vero Dio: nella seconda lettura (2Timòteo 1,8-10), riferendosi appunto ai non-ebrei, l’apostolo Paolo ricorda che Dio “ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto”.
Si intravede, dietro le letture di oggi, la regia di un piano grandioso, drammatico e insieme esaltante, relativo alla storia dell’umanità intera. I popoli e i singoli si agitano, si scontrano, si spengono, senza rendersi conto di essere i destinatari di un progetto volto a valorizzare la loro esistenza, quale che sia. Il progetto è quello della loro salvezza, vale a dire la vita non chiusa entro gli angusti limiti terreni, e vi si accede non per i propri meriti ma rispondendo a una vocazione. Con questo termine di solito si intende la speciale chiamata di preti frati e suore; ma prima viene la vocazione rivolta a tutti: ad Abramo, ai suoi discendenti, all’umanità intera; la vocazione alla fede, cioè a fidarsi di Dio, ad affidarsi a lui. La fede piena è quella in Gesù, morto e risorto per amore dell’uomo; ma anche chi non l’ha conosciuto può conseguire la vita eterna: il progetto di Dio vuole tutti salvi, e per questo li ha dotati della coscienza: basta seguirla, e sarà Pasqua per tutti.

mons. Roberto Brunelli

Dal monte si intravede la meta

La seconda tappa del percorso quaresimale punta l’attenzione su un episodio della vita di Gesù, chiarissimo nel significato ma lontano dalla comune esperienza; per questo è riferito attraverso una trama di simboli e rimandi su cui non sarà inutile qualche delucidazione.
Qualche tempo dopo aver cominciato la sua vita pubblica, , i tre apostoli testimoni privilegiati di altri episodi del vangelo; in particolare dell’agonia di Gesù nell’orto degli ulivi. : la tradizione ritiene sia il Tabor, che sorge isolato nella Galilea, la regione dove in quel periodo Gesù predicava;
in ogni caso, nell’esperienza del popolo d’Israele proprio un monte, il Sinai, era stato il luogo della fondamentale rivelazione di Dio. E là, sull’alto monte, Gesù, del quale gli apostoli ogni giorno toccavano con mano l’umanità, rivelò anche la sua divinità, nelle forme in cui essi la potevano percepire: . Il sole come simbolo di Dio: il sole, da cui vengono la luce e il calore e dunque la vita sulla terra, è quanto di meglio può far intuire l’importanza di Dio anche nella dimensione spirituale dell’esistenza. Forse proprio ricordando l’esperienza del Tabor, Giovanni, all’inizio del suo vangelo (1,1-18), parlò poi di Gesù come della luce entrata nel mondo.
Secondo momento della trasfigurazione: accanto a Gesù . Mosè impersona l’antica Legge, per suo tramite data da Dio al popolo d’Israele; Elia era il più noto dei profeti, anch’egli tra l’altro beneficiario di una manifestazione di Dio sul monte Sinai; insieme essi rappresentano la Sacra Scrittura, che all’uso del tempo anche Gesù designava come “la Legge e i Profeti”. Questi due personaggi-chiave dell’Antico Testamento sono qui subordinati a Gesù, perché della loro opera egli è il compimento: è il nuovo e definitivo legislatore, è il nuovo e definitivo profeta venuto a manifestare il volto di Dio, il “Padre suo e Padre nostro”.
Dopo l’intermezzo dell’entusiasmo di Pietro, che vorrebbe fissare per sempre quella visione, il terzo momento dell’episodio vede l’intervento proprio del Padre, la cui voce designa Gesù come . E a fronte di questo supremo riconoscimento, appare del tutto ovvio l’invito che segue: !
L’invito richiama la circostanza in cui si legge questa pagina del vangelo: all’inizio della quaresima, chi intende seguirne il percorso non può non intensificare l’ascolto della perenne parola di Gesù, luce del mondo. Nel contempo guarda alla Pasqua, cui lo stesso Gesù rimanda con l’ordine dato ai tre apostoli: . Egli si è trasfigurato sul monte per preparare i suoi amici a quando l’avrebbero visto agonizzante nell’orto degli ulivi, flagellato, caricato della croce, condotto al calvario; prepararli perché non si perdessero d’animo, fiduciosi che nessuno avrebbe mai potuto togliere di mezzo lo splendore della sua divinità. Dall’alto del Tabor si intravede la meta del percorso quaresimale: la Pasqua, nel suo duplice volto di morte e risurrezione

mons. Antonio Riboldi

Esci dalla tua terra e va’

In una delle vostre lettere, così, un amico – forse impressionato da come stanno andando le cose non solo di casa nostra, ma di tutto il mondo – scrive: “Lei, carissimo vescovo, ogni domenica ci invita ad un ottimismo proprio del Vangelo. A volte ho l’impressione che lei viva in un altro mondo e che non si accorga che ‘stiamo veramente male’. Cerco disperatamente la ragione del nostro vivere quasi preferendo ciò che ci fa tanto male. Comprendo che ‘convertirsi’, ossia cambiare totalmente vita – e lo trovo necessario – sarebbe la saggezza di un popolo che ama la gioia. Giustamente, per lei, ‘convertirsi’ è incamminarsi seguendo Gesù: una scelta propria di ‘chi sa usare le due ali per volare: la nostra e quella che Dio ci presta’. Lo penso e a volte mi verrebbe la voglia di prendere a calci la maschera che il mondo ha stampato sull’anima, facendoci credere che la vita è un carnevale. Ma le sembra tanto facile togliersi quella maschera e dare vita alle due ali? Da soli sembrerebbe una pazzia agli occhi della gente, bisognerebbe essere ‘insieme’ e, guardandomi attorno sembra sia piccolo lo spazio che il mondo ti riserva per volare, uscendo da noi stessi. Ma in questa Quaresima ci voglio provare. Mi dia una mano con la sua parola, la sua amicizia, in modo da sentirsi insieme nel prendere il volo”.
Lascio che a rispondere a questo mio amico sia il racconto di Abramo, nostro padre nella fede e quindi credibile.
“In quei giorni, il Signore disse ad Abràm: Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che Io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò: renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione. Benedirò quelli che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra. Allora Abràm partì, come gli aveva ordinato il Signore” (Gen 12, 1-4).
Sappiamo tutti che Abramo, ripeto, padre di tutte le genti, non conosceva Dio e il Suo amore, come noi oggi abbiamo la possibilità di conoscere attraverso la Sacra Scrittura.
Ma dentro di lui c’era un grande spazio per Dio, per la Sua Legge e una grande generosità.
E questo era sufficiente per affrontare un viaggio di cui non sapeva neppure la destinazione: avrebbe seguito la ‘guida’ di Chi gli chiedeva di lasciare la sua terra per un’altra che Lui stesso aveva scelto e, quindi, indicata. Come di fatto avvenne.
E se noi diamo uno sguardo alla vita dei Santi di ieri e di oggi, scopriamo che la loro storia è simile a quella di Abramo. È bastato fare propria la voce di Cristo che diceva: ‘Se vuoi venire con me, va’, vendi quello che hai, vieni e sèguimi’ e S. Francesco intraprese il meraviglioso viaggio verso la terra che ‘Dio indicava’. E lo stesso potremmo dire di tutti quanti seguono Cristo. Sono ‘usciti dalla loro terra’, ossia dal modo in cui vivevano, senza una meta, e sono approdati o approdano al ‘paese’ di Dio.
È la vocazione alla santità, ossia alla vera scelta di vita.
Gesù conosceva bene la debolezza di quanti aveva chiamato a seguirLo, ossia i Dodici. Anche loro, quando Gesù li aveva chiamati e ‘scelti perché stessero con Lui per poi mandarli’, avevano lasciato ‘la propria terra’, ossia il loro lavoro, gli amici, le famiglie, e senza indugio Lo avevano seguito per andare verso la ‘terra’ che Gesù avrebbe indicato, ossia il mondo da evangelizzare.
Avevano accolto la sua chiamata senza sapere dove li avrebbe condotti.
Ma, avvicinandosi i giorni della Sua passione e morte, Gesù sapeva che, per i suoi, era come un rompere i disegni di poveri uomini, per poi proiettarli nella grande e vera loro vocazione: essere i continuatori dell’opera di Cristo e, quindi, credibili colonne della Sua Chiesa.
Per questo Gesù, come per testimoniare ‘Chi era’ – racconta l’evangelista Matteo – “prese con sé, Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide coma le luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elìa, che conversavano con lui. Pietro allora prese la parola e disse: Signore, è bello stare qui: se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè ed una per Elìa. Egli stava ancora parlando quando una nube luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo. All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò e, toccatili disse: Alzatevi e non temete. Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo. E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo non sia risuscitato dai morti” (Mt 17. 1-9).
Ricordando la debolezza e l’ignoranza dei Dodici, suscita stupore come, con la discesa dello Spirito Santo, abbiano potuto divenire quello che poi furono: martiri per Cristo.
L’uomo, anche se apparentemente pare sia adattato ad una vita ‘senza luce, che venga dall’Alto’, tuttavia, appena sente che il Cielo si apre, manifestando il volto amabile del Padre, corre verso quel ‘segno’ di Dio tra noi. Basta andare a Lourdes, a Fatima, o in altre parti, per accorgersi del bisogno innato di Dio, che è nell’uomo.
Quante volte, pregando ai piedi della grotta di Lourdes o nella cappella di Fatima, guardando il volto di tanti, li vedevo ‘trasfigurati’, come se in loro si manifestasse la gioia di ‘vedere il volto di Dio’.
E quante volte incontriamo fratelli o sorelle così piene di santità, che irradiano la bellezza della trasfigurazione! Non posso dimenticare il volto del mio carissimo confratello, don Clemente Rebora, che, quando celebrava la S. Messa o pregava nella sua cella, sembrava ‘fuori di questo mondo’, tanto era trasfigurato. Chi vive una fede, che è dialogo con Dio, sempre, anche nella vita quotidiana, anche nella sofferenza, porta il segno della gioia che trasfigura. Come quando si ama veramente…ci si trasfigura!
Davvero il Tabor è possibile a tutti, ma occorre che Dio ci conduca per mano sul Tabor, ossia fuori dalla ‘terra ferma’, dove domina la ‘carcassa della tribolazione senza speranza’.
“Ma se domandessimo – diceva Paolo VI, commentando la trasfigurazione di Gesù – agli uomini del nostro tempo: chi ritenete che sia Gesù Cristo? Come Lo pensate? Ditemi: chi è il Signore? Chi è Gesù? Alla domanda alcuni, molti non rispondono, non sanno che dire. Esiste come una nube – questa sì è opaca e pesante – di ignoranza che preme su tanti intelletti. Si ha una cognizione vaga del Cristo, non lo si conosce bene; si cerca a volte, anzi, di respingerlo. Al punto che all’offerta del Signore di voler essere per tutti, Guida e Maestro, si risponde di non averne bisogno e si preferisce tenerlo lontano. Quante volte gli uomini respingono Gesù e non lo vogliono sui loro passi: lo temono più che amarlo.
Non vogliono che Egli regni su di loro: cercano in ogni modo di allontanarlo. Lo vogliono come annullare e togliere dalla faccia della civiltà moderna; non c’è posto per Dio, né per la religione. Tale è il contenuto di questo laicismo sfrenato che, talvolta, incalza fino alle porte delle nostre chiese e che in tanti paesi, ancor oggi, infierisce. Non si vuole più l’immagine di Gesù” (14 marzo 1965).
Per poter conoscere Gesù, entrare in intimità con Lui, trasfigurare la nostra vita, bisogna ascoltare oggi più che mai quello che disse Dio ad Abràm: “Esci dalla tua patria… verso il paese che io ti indicherò”.
In altre parole ‘esci’ da una vita impostata sulle vanità o sul fango di questa terra.
Sentiamo tutti il grande disagio e lo scontento del come siamo abbarbicati attorno ad una vita che non è il cielo dell’anima e il respiro del cuore.
A volte riusciamo a ‘sognare altro’, a lasciarci affascinare dal bello che è nella gente ‘trasfigurata’, vicino a noi o sulla scena del mondo, come grandi fari di luce, ma non riusciamo a salire sul Tabor con Gesù. Ci pare che ‘il costo sia troppo alto’.
Ma – mi domando – vivere come schiavi delle mode del mondo non è forse un prezzo ancora più alto, che tentare di avviarci verso i sentieri delle beatitudini?
Viene alla mente quanto, lo stesso Paolo VI, disse nella Quaresima del 1955:
“Tu ci sei necessario, o Redentore nostro, per scoprire la nostra miseria e guarirla; per avere il concetto del bene e del male e la speranza della santità; per deplorare i nostri peccati e averne perdono.
Tu ci sei necessario, o fratello primogenito del genere umano, per ritrovare le ragioni vere della fraternità fra gli uomini, i fondamenti della giustizia, i tesori della carità, il bene sommo della pace”.
E con Tonino Bello, oggi, mi viene da pregare per tutti noi:
“Dai ai miei amici e fratelli la forza di osare di più, la capacità di inventarsi, la gioia di prendere il largo, il fremito di speranze nuove.
Il bisogno di sicurezze li ha inchiodati a un mondo vecchio che si dissolve.
Da’ ad essi, Signore, la volontà decisa di rompere gli ormeggi, per liberarsi da soggezioni vecchie e nuove.
Stimola tutti, nei giovani in particolare, una creatività più fresca, una fantasia più liberante e la gioia turbinosa della iniziativa che li ponga al riparo da ogni prostituzione”.

mons. Ilvo Corniglia

Commento Matteo 17,1-9

Il testo della Genesi (12, 1-4: I lettura) narra una tappa fondamentale, anzi una svolta decisiva, nella storia della salvezza: Dio chiama Abramo a mettersi in cammino verso una destinazione sconosciuta. Gli fa una promessa: lo renderà “padre” di un popolo numeroso e fonte di “benedizione” per tutte le genti. La richiesta divina comporta l’abbandono traumatico di ogni sicurezza rappresentata dal suo paese e dalla sua parentela. Come non esitare e non nutrire dubbi? “Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore”. È l’obbedienza scattante della fede, con cui l’uomo si affida interamente a Dio e alla sua parola. I passi della conversione quaresimale sono i passi della fede. Una fede che ha bisogno di essere continuamente rafforzata.
La Trasfigurazione è un’esperienza senza dubbio straordinaria, unica, per Gesù anzitutto, e per i suoi discepoli. “Fu trasfigurato davanti a loro”. Trasfigurato da Dio: è Lui che opera tale prodigio, tale meraviglia nell’umanità di Gesù. Un Gesù incredibilmente nuovo. L’evangelista sottolinea la sua luminosità: “il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”. E’ la “gloria” di Dio, cioè la pienezza traboccante della vita di Dio, che rifulge sul volto e su tutta la persona di Gesù. E’ la “gloria” segreta di Gesù, quella vitalità infinita, quel fascino, quello splendore divino, che abitualmente si nascondeva sotto un’umanità comune, e che ora trapela, anzi esplode all’esterno, seppure per un attimo. I discepoli rimangono letteralmente “inchiodati”, estasiati da tanta bellezza. Ma prima ancora, Gesù stesso è sopraffatto dallo stupore, è inondato e sommerso dalla gioia di Dio. In questo modo il Padre fa sperimentare a Gesù e fa intravedere ai tre discepoli un “assaggio” di quella gloria che, risorgendo dai morti, possederà per sempre dal mattino di Pasqua. Il Gesù trasfigurato è già in qualche modo e per anticipo il Signore risorto.
Questa esperienza vuole infondere coraggio e fiducia in Gesù e nei discepoli di fronte alla prospettiva della sofferenza e della morte. Ecco dove conduce il cammino verso Gerusalemme. Qui Gesù sarà ucciso: fallimento totale della sua opera e dispersione dei discepoli. Ma non è questo lo sbocco ultimo e definitivo. Il traguardo finale è la vita nuova vittoriosa sulla morte, è la luce della risurrezione.
Nell’itinerario quaresimale, noi cristiani siamo impegnati ogni giorno a seguire Cristo con fedeltà tenace, anche se sofferta. È il richiamo di Paolo a ciascuno di noi: “con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo” (2Tm. 1,8-10: II lettura). La Trasfigurazione di Gesù ricorda, appunto, che questo cammino ci porta a gioire a Pasqua col Signore risorto, ma ci conduce pure immancabilmente alla nostra futura “trasfigurazione”. E’ un annuncio, quindi, del nostro vero destino, un rilancio di quella speranza senza complessi, che resiste a ogni sfida, anche a quella della morte. Una speranza che, specialmente nei cristiani più fervorosi, diventa quasi nostalgia, impazienza, desiderio struggente di essere come Lui e con Lui, il Signore “trasfigurato”, il Signore risorto.
Tale attesa, però, non può distogliere dal cammino concreto nella storia, non può distogliere dall’impegno di servizio all’uomo, che è la via percorsa da Gesù. Pietro, inebriato dalla gioia di questa esperienza, propone di restare lì sul monte. Vorrebbe “fissare” quel momento di beatitudine. Perché salire a Gerusalemme, dove un tragico destino attende Gesù? In realtà Pietro pensa solo a sé e ai due compagni, dimenticando gli altri, dimenticando soprattutto che la “trasfigurazione” sarà il traguardo di un cammino di dolore. L’estasi è, appunto, di breve durata e i discepoli si ritrovano col Gesù di tutti i giorni, in viaggio verso Gerusalemme. Allo stesso modo i cristiani non possono dimorare stabilmente su nessun “Tabor”. Il Signore ogni tanto può regalarci nelle forme più diverse momenti di particolare luce o gioia, che assomigliano sia pure lontanamente all’esperienza dei discepoli sul monte. Tuttavia il cammino ordinario è quello di una fede che va avanti, spesso con fatica, nella quotidianità, nella ferialità, in compagnia di un Gesù che non ci incanta col suo fascino.
Questa fede, che ha un modello stupendo in Abramo (I lettura), ci consente di riconoscere nel Gesù che ci parla nella Scrittura e nella Chiesa, nel Gesù che si nasconde nei fratelli ed è presente soprattutto nell’Eucaristia, il Gesù “trasfigurato”, il Signore risorto, che ci catturerebbe irresistibilmente se si mostrasse nella sua realtà visibile. Non lo fa’, perché è geloso della nostra libertà. Questa fede ci aiuta a riconoscere la voce del Padre, mentre avvolge i discepoli con la sua presenza (cfr. la “nube”): “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo.”. E’ il culmine di tutta la scena. Il Padre ripete la dichiarazione già fatta nel battesimo: “questo Gesù è mio Figlio, il mio unico tesoro, il mio tutto…”. Qui però all’indicativo si aggiunge l’imperativo: “Ascoltatelo”. Cioè accogliete la sua parola. Fate quello che vi dice. Accettate Gesù così com’è e non come vorreste voi: accettatelo cioè come il Messia sofferente, che arriva alla gloria attraverso il servizio ostinato agli uomini fino alla morte. Seguitelo sulla stessa strada. Le parole del Padre sono confermate anche dalla presenza di Mosè e di Elia, che rappresentano la Legge e i profeti, indicando che tutta la rivelazione dell’Antico Testamento trova il suo compimento in Gesù. E’ Lui l’unico Maestro degli uomini. Il racconto aggiunge pure che i discepoli, dopo aver udito la voce del Padre, vedono Gesù soltanto: non hanno bisogno di nessun altro. Hanno con loro Colui che porta la rivelazione definitiva di Dio.
La “Trasfigurazione” non è soltanto un avvenimento futuro che il credente aspetta nella speranza. Ma nella sua vita è già in corso una misteriosa “trasfigurazione” del suo essere, un rapporto di progressiva assimilazione a Cristo attraverso l’amore. Una “trasfigurazione” che in certi cristiani più maturi non di rado traspare anche all’esterno. Quando per esempio visito malati che mi accolgono col sorriso e accettano con serenità la loro sofferenza, quando trovo ragazzi e giovani che sanno andare controcorrente e si mantengono puri in un ambiente inquinato e inquinante; quando incontro persone di ogni età che sono capaci di perdonare; persone che hanno deciso di giocare la loro vita su Dio soltanto, rinunciando all’idolo del denaro, del successo, del potere, del sesso…in tutti questi casi penso a tale trasfigurazione in atto.
Noi cristiani abbiamo un debito nei confronti di chi non crede o è in ricerca: offrirgli momenti di manifestazione di Dio, di “trasfigurazione”. Ciò avviene quando il Vangelo di Gesù pervade la nostra vita e risplende attraverso i nostri gesti e le nostre parole (cfr. 2Tm. 1,10: II lettura). Soprattutto se pratichiamo il comandamento dell’amore scambievole: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli (scopriranno cioè che io sono tra voi), se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv. 13,35).

Lungo la nostra giornata quanti gesti forse scivolano via, vuoti d’amore, e ci lasciano insoddisfatti! Non potresti provare a “trasfigurare” ognuno dei tuoi gesti, a trasformarlo cioè in un gesto di attenzione agli altri, in un capolavoro d’amore? Comincia subito con le persone che ti stanno vicino e non ti scoraggiare.

Molte volte al giorno io posso raccogliermi in una pausa di silenzio oppure posso attivare la mia attenzione durante il lavoro, il gioco, e anche in mezzo alla confusione, per avvertire la voce del Padre che mi ripete: “Gesù è il mio Figlio, è tutto il mio amore, è tutta la mia gioia. Ascoltalo.”. Cioè accogli la sua Parola, mettila in pratica, accetta la sua guida, ubbidisci a Lui.

Il rapporto con la parola di Gesù, come anche la preghiera, ci “trasfigura” interiormente rendendoci sempre più simili a Lui, altri Lui.
Il custodire nel cuore, lungo la giornata, anche una sola delle parole di Gesù, che ci sono state donate nella celebrazione domenicale o che abbiamo colto leggendo il Vangelo, “trasfigura” a poco a poco il nostro modo di pensare e di agire e rende il nostro volto più luminoso, quasi trasparenza del volto di Gesù.

Quante volte lungo la giornata mi capita di leggere o ascoltare o lasciare risuonare nel mio cuore una parola del Vangelo e di impegnarmi subito a viverla?
Perché non comunicare anche con qualcuno della famiglia e con altri ciò che abbiamo potuto capire e vivere?

mons. Vincenzo Paglia

Alzatevi e non temete

“Sei giorni dopo Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte e fu trasfigurato davanti a loro”(Mt 17, 1-2). Nel Vangelo della Trasfigurazione possiamo leggere la Liturgia Eucaristica della domenica. Sono passati sei giorni e Gesù conduce in disparte anche noi sul monte alto della Santa Liturgia. Giunti sul monte, nota Matteo, Gesù “fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”. Gesù era lo stesso, ma la sua figura era “trasfigurata”: il volto risplendeva come il sole. La luce veniva da lui, non era riflessa. Pietro, coinvolto da questa luce, prende la parola e propone di fare tre tende. È chiaro il suo desiderio di restare lì, su quel monte, con la compagnia di Gesù, di Mosè e di Elia. Ma viene interrotto da una voce – è questo il centro dell’avvenimento – che esce da una nube, anch’essa luminosa, che avvolge tutti: “Questi è il mio figlio prediletto nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!”. Dal libro santo delle Scritture esce anche per noi la voce del Signore. “Ascoltate il Vangelo!”. È la Parola più preziosa, la più chiara, la più luminosa che il Signore ci ha donato. Pietro si accorge che quel Gesù che gli sta di fronte è molto più di quello che hanno compreso sino a quel momento. Quel Gesù, con il quale da tempo camminano assieme e magari ammirano per la sua bravura, quel Gesù è qualcosa di molto oltre rispetto a quello che essi avevano pensato. Si trovarono, quei tre, all’improvviso, come immersi in un’avventura più seria e più profonda di quanto pensavano. Così è tra noi e il Vangelo. Se lo accogliamo veniamo trascinati in un’avventura nuova, più grande e più bella di quanto noi riusciamo ad immaginare.Pietro e gli altri ebbero paura: “Furono presi da grande paura”, nota subito l’evangelista. È la paura di dover lasciare le proprie abitudini e le proprie certezze, la paura di essere troppo coinvolti nell’amore. E allora ci ritraiamo, freniamo la forza del Vangelo; non guardiamo più in alto per contemplare la gioia del Signore ma in basso, a terra. Gesù, però, si avvicina ai discepoli impauriti e li tocca. “Alzatevi e non abbiate paura”, dice loro. I tre timidamente alzano lo sguardo e vedono Gesù solo, nessun altro con lui. Sì, basta alzare anche solo un poco lo sguardo da noi stessi per vedere il volto di quell’amico che non ci ha mai lasciati soli. I discepoli ora sanno che l’unica cosa che debbono fare è “ascoltare” quel Gesù di Nazareth, figlio prediletto di Dio. Pietro ricorderà per tutta la sua vita quella voce e quel comando che venne dalla nube: “Ascoltatelo!”. Quando infatti dimenticò quella voce, la notte del giovedì santo, cadde nel tradimento dell’amico. E ci volle il canto di un gallo, la voce del Vangelo, per farlo rientrare in se stesso. Scrive l’apostolo, nella sua seconda lettera: “Quella voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con il Cristo sul santo monte… a quella voce fate bene a volgere l’attenzione, come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori” (2 Pt 1, 18-19).

mons. Antonio

Riboldi Vattene dal tuo paese

Quando il Signore mi mandò qui ad Acerra, per essere vescovo di questa Diocesi, era come mi dicesse: “Vattene dal tuo paese…verso il paese che ti indicherò”.
Francamente non mi attendevo quella decisa voce di Dio. Avevo posto, con il cuore, la mia tenda tra la gente del Belice, cui avevo dato tutto me stesso e la sentivo come parte della mia vita.
Ma quella voce, che poi era la voce del S. Padre, Paolo VI, e quindi di Dio, buttava all’aria tutti i miei piani, e mi mandava in luoghi che neppure conoscevo. Ed andai. La stessa cosa era successa quando l’obbedienza mi aveva inviato nel Belice.
Ero vice parroco a Montecompatri e mi ero affezionato al punto da sentirmi a casa mia. Un giorno, inaspettatamente la voce del Signore, tramite l’obbedienza, mi inviò nel Belice. Come mi dicesse: “esci dalla tua terra e vattene verso il paese che io ti indicherò”.
Vivere di fede vuol dire “andare” per la via che Dio ti indica. I suoi disegni di santità, che dovrebbero essere i nostri piani, non rispettano affatto le nostre vedute, “i nostri paesi, in cui possiamo conoscere il pericoloso stare fermi”, ma è un continuo andare: il più delle volte uscendo da noi stessi, dalle nostre abitudini, dalle nostre comodità, che possono essere la morte della nostra felicità, che è solo nel saper seguire il sentiero di Dio.
A Tutti, ma proprio tutti, uomini e donne, cui Dio ha offerto il suo disegno di amore, in tanti modi ha ripetuto lo stesso invito, meraviglioso invito: “Esci dal tuo paese, e dalla casa di tuo padre e và…”
Così la Genesi racconta la vocazione di Abramo, nostro padre.
“In quei giorni il Signore disse ad Abràm: “Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria, e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno, maledirò, e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra”. E Abràm partì, come gli aveva ordinato il Signore” (Gen. 12,1-4).
Una storia semplice, come tutte le storie di Dio, raccontata con la solennità della Storia. Abramo non conosceva Dio. Siamo infatti ai primi tempi della storia dell’uomo, dopo il peccato di Adamo ed Eva e la loro cacciata dall’Eden.
Ma, come ogni uomo retto, non ancora soffocato dai miasmi della superbia, che si è “fatta grande” con il crescere della umanità, sfuocando così l’immagine di Dio nel cuore dell’uomo: una immagine che dopo Gesù è diventata Presenza, Abramo obbedisce.
E stupisce questa immediata obbedienza di Abramo, che non esita un istante a eseguire l’ordine del Signore, lasciando terra, cui credo era attaccato, come tutti noi, le sue abitudini, le sue comodità, tutto insomma, ed andando verso un luogo che non conosceva, ma che il Signore gli avrebbe indicato.
E’ la meravigliosa obbedienza dell’uomo che si affida totalmente a Chi sa che è, non solo il Signore della sua vita, ma la Via della sua vita.
E, se scorriamo la Sacra Scrittura e la storia dei santi, troviamo che il modo di “procedere di Dio” nell’indicarci la Sua via, è lo stesso di quello proposto ad Abramo.
Vi ricordate come Gesù scelse i suoi apostoli “perché stessero con Lui e poi mandarli?” Passando per il mare di Galilea, mentre erano al loro abituale lavoro, “nella loro terra”, li invita a lasciare tutto e seguirLo…proprio come Abramo. E tutti sappiamo come è stato difficile per gli Apostoli seguirLo fino alla crocifissione, per poi ritrovarLo nella resurrezione, ricevere lo Spirito e compiere quella missione nel mondo che li vedrà tutti martiri, come Gesù.
Se ricordate, nella vita di Gesù, troviamo anche dei “no”, come quando incontrando il giovane ricco, un giovane a posto con l’osservanza dei Comandamenti, “Gesù, fissatolo, Lo amò e gli disse: Se vuoi essere perfetto, va vendi quello che hai dallo ai poveri, poi vieni e seguimi.
Ma il giovane rifiutò…se ne andò perché aveva molti beni”.
Non se la sentì di “uscire dalla sua terra e seguire Dio”.
E Gesù si rattristò tanto che, nel vedersi rifiutato ebbe quella terribile sentenza, rivolta a quanti non “sanno lasciare la propria terra”. “Guai a voi ricchi: è più facile che un cammello entri per la cruna di un ago che un ricco nel Regno dei cieli”.
Ciascuno di noi, posti tutti nella stessa condizione, ogni volta Gesù ci chiama a seguirLo, anche nella vita feriale, domestica, stando dove siamo, alla richiesta di uscire da noi stessi, dal nostro mondo, dal nostro modo di vivere la vita secondo le nostre vedute, i nostri miopi disegni di vita, stentiamo a seguire l’invito: “Esci dalla tua terra”. E seguire Gesù non è facile.
Dove ci porterà? Cosa chiederà a noi? E vale la pena di lasciare le nostre abitudini, le nostre vedute, in altre parole rimanere chiusi in noi stessi, per affrontare “il viaggio della vita con Gesù”, ne vale pena? Quale “terra” ci farà conoscere?
Da dove hanno preso l’entusiasmo tantissimi santi, tanti che lo seguono rinunciando a tutto nella vita consacrata? tanti martiri? tanti santi della carità?
Viviamo un oggi in cui tanti guardano alla Chiesa ed alla religione come un grave ostacolo alla propria libertà, che poi è scegliere quello che fa comodo e quindi prendere le distanze da tutto ciò che impegna ed è il bene. In pratica si ha paura della “porta stretta” segnata dalla croce.
E’ la scelta dell’egoismo che conduce da nessuna parte, o meglio non conduce a tutto il meraviglioso mondo del bello, del buono, della carità e santità.
Era una paura che avevano forse anche gli apostoli: una paura che si manifestò nel momento della prova, che fu la crocifissione di Gesù, ai loro occhi interpretata come il fallimento delle speranze terrene, che proprio non erano “il paese di Dio”.
Lo compresero dopo la pentecoste e trovarono, nell’essere discepoli di Gesù, la meraviglia della vita, anche se questa era una grande croce, che chiedeva persecuzioni, carcere, martirio.
Gesù, nella sua bontà infinita, allora ci mostra nella trasfigurazione sul Monte Tabor, che la Chiesa propone oggi, Chi Lui è veramente e dove ci conduce.
“In quel tempo – racconta Matteo – Gesù prese con Sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con Lui. Pietro allora prese la parola e disse a Gesù: “Signore è bello per noi restare qui: se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè ed una per Elìa”. Egli stava ancora parlando quando una nube luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo” (Mt. 17,1-9).
Ma la scena cambia totalmente quando Gesù annuncia ciò che lo attende. “Da quel momento Gesù cominciò a spiegare ai discepoli ciò che gli doveva capitare. Diceva: “Io devo andare a Gerusalemme. È necessario. Gli anziani del popolo, i capi dei sacerdoti e i maestri della legge mi faranno soffrire molto: poi sarò ucciso, ma il terzo giorno risusciterò”.
Allora Pietro prese in disparte Gesù e si mise a rimproverarLo. “Dio non voglia, Signore. Questo non capiterà mai!” Gesù si voltò verso Pietro e disse: “Va via lontano da me, Satana. Tu sei un ostacolo per me, perché tu ragioni come gli uomini, ma non pensi come Dio”. Poi disse ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuole venire con me, smetta di pensare a se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Chi pensa solo a salvare la propria vita, la perderà: chi invece è pronto a sacrificare la propria via per me la ritroverà” (Mt. 16,21-26).
E così prende corpo non solo il valore dell’invito “esci dalla tua terra e vai nel paese che ti darò”, ma anche le difficoltà della rinuncia e del percorso…e soprattutto il che cosa si guadagna!
Ma come è facile cadere nella logica di Pietro: “Questo non accadrà mai!”.
La terribile risposta di Gesù, forse, a volte viene rivolta anche ai nostri tentativi di patteggiamento con la nostra vita cristiana. “Và lontano da me, Satana, tu ragioni secondo gli uomini e non secondo Dio”.
Ricordo una assemblea con tantissimi giovani, accorsi a sentire Madre Teresa di Calcutta. Lei era stata invitata a parlare di povertà nel mondo e io in Italia e, sopratutto della esigenza di farsi poveri in spirito per seguire Gesù, vera ricchezza dello spirito.
Alla fine delle esposizioni, iniziò un bombardamento di domande. Ci alternavamo con Madre Teresa nelle risposte. Ma ci fu una domanda che era diretta a Madre Teresa: “Madre, se dovesse rinascere e Gesù le dicesse nuovamente: lascia la tua terra e va dove io ti porterò, avendo fatto lunga esperienza di quello che comporta questo seguirLo, cosa Gli direbbe, sì o no!”.
Con prontezza Madre Teresa rispose, sorprendendo tutti: “So quello che costa e forse gli direi di no”. Scese nella sala un silenzio glaciale. Cercavo di fare capire a Madre Teresa il peso del suo no. Ma non mi dava ascolto. Furono cinque minuti di silenzio indescrivibili. Alla fine, come una risposta al suo grande amore a Dio, disse: “Nonostante tutto, Gli direi “sì”. E fu una gioia incredibile.
Ripensando alla mia vita: di uno che ha scelto quel “vattene dalla tua terra”, con tutte le difficoltà incontrate, non avrei anch’io difficoltà, se Gesù mi facesse la stessa domanda, di dirGli “Sì”. Troppo bella, “la terra di Dio”.

mons. Ilvo Corniglia

Il testo della Genesi ( 12, 1-4: I lettura) narra una tappa fondamentale, anzi una svolta decisiva, nella storia della salvezza: Dio chiama Abramo a mettersi in cammino verso una destinazione sconosciuta. Gli fa una promessa: lo renderà “padre” di un popolo numeroso e fonte di “benedizione” per tutte le genti. La richiesta divina comporta l’abbandono traumatico di ogni sicurezza rappresentata dal suo paese e dalla sua parentela. Come non esitare e non nutrire dubbi? “Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore”. È l’obbedienza scattante della fede, con cui l’uomo si affida interamente a Dio e alla sua parola. I passi della conversione quaresimale sono i passi della fede. Una fede che ha bisogno di essere continuamente rafforzata.
La Trasfigurazione è un’esperienza senza dubbio straordinaria, unica, per Gesù anzitutto, e per i suoi discepoli. “Fu trasfigurato davanti a loro”. Trasfigurato da Dio: è Lui che opera tale prodigio, tale meraviglia nell’umanità di Gesù. Un Gesù incredibilmente nuovo. L’evangelista sottolinea la sua luminosità: “il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”. E’ la “gloria” di Dio, cioè la pienezza traboccante della vita di Dio, che rifulge sul volto e su tutta la persona di Gesù. E’ la “gloria” segreta di Gesù, quella vitalità infinita, quel fascino, quello splendore divino, che abitualmente si nascondeva sotto un’umanità comune, e che ora trapela, anzi esplode all’esterno, seppure per un attimo. I discepoli rimangono letteralmente “inchiodati”, estasiati da tanta bellezza. Ma prima ancora, Gesù stesso è sopraffatto dallo stupore, è inondato e sommerso dalla gioia di Dio. In questo modo il Padre fa sperimentare a Gesù e fa intravedere ai tre discepoli un “assaggio” di quella gloria che, risorgendo dai morti, possederà per sempre dal mattino di Pasqua. Il Gesù trasfigurato è già in qualche modo e per anticipo il Signore risorto.
Questa esperienza vuole infondere coraggio e fiducia in Gesù e nei discepoli di fronte alla prospettiva della sofferenza e della morte. Ecco dove conduce il cammino verso Gerusalemme. Qui Gesù sarà ucciso: fallimento totale della sua opera e dispersione dei discepoli. Ma non è questo lo sbocco ultimo e definitivo. Il traguardo finale è la vita nuova vittoriosa sulla morte, è la luce della risurrezione.
Nell’itinerario quaresimale noi cristiani siamo impegnati ogni giorno a seguire Cristo con fedeltà tenace, anche se sofferta. È il richiamo di Paolo a ciascuno di noi: “Soffri anche tu insieme con me per il Vangelo, aiutato dalla forza di Dio” (2Tm 1, 8-10: II lettura). La Trasfigurazione di Gesù ricorda, appunto, che questo cammino ci porta a gioire a Pasqua col Signore risorto, ma ci conduce pure immancabilmente alla nostra futura “trasfigurazione”. E’ un annuncio, quindi, del nostro vero destino, un rilancio di quella speranza senza complessi, che resiste a ogni sfida, anche a quella della morte. Una speranza che, specialmente nei cristiani più fervorosi, diventa quasi nostalgia, impazienza, desiderio struggente di essere come Lui e con Lui, il Signore “trasfigurato”, il Signore risorto.
Tale attesa, però, non può distogliere dal cammino concreto nella storia, non può distogliere dall’impegno di servizio all’uomo, che è la via percorsa da Gesù. Pietro, inebriato dalla gioia di questa esperienza, propone di restare lì sul monte. Vorrebbe “fissare” quel momento di beatitudine. Perché salire a Gerusalemme, dove un tragico destino attende Gesù? In realtà Pietro pensa solo a sé e ai due compagni, dimenticando gli altri, dimenticando soprattutto che la “trasfigurazione” sarà il traguardo di un cammino di dolore. L’estasi è, appunto, di breve durata e i discepoli si ritrovano col Gesù di tutti i giorni, in viaggio verso Gerusalemme. Allo stesso modo i cristiani non possono dimorare stabilmente su nessun “Tabor”. Il Signore ogni tanto può regalarci nelle forme più diverse momenti di particolare luce o gioia, che assomigliano sia pure lontanamente all’esperienza dei discepoli sul monte. Tuttavia il cammino ordinario è quello di una fede che va avanti, spesso con fatica, nella quotidianità, nella ferialità, in compagnia di un Gesù che non ci incanta col suo fascino.
Questa fede, che ha un modello stupendo in Abramo (I lettura), ci consente di riconoscere nel Gesù che ci parla nella Scrittura e nella Chiesa, nel Gesù che si nasconde nei fratelli ed è presente soprattutto nell’Eucaristia, il Gesù “trasfigurato”, il Signore risorto, che ci catturerebbe irresistibilmente se si mostrasse nella sua realtà visibile. Non lo fa’, perché è geloso della nostra libertà. Questa fede ci aiuta a riconoscere la voce del Padre, mentre avvolge i discepoli con la sua presenza (cfr. la “nube”): “Questi è il Figlio mio prediletto nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo.”. E’ il culmine di tutta la scena. Il Padre ripete la dichiarazione già fatta nel battesimo: “questo Gesù è mio Figlio, il mio unico tesoro, il mio tutto…”. Qui però all’indicativo si aggiunge l’imperativo: “Ascoltatelo”. Cioè accogliete la sua parola. Fate quello che vi dice. Accettate Gesù così com’è e non come vorreste voi: accettatelo cioè come il Messia sofferente, che arriva alla gloria attraverso il servizio ostinato agli uomini fino alla morte. Seguitelo sulla stessa strada. Le parole del Padre sono confermate anche dalla presenza di Mosè e di Elia, che rappresentano la Legge e i profeti, indicando che tutta la rivelazione dell’Antico Testamento trova il suo compimento in Gesù. E’ Lui l’unico Maestro degli uomini. Il racconto aggiunge pure che i discepoli, dopo aver udito la voce del Padre, vedono Gesù soltanto: non hanno bisogno di nessun altro. Hanno con loro Colui che porta la rivelazione definitiva di Dio.

La “Trasfigurazione” non è soltanto un avvenimento futuro che il credente aspetta nella speranza. Ma nella sua vita è già in corso una misteriosa “trasfigurazione” del suo essere, un rapporto di progressiva assimilazione a Cristo attraverso l’amore. Una “trasfigurazione” che in certi cristiani più maturi non di rado traspare anche all’esterno. Quando per esempio visito malati che mi accolgono col sorriso e accettano con serenità la loro sofferenza, quando trovo ragazzi e giovani che sanno andare controcorrente e si mantengono puri in un ambiente inquinato e inquinante; quando incontro persone di ogni età che sono capaci di perdonare; persone che hanno deciso di giocare la loro vita su Dio soltanto, rinunciando all’idolo del denaro, del successo, del potere, del sesso…in tutti questi casi penso a tale trasfigurazione in atto.
Noi cristiani abbiamo un debito nei confronti di chi non crede o è in ricerca: offrirgli momenti di manifestazione di Dio, di “trasfigurazione”. Ciò avviene quando il Vangelo di Gesù pervade la nostra vita e risplende attraverso i nostri gesti e le nostre parole (cfr. 2 Tm 1,10: II lettura). Soprattutto se pratichiamo il comandamento dell’amore scambievole: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli (scopriranno cioè che io sono tra voi), se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 35).

Lungo la nostra giornata quanti gesti forse scivolano via, vuoti d’amore, e ci lasciano insoddisfatti! Non potresti provare a “trasfigurare” ognuno dei tuoi gesti, a trasformarlo cioè in un gesto di attenzione agli altri, in un capolavoro d’amore? Comincia subito con le persone che ti stanno vicino e non ti scoraggiare.

Molte volte al giorno io posso raccogliermi in una pausa di silenzio oppure posso attivare la mia attenzione durante il lavoro, il gioco, e anche in mezzo alla confusione, per avvertire la voce del Padre che mi ripete: “Gesù è il mio Figlio, è tutto il mio amore, è tutta la mia gioia. Ascoltalo.“. Cioè accogli la sua Parola, mettila in pratica, accetta la sua guida, ubbidisci a Lui.

Il rapporto con la parola di Gesù, come anche la preghiera, ci “trasfigura” interiormente rendendoci sempre più simili a Lui, altri Lui.
Il custodire nel cuore, lungo la giornata, anche una sola delle parole di Gesù, che ci sono state donate nella celebrazione domenicale o che abbiamo colto leggendo il Vangelo, “trasfigura” a poco a poco il nostro modo di pensare e di agire e rende il nostro volto più luminoso, quasi trasparenza del volto di Gesù.

Quante volte lungo la giornata mi capita di leggere o ascoltare o lasciare risuonare nel mio cuore una parola del Vangelo e di impegnarmi subito a viverla?
Perché non comunicare anche con qualcuno della famiglia e con altri ciò che abbiamo potuto capire e vivere?

mons. Antonio Riboldi Vattene dal tuo paese

Quanta gente, di fronte al malessere che prova vivendo nel suo ambiente, stanca di. sopportare, dice: “Me ne vado dal mio paese”. E per arrivare a fare una simile affermazione deve essere grande l’amarezza ed il disgusto. E c’è gente, tantissima, che non riuscendo a sopravvivere nella propria nazione guarda ad altri “paesi” come il luogo dove finalmente trovare la possibilità di sopravvivere. Tranne poi a trovare tante delusioni. Giorni fa mi fece tanto dolore lo sfogo di un immigrato. Ha una sana famiglia con due figli. Si adatta a ogni lavoro sottopagato. E’ laureato. Sa molto bene alcune lingue. Ma per affrontare la vita si è talmente logorato nella volontà, in tutto, da sentirsi disarmato nel coraggio, al punto da dirmi tra le lacrime: “Ho lottato per anni e non ce la faccio più. Voglio tornare al mio paese, anche se là la vita è quasi impossibile. Almeno respirerò l’aria pulita della mia terra avara di mezzi”.
E c’è chi al contrario si è talmente saziato del nulla che offre il consumismo da non riuscire più a sopportare il peso di una vita senza senso: come quel giovane che prima di togliersi la vita scrisse a papà e mamma: “Grazie! Mi avete dato tutto, ma proprio tutto, tranne il senso vero della vita: per cui è meglio che me ne vada”.
Di fronte a questi disagi, la Parola di Dio oggi, seconda domenica di Quaresima, sembra proprio venire incontro a questi interrogativi di fondo. “Uscire da questa terra, ossia da questo mondo che non dà risposte alla vita vera, è un inconfessato desiderio di tanti, ma proprio tanti.
Cosa propone Dio? Noi sappiamo che le “sue vie”, “la sua terra”, non è quella che fa soffrire tanto gli uomini. E’ quel sentire “l’aria di casa” che Dio aveva cerato per i nostri progenitori e quindi per tutti noi, sue creature. L’aria del Cielo.
IL primo uomo che Dio incontra dopo l’esilio di Adamo ed Eva, è Abramo, il “padre di tutte le genti”. E che padre! La proposta che gli fa è precisa, secca: “Vattene dal tuo paese, dalla tua casa, dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione….Allora Abràm partì come gli aveva ordinato il Signore. (GeN.12,1-4)
E tutti sappiamo la stupenda storia di Abramo, l’amico di Dio, che lascia la sua terra e la sua casa per abitare la terra di Dio.
Deve essere stato davvero grande il fascino di Dio su Abramo, la sua illimitata fiducia – messa a dura prova tante volte – per accettare di “andarsene” dalla sua terra.
Gesù mostra agli Apostoli il bene che li aspetta, dopo che avevano anche loro accettato di “uscire dalla loro terra per seguirLo”. Offre loro la visione della trasfigurazione. “Sul monte fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elìa che conversavano con Lui. Pietro prese la parola e disse a Gesù: “Signore, è bello per noi stare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè ed una per Elìa”. E il Padre li conferma: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. AscoltateLo” (Mt.17,1-9)
Scomparsa la visione Gesù li riporta alla realtà dura che li attendeva nel seguirLo per la sua via che era davvero uscire da questa terra ed entrare nel Suo Regno. Qui. “andarsene dalla propria terra, è davvero uscire dalla mentalità della terra che viviamo ed entrare nella vita di Dio”.
Non è quel “me ne voglio andare perché sono nauseato”. E’ una scelta di vita, di “terra”. E’ la scelta che tantissimi fratelli e sorelle fanno quando lasciano il mondo e vivono il mondo di Dio. Sono tanti e sono felici. Incontrai, ricordo, una ragazza giovane e bella in un convegno dove parlavo della gioia di “uscire dal mondo per seguire Cristo”. Mi confesso la sua commozione. La rividi dopo due anni, senza saperlo, in un monastero. Quando le chiesi se non c’era nulla che rimpiangeva del mondo lasciato fuori le mura, ripose: Ma c’è davvero qualcosa là fuori che valga la pena di amare e vivere?”.
E’ la stessa cosa che un giorno mia mamma, di fronte alle mie difficoltà, mi disse perentoriamente: “Antonio, tu, và e non fermarti mai!”.
Quanto Dio propose ad Abramo e Gesù a noi, oggi interpella. Ma, ripeto, per avere il coraggio di “uscire da questa terra”, bisogna saper scoprire la bellezza del volto di Dio. E si può se si vive una vita davvero spirituale.