II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B) 4 Marzo 2012

Dom 04 Mar 2012
II DOM. DI QUARESIMA – B
Domínica secunda in Quadragésima

MissF.O.  MissF.E.  Letture
Lodi  Media  Vespri  Compieta

Sab 03 Mar 2012 – Feria

MissF.O.  Letture  Lodi
Media  Vespri  Compieta


Grado della Celebrazione: DOMENICA
Colore liturgico: Viola

Ascolta il Vangelo > http://www.lachiesa.it/niftyplayer.swf?file=http://www.lachiesa.it/liturgia/allegati/mp3/BQ020.mp3

La trasfigurazione occupava un posto importante nella vita e nell’insegnamento della Chiesa primitiva. Ne sono testimonianze le narrazioni dettagliate dei Vangeli e il riferimento presente nella seconda lettera di Pietro (2Pt 1,16-18).
Per i tre apostoli il velo era caduto: essi stessi avevano visto ed udito. Proprio questi tre apostoli sarebbero stati, più tardi, al Getsemani, testimoni della sofferenza di nostro Signore.
L’Incarnazione è al centro della dottrina cristiana. Possono esserci molti modi di rispondere a Gesù, ma per la Chiesa uno solo è accettabile. Gesù è il Figlio Unigenito del Padre, Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero. La vita cristiana è una contemplazione continua di Gesù Cristo. Nessuna saggezza umana, nessun sapere possono penetrare il mistero della rivelazione. Solo nella preghiera possiamo tendere a Cristo e cominciare a conoscerlo.
“È bello per noi stare qui”, esclama Pietro, il quale “non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento”. La fede pone a tacere la paura, soprattutto la paura di aprire la nostra vita a Cristo, senza condizioni. Tale paura, che nasce spesso dall’eccessivo attaccamento ai beni temporali e dall’ambizione, può impedirci di sentire la voce di Cristo che ci è trasmessa nella Chiesa.

Antifona d’ingresso
Di te dice il mio cuore: “Cercate il suo volto”.
Il tuo volto io cerco, o Signore.
Non nascondermi il tuo volto. (Sal 27,8-9)

Oppure:
Ricorda, Signore, il tuo amore e la tua bontà,
le tue misericordie che sono da sempre.
Non trionfino su di noi i nostri nemici;
libera il tuo popolo, Signore,
da tutte le sue angosce. (Sal 25,6.3.22)

Colletta
O Padre, che ci chiami
ad ascoltare il tuo amato Figlio,
nutri la nostra fede con la tua parola
e purifica gli occhi del nostro spirito,
perché possiamo godere la visione della tua gloria.
Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Prima lettura   Gen 22,1-2.9.10-13.15-18

Il sacrificio del nostro padre Abramo.

Dal libro della Gènesi

In quei giorni, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò».
Così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». L’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito».
Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete, impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio.
L’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce». Parola di Dio

Salmo responsoriale   Sal 115

Camminerò alla presenza del Signore nella terra dei viventi.

Ho creduto anche quando dicevo:
«Sono troppo infelice».
Agli occhi del Signore è preziosa
la morte dei suoi fedeli.

Ti prego, Signore, perché sono tuo servo;
io sono tuo servo, figlio della tua schiava:
tu hai spezzato le mie catene.
A te offrirò un sacrificio di ringraziamento
e invocherò il nome del Signore.

Adempirò i miei voti al Signore
davanti a tutto il suo popolo,
negli atri della casa del Signore,
in mezzo a te, Gerusalemme.

Seconda lettura   Rm 8,31-34

Dio non ha risparmiato il proprio Figlio.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?
Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi! Parola di Dio

Canto al Vangelo (Mc 9,7)
Lode e onore a te, Signore Gesù!
Dalla nube luminosa, si udì la voce del Padre:
«Questi è il mio Figlio, l’amato: ascoltatelo!».
Lode e onore a te, Signore Gesù!

Vangelo   Mc 9,2-10

Questi è il Figlio mio, l’amato.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.
Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti. Parola del Signore

Preghiera dei fedeli
Padre buono, nella Trasfigurazione del tuo Figlio hai concesso a Pietro, Giacomo e Giovanni di partecipare all’anticipazione della gloria del Risorto. Tu ci doni sempre segni d’amore a sostegno della nostra fede. Perciò ti rivolgiamo le nostre suppliche.
Insieme preghiamo: Signore, mostraci il tuo volto.

1. Hai chiesto ad Abramo di affidarsi alla tua Parola. Guida la Chiesa a liberarsi da quei legami che la rendono meno pronta alla ricerca della tua volontà, preghiamo.
2. Hai proposto ad Abramo l’oscuro cammino della fede, passando per il sacrificio di Isacco. Fa’ che i credenti di ogni religione siano capaci di superare chiusure e incomprensioni, per offrire all’unico Dio il sacrificio della lode, preghiamo.
3. Sul Tabor rivelasti ai discepoli il volto glorioso del tuo Figlio. Non permettere che le nostre comunità intristiscano, incapaci di leggere i segni dei tempi che anche oggi ci offri, per sostenerci nella fiducia e nella speranza, preghiamo.
4. I discepoli videro la gloria della risurrezione. Fa’ che le nostre celebrazioni domenicali diventino reale incontro con il Risorto, per essere segno trasparente della sua presenza nel mondo, preghiamo.

Ascolta, Signore, la nostra preghiera. Tu che conosci il nostro cuore, non farci mancare il tuo sostegno nella nostra storia e accompagnaci all’incontro glorioso con il tuo Figlio Gesù. Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

Preghiera sulle offerte
Questa offerta, Signore misericordioso,
ci ottenga il perdono dei nostri peccati
e ci santifichi nel corpo e nello spirito,
perché possiamo celebrare degnamente
le feste pasquali.
Per Cristo nostro Signore.

PREFAZIO
La trasfigurazione annunzio della beata passione.

È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre e in ogni luogo
a te, Signore, Padre santo,
Dio onnipotente ed eterno,
per Cristo nostro Signore.
Egli, dopo aver dato ai discepoli
l’annunzio della sua morte,
sul santo monte manifestò la sua gloria
e chiamando a testimoni la legge e i profeti
indicò agli apostoli
che solo attraverso la passione
possiamo giungere al trionfo della risurrezione.
E noi, uniti agli angeli del cielo,
acclamiamo senza fine la tua santità,
cantando l’inno di lode: Santo…

Antifona di comunione
“Questi è il mio Figlio prediletto;
nel quale mi sono compiaciuto.
Ascoltatelo”. (Mt 17,5; Mc 9,7; Lc 9,35)

Preghiera dopo la comunione

Per la partecipazione ai tuoi gloriosi misteri
ti rendiamo fervide grazie, Signore,
perché a noi ancora pellegrini sulla terra
fai pregustare i beni del cielo.
Per Cristo nostro Signore.

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20120304.shtml

mons. Antonio Riboldi     (Omelia del 04-03-2012)

La Trasfigurazione di Gesù sul monte

Può sembrare, nel tempo quaresimale, un non senso quello che racconta il Vangelo oggi, nella trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor. Eppure è proprio in Quaresima che dovrebbe essere tempo di penitenza, per essere degni di capire e giungere alla pienezza della gioia, che è la Pasqua di Resurrezione, che occorrono le ‘certezze’ che i sacrifici che facciamo, per la nostra conversione, non sono scelte inutili, ma portano alla gloria. Mi ha impressionato, un giorno, visitando gli ammalati in ospedale, il viso di una persona. Il suo male era di quelli che non perdonano. Ma ciò che colpiva era la serenità, come una trasfigurazione nel dolore… quasi a volerci insegnare che vi è ‘una sofferenza’ che matura e, in più, ci rende davvero figli, degni del premio eterno.
Gesù sapeva che sarebbe venuto il giorno in cui i suoi apostoli si sarebbero ‘scandalizzati’ della Sua apparente rassegnazione alla sofferenza nella Sua Passione. Non sapevano che era la preziosa scelta consapevole e necessaria per giungere al grande evento della Sua e nostra Resurrezione.
Ed è qui il senso che dobbiamo dare al dolore. Così racconta il Vangelo di Marco:
“Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò su un monte alto, in un luogo appartato, soli. Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elìa con Mosé e discorrevano con Gesù. prendendo la parola Pietro disse a Gesù: ‘Maestro, come è bello stare qui; facciamo tre tende, una per Te, una per Mosé e una per Elìa!’. Non sapeva infatti cosa dire, perché erano stati presi dallo spavento. Poi si formò una nube che li avvolse nell’ombra e uscì una voce dalla nube: ‘Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo!’. E subito, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti. Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire ‘resuscitare dai morti’. (Mc. 9, 1-9)
Facciamoci accompagnare per mano, dal nostro caro Paolo VI, nella meditazione e contemplazione di questa straordinaria pagina di Vangelo.
“Figli del nostro tempo, con i suoi ausili di progresso visivo e tecnico, possiamo quasi ricostruire, davanti a noi, l’impressionante scena. Il Vangelo è sobrio; ma, soffermandoci sulle circostanze, notiamo subito che si tratta di un avvenimento pieno di interesse e di stupore…
Gesù chiama in disparte i tre discepoli preferiti: Pietro, Giacomo e Giovanni, e con loro sale su di un alto monte…. Andarono, dunque, per rimanere soli e pregare. Giunti sulla vetta… Gesù pregava ciò egli soleva fare durante le ore di riposo e a lungo – sempre dimostrando di quale personale vita interiore vibrasse il suo divin cuore. Ad un certo momento i tre si svegliano; levano gli occhi e vedono Gesù straordinariamente luminoso come se un fuoco di portento si fosse acceso nella sua Persona… Lo sguardo dei veggenti si fissa attonito, estatico.
Gesù così trasfigurato domina sul monte; ed ecco che ai suoi lati si delineano due figure che intraprendono con il Maestro una misteriosa conversazione…. Mosé ed Elia: l’Antico Testamento che converge intorno a Gesù, il Salvatore del mondo!
Pietro – come in altre circostanze il più entusiasta ed esuberante – prorompe in un grido: come è bello rimanere qui, per sempre!…. Ed ecco che l’intero panorama è avvolto da una nube, pur essa candida. Non è nebbia opaca, ma nimbo di gloria che accresce e pone in risalto la visione. Si avverte una presenza ancora più impressionante: infatti una voce profonda, in cui Palpita tutto il cielo, esclama: Questi è il Figlio mio diletto, ascoltatelo.
I discepoli, a sentire che l’intero creato esalta quella voce tonante e dolce insieme, si prostrano per terra e nascondono la faccia senza osare più nemmeno soffermare gli occhi sulla visione. Ad un tratto si sentono toccare: è Gesù, solo, tornato al suo consueto aspetto di sempre. Forse stava albeggiando. La voce del Maestro ordina: Scendiamo, ormai, e nulla direte di quanto avete visto, fino al giorno in cui il Figlio dell’uomo – l’espressione usata da Gesù per indicare se stesso – non sarà risuscitato dai morti. Parole allora incomprensibili per i tre discepoli: i quali, però, giammai avrebbero dimenticato quel prodigio. San Pietro, molto più tardi, forse trent’anni dopo, lo rievoca quale uno «degli spettacoli della grandezza di lui>, in quella sua seconda lettera, che sembra proprio scritta da Roma. Ed aggiunge: «Egli [Gesù] infatti ricevette onore e gloria da Dio Padre, essendo discesa a lui dalla maestosa gloria quella voce: Questi è il mio Figliolo diletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo. E questa voce procedente dal cielo noi la udimmo mentre eravamo con lui sul monte santo>. La testimonianza per Gesù, in questo racconto, rimase quasi un testamento e un saluto dell’apostolo dalla comunità romana.
Ci domandiamo: perché la Chiesa ripropone, nella liturgia, un quadro così sfavillante della gloria del Signore? Occorre spiegare in che modo quell’evento si innesta nella storia evangelica.
Gesù intende dare un saggio di ciò che egli è; vuole impressionare i suoi discepoli perché poco prima ha parlato della sua Passione e ne riparlerà anche in seguito. Sono gli ultimi giorni della sua missione in Galilea. Gesù sta per trasferirsi nella Giudea, ove accadrà il grande dramma della fine del Vangelo, della vita temporale del Signore. Gesù sarà crocifisso. E perché i discepoli, questi tre specialmente, non siano scandalizzati, stupiti, anzi esterrefatti dalla fine tristissima del Maestro, ma conservino la fede, Gesù decide di imprimere nelle loro anime la meraviglia testé rievocata.
Ora la Chiesa la ripresenta anche a noi, come per dire: vedrete il Redentore crocifisso, avrete indicibile sgomento per il suo sangue sparso, per la sua sofferenza, nel contemplarlo come schiacciato dai suoi nemici; e affinché non vi scandalizziate, e non abbiate a tradirlo o a lasciarlo, in quell’ora grande e amara, considerate ora, chi egli è e quanto può.
In altri termini: questa scena del Vangelo pone dinanzi a noi una questione di grandissima attualità, si direbbe fatta sulla misura delle nostre condizioni spirituali. La domanda è la medesima rivolta da Gesù, sei giorni prima dell’evento sul Tabor, agli apostoli: Chi dite che sia il Figlio dell’uomo? La stessa richiesta ripetiamola anche a noi.
Ecco che il Vangelo diventa incalzante e urgente sulle nostre anime: chi pensiamo che sia Gesù? Chi è Gesù in se stesso? La mente corre al catechismo. Sì, ricordiamo che Gesù è il Figlio di Dio fatto uomo. Ma sappiamo noi bene che cosa ciò vuol significare?
E inoltre: se Gesù è Dio fatto uomo, la meraviglia delle meraviglie, chi egli è per me? Che rapporto c’è tra me e lui? Devo occuparmi di lui? Lo incontro nel cammino della mia vita? È legato al mio destino? Non basta.
Se io domandessi appunto agli uomini del tempo nostro: chi ritenete che sia Cristo Gesù? Come lo pensate? Ditemi: chi è il Signore? Chi è questo Gesù che noi andiamo predicando da tanti secoli e che riteniamo sia ancora più necessario della nostra stessa vita annunciarlo alle anime? Chi è Gesù? Alla domanda alcuni, molti, non rispondono, non sanno che dire .. Esiste come una nube – e questa sì, è opaca e pesante – di ignoranza che preme su tanti intelletti. Si ha una cognizione vaga del Cristo, non lo si conosce bene: si cerca, anzi, di respingerlo. Al punto che all’offerta del Signore di voler essere, per tutti, guida e maestro, si risponde di non averne bisogno, e si preferisce tenerlo lontano. Quante volte gli uomini respingono Gesù e non lo vogliono sui loro passi, lo temono più che identificarlo ed amarlo. Non vogliono che il Signore regni su di loro; cercano in ogni modo di allontanarlo. C’è persino chi urla contro Cristo: Via! E’ il grido blasfemo – alla croce! Lo vogliono come annullare e togliere dalla faccia della civiltà moderna; non c’è posto per Iddio, né per la religione; si affannano a cancellare il suo nome e la sua presenza.
Tale è il contenuto di tutto questo laicismo sfrenato che, talvolta, incalza fino alle porte delle nostre chiese e che in tanti Paesi, ancor oggi, infierisce. Non si vuole più l’immagine di Cristo.
Ma il triste fenomeno è degli altri. Noi che abbiamo questo grandissimo e dolcissimo nome da ripetere a noi stessi; noi che siamo fedeli; noi che crediamo in Cristo; noi sappiamo bene chi è? Sapremo dirgli una parola diretta ed esatta; chiamarlo veramente per nome; chiamarlo Maestro, Pastore; invocarlo quale luce dell’anima e ripetergli: tu sei il Salvatore? Sentire, cioè, che egli è necessario, e noi non possiamo fare a meno di lui; è la nostra fortuna, la nostra gioia e felicità, promessa e speranza; la nostra via, verità e vita? Riusciremo a dirlo bene, e completamente?
Ecco il senso del racconto evangelico. Bisogna che gli occhi della nostra anima siano rischiarati, abbagliati da tanta luce e che la nostra anima prorompa nella esclamazione di Pietro: Come è bello stare davanti a te, o Signore, e conoscerti! Gesù ha due aspetti: quello ordinario, che il Vangelo presenta e la gente del tempo vedeva: un uomo vero. Ma, pur a guardarlo sotto questo aspetto umano, c’è qualche cosa, in lui, di singolare, unico, caratteristico, dolce, misterioso, al punto che -come riferisce il Vangelo – coloro che hanno visto Gesù hanno dovuto confessare: nessuno è come lui; nessuno si è espresso mai nella sua maniera. E cioè, anche naturalmente parlando – ed è la testimonianza data da coloro stessi che hanno studiato Gesù cercando di negare ciò che egli è: il Figlio di Dio fatto uomo – tutti devono ammettere: è unico, non c’e alcuno, nella storia di questa nostra umanità, che possa veramente paragonarsi a lui per candore, purità, sapienza, carità, grandezza d’animo, eroismo, per capacità di arrivare ai cuori, per potenza sulle cose.
Ora quanto io vedo con gli occhi, mi dà la definizione completa del Signore?
I tre apostoli sono rimasti a fissare la visione ed hanno notato la trasparenza: nella persona di Gesù c’è un’altra vita, c’è un’altra natura oltre quella umana: la natura divina.
Gesù è un tabernacolo in moto: è l’uomo che porta dentro di sé l’ampiezza del cielo; è il Figlio di Dio fatto uomo, è il miracolo che passa sui sentieri della nostra terra.
Gesù è davvero l’unico, il buono, il santo. Se lo avessimo ad incontrare anche noi, se fossimo noi così privilegiati come Pietro, Giacomo e Giovanni!
Orbene, questa fortuna l’avremo. Non sarà sensibile come nella trasfigurazione luminosa, che ha colpito la vista e la mente degli apostoli, ma la sua realtà sarà largita anche a noi.
Occorre saper trasfigurare, mercè lo sguardo della fede, i segni con cui il Signore si presenta a noi; non per alimentare la nostra fantasia profilandoci un mito, un fantasma, un’immaginazione. No, ma per completare la realtà, il mistero, ciò che veramente è.
Ripetiamo, con le parole di Pietro, che Gesù è il Figlio di Dio fatto uomo e lasciamo che tali parole si scolpiscono nelle nostre anime, credendo alla realtà ch’esse intendono trasfondere in noi e tutti sappiano che non si tratta d’un uomo che passa e si spegne: non di cosa esteriore, che poco interessa. Senta ognuno e ripeta: è la mia vita, è il mio destino, è la mia definizione, giacché anch’io sono cristiano, anch’io sono figlio di Dio La rivelazione di Gesù svela a me stesso ciò che io sono.
È qui l’inizio della beatitudine, il destino soprannaturale, già ora inaugurato e attivo nel nostro essere. Accresciamo nei nostri cuori la fede in Gesù Cristo, meditando chi veramente egli è; e pensiamo che il suo volto splendente è il sole per le nostre anime. Dobbiamo sempre sentirci illuminati da lui, luce del mondo, nostra salvezza. (marzo 1965)
Non resta che farsi riempire della gioia di Pietro, Giacomo e Giovanni, nei giorni immancabili in cui la vita è più vicina alla ‘passioné che alla ‘trasfigurazioné, sapendo che il Padre permette dubbio e sofferenza, ma ci pone al fianco Suo Figlio, per sostenerci e confermarci nella via alla trasfigurazione in Cielo.

mons. Antonio Riboldi     (Omelia del 08-03-2009)

Gesù prepara i Suoi alla Sua passione

Come è davvero prezioso questo tempo di austerità, che invita tutti noi a smettere i panni di una dannosa ricerca di felicità nel benessere, che alla fine si rivela un baratro di sofferenze, per ritrovare nella preghiera, nell’ascolto di Dio, in una vita morigerata, chi siamo e cosa ci attende, guardando all’eternità.
Sappiamo – ed è esperienza quotidiana – che ogni giorno o ogni periodo ci mostra la fragilità della nostra esistenza, quando invece desidereremmo quella stabilità che è difficile sulla terra, almeno per quanto riguarda la serenità del cuore.
I passi di Dio, lenti se vogliamo, ma sicuri, che fanno strada alla nostra vita, a volte ci sembrano difficili e oscuri, ma vanno per il verso giusto, perché sono passi di Dio, sempre che li consideriamo così, ma non saprei come pensarli diversamente.
Il Padre, d’altra parte, vuole instaurare con noi un rapporto libero e questa nostra esistenza di creature è il luogo in cui è posta alla prova la nostra libertà e fedeltà, come è ben narrato nella lettura su Abramo, di oggi:
?In quei giorni, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: Abramo, Abramo. Rispose: Eccomi. Riprese: Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moira e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò. Abramo si mise in viaggio.
Essi arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato: qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna. Poi stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’Angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: Abramo, Abramo!. Rispose: Eccomi. L’Angelo disse: Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio. Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio. Poi l’Angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: Giuro per me stesso, oracolo del Signore, poiché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio, io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e la sabbia che è sul lido del mare: la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché hai obbedito alla mia voce? (Gen 22, 1-18).
Si resta stupiti di fronte a questo racconto: Dio che mette alla prova la fedeltà di Abramo, chiedendo il sacrificio di ‘suo figlio, il suo unico figlio’. Abramo si trova così a dover fare la scelta tra Dio, in cui certamente aveva posto la sua fiducia, e la vita di suo figlio, donatogli da Dio in tarda età e l’unico in cui, da padre, certamente aveva riposto tutto il suo affetto.
A chi affidarsi? Leggiamo nel brano che Abramo, interpellato da Dio per ben due volte, rispose con una sola parola: ?Eccomi?, che equivale alla totale obbedienza.
Pur non comprendendo razionalmente la richiesta, con il cuore lacerato, ma sostenuto dal coraggio della fede, dà la preferenza a Dio.
Quante volte nella vita siamo messi nella stessa situazione attraverso il dolore – conseguenza del nostro essere creature – ‘permesso’ dal Padre, che attende la nostra fiducia totale, il nostro: ?Eccomi!?.
Conosciamo tutti la difficoltà nel dare questa risposta. Più facile obiettare: chiedersi le ragioni, a cui non sappiamo mai dare una risposta. E alcune volte ci scagliamo contro Dio, insensatamente, dimenticando che il dolore è conseguenza del nostro peccato, mai è stato voluto dal Padre, anzi, ha mandato il Suo stesso Figlio per liberarci, anche dalla morte! Ma noi non capiamo e resistiamo.
Non mi riferisco a quelle sofferenze ‘superficialì, che a volte ci procuriamo noi stessi con la nostra leggerezza. Penso alle autentiche ‘prove della vità, cui siamo chiamati a dare una risposta. I Santi sapevano sempre dire un pronto e a volte entusiastico ‘Sì’, leggendo la loro storia alla luce di un Dio Amore, che non si permetterebbe mai di farci soffrire, semmai ‘permette’ che accada, solo se è per il nostro bene, mai lasciandoci soli, se noi lo vogliamo.
Ripenso alla storia del mio caro Fondatore, Antonio Rosmini, uomo e religioso di autentica grandezza.
Godeva della stima e dell’amicizia dei Pontefici del suo tempo, tempi politicamente difficili. Sembrava incrollabile la stima che si aveva verso di lui. Ma venne il giorno della prova, quando, non solo fu abbandonato da tutti, ma vide le sue grandi opere – come le ‘Cinque piaghe della Chiesa’ ? ?oscurate? da alcuni brani messi addirittura all’Indice. Gli fu imposto il silenzio.
E lui si ritirò a Stresa, nell’istituto da lui fondato, continuando a scrivere, fedele al silenzio. Era come sentirsi ‘sepolto’ dalla storia.
Non così la sua fede, che rimase intatta, tanto che al grande Manzoni, amico fedelissimo, che gli chiedeva, in punto di morte, come avrebbe potuto stare senza di lui, dettò la legge della sua serenità: ?ADORARE, TACERE, GODERE?. Ci vollero tanti anni perché si svelasse il piano dì Dio. Oggi è beato: da sepolto a risorto, anche davanti agli uomini.
O ripenso a quando parroco di Santa Ninfa’, nel Belice, dopo 10 anni di dura fatica pastorale, nel 1967, insieme al mio vescovo, celebravamo la gioia di una comunità risorta, meravigliosa: un vero miracolo, dopo anni di fatiche e sofferenza. Non passarono neanche due mesi da quel giorno e il 16 gennaio ’68, il tremendo terremoto mandò in briciole tutto: la stupenda chiesa che avevamo appena ristrutturata e, in qualche modo, mise allo sbando la stessa comunità, che avevamo allevato con la Grazia di Dio. Ricordo come quella terribile notte, uscendo illeso dalla casa canonica, l’unica rimasta in piedi perché fabbricata con sistemi antisismici, corsi in piazza, totalmente distrutta, a vedere cosa era successo alla Chiesa Madre: sbriciolata. Mi chiesi: ‘Perché?’ e rivolto al cielo dicevo: ‘Signore, fammi capire come ci ami’. Mentre parlavo con Dio venne un mio giovane a chiedere aiuto per la famiglia, rimasta sotto le macerie. Mi risvegliai subito e fu il mio ‘eccomi, Signore’, iniziando la fatica di ricostruire speranza e comunità.
Ma penso, e sono certo, che tutti, anche voi che mi leggete, abbiate vissuto, o forse vivete il dramma di Abramo. Lui non fece domande, disse solo: ?Eccomi?.
La sua era una profonda e sicura fede, che difficilmente possediamo, ma dobbiamo sapere che, nella prova, Dio e vicino e attende solo il nostro ?sì?.
Gesù sapeva che anche i Suoi apostoli, che aveva scelto, formato alla Sua sequela e con i quali aveva tessuto un’amicizia e fiducia senza limiti, per essere poi capaci di donarla alla Chiesa, erano fragili. Da qui l’episodio della Trasfigurazione, come a dire: ?Nella prova, sappiate Chi sono!?. Narra il Vangelo di Marco:
?Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò su un monte alto, in un luogo appartato, soli. Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elìa con Mosè e discorrevano con Gesù. prendendo la parola Pietro disse a Gesù: Maestro, come è bello stare qui; facciamo tre tende, una per Te, una per Mosè e una per Elia! Non sapeva infatti cosa dire, perché erano stati presi dallo spavento. Poi si formò una nube che li avvolse nell’ombra e uscì una voce dalla nube: Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo! E subito, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro. mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti. Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire resuscitare dai morti? (Mc 9, 1-9).
Sappiamo tutti quello che avvenne dopo la cattura di Gesù – gli evangelisti non hanno fatto ?censure?! – la fuga degli apostoli, il tradimento di Pietro. Davanti alla prova la debolezza degli Apostoli ebbe il sopravvento. Ma il terzo giorno, la resurrezione di Gesù fu la conferma della trasfigurazione.
Commentava il nostro grande Paolo VI:
?Alla luce della croce, il dolore (e possiamo intendere ogni miseria, ogni infermità, ogni debolezza, ogni condizione di vita che sia deficiente e bisognosa di rimedio) appare stranamente assimilabile alla passione di Cristo, quasi chiamato ad integrarsi con quella, quasi una condizione di ‘favore’ rispetto alla redenzione operata dalla Croce del Signore. Il dolore diventa sacro. Una volta la sofferenza appariva pura disgrazia, pura inferiorità, più degna di disprezzo e di ripugnanza che meritevole di compassione, di comprensione, di amore. Chi ha dato al dolore dell’uomo, il suo carattere sovrumano, oggetto di rispetto, di cura e di affetto, è Cristo paziente, nostro fratello di ogni povero, di ogni sofferente. Vi è di più. Cristo non mostra soltanto la dignità del dolore. Cristo lancia una vocazione al dolore. Bisogna ripensare al prodigio della Trasfigurazione; bisogna accogliere il monito che riempie il cielo di Cristo e ci invita ad ascoltarLo. Fu un’ora unica e prodigiosa quella che i discepoli fedeli trascorsero quella notte sul Tabor, ma sarà un’ora continuata e consueta per noi se sapremo tenere fisso lo sguardo sul viso dei Cristo e della Chiesa per scorgere la faccia nascosta, la faccia vera, la faccia interiore del Signore e del Suo Corpo mistico e la nostra meraviglia, la nostra letizia non avranno più misura né smentita. Scoprire il volto trasfigurato di Cristo per sentire che Egli è ancora e proprio per noi la nostra luce. Quella che rischiara ogni scena umana, ogni dolore e le dà colore e risalto, merito e destino, speranza e felicità? (21. 02. 1964).
Vorrei oggi farmi vicino a quanti dei miei amici sono nella prova o nella sofferenza, che sono il drammatico e pericoloso buio dell’anima, ma sono anche la prova dell’Eccomi!, che diciamo al Padre, che ci ama.
Ci dia tanta fede, come quella di Abramo, che non fece discussioni, ma rispose, nascondendo il suo atroce dolore, in un meraviglioso ‘Eccomi’.
Ci dia la forza di dire con il beato Rosmini: ‘Adorare, tacere, godere’, pur con le lacrime nel cuore. Fuori di questa ?trasfigurazione? del dolore, c’è solo la disperazione che fa sprofondare ogni amore alla vita e a Dio.
Con madre Teresa di Calcutta preghiamo:
O Gesù, Tu che conosci la sofferenza,
concedimi che oggi e in ogni giorno
io possa vederti sotto le spoglie dei Tuoi malati o sofferenti
e offrendo loro la mia attenzione possa servirTi.
Caro malato o comunque tu che sei nella sofferenza,
mi sei ancora più caro perché rappresenti il Cristo.
Dammi, Signore, questa visione di fede e che l’amore non manchi mai.

mons. Roberto Brunelli     (Omelia del 04-03-2012)

Se Dio è per noi chi sarà contro di noi?

Seconda domenica di quaresima: come ogni anno, la liturgia propone il passo della trasfigurazione di Gesù; quest’anno, nel racconto dell’evangelista Marco (9,2-10), comprendente una delle sue pittoresche annotazioni che rendono il suo scritto così vivace. Gesù prende con sé gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, li conduce in disparte su un monte, e davanti a loro si trasfigura, cioè cambia aspetto; le sue vesti diventano splendenti: tanto che, annota Marco, “nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche”.
A parte il peregrino confronto, l’episodio si arricchisce di altri momenti che lo rendono denso di significati. Tra gli altri è di grande rilievo il riconoscimento e il richiamo della voce che si ode: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!” Conviene poi puntare l’attenzione sulla frase conclusiva: “Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti”. Gesù dunque si trasfigura, mostrando ai tre la propria immortale divinità; poi preannuncia la propria morte e risurrezione: insomma la Pasqua. E’ il mistero in cui si intrecciano la sua umanità e la sua divinità, il mistero di un dono giunto sino a dare la vita per riscattare l’uomo, tutti gli uomini, e consentire loro di giungere a Dio, a quel Dio che riconosce Gesù come Figlio e che lo stesso Gesù ha poi insegnato essere, e invocare, come il Padre nostro che sta nei cieli.
Un padre e il suo unico figlio sono i protagonisti anche della prima lettura (Genesi 22,1-18). Siamo alle origini del popolo d’Israele: al capostipite, Abramo, Dio ha promesso una numerosa discendenza, pur se è ormai vecchio e senza figli. Pare realizzarla, quando gliene concede uno, Isacco, sola via perché la promessa si compia; perciò si può capire quale sia lo smarrimento di Abramo, quando Dio gli chiede di offrirglielo in sacrificio. Smarrimento, non per la richiesta di mettere a morte il ragazzo: l’offerta anche dei propri figli alle divinità rientrava nei costumi dell’epoca; per quanto dolorosa potesse essere la richiesta, Abramo avrà pensato che il suo Dio non fosse diverso da quello degli altri popoli. Ma proprio non ne capiva la logica: quale discendenza avrebbe avuto, mettendo a morte quell’unico figlio? Tuttavia la richiesta era inequivocabile, ed egli obbedì. Prese il ragazzo, lo portò su un monte, eresse un altare, prese il coltello e stava per colpire quando Dio lo fermò: “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito. Perché hai fatto questo, io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare”.
La discendenza di Abramo è davvero numerosa: come loro capostipite lo riconoscono non solo gli ebrei ma anche i musulmani (i quali lo chiamano “l’Amico di Dio”) e sul piano spirituale anche i cristiani (la liturgia cattolica lo chiama “padre nella fede”). Ma la terribile prova cui egli fu sottoposto aiuta a capire il sacrificio di Gesù: il Padre suo ha risparmiato il figlio di Abramo, ma non ha risparmiato il proprio!
Il mistero è tanto profondo da rendere inadeguato ogni commento. Lo fa per noi l’apostolo Paolo, nella seconda lettura di oggi (Romani 8,31-34): “Fratelli, se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?” Ogni cosa: e conoscendo l’apostolo di certo egli non intendeva cose come la salute, i soldi, il successo e quant’altro può desiderare un uomo abituato a camminare terra-terra. Dio, in virtù della Pasqua del suo Figlio, dona agli uomini ogni cosa che vale davvero, perché non si esaurisce nel breve volgere della vita terrena.

http://www.avvenire.it/Rubriche/Pagine/Il%20Vangelo/Finestre%20di%20cielo%20aperte%20sul%20Regno_20120301.aspx?Rubrica=Il%20Vangelo

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Domenica 4 Marzo 2012
SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA   versione testuale
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Il programma di cultura e attualità religiosa è curato e condotto dall’insigne biblista il cardinale Gianfranco Ravasi e dalla giornalista Maria Cecilia Sangiorgi.
Con “Le Frontiere dello Spirito”, per la prima volta una televisione ha affrontato la lettura integrale dei testi sacri.
Ogni domenica, infatti, monsignor Gianfranco Ravasi, dalla Chiesa di Santa Croce in Gerusalemme, accanto a San Giovanni in Laterano a Roma, approfondisce due scritture sacre: la prima è un testo sacro letto da due giovani attori del Piccolo Teatro di Milano, la seconda una poesia di padre Turoldo letta dall’attrice Pia Lanciotti.
Nel corso degli anni, la lettura è stata affidata anche ad attori prestigiosi come Giorgio Albertazzi, Mariangela Melato, Ottavia Piccolo, Pamela Villoresi, Chiara Muti, Gerard Depardieu e molti altri.
Questo approfondimento verrà inoltre pubblicato sul settimanale Famiglia Cristiana.
Nella seconda parte del programma, curata dalla giornalista Maria Cecilia Sangiorgi, vengono affrontati, invece, argomenti di stretta attualità attraverso reportage, testimonianze e storie di vita.
Un vero e proprio itinerario di scoperta e di conoscenza della dimensione religiosa ed ecclesiale nelle sue varie espressioni – istituzionali, comunitarie, personali – sempre improntato al dialogo con le altre religioni, alla cultura moderna e con uno sforzo costante da parte dei curatori della trasmissione: quello di calare la parola del Signore nella quotidianità.
Il produttore esecutivo della trasmissione è Tiziana Colombo e la regia è affidata a Vittorio Riva.

Le frontiere dello Spirito – Puntata del 4 marzo 

1 marzo Non indurci in tentazione  di Gianfranco Ravasi

04/03/2012 SANTO DEL GIORNO San Casimiro

Le Ragioni della Speranza  Padre Ermes Ronchi , ne Le Ragioni della Speranza, commenta il Vangelo della domenica Andato in onda: 03/03/2012  su Rai 1 ore 17:10 Vai all’archivio di A Sua Immagine

La Liturgia di oggi

II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B)
(Viola)
I Lettura Gen 22,1-2.9.10-13.15-18
Il sacrificio del nostro padre Abramo.
Salmo (Sal 115)
Camminerò alla presenza del Signore nella terra dei viventi.
II Lettura Rm 8,31-34
Dio non ha risparmiato il proprio Figlio.
Vangelo Mc 9,2-10
Questi è il Figlio mio, l’amato.

04 marzo 2012
Il Santo del giorno

San Casimiro Principe polacco
i santi di oggi …

I Santi di oggi

San CasimiroPrincipe polacco –Memoria Facoltativa
San Pietro I (Pappacarbone)Abate di Cava
Santi Fozio, Archelao, Quirino e diciassette compagniMartiri
San Basino di TreviriVescovo
Sant’ Appiano di Comacchio Monaco
Beati Cristoforo Bales, Alessandro Blake e Nicola HornerMartiri
Beato Giovanni Antonio FarinaVescovo
gli altri santi …
Le Notizie
Agenzia Sir
Osservatore Romano
Avvenire
Misna
Fides
Zenit

Anna Posta

Published in: on marzo 4, 2012 at 5:43 pm  Lascia un commento  
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