V^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) 5 febbraio 2012

Dom 05 Feb 2012
V DOM. DEL T.O. – B

Domínica in Septuagésima

MissF.O.  MissF.E.  Letture
Lodi  Media  Vespri  Compieta

DOM
05 Feb
 V DOM. DEL T.O. – B
Domínica in Septuagésima
 
S. Agata
   
MissaleF.E.
MissaleF.E.
 27nov11 – 25feb12 Avvento –  Natale –  TOrd. I – VII
19feb12 – 16giu12 Quar.  – Triduo – Pasqua – T.O.
17giu12 – 01set12 Tempo Ordinario  XI – XXI
02set12 – 01dic12 Tempo Ordinario  XXII – XXXIV

 Avvento – Natale – Gen – Feb – Ceneri



Grado della Celebrazione: DOMENICA

Colore liturgico: Verde

Ascolta il Vangelo > http://www.lachiesa.it/niftyplayer.swf?file=http://www.lachiesa.it/liturgia/allegati/mp3/BO050.mp3

Gesù passa tra noi e ci guarisce. Ci ha rigenerati e guariti con la grazia del battesimo e ci rinnova ogni giorno con la sua misericordia.
Siamo dei salvati, ma lo siamo per essere segno del Cristo presso i nostri fratelli e le nostre sorelle.
La suocera di Pietro dà ad ognuno di noi l’esempio di chi, guarito dal Cristo, sceglie di servire.
Le folle cercano Gesù attirate da ciò che egli dice e dai segni che opera. È la carità che le richiama e la carità è certamente il segno più luminoso e distintivo di ogni comunità cristiana.
Ma per essere davvero testimoni e annunciatori del Cristo occorre ancorare la propria vita nella preghiera e nella contemplazione: Gesù si ritira a pregare solo in un luogo deserto e indica la strada maestra che dobbiamo seguire se vogliamo essere suoi veri discepoli.

Antifona d’ingresso
Venite, adoriamo il Signore,
prostrati davanti a lui che ci ha fatti;
egli è il Signore nostro Dio. (Sal 95,6-7)

Colletta
Custodisci sempre con paterna bontà
la tua famiglia, Signore,
e poiché unico fondamento della nostra speranza
è la grazia che viene da te
aiutaci sempre con la tua protezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Oppure:
O Dio, che nel tuo amore di Padre
ti accosti alla sofferenza di tutti gli uomini
e li unisci alla Pasqua del tuo Figlio,
rendici puri e forti nelle prove,
perché sull’esempio di Cristo
impariamo a condividere con i fratelli il mistero del dolore,
illuminati dalla speranza che ci salva.
Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Prima lettura   Gb 7,1-4.6-7

Notti di affanno mi sono state assegnate.

Dal libro di Giobbe

Giobbe parlò e disse:
«L’uomo non compie forse un duro servizio sulla terra
e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario?
Come lo schiavo sospira l’ombra
e come il mercenario aspetta il suo salario,
così a me sono toccati mesi d’illusione
e notti di affanno mi sono state assegnate.
Se mi corico dico: “Quando mi alzerò?”.
La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all’alba.
I miei giorni scorrono più veloci d’una spola,
svaniscono senza un filo di speranza.
Ricòrdati che un soffio è la mia vita:
il mio occhio non rivedrà più il bene».
Parola di Dio

Salmo responsoriale   Sal 146

Risanaci, Signore, Dio della vita.

È bello cantare inni al nostro Dio,
è dolce innalzare la lode.
Il Signore ricostruisce Gerusalemme,
raduna i dispersi d’Israele.

Risana i cuori affranti
e fascia le loro ferite.
Egli conta il numero delle stelle
e chiama ciascuna per nome.

Grande è il Signore nostro,
grande nella sua potenza;
la sua sapienza non si può calcolare.
Il Signore sostiene i poveri,
ma abbassa fino a terra i malvagi.

Seconda lettura   1Cor 9,16-19.22-23

Guai a me se non annuncio il Vangelo.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi

Fratelli, annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo!
Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. Qual è dunque la mia ricompensa? Quella di annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare il diritto conferitomi dal Vangelo.
Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero. Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io.
Parola di Dio

Canto al Vangelo (Mt 8,17)
Alleluia, alleluia.
Cristo ha preso le nostre infermità
e si è caricato delle nostre malattie.
Alleluia

Vangelo   Mc 1,29-39

Guarì molti che erano affetti da varie malattie.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.
Parola del Signore

Preghiera dei fedeli
Fratelli e sorelle, presentiamo a Dio le sofferenze dell’umanità intera. La nostra comunità si renda interprete del grido che si innalza da ogni parte della terra e chiede salvezza e sollievo per ogni uomo che è nel dolore.
Preghiamo insieme e diciamo: Guarisci il nostro cuore, o Signore!

1. Per la Chiesa di Dio: sappia denunciare con coraggio le violenze e le situazioni di sofferenza dell’umanità, ed essere segno di speranza per tutti gli innocenti e le vittime del male, preghiamo.
2. Per coloro che per professione o per scelta di volontariato sono vicini a chi soffre: facciano loro lo stile di vicinanza e solidarietà del Signore Gesù, preghiamo.
3. Per tutti gli uomini, e per gli organismi internazionali: si trovino concordi nel combattere con ogni mezzo le cause profonde della povertà, delle violenze, degli odi e delle discriminazioni, preghiamo.
4. Per la nostra comunità cristiana: sia disponibile a sostenere le fatiche e i dolori degli anziani e dei malati, con una vicinanza sia spirituale che materiale, preghiamo.

Signore, tu ti sei fatto uomo e hai preso su di te le nostre infermità. Sii il nostro sostegno e la nostra forza nel momento del dolore e rendici sensibili alle sofferenze di tanti nostri fratelli. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.

Preghiera sulle offerte
Il pane e il vino che hai creato, Signore,
a sostegno della nostra debolezza,
diventino per noi sacramento di vita eterna.
Per Cristo nostro Signore.

Antifona di comunione
Rendiamo grazie al Signore per la sua misericordia,
per i suoi prodigi verso i figli degli uomini;
egli sazia il desiderio dell’assetato
e ricolma di beni l’affamato. (Sal 107,8-9)

Oppure:
Beati coloro che piangono, perché saranno consolati. Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati. (Mt 5,5-6)

Oppure:
Gli portavano i malati e Gesù li guariva. (cf. Mc 1,34)

Preghiera dopo la comunione

O Dio, che ci hai resi partecipi
di un solo pane e di un solo calice,
fa’ che uniti al Cristo in un solo corpo
portiamo con gioia frutti di vita eterna
per la salvezza del mondo.
Per Cristo nostro Signore.

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20120205.shtml

mons. Gianfranco Poma     (Omelia del 05-02-2012)

Usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e di Andrea

Nella domenica V del tempo ordinario continuiamo la lettura del Vangelo di Marco (Mc.1,29-39): con il suo stile scarno ed essenziale, Marco ci presenta un pensiero estremamente ricco, incalzante, che ci invita ad aprirci alla radicale novità della sua proposta. Al centro del racconto rimane Lui, ormai sempre insieme ai suoi discepoli: Lui con il mistero inafferrabile della sua identità, con i discepoli, che egli ama, che egli educa, che egli chiama alla comunione con sé e che pur tuttavia rimangono sempre nella fragile debolezza umana e proprio per questo sempre solo discepoli.
“E subito, uscendo dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e di Andrea, insieme con Giacomo e Giovanni”. E’ opportuno sottolineare con quanta frequenza ritorni, nella narrazione di Marco, l’espressione “e subito”, per mostrare che cosa significhi l’annuncio di Gesù che “il tempo è compiuto”: è l’irruzione della presenza incontenibile dell’azione di salvezza di Dio nella storia. La scena descritta, così normalmente familiare, è piena di significato simbolico: l’uscita di Gesù dalla sinagoga per entrare nella casa di Simone e Andrea, significa la dilatazione dello spazio della presenza di Dio, non più limitata ai confini del sacro. La casa dove vivono gli uomini è il luogo della presenza di Dio: la casa di Simone e di Andrea, dove ci sono pure Giacomo e Giovanni, diventa la chiesa dove “Lui” è presente, con la sua presenza silenziosa e operante. “La suocera di Simone era a letto con la febbre”: anche questa donna, nella sua fragilità è simbolo dell’umanità, una donna anziana, malata, ormai inutile, abbandonata alla sua solitudine. Ma qui, accade una cosa nuova: “e subito, parlano a Lui di lei”. Dove c’è Lui, nasce una nuova sensibilità: l’attenzione agli ultimi; nasce una nuova speranza. Non è una intercessione, è una esperienza intensa, esemplare, per i discepoli di ogni tempo, “parlare con Lui della suocera febbricitante di Simone”, parlare con Lui delle nostre fragilità, parlare con Lui della nostra chiesa, dire tutto a Lui e fidarci di Lui: anche in questo consiste essere suoi discepoli.
Adesso è Lui che risponde, non con le parole, ma con tutto se stesso: è il suo primo incontro, nel Vangelo di Marco, con la donna. “Andandole incontro, la fece alzare stringendole la mano”: è la forza di un incontro d’ amore che “fa risorgere” una persona che si sentiva finita, un amore potente, fisico. Lui è lo sposo che incontra la sposa e prendendola per mano, la fa risorgere per una vita nuova. “E la febbre la lasciò ed essa li serviva”. Tutto è così normale in quella casa, eppure tutto è straordinario: Gesù l’ha fatta alzare e poi la febbre l’ha lasciata, Gesù fa nuova la persona ed essa è libera, non è più schiava del male. Gesù l’ha innalzata ed essa comincia a servirli: anche questo è sorprendente, la donna innalzata è libera di fare come Lui, di servire e dare la vita.
Se Marco ci ha indicato Gesù come “Colui che parla con autorità”, adesso ci mostra la sua totale libertà per amare, per servire l’umanità fragile e sofferente: Gesù non fa “teorie” ma fa in modo che chi lo incontra viva un’esperienza e così cominci ad avere la sua visione del mondo.
Gesù è libero da ogni preoccupazione di potere, da ogni paura per se stesso, da ogni desiderio di apparire e per questo non si lascia strumentalizzare da nessuno, neppure dai suoi discepoli e rifugge da ogni strumentalizzazione degli altri da parte sua. Egli solamente ama, servendo e liberando l’umanità in una autenticità di valori che supera i desideri stessi dell’uomo.
Per questo, Marco ci svela gradualmente il mistero di Cristo e ci educa all’incontro personale con Lui: totalmente immerso nell’umanità, sommerso dai suoi mali, egli libera e guarisce. Gesù non pone il problema teorico del male, condivide l’esistenza dell’uomo malato di ogni tipo di male, aprendola all’esperienza di fede e di amore che libera dalla schiavitù del male.
E Gesù “non permetteva ai demoni di parlare perché lo conoscevano”. Marco ripete l’ordine di non parlare che ha già dato nel v.25, e che quindi ritiene di notevole importanza: forse Marco ha presente la situazione della sua comunità, che può certamente essere anche la nostra, tentata di fare della proclamazione dell’identità divina di Gesù un motivo per aspettarci da Lui la miracolosa eliminazione del male dal mondo e poi, per scandalizzarci di fronte a Lui che non usa la sua divinità per scendere dalla croce, per salvare se stesso. Gesù non vuole che i demoni (e noi) dicano di conoscere la sua identità: Gesù ci mette in guardia, con molta serietà, dal rischio di parlare troppo facilmente della sua divinità., mentre vuole che noi lo seguiamo per sperimentare che l’onnipotenza di Dio sta nel discendere, per condividere e per amare anche ciò che noi vorremmo che egli eliminasse.
Per questo, Marco ci fa compiere ancora un passo verso la conoscenza di Lui e verso l’identità del discepolo. “Al mattino presto, quando ancora era buio, si alzò e uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava” Nel suo stile normale, scarno ed essenziale, Marco ci svela la radice dell’identità di Gesù: “pregava”. Il tempo all’imperfetto significa l’abitudine alla preghiera: molto presto, prima che il sole sorgesse, egli, staccandosi da tutto e da tutti, nella solitudine, pregava. La preghiera è vissuta come l’esperienza della più totale solitudine, ma proprio per questo come l’esperienza della più piena comunione con Dio e di conseguenza come la più vera comunione con il mondo. Solo con Dio, il Figlio con il Padre, Gesù raggiunge la sua identità, che gli rende possibile essere in relazione fraterna con gli altri uomini, in una relazione piena, autentica e libera.
La frase che descrive la reazione dei discepoli è ancora una volta in perfetto stile di Marco, una raffinata rappresentazione della comunità cristiana di sempre: “Simone e quelli che erano con lui si misero a cercarlo”. Che c’è di meglio che la comunità cerchi Gesù? Eppure, perché cercano Gesù? Perché pensano che Lui li abbia lasciati: non hanno ancora capito che il suo modo di essere con loro e di essere con il Padre, il suo amore per loro è la concretezza dell’amore fedele di Dio. Il verbo greco “lo cercarono”, usato solamente qui in tutto il N.T., esprime un senso di ansia: in modo velato, forse Marco, per la prima volta suggerisce una distanza tra i desideri dei discepoli e il progetto di Gesù. C’è sempre il rischio di cercare Gesù per le nostre paure, perché vogliamo accaparrarcelo, perché vogliamo usarlo per noi. Qui è evidente: Simone e quelli che erano con lui, hanno cercato Gesù perché vogliono che egli accondiscenda ai desideri della folla. “Tutti ti cercano” gli dicono quando lo trovano. Ma Gesù non aderisce, non si lascia catturare da questa ricerca che è piena di equivoci. Gesù è libero e la relazione con Lui è liberante.
“Andiamo”, dice ai discepoli, risvegliandoli con un imperativo dal subdolo torpore apostolico in cui sono caduti e pure coinvolgendoli nel suo progetto: “perché io devo annunciare.per questo sono uscito”. Ancora in una frase, solo apparentemente semplice Marco sintetizza tutto il mistero di Cristo e della sua missione: Gesù è “uscito” da Cafarnao per entrare nella preghiera, è “uscito” dalla preghiera per “annunciare” al mondo l’esperienza della sua umanità, resa libera perché riempita da Dio, perché ogni uomo, incontrando Lui, viva personalmente l’esperienza affascinante dell’umanità liberata dal male per un bene senza limite.

mons. Antonio Riboldi     (Omelia del 05-02-2012)

Se Tu vuoi, puoi guarirmi

C’è nei comportamenti di Gesù, in quei primi approcci con la gente comune – così come ce lo presenta l’evangelista Marco – qualcosa che seguita a stupirci e avrà certamente affascinato quanti Lo avvicinavano. Facile capire come, al suo apparire sulla scena pubblica, dopo tanto silenzio a Nazareth, si sia fatto tanta strada tra la gente povera immediatamente, non solo per le sue Parole, ma per al Sua attenzione a quelli che soffrivano. Un’ attenzione che non era solo pura compassione, ma andava oltre, fino al miracolo.
La gente a volte si lascia affascinare dalle parole di uno – e sappiamo come è facile imbastire un discorso, magari solo di bravura, ma senza concreti contenuti, discorsi che sono solo ‘chiasso’, amato da chi non riflette – ma Gesù affascinava, lasciando senza parole per lo stupore, quanti si accostavano a Lui, chiedendoGli l’impossibile per noi: essere guariti da una malattia. E la ottenevano. Nello stesso tempo, sapendo di essere oggetto di ammirazione e non volendo comunicare solo stupore, ma lasciare un segno concreto di divinità, per fare strada poi alla missione vera, affidata alla PAROLA, che annunciava il VANGELO della SALVEZZA: una salvezza che, per tutti, è ben più grande di una guarigione.
Poiché la gente si lascia tante volte incantare da eventi fuori del comune, Gesù davanti a questo atteggiamento preferisce fuggire, cercando di cancellare ogni errore si potesse compiere nella esatta interpretazione della sua missione tra noi, che aveva obbiettivi ben diversi dalle semplici attese della gente: la nostra totale guarigione dal male e quindi la salvezza.
Ma quante volte cadiamo anche noi nella tentazione di cercare in Dio solo la soluzione ai nostri problemi o difficoltà della vita quotidiana, dimenticando che Dio ha nell’amarci il solo obbiettivo di donarci la salvezza per sempre in Paradiso, pur prendendosi cura personalmente di ciascuno di noi, ma secondo i misteriosi ‘pensieri’ del Suo cuore, ben conoscendo qual è il nostro vero bene. Racconta il Vangelo di Marco:
“In quel tempo venne a Gesù un lebbroso, lo supplicava in ginocchio e gli diceva: ‘Se vuoi, puoi guarirmi’. Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: ‘Lo voglio, guarisci!’. Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. E ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: ‘Guarda di non dire niente a nessuno, ma VA’, PRESENTATI AL SACERDOTE e offri la tua purificazione, quella che Mosé ha ordinato a testimonianza per lorò. ma quegli allontanatosi cominciò a promulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti e venivano a Lui da ogni parte”. (Mc. 1,40-45)
Può forse meravigliare come Gesù fugga dalla folla dopo avere guarito il lebbroso, ma la sua fuga nel deserto, era un chiaro messaggio, che il Messia, era venuto tra di noi dal Cielo, non tanto per guarire l’uomo dalle malattie fisiche. Sapeva molto bene che la salute fisica è un bene, ma non definitivo, proprio per la nostra fragilità creaturale. E sarebbe stata, la Sua presenza tra di noi, in questo caso, una visita da ‘medico della mutua’, che non può assicurare, mai, la salute per sempre.
A Gesù stava a cuore un’altra salute, quella eterna, ossia salvarci dal peccato e quindi farci degni del Paradiso per sempre. Sappiamo tutti per esperienza che questa vita è un passaggio. Un passaggio che, nella volontà di Dio che ci ha creato, non doveva esserci.
Dio ci aveva creati a Sua Immagine e quindi felici e incorruttibili. E’ stata la disobbedienza dei nostri progenitori ad allontanarci dal Padre e quindi a dover subire quella che è un campo di prova per tornare degni di essere di Dio, liberandoci dalla vera malattia che è il peccato.
Purtroppo le indicazioni che oggi, più che mai, arrivano dal mondo è di disinteresse per la verità del vero fine del nostro esistere, non siamo aiutati a comprendere quale sia il nostro vero bene, cioè purificarci dal male e quindi riscattarci per il Paradiso. La salvezza eterna, per troppi, non è il primo bene da cercare, e quindi non si riesce a comprendere che occorre fare delle difficoltà, comprese le malattie, una via, un mezzo, un ‘trampolino di lanciò, per purificarsi dal vero male e presentarsi a Dio con la veste della santità.
Fa davvero impressione, a chi è stato in pellegrinaggio a Lourdes o Fatima o Medjugorie come gente, andata in questi luoghi di preghiera, per guarire fisicamente, affidandosi alla bontà di Maria, nostra amata Mamma in Cielo, alla fine si sia trovata davvero ‘guarita dentrò, provando una grande serenità interiore, dopo aver come intravisto proprio la malattia e la sofferenza possano essere una strada privilegiata verso il Cielo.
Ricordo le diverse visite a Lourdes, avendo avuto come vescovo il privilegio di presiedere la meravigliosa processione eucaristica e al termine di benedire solennemente i malati, schierati a cerchio. Ero stupito dalla loro serenità, come se avessero compreso che la vera salute è l’amore di Dio che si trasmetteva, attraverso l’Eucarestia. Mai visto un gesto di stizza per non essere stati guariti… ma, al contrario, rinnovata fiducia e serenità.
Noi, impregnati di materialismo, a volte non riusciamo a vedere il bello che Dio dà a noi attraverso le prove della vita o le tante povertà di ogni genere. Eppure quante volte, visitando gli ammalati, si rimane meravigliati dal sorriso sul volto di chi sa con fede vedere nel male una occasione di amore che va oltre la salute. E’ vero che Dio ci ha creati per la felicità, ma è anche vero, come Gesù sulla croce, che tale felicità è una conquista che passa nella sofferenza. Chi ha poca fede difficilmente sa scorgere nel male un’occasione per guarire. Capita a volte di trovare poveri, o gente sfortunata, che sanno accettare tutto: è quello che più meraviglia e dove mette in discussione la nostra sola fiducia nello stare fisicamente e materialmente bene, per offrire il grande bene della nostra carità.
Scriveva Paolo VI, pensando ai tanti poveri di ogni genere, che sono la stragrande maggioranza degli uomini sulla terra:
“Viene subito in mente una folla di pensieri, che ci fa sperimentare come sotto la lineare semplicità del Vangelo si racchiudano profondità immense e realtà straordinariamente complesse.
E’ molteplice il numero dei fortunati che compongono l’umanità vittoriosa: molteplice nelle forme, nei tipi della santità per cui si accede al regno dei cieli. I santi sono molti, le forme di santità sono molte, come le beatitudini che canonizzano diversi modi dell’esperienza umana trasfigurata dallo Spirito di Cristo.”
Parlando di beatitudini scrive ancora Paolo VI: “Le beatitudini rivelano una grande forza morale. Cristo, annunciando le beatitudini, sposta i cardini dell’operare umano. Sposta quello terminale, quello a cui tende necessariamente il nostro operare, cioè la felicità, dal presente al futuro, da questa vita presente a quella del futuro, da questa vita presente ad un’altra vita successiva, dal tempo alla eternità, dal regno della terra a quello del Cielo. Insegnava il grande Bossuet: ‘Tutto lo scopo dell’uomo consiste nell’essere felice’. Gesù Cristo non è venuto che per darcene il mezzo. Mettere la felicità dove si deve, è la sorgente di ogni bene, e la sorgente di ogni male è metterla dove non si deve. Diciamo dunque, io voglio essere felice. Vediamo i mezzi per raggiungerla. Stabilire in Dio il fine dell’uomo e indicare il modo per raggiungerlo è l’innovazione più grande: è la fondazione di un nuovo modo di vivere (Paolo VI, l Novembre 1960)
E vorrei a questo punto farmi vicino a quanti soffrono fisicamente o materialmente o per tante altre ragioni. Lo so molto bene che è difficile dire parole quando il fratello soffre. Ma è una grande carità sapere mettersi nei loro panni e condividere la sofferenza. Può sembrare poco, ma è tanto: senza questa solidarietà la vita diventa un vero inferno, che si può evitare. E non pensiamo mai che le difficoltà o la sofferenza siano un castigo. Fanno parte della nostra vita terrena e mirano, se accolte con fede, a costruire la felicità eterna con Dio. Facciamo nostra la preghiera di santa Faustina:
“O mio Gesù, dammi la forza di sopportare le sofferenze, in modo che non mi rifiuti di bere il calice dell’amarezza. Aiutami tu stesso, affinché il mio sacrificio sia gradito:
non lo contamini l’amor proprio, anche se si prolunga negli anni.
La purezza di intenzioni te lo renda ben accetto, sempre nuovo e vitale. La lotta perenne, uno sforzo incessante, questa è la mia vita, per adempiere la santa volontà:
ma tutto ciò che è in me, sia la miseria che la forza, tutto ti lodi, o mio Signore”.
E voglio assicurare che i malati che mi leggono o quanti soffrono, sono al centro del ricordo nella
mia S. Messa quotidiana, perché il Padre doni forza e serenità. Che nulla vada perso agli occhi del Padre!

mons. Roberto Brunelli     (Omelia del 05-02-2012)

Tre strade per vivere in tempo di crisi

Viviamo una crisi quale, dicono, mai si era vista dopo l’ultima guerra. Una crisi economica, che tocca strati sempre più larghi di popolazione e livelli sempre più profondi della vita, sino a diventare crisi di certezze, di prospettive, di speranze. In situazioni come questa è facile lasciarsi andare a considerazioni pessimistiche, come quelle della prima lettura odierna, tratta dal libro di Giobbe (7,1-7). E’ un caso che la si legga di questi tempi (il calendario la prevede da decenni); ma sembra quasi una voce d’oggi: di un cassintegrato senza prospettive, di uno che ha persino smesso di cercare lavoro, di uno che non sa come pagare i debiti e mantenere la famiglia: “L’uomo non compie forse un duro servizio sulla terra? Come lo schiavo sospira l’ombra e come il mercenario aspetta il suo salario, così a me sono toccati mesi d’illusione e notti di affanno. La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all’alba. I miei giorni scorrono più veloci di una spola, svaniscono senza un filo di speranza”.
Giobbe è un personaggio d’invenzione; la storia di cui è protagonista è come una parabola: un racconto inventato per esprimere in forma narrativa concetti e verità. Egli è presentato come un ricco possidente, che d’improvviso perde tutto, i figli, i beni materiali e persino la salute. Si interroga sul perché di quanto gli accade, e non lo convincono né la moglie col suo invito ad abbandonare Dio che non ha saputo proteggerlo, né gli amici, per i quali le sue sventure sono castighi per i suoi peccati. Quest’uomo lo si immagina vissuto secoli prima di Cristo; ma in lui si riflette l’uomo di ogni tempo, spesso sottoposto a prove durissime delle quali non sa trovare il senso, uscendone o con una perdita della fede o, all’opposto, con un rafforzamento della speranza in Dio.
Al problema del male il libro di Giobbe dà una risposta tutta sua. Gesù ne dà un’altra, che non contraddice quella ma la cala nella concretezza quotidiana. Scrive l’evangelista Marco (1,29-39) che, uscito dalla sinagoga di Cafarnao (dove aveva guarito un presunto indemoniato, come si è sentito domenica scorsa), Gesù si recò a casa di Pietro, dove ne guarì la suocera febbricitante e “dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da molte malattie?”. Questa è una di quelle espressioni riassuntive, con cui i vangeli, oltre a particolari guarigioni singole, riferiscono dell’incessante attività taumaturgica di Gesù: cui egli si prodigava anche per lasciare un esempio ai suoi discepoli, di allora e di sempre. Gesù guarisce perché egli ama la vita e vuole che gli uomini l’abbiano in pienezza; i cristiani sono invitati a fare altrettanto, ovviamente con i mezzi di cui dispongono, per sanare o almeno alleviare le malattie, adoperarsi perché tutti possano vivere dignitosamente e, ovvia quanto basilare premessa, nessun uomo si ritenga autorizzato a togliere la vita a un altro. Mai.
Oggi, prima domenica di febbraio, i cristiani celebrano la Giornata per la Vita. E ci sono tre strade per farlo. In primo luogo riflettendo, e aiutando tutti a capire, che della vita umana nessuno è padrone, nemmeno della propria: men che meno di quella altrui. Nessuno è entrato nel mondo, e così non può uscirne, di propria volontà; la vita è un mistero, dietro il quale si intravede un disegno più grande che a nessuno è lecito guastare. La seconda strada è quella indicata dal comportamento di Gesù: fare quanto è possibile perché la vita si affermi nel modo migliore. E anche la terza strada è suggerita da Gesù: il vangelo di oggi riferisce che dopo l’intera giornata trascorsa a guarire i malati di Cafarnao, “al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in luogo deserto, e là pregava”. Chiedeva al Padre suo la forza per compiere la sua missione. Pregava lui, il Figlio amato: possono esimersene i suoi seguaci?

padre Ermes Ronchi     (Omelia del 05-02-2012)

Mano nella mano con l’Infinito

Marco ci presenta il re­soconto della gior­nata- tipo di Gesù, ritmata sulle tre occupazioni preferite di Gesù: immerger­si nella folla e guarire, far sta­re bene le persone; immer­gersi nella sorgente segreta della forza, la preghiera; da lì risalire intriso di Dio e an­nunciarlo. Tutto parte dal do­lore del mondo. E Gesù toc­ca, parla, prende le mani. Il miracolo è, nella sua bellezza giovane, l’inizio della buona notizia, l’annuncio che è pos­sibile vivere meglio, trovare vita in pienezza, vivere una vita bella, buona, gioiosa.
La suocera di Simone era a let­to con la febbre, e subito gli parlarono di lei. Miracolo co­sì povero di contorno e di pre­tese, così poco vistoso, dove Gesù neppure parla. Contano i gesti. Non cerchiamo di fronte al dolore innocente ri­poste che non ci sono, ma cerchiamo i gesti di Gesù.
Lui ascolta, si avvicina, si ac­costa, e prende per mano. Ma­no nella mano, come forza trasmessa a chi è stanco, co­me padre o madre a dare fi­ducia al figlio bambino, co­me un desiderio di affetto. E la rialza. È il verbo della ri­surrezione. Gesù alza, eleva, fa sorgere la donna, la ricon­segna alla sua andatura eret­ta, alla fierezza del fare, del prendersi cura.
La donna si alzò e si mise a servire. Il Signore ti ha preso per mano, anche tu fa lo stes­so, prendi per mano qualcu­no. Quante cose contiene u­na mano. Un gesto così può sollevare una vita!
Quando era ancora buio, uscì in un luogo segreto e là pre­gava.
Un giorno e una sera per pensare all’uomo, una notte e un’alba per pensare a Dio. Ci sono nella vita sor­genti segrete, da frequentare, perché io vivo delle mie sorgenti. E la prima di esse è Dio. Gesù assediato dal dolore, in un crescendo turbinoso (la sera la porta di Cafarnao scoppia di folla e di dolore e poi di vita ritrovata) sa inven­tare spazi. Ci insegna a in­ventare quegli spazi segreti che danno salute all’anima, spazi di preghiera, dove nien­te sia più importante di Dio, dove dirgli: Sto davanti a te; per un tempo che so breve non voglio mettere niente prima di te; niente per questi pochi minuti viene prima di te. Ed è la nostra dichiarazione d’a­more. Infine il terzo momen­to: Maestro, che fai qui? Tutti ti cercano! E lui: Andiamoce­ne altrove. Si sottrae, non cer­ca il bagno di folla. Cerca al­tri villaggi dove essere datore di vita, cerca le frontiere del male per farle arretrare, cer­ca altri uomini per farli star bene.
Andiamo altrove a sollevare altre vite, a stringere altre ma­ni. Perché di questo Lui ha bi­sogno, di stringere forte la mia mano, non di ricevere o­nori.
Uomo e Dio, l’Infinito e il mio nulla così: mano nella mano. E aggrapparmi forte: è que­sta l’icona mite e possente della buona novella.

05/02/2012 SANTO DEL GIORNO  Sant’Agata

Febbraio 2012
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V SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – DOMENICA   versione testuale
I Settimana del Salterio
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ravasi 2 febbraio

La prima tentazione di Gesù
di Gianfranco Ravasi

La Liturgia di oggi

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
(Verde)
I Lettura Gb 7,1-4.6-7
Notti di affanno mi sono state assegnate.
Salmo (Sal 146)
Risanaci, Signore, Dio della vita.
II Lettura 1Cor 9,16-19.22-23
Guai a me se non annuncio il Vangelo.
Vangelo Mc 1,29-39
Guarì molti che erano affetti da varie malattie.

05 febbraio 2012
Il Santo del giorno

Sant’ Agata Vergine e martire
i santi di oggi …

I Santi di oggi

Sant’ Agata Vergine e martire – Memoria
Sant’ Alice (Adelaide) di VilichBadessa
San Gesù Mendez Montoya Sacerdote e martire
San Luca di Demenna o d’Armento
Santi Martiri del Ponto
Sant’ Avito Vescovo di Vienne
Sant’ Ingenuino (Genuino) Vescovo di Sabiona
gli altri santi …

 

Le Notizie
Agenzia Sir
Osservatore Romano
Avvenire
Misna
Fides
Zenit

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-2256d2cc-b505-453e-9d65-f7b891d1f351.html

 Anna Posta

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