Omelie III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B)

GIORNALE-N50-ANNO-III-COLORI

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mons. Antonio Riboldi     (Omelia del 11-12-2011)

Rallegratevi, il Signore è vicino

Si sente e si vive, anche se meno chiassosa, quest’anno, per la crisi economica, la gioia nel sapere che Dio si fa vicino a ciascuno di noi nella solennità del S. Natale.
Il Natale di Gesù ha un fascino particolare in tutti,… come se, nascendo Gesù, Dio tra noi, si entrasse in una vita di speranza, quasi presagendo che, quel canto degli Angeli sulla capanna di Betlemme, ‘Pace in terra agli uomini che Egli ama’, possa davvero far rifiorire la speranza, in questo nostro tempo che ha davvero bisogno di nutrirsi di consolazione, di sicurezza, di gioia vera e profonda ritrovata.
La Chiesa, accostandosi al Natale, oggi ci fa pregustare la grande gioia che Dio ci ha donato con Gesù. S. Paolo nella lettera ai Tessalonicesi, così ci invita a ritornare ad essere:
“Fratelli siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, ed in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie, vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male. Il Dio della pace vi santifichi interamente e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è colui che vi chiama: egli farà tutto questo” (1 Tes. 5,16-24)
E’ l’invito della Chiesa a noi, supponendo che per noi cristiani davvero il tempo di Avvento, ossia il desiderio che Gesù torni a nascere tra noi, sia un atto vissuto con fede e nella preghiera. Conosciamo tutti il rischio che questo tempo, anziché della gioia e del Natale di Gesù, si trasformi in una corsa a ciò che passa, la festa esterna, i regali… magari accontentandosi di un fugace, seppur speriamo sincero, scambio di auguri. Ma augurio per cosa?
Il rischio che si cerchi di soffocare il bisogno della gioia di Cristo e del suo Natale, trasformando tutto in chiassoso e fugace momento di allegria esteriore, che lascia poi il vuoto del cuore, è grande ed è difficile sfuggirvi, perché è forte l’attrattiva della ‘moda’.
Bisognerebbe farsi riempire il cuore dai sentimenti del profeta Isaia, che così esprimeva la sua gioia: “Lo spirito del Signore è sopra di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione, mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri, a fasciare le pieghe dei cuori spezzati, a proclamare la liberazione degli schiavi, a proclamare l’anno di misericordia del Signore. Io gioisco pienamente nel Signore: la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia, come uno sposo che si cinge il diadema e come una sposa che si adorna di gioielli” (Is. 61, 1-11).
Sono davvero parole di profonda gioia quelle di Isaia che, al solo pensiero di vedere vicino Dio che viene esclama: “Io gioisco pienamente nel Signore”.
C’era un tempo, quando ero fanciullo, in cui gustavo la gioia della prossimità del Natale, nel cercare nei campi il muschio per preparare il presepio, che era il segno e il sapore della gioia che Gesù stava per venire tra di noi. Ma erano tempi in cui regnava la povertà e quindi c’era molto posto per tutto ciò che era il sacro.
Era immensa contentezza cercare il muschio: ancora di più preparare il presepio, povero, come la grotta di Betlemme, ma capace di trasferirci nella serenità e pace del sacro Mistero.
Suscita tanta, ma tanta tristezza, vedere come oggi, nelle nostre case, anziché quella gioia semplice, frutto della fede, che era nelle nostre famiglie, abbiano preso posto simboli del mondo: alberi e festoni, luci e Babbo Natale, decorazioni che nulla hanno a che vedere con la bellezza del semplice presepio.
E’ necessario rivitalizzare nuovamente la fede, oggi, con i suoi segni, semplici, ma profondi e veri, per ritrovare il giusto senso della vita, il suo valore più profondo, sorgente di pace e serenità vere. E’ proprio la Pace che Dio dona, di cui tutti sentiamo nostalgia e bisogno. Un dono, che nulla può supplire.
Affermava Paolo VI, con la sua passione per Gesù:
“Ed ora vi dirò una cosa che tutti già conosciamo, ma che non meditiamo abbastanza nella sua fondamentale importanza e nella sua inesausta fecondità ed è questa: essere Gesù Cristo a noi necessario. Non si dica consueto il tema: esso è sempre nuovo. Non lo si dica già conosciuto, esso è inesauribile. “Tutto abbiamo in Cristo – afferma sant’Ambrogio – Tutto è Cristo per noi. Se vuoi curare le tue ferite, Egli è medico. Se sei ardente di febbre, Egli è la fontana. Se sei oppresso dall’iniquità, Egli è la giustizia. Se hai bisogno di aiuto, Egli è vigore. Se temi la morte, Egli è la vita. Se desideri il cielo, Egli è la via. Se sei nelle tenebre, Egli è la luce. Se cerchi cibo, Egli è l’alimento”. Sì, Cristo è tutto per noi. Egli è dovere della nostra fede religiosa, bisogno della nostra umana coscienza. A Lui è legato il nostro destino, da Lui la nostra salvezza”. (Quaresima 1955)
Un efficace richiamo per tutti ad accostarci al Natale in questo Avvento almeno pregando la stessa fede: ossia riscoprire in noi la presenza di Dio che bussa alla nostra porta, perché ci vuole bene e sa che la nostra vita, senza di Lui, non ha senso: è come quella mangiatoia nella grotta, ma senza di Lui. Bisognerebbe che tutti noi, a cominciare dai sacerdoti, dai religiosi, ci adoperassimo perché la gente conosca profondamente Gesù, che oggi è tra noi e in noi, per sentire l’efficacia e la bellezza della Sua Presenza: una bellezza che mette in un angolo le cose di questo mondo.
Occorre ritrovare nella Sua Presenza quella sorgente di serenità che il mondo non ha e non può donare. Quando Gesù era già tra noi, ma non si era ancora manifestato e nessuno sapeva che Dio era in mezzo al Suo Popolo, narra il Vangelo di oggi, che ‘a fargli strada’ fu il grande Giovanni Battista. Un profeta che lasciava interdetti e curiosi quanti andavano ad ascoltarlo.
Così ce lo fa conoscere il Vangelo oggi: “Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. E questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo. ‘Chi sei tu? Egli confessò e non negò e confessò: lo non sono il Cristo. Allora gli chiesero: ‘Che cosa dunque sei? Sei forse il Messia?’. Rispose: ‘Non lo sono’. ‘Sei un profeta?’. Rispose: ‘No’. Gli dissero: ‘Dunque chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato? Che dici di te stesso?’. Rispose: ‘Io sono voce di uno che grida nel deserto. Preparate la via al Signore, come disse il profeta Isaia’… Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi c’è uno che voi non conoscete; uno che viene dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio dei sandali”. (Gv. 1,6-19-26)
E’ davvero commovente e stimola anche la nostra missione di annunciare che GESÙ è tra noi, perché troppi non Lo conoscono, anche se tutti portiamo il suo nome dal Battesimo.
E’ davvero mortificante che troppi non avvertano nella vita la Presenza di CHI, nell’esistenza di ciascuno e per ciascuno è ‘la via, la verità, la vità.
Conosciamo tanti ‘famosi’, per mille motivi mondani, ma pochi conosciamo Gesù, Figlio di Dio. Quello che è peggio, è che, non conoscendoLo, praticamente impostiamo la vita sul nulla, perché nessuno nella vita può prendere il posto di GESÙ.
Mi stupì un giorno l’incontro con una persona che parlava tanto di sé e della conoscenza di persone importanti come fossero degli dèi, rammaricandosi di non essere come loro.
Ad un certo punto gli chiesi: ‘Può essere interessante che tu conosca tanti ‘grandi’ ma il problema è che loro però non sanno neppure chi sei e se esisti. Ma conosci Gesù? E’ Uno che, conoscendoLo bene non si fa solo ammirare, ma entra come meravigliosa componente della vita. Insomma con Lui trovi la vera importanza della vita, il vero senso dell’esistenza’.
Mi rispose: “Ma chi è? E come può essere valore della vita?’.
E’ triste che ci sia chi sa poco o nulla di CHI E’ IL SENSO VERO DELLA VITA. La vita senza Lui perde il senso.
Non ci resta in questo tempo di Avvento che riscoprire Gesù tra noi e in noi e a noi tocca avvertirne la Presenza.
Scriveva Carlo Carretto, che credo tutti abbiate conosciuto o di cui avete sentito parlare: “C’è un punto che devo superare; se ho capito che Dio è persona, e se ho capito che Dio è il Messia e se ho capito che il Cristo è colui che deve venire, c’è ancora una cosa che devo superare.
E ha dovuto superarla colui che Gesù stesso ha lodato, il Battista; anche lui ha dovuto superare questo estremo punto della nostra fede. Il Battista ha creduto che Gesù era il Messia: l’ha preparato; ha detto delle cose stupende ai suoi discepoli, in un atto di umiltà. “Lasciate me e andate da Lui, è necessario che io scompaia e che Lui cresca”.
E’ quello che dovremmo essere e fare noi più ci accostiamo a Gesù, come è nella solennità di Natale. Che vi aiuti, anzi, che Gesù ci prenda per mano per conoscerLo meglio e farLo conoscere a tanti.

 (Omelia del 14-12-2008)

Venne un uomo mandato da Dio

La si sente nell’aria l’attesa del Santo Natale. Per chi ha una salda fede è l’attesa che cambi qualcosa, come solo Dio può fare, servendosi di noi in questo mondo.
Per chi Natale è solo un’occasione di doni, è la fragile gioia di fare contenti per un momento coloro che amiamo, per chi è solo consumo, diventa un frenetico scambio di auguri, in tutti i modi. Come se tutti volessero farci ricordare che ‘ci siamo’, almeno per un giorno!
Ma per noi la gioia viene da altra sorgente, che è vera Gioia: la venuta tra dì noi di Dio, nato a Betlemme. Dio fra noi, come uno di noi.
Immensità di amore: vera follia di Dio che, nella sua infinita grandezza, ci ama così tanto – noi, cosa da niente, troppe volte – perché ai suoi occhi di Padre chiunque di noi è di immenso pregio, siamo figli da Lui creati!
E un Padre non può fare a meno di ‘riavere’ accanto a sè, se vogliono, i figli che ama.
Canta il profeta Isaia: ?Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli. Perché come la terra produce i suoi germogli e come un giardino fa germogliare i suon semi, così il Signore Dio farà germogliare la giustizia e la lode davanti a tutte le genti? (Is 61, 10-11).
?Ma è ancora necessario un Salvatore – affermava Benedetto XVI, nel Natale del 2006 – per l’uomo del terzo millennio? Per l’uomo che ha raggiunto la Luna e Marte e si dispone a conquistare l’Universo? Ha bisogno di un Salvatore l’uomo che ha inventato la comunicazione interattiva che naviga nell’oceano virtuale di Internet e, grazie alle più moderne ed avanzate tecnologie massmediali, ha ormai reso la terra, questa grande casa comune, un piccolo villaggio globale? Si presenta come sicuro e autosufficiente artefice del proprio destino, fabbricatore entusiasta di indiscussi successi, quest’uomo del secolo ventunesimo. Sembra, ma così non è. Si muore ancora di fame e di sete, di malattia e di povertà, in questo tempo di abbondanza e consumismo sfrenato. C’è ancora chi è schiavo, sfruttato e offeso nella sua dignità; chi è vittima dell’odio razziale e religioso. C’è chi vede il proprio corpo e quello dei propri cari, specialmente bambini, martoriato dall’uso delle armi, dal terrorismo e da ogni genere di violenza, in un’epoca in cui tutti invocano e proclamano il progresso, la solidarietà e la pace per tutti. E che dire di chi, privo di speranza, è costretto a lasciare la propria casa e la propria patria per cercare altrove condizioni di vita degne dell’uomo? Che fare per chi è ingannato da facili profeti di felicità, chi è fragile e si trova a camminare nel tunnel della solitudine e finisce spesso schiavo dell’alcool e della droga? Che pensare di chi sceglie la morte credendo di inneggiare alla vita?
Come non sentire che proprio dal profondo di questa umanità gaudente e disperata si leva una invocazione straziante di aiuto? t proprio il Natale di Gesù, Figlio di Dio, che fa entrare nel mondo ‘la luce vera, che illumina ogni uomo’. A Natale, proprio in questo che si definisce ‘oggi’, Cristo viene tra la sua gente e a chi Lo accoglie dà il potere di diventare figli di Dio, di condividere la gioia dell’Amore. Gesù, il Salvatore, sa che noi abbiamo bisogno di Lui. Ed è proprio nell’intimo dell’uomo, che la Bibbia chiama ‘cuore’, che egli ha bisogno di essere salvato?.
E la Chiesa, oggi, come a confermare la riscoperta della Gioia annunciata dal profeta Isaia, con la Lettera di S. Paolo ai Tessalonicesi, annuncia: ?Fratelli, siate sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie: questa, infatti, è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vegliate su ogni cosa e tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male. Il Dio della pace vi santifichi interamente e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile con la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è Lui che vi chiama: Egli farà tutto questo? (Tess 5, 16-24).
E poi ci invita a cedere il posto alla grande discesa di Dio tra di noi, presentandoci chi apre la via a chi desidera ricevere Dio. E chi non Lo può almeno desiderare?
É la sola gioia di cui abbiamo sete, anche se forse non lo sappiamo.
Dice Giovanni, l’apostolo: ?Venne un uomo mandato da Dio, il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone, per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la Luce, ma doveva dare testimonianza alla Luce? (Gv 1, 6-8).
Leggendo questo testo mi viene alla mente uno dei momenti più intensi di commozione di tutta la Chiesa e del mondo, credo.
Era la vigilia della morte di Giovanni XXIII, ‘il Papa buono’, come tutti lo definivano, senza distinzione di classe o di religione.
Il suo sorriso, la sua semplicità, la sua bontà, che sembravano non conoscere confini o barriere, erano riusciti a penetrare ovunque e chiunque, come la luce del sole, che non si fa fermare da ostacoli e tutto illumina.
Tutti eravamo abituati a sentircelo così vicino, come fosse uno di famiglia, uno che capiva, uno che aveva negli occhi, nelle parole, nei gesti, i grandi orizzonti dell’amore, che superano le grettezze di cuore, che sono sempre vicoli stretti e a volte chiusi.
La sera dell’11 ottobre, all’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, quando parlando a braccio dalla finestra, che dava sulla Piazza di S. Pietro, aveva mandato una carezza ai bambini e ai malati ? ?la carezza del Papa? – si era avuta la sensazione che tutto il mondo fosse accarezzato da Dio stesso, tanta era la inaspettata gioia che quelle parole avevano dato.
Allora, come la sera della sua morte, piansi: un pianto che poteva stare bene anche in Paradiso, e mi dissi: ?Se un uomo è capace di tanto amore, cosa mai sarà il sorriso, la bontà e la carezza di Dio?. Il Paradiso, in entrambe le sere, mi sembrò più vicino.
Giovanni XXIII aveva il dono, tramite la sua bontà, di farci nascere il desiderio di essere migliori, la nostalgia del Cielo. ?Ma chi era mai costui?’ veniva da chiederci, come si interrogarono quanti accostavano Giovanni Battista. La risposta ce la demmo con dolore quella sera, in cui tutta la Chiesa, e non solo, pregava perché il Signore lo conservasse ancora tra noi. Ne avevamo bisogno: avevamo bisogno del sorriso, come forse ancora di più oggi. potevamo fare a meno di tante altre persone, che si credevano potenti, ma che con la loro boria pericolosa costituiscono solo un timore per il mondo.
Davanti a Giovanni XXIII di colpo tutto perdeva importanza, dalla ricchezza allo stupido orgoglio. Prepotentemente lui ci comunicava che la ricchezza più bella e insostituibile è l?amore, quello donatoci da Dio: Dio stesso.
Volendolo ancora vicino, come non dovesse conoscere la morte, ma consapevoli che ormai Dio lo voleva vicino a Sé, come il buon servo fedele, che aveva testimoniato la Luce, in coro ci siamo detti: ‘Venne un uomo mandato da Dio, il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone della Luce’.
Per lui assumeva la veste della verità, quanto affermava il profeta Isaia:
?Lo Spirito del Signore è sopra di me, perché il Signore mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà dei prigionieri, a promulgare l’anno di misericordia del Signore? (Is 61,1-2).
Una domanda che si pongono tanti, oggi, da ogni parte: perché la gente pare non senta più la necessità del sorriso di Dio? L’uomo può veramente vivere senza sentirsi amato?
Viene Natale e si ha quasi paura di risvegliare la gioia, perché Gesù sarà presto tra di noi, come Uno di noi. Uno che sarà tanto di casa da suscitare speranza, come sapeva fare il sorriso di Papa Giovanni XXIII.
Ma non temiamo di seguire un rituale, del resto anche poco opportuno in questo tempo di crisi, facendo lunghe file davanti ai negozi, rincorrendo la fantasia di chi vuole venderci qualcosa ‘perché è Natale’!
Forse non ci passa neppure per la testa che c’è davvero tanta gente che letteralmente muore di fame ed è un dito di accusa puntato contro questa nostra corsa al regalo o al pranzo natalizio.
È come se di colpo spegnessimo le stelle del cielo, che sono come una finestra sul Paradiso, per costruirci un cielo di stelle di carta, che incorniciano le nostre vie, ma appartengono ad un ‘cielo basso’, che nulla può darci di vera gioia.
Abbiamo bisogno di vederci vicino testimoni di luce: gente che, illuminata dalla carità, quasi ci ripeta con il Battista: ?Io ti battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che non conoscete, Uno che viene dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio dei sandali?.
Con Mons. Tonino Bello offro questa preghiera:
?Ti chiedo, Signore, di far provare a questa gente ebbrezza di vivere insieme.
Donale una solidarietà nuova, una comunione profonda.
Falle sentire che per crescere insieme, non basta tirar fuori dall’armadio
i ricordi del passato, ricordi splendidi e festosi,
ma occorre spalancare la finestra sul futuro, osando insieme, sacrificandosi insieme.
Da soli non si cammina più.
Fa’ che il suo Natale sia una danza di giovinezza, concerti di campane,
una liberazione di speranze prigioniere,
il disseppellimento di attese comuni a volte interrate nelle caverne dell’anima?.
A tutti auguro oggi di farsi testimoni di luce e di gioia, testimoni di carità, in modo da diventare credibili annunciatori della gioia del Natale.
Lo possiamo, lo dobbiamo fare, perché oggi, senza averne piena coscienza tanti attendono il Natale, ossia Dio che si fa vicino, Uno come noi, Uno con noi.

(Omelia del 15-12-2002)

Voce dal deserto

Che si avvicina il Santo Natale lo si coglie almeno esternamente da molti aspetti, che cercano di dare alle nostre città o contrade un volto diverso, luminoso, quasi a invitarci a mettere alle spalle per un tempo, sia pure breve, la dura realtà che viviamo, anche oggi…Eppure non è tempo di illusione.
Leggendo le cronache, che vengono dal mondo della economia, del lavoro, dei sinistri rumori di guerra, ci assale una grande tristezza.
Non possiamo non condividere la infinita tristezza di tanti operai che si vedono come scippati di un diritto, come è appunto il lavoro, destinato non solo a realizzare in qualche modo l’uomo, ma a portare quella serenità che è il necessario cielo dell’uomo, della famiglia e della società.
E si fa triste, sotto questo aspetto, il Natale. Non possiamo che fare nostre le lacrime di tanti, che fino a ieri godevano di serenità e ora temono anche il tramonto della speranza.
Ancora una volta il futuro torna nelle mani degli uomini di buona volontà, che sappiano indirizzare la società verso la gioia di esistere.
Tornano come profezia anche per il nostro tempo, le parole del profeta Isaia: “Lo Spirito del Signore è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione;
mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di misericordia del Signore…Come la terra produce la vegetazione e come il giardino fa germogliare i semi, così il Signore Dio farà germogliare la giustizia e la lode davanti a tutti i popoli” (Is.61,1-11).
L’uomo di oggi, come di tutti i tempi, nelle difficoltà o si abbandona alla disperazione, quando non intravede una via nel deserto, che è attorno a lui, o disperatamente cerca chi gli si faccia vicino e gli ridoni la speranza. E noi sappiamo molto bene come nella storia, questa attesa di “messia”, abbia ingannato tanti. Anche in tempi non lontani da noi, si affacciarono uomini, che si presentarono come uomini del mondo nuovo, più giusto.
E sappiamo tutti come questi “messia” furono un tremendo inganno che abbiamo pagato duramente.
Anche al tempo di Gesù, la povera gente che abitava la Terra Santa era in attesa del Messia: ossia di uno che in nome e per conto di Dio, con la potenza di Dio, li liberasse dalle tante miserie che sempre sembrano le inevitabili ombre che accompagnano i nostri passi.
Ci provarono tanti anche a quel tempo, e furono solo delusioni, se non tragedie. Ma un giorno, narra il Vangelo: “Venne un uomo, mandato da Dio, di nome Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui.
Egli non era la luce, ma doveva rendere testimonianza alla luce”. Doveva veramente lasciare una grande impressione la voce di Giovanni, che parlava a Betania. Era la voce austera, che non si abbandonava a promesse che presto si sarebbero rivelate false.
Non solo, ma alla domanda: “Chi sei tu?”, subito toglie ai presenti l’illusione di essere chissà chi, con potenza che non è propria della fragilità dell’uomo. “Non sono il Cristo”, risponde. “Non sono neppure il profeta Elia”.
“Sei un profeta”? “Neppure”. E allora chi sei? “Io sono voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, come dice il profeta Isaia”. E l’evangelista Luca, in un altro passo, aggiunge: “Sono una voce che grida nel deserto. Preparate la via del Signore, spianate i sentieri. Le valli siano tutte riempite, le montagne e le colline abbassate.
Raddrizzate le curve delle strade, togliete tutti gli ostacoli. Allora tutti vedranno che Dio è il Salvatore”. E, come a scuotere i suoi ascoltatori da ogni illusione di affidarsi a lui come ad un salvatore, li richiama ad una vita che sia davvero degna di accogliere Dio.
“Razza di vipere!”, urla Giovanni, “Chi vi ha fatto credere che potete sfuggire al castigo oramai vicino? Fate vedere con i fatti che avete cambiato vita e non mettetevi a dire: noi siamo i discendenti di Abramo: perché Dio è capace di fare sorgere veri figli di Abramo anche da queste pietre.
La scure è già alla radice degli alberi, pronta per tagliare; ogni albero, che non porta frutti buoni sarà tagliato e gettato via” (Lc.3,4-10).
E’ dura, quasi impietosa, la voce del profeta. Certamente scomoda per gente che era andata da Giovanni, rimettendo in lui quello che invece era compito di ciascuno.
Il futuro, che si attendevano, dipendeva, e dipende, dal cambiamento di vita…se davvero si attende che Dio possa giungere a noi per costruire una civiltà di amore…Racconta il Vangelo di Luca, che tutti ponevano allora una domanda: “Cosa dobbiamo fare?” E Giovanni indicava la via della conversione. Ed era proprio questa la missione del profeta: scuotere le coscienze, perché diventino “vie del Signore”.
Quante volte si sente la frase: “Non se ne può proprio più di come vanno le cose”. Ci stiamo costruendo un inferno con le nostre stesse mani, diceva un giorno un uomo scuotendo la testa, leggendo le quotidiane cronache del nostro mondo.
“Questa non è più una comunità di uomini, affermava, ma di belve pronte a divorarsi. Ci vorrebbe chi ci scuota da questo sonno, che rischia di farci perire tutti. Non si può continuare così”.
E questo è il compito della Chiesa. Ci fu un tempo in cui la criminalità organizzata sembrava la padrona di tanti territori della nostra Patria: padrona dell’irrinunciabile bene della libertà: padrona di tutto.
E fu allora che la voce dei Vescovi della Campania, si fece profezia, con quel documento memorabile: “Per amore del mio popolo, non tacerò”. E fu come una grande scossa alle coscienze di tutti, che mossero così i loro passi a conquistare ciò che avevano perduto…con tanti rischi.
Ma del resto è del profeta non essere capito: a volte infastidire, fino a tentare ogni via per farlo tacere. Come successe a Giovanni…a tutti i profeti di ieri e di oggi. Ma la Chiesa non può, non deve tacere, per chiamare tutti a scuotersi di dosso ciò che è male ed impedisce di gustare la dolcezza del Messia.
E’ quel preparare la via al Signore, che siamo chiamati tutti a vivere, avviandoci verso il Natale.
Il nostro tempo ha conosciuto tante voci di profeti. Ne cito una: quella di Papa Giovanni XXIII. E bastata la dolcezza di una carezza dal balcone all’inizio del suo Pontificato, per scuotere le coscienze e ridare il sorriso ad un mondo che aveva paura. Erano i tempi della cosiddetta “guerra fredda”:
tutti ricordiamo i suoi ultimi giorni di vita…quando la gente si assiepava sotto la finestra della sua abitazione, in Piazza S. Pietro a pregare, perché il Signore lo lasciasse tra di noi…Era il grande profeta, che Dio aveva mandato tra noi a ridare speranza e gioia. E ci riuscì. Non dimenticheremo mai la frase che correva sulla bocca di tutti. “Venne un uomo, mandato da Dio, il suo nome era Giovanni”.
Con la sua presenza tra di noi, e oggi con quella del S. Padre e di tanti sconosciuti profeti, che ci sono nel mondo, sembrano avverarsi le parole di Isaia: “Gioisco pienamente nel Signore; la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia, come uno sposo che si cinge del suo diadema, come una sposa si adorna di gioielli” (Is.61,8-10) .
Questo è il Natale che preghiamo sia per noi.

(Omelia del 11-12-2005)

Venne un uomo, Giovanni Battista

E’ un vero dono di Dio, in questo avvicinarsi al Natale – Dio che si fa davvero tanto vicino a noi da essere uno di noi – farsi inondare dalla gioia che oggi esprime Isaia il profeta:

“Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia, come uno sposo che si cinge il diadema, come una sposa che si adorna di gioielli” (Is 61,1-11).
E così inizia il Vangelo oggi: “Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva rendere testimonianza alla luce” (Mc 1,6-8).
Leggendo queste parole di Marco mi venne in mente subito uno dei più intensi momenti di commozione di tutta la Chiesa e di tutto il mondo, credo, come fu per la morte del grande Giovanni Paolo II.
Era anche per Giovanni XXIII la vigilia del suo ritorno al Padre, un Papa che sembrava avesse attinto a piene mani la grande bontà che Dio ha per tutti noi. “Il Papa buono” tutti lo definivano, senza distinzione di classe o religione. Il suo sorriso, la sua semplicità, segno della grande umiltà così difficile tra noi, una bontà che sembrava non conoscere limiti o frontiere, erano riusciti ad arrivare al cuore di tutti, come la luce del sole che non si fa fermare da stupidi ostacoli. Tutti eravamo abituati a sentircelo così vicino, come uno di famiglia, uno che capiva, uno che aveva nello sguardo penetrante e nelle parole, i grandi orizzonti della vera carità, che superano le grettezze che sono sempre vicoli chiusi alla gioia. E’ bello ricordare di lui un fatto. La sera dell’11 Ottobre 1962, all’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, parlando dalla finestra che dava su Piazza S. Pietro, colma di fedeli, volle proclamare la fiducia, grande fiducia, che viene dalla fede, nel futuro della Chiesa e del mondo. Invitò, con la semplicità sua che sapeva cogliere le bellezze del creato, invitò tutti a guardare la luna che sembrava esprimere il sorriso di Dio, poi, sorprendendo tutti, disse quelle parole che davvero fecero conoscere a tutti quanto è stupendo il cuore quando ama.
Disse presso a poco: “Tornando alle vostre case portate la carezza del Papa ai vostri bambini, agli ammalati e dite: E’ la carezza del Papa”.
E fu come tutti fossimo sfiorati non solo dalla semplicità di quella carezza, ma in essa sembrava di sentire la “carezza di Dio”. Quella immensa folla pianse di gioia, un meraviglioso pianto che vorremmo conoscere sempre, fino a soffocare altri pianti che sono la sofferenza di questa valle di lacrime. Mi dissi: “Se un uomo, sia pure Papa, è capace di tanto amore, cosa sarà mai il volto, il sorriso di Dio?”. E Dio ci parve vicino, come fosse vigilia di Natale.
Ma chi era costui, verrebbe voglia di chiederci, come fu per Giovanni Battista, il profeta che Dio aveva mandato davanti a Lui per rendere testimonianza della luce. La risposta ce la dettero le sere che precedettero la sua morte. Tutta la Chiesa era come raccolta in quella piazza a pregare in continuità, perché quel sorriso, quella bontà non se ne andassero più. Ne abbiamo tanto bisogno. Potevamo fare a meno di tanti personaggi di mondo, che si cuciono addosso una potenza che nulla ha a che fare con la bontà, quando addirittura non diventa strumento di potere, che è la vera morte della civiltà dell’amore, ieri, oggi.
Davanti a Giovanni XXIII, tutto di colpo perdeva importanza, dal benessere alle altre follie di noi uomini. Prepotentemente lui ci comunicava che la ricchezza più bella, e insostituibile, è l’amore, quello donatoci da Dio, Dio stesso. Volendolo vicino, come non dovesse mai morire, ma sentendo che lentamente Dio lo voleva vicino a Sé, come il servo fedele che. aveva “testimoniato la luce”, salì dalla piazza un coro: “Venne un uomo, mandato da Dio, il suo nome era Giovanni, – e tanti dissero è “Giovanni” -. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce”.
Lo stesso si ripeté con la lunga veglia della morte del grande Giovanni Paolo II. Quella piazza era diventata una immensa chiesa che pregava, chiedendo il sogno che non andasse mai, ma restasse sempre. E lui, come a rispondere a quella chiesa raccolta ancora una volta, ma questa volta sulla piazza del mondo, disse: “Vi ho cercato e voi siete venuti. Vi ringrazio”.
La grandezza di questo “nuovo” Giovanni si manifestò nella morte. Accorse tutto il mondo a rendergli omaggio, piccoli e grandi. Lì in quella piazza, accanto alla nuda bara, con il Vangelo che continuava a sfogliarsi, obbedendo al vento, come volesse continuare a parlare di Dio, tutti, ma proprio tutti, senza eccezione, ci sentimmo una cosa sola con lui… “ora in Paradiso, che ci guarda dalla finestra”, disse papa Benedetto XVI.
Sentivamo che ancora una volta era passato tra noi chi Dio aveva mandato a essere “testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero in Lui. Il suo nome era Giovanni”.
Questi testimoni – sono tanti, ieri e oggi, i “Giovanni” tra di noi – che Dio ci manda, e forse non ascoltiamo, hanno reso visibili le parole che oggi ci annunzia Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione: mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori feriti; a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri: a promulgare l’anno di misericordia del Signore” (Is. 61,1-11).
La domanda, che si fanno tanti oggi, è: “perché la gente non sente più la nostalgia della carezza o del sorriso di Dio? Ha davvero chiuso il cuore al Padre? Può veramente vivere ciascuno di noi senza sentirsi amato da chi è Amore? Dio?”
Si avvicina il Natale e si ha quasi paura, forse, di risvegliare la gioia, sapendo che Dio, con il Figlio Gesù, sarà tra noi per sempre, come uno di noi, a donarci quella speranza che è il respiro dell’anima.
Come seguendo un rituale di altri tempi, facciamo lunghe file davanti ai supermercati per acquistare cose che davvero “dicono poco” e sono per poco tempo.
E’ vero che pare si sia risvegliata tanta solidarietà, ricordandosi che tra noi, troppi, oggi, se pensiamo alla intera umanità, non sanno più cosa sia speranza o gioia. Fratelli che vivono ai margini della giustizia ed è come non esistessero per noi. Ci passano vicino: ne sentiamo parlare, ma come il sacerdote ed il levita della parabola del buon Samaritano, vediamo ma andiamo per la nostra strada. Gente che chiede un gesto che sia come il sorriso della speranza, che passa attraverso la nostra solidarietà.
Erano poveri i pastori che si recarono alla grotta, su invito dell’angelo per vedere il Salvatore, Dio, veramente immagine estrema della povertà, adagiato in una mangiatoia. Gli portarono quel poco che avevano, alcune pecore. E furono ricompensati da una grandissima gioia che solo Dio sempre sa donare a chi si fa dono. Vogliamo anche noi, in questo Natale, gustare quella gioia? La strada è tracciata dalla solidarietà. Ma bisognerebbe che anche noi ci svestissimo di “tanto inutile”, e provassimo il bisogno delle folle che erano sotto la finestra di Giovanni XXIII o di Giovanni Paolo II. Quasi risentire le ultime parole di questo grande Pontefice che disse, lasciandoci: “Vi ho cercato e siete venuti. Vi ringrazio”.
Cerchiamo anche noi le vie del sorriso nella carità. E’ sicuramente trovare Gesù.
Ho un ricordo che è stato un poco la mia educazione all’amore di chi soffre. Ero andato in una parrocchia di periferia, dove trovano in qualche modo rifugio i diseredati, “i Bambin Gesù” nella mangiatoia del mondo.
Avevo dato una mano al Parroco nella celebrazione della Messa di mezzanotte. Era un parroco, vero “testimone”, secondo Giovanni.
Terminata la Messa, mentre entravamo in casa canonica, ci seguì una famiglia povera che chiese un tozzo di pane per Natale. Il Parroco non ci pensò due volte. Prese quello che aveva avuto per Natale: un pollo ed un panettone e dandolo augurò “Buon Natale”. Quanta gioia in quella famiglia. Ma ancora di più nel parroco! Gli dissi: “E per noi, domani?” “Ci penserà sicuramente Dio”. E così fu.
Mi viene spontaneo rivolgere a Gesù questa preghiera, sempre di Madre Teresa: “Gesù mio, nato in una stalla perché nella locanda non c’era più posto per te e per la tua famiglia, benedici tutti quelli che offrono ospitalità. Fa’ che abbiano sempre posto per i poveri e per i viaggiatori in cammino. Dai loro coraggio e forza di accogliere tutti i loro ospiti e fa’ che ricordino che tutto quello che avranno fatto per loro l’avranno fatto per Te.
Signore Gesù benedici tutti quelli che accolgono i poveri.
Lo Spirito Santo dica loro che saranno bene accetti e privilegiati nel Regno dei Cieli, che ospita tanta gente e sopratutto i più poveri dei poveri”.

(Omelia del 12-12-1999)

Testimoni della luce, testimoni della carità

Così inizia il Vangelo di oggi: “Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva rendere testimonianza alla luce” (Gv 1, 6-7).
Leggendo queste parole mi viene in mente subito uno dei più intensi momenti di commozione di tutta la Chiesa e di tutto il mondo, credo. Era la vigilia della morte di Papa Giovanni XXIII. “Il Papa buono” tutti lo definivano, senza distinzione di classi o di religione. Il suo sorriso, la sua semplicità, la sua bontà che sembrava non conoscesse limiti o barriere, erano riusciti a penetrare ovunque, come la luce del sole che non si fa fermare da stupidi ostacoli. Tutti eravamo abituati a sentircelo così vicino, come fosse uno di famiglia; uno che capiva; uno che aveva negli occhi, e nelle parole, i grandi orizzonti della vera carità che superano le grettezze di cuore che sono sempre strade molto piccole e senza vista. La sera dell’11 ottobre, all’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, quando, parlando dal balcone che dava su Piazza S. Pietro, mandò una carezza ai bimbi e ai malati, fu come se tutto il mondo fosse stato accarezzato da Dio stesso. Ricordo che quella sera piansi di gioia, un irrefrenabile pianto che stava bene anche in Paradiso. E mi dissi: “Se un uomo è capace di tanto amore, cosa sarà mai il volto, il sorriso, la carezza di Dio?”. E il Paradiso non mi sembrò più tanto lontano.
Giovanni XXIII aveva il merito, tramite la sua bontà, di farci vicino e possibile il Paradiso. “Ma chi era costui?” Verrebbe voglia oggi di chiederci come chiesero i Giudei a Giovanni il Battista. La risposta ce la demmo con dolore le sere in cui tutta la Chiesa, e non solo la Chiesa, pregava in Piazza S. Pietro e in tutto il mondo perché il Signore ce lo conservasse. Ne avevamo tanto bisogno. Potevamo fare a meno di tante altre persone che si credevano potenti e con la loro boria pericolosa costituivano solo timore per il mondo.
Davanti a Giovanni XXIII, di colpo tutto perdeva importanza, dalla ricchezza allo stupido orgoglio. Prepotentemente lui ci comunicava che la ricchezza più bella e insostituibile era l’amore, quello donatoci da Dio, Dio stesso. Volendolo vicino, come non dovesse mai morire, ma sentendo che Dio Lo voleva vicino a Sé, come il buon servo fedele che aveva “testimoniato la luce” in coro ci siamo detti: “Venne un uomo mandato da Dio, e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce”.
Per lui era vero quanto dice Isaia: “Lo Spirito del Signore è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati; a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di misericordia del Signore” (Is 61, 1-2).
E’ una domanda che si fanno in tanti oggi, da ogni parte: perché la gente non sente più la “nostalgia” del sorriso di Dio? Ha proprio il cuore chiuso al Padre? Può veramente vivere senza sentirsi amata da Dio?
Viene Natale e si ha quasi paura di risvegliare la gioia che Lui presto sarà tra di noi, come Uno di noi. Uno che sarà tanto di “casa” da suscitare speranza, come faceva il sorriso di Giovanni XXIII.
Come seguendo un rituale di altri tempi, senza significato, facciamo lunghe file davanti ai negozi per comprare cose che abbiamo già comprato altre volte e non ci hanno dato gioia, rincorrendo la fantasia di chi vuole venderci qualcosa a tutti i costi “perché è Natale”.
Non ci passa neppure per la testa che oggi c’è tanta, ma tanta gente che letteralmente muore di fame ed è un dito puntato contro questa arrogante corsa al regalo ed al pranzo natalizio. E’ come se di colpo avessimo spento le stelle del cielo che sono come una finestra sul Paradiso di Dio, per farci un cielo di finte stelle che incorniciano le vie, ma hanno un cielo basso, tanto basso, senza alcuna dimensione di vera felicità. Ma è proprio vero che la gente sia chiusa a Dio ed aperta alle cose?
Tutti hanno bisogno di vedere vicino a sé dei nuovi Giovanni Battista o, se volete, dei nuovi Giovanni XXIII: testimoni della luce; gente che con illuminata carità quasi ti dica: “Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, uno che viene dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio dei sandali”.
Vivo da tanti anni tra gente che a volte rasenta la povertà più incredibile, fino a morire quasi di fame. Ho incontrato la gente più buona ed anche la gente più disperata, dai carcerati ai drogati. Difficile per non dire impossibile parlare a questi di un Dio che viene tra di noi. Ma una cosa capiscono bene: quella di essere amati. Si lasciano affascinare tanto dall’amore da essere capaci di rivivere. Riescono anche a capire e credere in Dio.
Bisognerebbe allora che tutti in qualche modo, all’accostarsi di questo Natale diventassimo testimoni della luce, testimoni della carità, coltivando bontà, diventando generosi nella carità in modo da diventare credibile annuncio del Natale.
Lo possiamo fare, dobbiamo, perché mai come oggi il mondo aspetta il Natale, anche se non lo confessa.

mons. Gianfranco Poma     (Omelia del 11-12-2011)

Venne un uomo mandato da Dio: egli venne come testimone

Nella terza domenica di Avvento la Liturgia ci fa leggere un brano del Vangelo di Giovanni (Gv.1,6-8.19-28), composto di due parti: la prima, alcuni versetti del “Prologo”; la seconda, gli inizi del racconto evangelico. L’intenzione della Liturgia è di presentarci ancora la figura di Giovanni il Battista, come icona tipica dell’Avvento, il tempo dell’attesa, del desiderio di Dio: Dio è Colui che risponde all’attesa dell’uomo. Ma l’uomo (che siamo noi) attende Dio? Ma l’uomo (che siamo noi) sa che cosa significa attendere Dio? Lascia che da ogni sua cellula, esca l’invocazione rivolta a chi può rispondere al suo bisogno di senso? L’uomo di oggi attende Dio, ma non riesce ad ammetterlo, più che mai cerca il Dio vivente e non sa di cercarlo: c’ è bisogno di un Giovanni “educatore” dell’uomo ad un senso purificato di Dio, spogliato di strutture o sovrastrutture, culturali o etiche o religiose, di epoche ormai passate. Significativamente Giovanni, nel IV Vangelo, non è mai presentato come “colui che battezza”, ma come “testimone”: è colui che ha fatto un cammino di spogliazione di sé da ogni ambiguità, per poter presentarsi agli altri come “testimone” di valori che lo trascendono, autentico testimone di Dio, di un Dio vivente.
Il “Prologo” del Vangelo di Giovanni che noi leggeremo nella festa di Natale, è una introduzione, ma pure una rilettura di tutto il messaggio evangelico: apre il lettore alla dimensione infinita del mistero di Dio che sta all’origine dell’esistenza di ogni cosa e del suo significato perché tutto possa diventare vita. Il Vangelo di Giovanni è essenzialmente “rivelazione”: tutto ciò che esiste ha un senso, perché è una “parola” all’interno della infinita “Parola” che sta all’origine di tutto. Ma occorre avere la chiave per poter leggere il senso di ogni cosa, occorre ascoltare la Parola per poterla trovare in ogni cosa, e per questo il “Prologo” proclama: “In principio era la Parola”. L’infinito mistero rimarrebbe inesplorato se Egli stesso non fosse all’inizio “Parola”, “Annuncio”, “Rivelazione”: “In principio Dio creò il cielo e la terra”, è l’inizio della Bibbia, che subito dice: “Dio disse: Sia la luce”. Occorre che ci sia la luce per poter “vedere” Dio. Ma, continua il “Prologo” di Giovanni: “Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio Unigenito che è Dio ed è nel seno del Padre, è Lui che lo ha rivelato”. Ma perché l’ “Invisibile” potesse diventare visibile “la Parola si fece carne e venne ad abitare tra noi”: l’Infinito si è dato dei confini; Colui che sfuggiva alla nostra esperienza, si è fatto toccare; il Silenzio si è fatto udibile. “Si fece carne.”: è nato da una donna, così simile a tutti gli uomini da confondersi con loro. “E noi abbiamo contemplato la sua gloria.”: abbiamo cominciato a vedere Dio nella fragilità della carne. Ma come è possibile vedere Dio nella fragilità, nel limite, nella impotenza, nella oscurità.? E’ ancora Lui che accende la luce, apre i nostri occhi e i nostri orecchi, perché lo riconosciamo: per questo è necessario che ci sia un “testimone”.
Il brano che oggi leggiamo (Giov.1,6-8.19-28) ci presenta il “testimone”, iniziatore di una storia nuova, nella quale è necessario che ci sia una catena di testimoni che indichino la presenza nella carne di Colui che “l’universo non può contenere”: chi potrebbe riconoscerlo, divenuto in tutto simile agli uomini? Il Vangelo si preoccupa di farci sapere che non si tratta di una utopia, un sogno, un mito: “Ci fu un uomo, mandato da Dio: il nome suo, Giovanni”. Nel fluire del tempo, nella moltitudine degli uomini, ce n’è uno mandato dalla parte di Dio, il suo nome è Giovanni: è un uomo concreto, con un nome “dono di Dio” che già significa la missione che gli è affidata, che si identifica con la sua stessa esistenza. “Egli venne per la testimonianza, per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui”. Giovanni è essenzialmente un testimone, quindi è relativo ad un altro: tutto diventa singolare in lui. “Per rendere testimonianza alla luce”. Giovanni deve testimoniare che una luce è dentro l’oscurità, una luce che non è immediatamente visibile: è l’incarnazione di Dio. Occorre credere per vedere la luce, occorre passare attraverso la sua testimonianza per arrivare alla fede: per questo egli è strumento di fede. Tutto è estremamente preciso: “Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce”: non si crede in Giovanni, ma attraverso Giovanni.
La figura di Giovanni, il testimone, è di estrema importanza per il cammino della fede che il Vangelo propone, anche per noi: l’esperienza di Dio ha bisogno sempre di un testimone che prepari a Lui la strada.
La seconda parte del nostro brano è tutta impegnata nel precisare la figura del “testimone”. La testimonianza è anzitutto verità: il testimone di Dio è colui che per svuotarsi di tutto ciò che potrebbe essere tentato di presentare come Dio, si svuota di se stesso. Ai sacerdoti e ai leviti mandati ad interrogarlo: Tu chi sei?, Giovanni risponde: “Io non sono”. E ripete continuamente: “Io non sono.” Nel Vangelo di Giovanni “Io sono” è solo Gesù. Quando i suoi interlocutori insistono: Dunque tu chi sei.?, il testimone risponde: Io (senza il verbo essere) voce di uno che grida nel deserto.: è sottolineata molto bene la differenza tra la sua identità e quella di Gesù. Il testimone è colui nel quale vive Gesù: “vivo io, ma non sono io che vivo, è Cristo che vive in me” (Gal.2,19-20) è la testimonianza di S. Paolo. Il “testimone” è colui che ha avuto il coraggio di ammettere di “non essere” nulla da se stesso: ma poi “viene un altro”, viene “Colui che è”.
“Voi non lo conoscete”: proclama Giovanni ai sacerdoti e ai leviti, a coloro che erano a servizio di Dio. Pensavano al Dio che ha dato la Legge: pensavano di conoscere Dio, ma non potevano conoscere “Colui che sta in mezzo a loro”, che è disceso, per piantare la sua tenda in mezzo agli uomini. “Anch’io non lo conoscevo”: confessa Giovanni. Egli è uomo come tutti: non si tratta di un’esperienza psicologica. A lui che ha avuto il coraggio di proclamarsi “colui che non è” è stato dato di fare un’esperienza nuova. E’ pura grazia, iniziativa di Colui che lo ha inviato: “Ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio”. Il “testimone” è colui che ha fatto spazio dentro di sé, perché in lui viva il Figlio di Dio: è colui che indica agli altri uomini “Colui che sta in mezzo a loro e che loro non conoscono” perché mai gli uomini potrebbero conoscere un Dio che si incarna tanto da diventare uno di loro. Il testimone è colui che ha sperimentato personalmente un Dio che discende per amare: è colui nel quale Dio continua ad incarnarsi, per farsi conoscere come realmente è. Il testimone è colui che, mostrando nella sua carne lo splendore dell’Amore che ha riempito la sua solitudine, invita ad aprire la strada perché nell’intimità più profonda di ogni uomo venga Lui per fargli faccia gustare la bellezza infinita dell’essere diventato il Figlio di Dio.

mons. Roberto Brunelli     (Omelia del 11-12-2011)

Nella crisi un invito alla gioia

Torna oggi, presentata quasi negli stessi termini di domenica scorsa, la figura della “voce che grida nel deserto” per invitare a prepararsi all’avvento del Messia (Giovanni 1,6-8.19-28). Il Battista è uno dei due personaggi (l’altro è Maria, alla quale è appena stata dedicata una festa e della quale sentiremo parlare domenica prossima) che campeggiano nella liturgia di questo periodo, ciascuno con una propria fisionomia. Tra gli aspetti che caratterizzano lui spicca l’austerità, in inatteso contrasto con le altre letture, tra le quali serpeggia un ben diverso tema. “Lo spirito del Signore è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri? Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio” proclama la prima lettura (Isaia 61,1-11), cui fa eco il salmo responsoriale: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore” (Luca 1,46-54), e sulla stessa lunghezza d’onda è la seconda lettura (1Tessalonicesi 5,16-24): “Fratelli, siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie”.
Il tema comune è dunque la gioia, e a prima vista lo si direbbe il meno appropriato in questa domenica, qualche giorno appena dopo le severe misure economiche adottate dal governo, di cui tutti, in varia misura, risentiremo. In realtà il tema è valido anche oggi, perché trascende le contingenze, si colloca su un piano diverso da quello che tocca il portafogli. Pur auspicando che, per superare la presente crisi, governo e parlamento vogliano e sappiano trovare le vie meno traumatiche e più eque, non si può dimenticare la comune esperienza: difficoltà – economiche, di salute, nei rapporti con gli altri – ce ne sono sempre e per tutti. Ma esse non esauriscono la vita, che conosce anche dimensioni positive, quali l’amicizia, gli affetti e in genere tutte le buone e sane soddisfazioni.
Le letture di oggi, con l’insistente richiamo alla letizia portata sino all’esultanza, invitano a scoprire e valorizzare un’altra dimensione positiva della vita, la più importante perché si prolunga addirittura oltre la dimensione terrena. Io gioisco, la mia anima esulta nel mio Dio, dice Isaia, “perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli”: vale a dire, io sono oggetto delle attenzioni di Dio, il quale mi dona quella salvezza per cui io non sono condannato a trascorrere il resto dei miei giorni nei bassi orizzonti dei miei guai, o peggio nella palude delle mie colpe. Egli fa per me quello che solo lui può fare: mi perdona, mi trasforma, mi rende giusto, mi spalanca porte e finestre che si affacciano sul giardino della serenità interiore e mi consentono di proiettare lo sguardo verso l’infinito. Mi fa bello, come gli sposi nel giorno delle nozze: mi fa indossare la fulgida veste della salvezza e il trionfale mantello della giustizia, e (secondo gli usi del tempo) mi adorna con il diadema, come un re, o di gioielli, come una regina.
Il riferimento agli sposi qui è appena accennato, ma basta a richiamare gli altri passi della Scrittura in cui il vincolo nuziale è assunto a simbolo del rapporto tra Dio e l’uomo. Pur non avendo bisogno di nulla e di nessuno, Dio non ignora né trascura l’uomo che ha fatto a sua immagine e somiglianza; anzi vuole stringere con lui un tale vincolo di intimità, quale solo l’intimità coniugale può lasciar intuire. Per questo ha voluto redimere l’umanità: l’ha trovata coperta di stracci, e nel suo amore l’ha ripulita, rivestita, adornata; l’ha sollevata sino a sé, l’ha chiamata a condividere la sua stessa vita. Ecco perché, malgrado le (passeggere) difficoltà terrene, sussistono tutte le ragioni per accogliere gli inviti che si rincorrono nelle letture di oggi.

(Omelia del 14-12-2008)

Servire Cristo, non servirsene

Torna, nel vangelo di oggi, la figura di Giovanni Battista; torna, e giganteggia: tanto più grande quanto più si percepisce la sua umiltà. Nell?attesa del Messia annunciato da secoli, la fervida attesa di un liberatore che sollevasse le sorti del popolo ebraico oppresso dalla dominazione romana, egli si era presentato con i tratti ispirati degli antichi profeti; la sua vita austera e la predicazione infiammata gli avevano guadagnato la stima generale, sicché gli sarebbe stato facile far credere di essere lui l?atteso. E invece no; quando glielo chiesero egli dichiarò apertamente: ?Io non sono il Cristo?. (E? appena il caso di ricordare che il termine Cristo, derivato dal greco, corrisponde esattamente all?ebraico Messia).
?Chi sei, dunque? Che cosa dici di te stesso?? fu la successiva logica domanda, cui egli rispose, citando il profeta Isaia: ?Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore?. Govanni si manifestò dunque come il semplice araldo, il precursore, incaricato di annunciare e preparare l?arrivo del Messia, il Cristo atteso: uno tanto più grande di lui da non essere degno neppure di chinarsi a slacciargli i sandali.
L?affermazione illumina di luce singolare la figura di Gesù, perché gli stessi vangeli si direbbe a prima vista che collochino Giovanni quasi al livello di Colui che egli stesso riconosce tanto superiore a sé. L?evangelista Luca, ad esempio, narra in parallelo le vicende della nascita di entrambi, con lo stesso rilievo: prima l?annuncio a Zaccaria che sarebbe diventato padre, poi l?annuncio a Maria della divina maternità; segue l?incontro delle due madri in attesa, con il cantico di Maria (il ?Magnificat?); quindi la nascita del figlio di Zaccaria, con il cantico da parte di quest?ultimo (il ?Benedictus?), e la nascita del figlio di Maria. Giovanni dunque sin dalla nascita è stato coinvolto nella vicenda di Gesù; egli poteva vantare di essere stato oggetto di un?attenzione speciale da parte di Dio. La sua grandezza sta anche nel non averne approfittato per sé, riconoscendo di essere soltanto l?umile battistrada, dando poi autenticità e credibilità alla sua testimonianza col mantenersi fedele ad essa sino al martirio.
Deriva da qui il suo valore esemplare. A differenza dei tanti che hanno arringato e arringano le folle per il proprio tornaconto, non importa se in termini di prestigio, di potere o di danaro, Giovanni Battista si impegnò a beneficio di un altro, ritirandosi nell?ombra non appena realizzato il proprio compito. Servire Cristo e non servirsene, sembra essere stato il suo motto. Un uomo che dedica totalmente la propria vita a un altro, che si consuma a guadagnare consensi a un altro, porta in sé una misteriosa grandezza: di una misura che, se non pareggia quella dell?altro, certo gli si avvicina. Basti verificarlo in uomini come l?apostolo Paolo, cui sarebbe stato facile impegnare il proprio genio per sé e non ad annunciare instancabilmente Cristo, nella facile previsione di dovere per questo dare la vita; o come il papa Giovanni Paolo II, dotato di carismi straordinari che gli guadagnarono il prestigio e l?affetto del mondo intero, ma proteso sino all?ultimo nell?invitare piuttosto a volgere l?attenzione a Colui del quale egli era soltanto il portavoce.
Ma citando questi due uomini, collocati rispettivamente ai due estremi del percorso cristiano nei secoli, se ne devono comprendere innumerevoli altri, noti a Dio e talora anche a noi, che spesso con personale sacrificio hanno saputo porre Lui, e non sé stessi, al primo posto. Penso ai martiri, a tanti zelanti pastori, ai missionari, alle vergini consacrate, ai tanti fedeli laici che hanno pagato prezzi altissimi per restare fedeli al vangelo. Davvero l?esempio del Battista, riassumibile nel motto ?servire Cristo e non servirsene?, ha fatto scuola, trovando spesso allievi non indegni del maestro.

mons. Vincenzo Paglia     (Omelia del 14-12-2008)

Rallegratevi

“Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi”. Con questo fermo invito dell?apostolo si apre la liturgia di questa domenica, chiamata gaudete, la domenica della gioia. “State sempre lieti”, raccomanda Paolo, “pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie a Dio”. “State lieti”: perché? Come bambini ci affidiamo a colui che vuole che la sua gioia sia in noi e che questa sia piena. Questa è la volontà di Dio. Ma non è troppo poco e troppo diretto per uomini complessi come amiamo sentirci noi, amanti e conoscitori attenti delle nostre tortuosità, affezionati al pozzo senza fondo di energie ed attenzioni che è l?amore per noi stessi? È possibile per noi scegliere di essere sempre lieti, noi che assecondiamo i nostri umori, ci fidiamo di loro, li contrastiamo così poco? Ed i nostri umori sono sovente così poco lieti, inclini al lamento, affannati, attratti dal pessimismo, nutriti di diffidenza! La gioia, secondo questo invito così appassionato dell?apostolo, non è una congiuntura favorevole, ma una scelta cui siamo chiamati. Sempre. Lieti, gioiosi non perché imperturbabili o incoscienti, ma per la consapevolezza forte, vigorosa, dell?avvento di Dio. È lui che libera dalla tristezza e spazza via dal cuore le numerose radici di amarezza.
“Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito con il manto della giustizia”, canta il profeta. Non gioiamo per noi stessi. Anzi: per noi proviamo il senso del poco che siamo e della vanità del mondo. Possiamo però gioire: siamo stati scelti, la nostra voce non si perde in se stessa ma indica colui che viene. L?umile gioisce. Il ricco insegue la propria tristezza, vuole possedere la felicità; l?orgoglioso non è mai sazio perché non si lascia amare e non si piega alle ragioni dell?altro. Gli umili lasciano posto a qualcuno che viene. Impariamo a pregarlo “incessantemente”, rendendogli grazie, come atteggiamento e scelta interiore nella vita ordinaria, per ogni cosa. La letizia è il primo modo per non farsi scoraggiare dal male, per esserne liberi. E quanto la letizia comunica amore, ci rende sensibili ed attenti alle vere tristezze del mondo e degli uomini! Un volto lieto accoglie, sostiene, attrae. Quanto è facile, al contrario, rattristare l?altro! Siamo lieti, perché viene il perdono, che scioglie dal legame con il peccato. Possiamo essere diversi da come siamo! Nessun cambia solo per i suoi sforzi, ma perché viene associato, per grazia, all?avvento di questo regno che irrompe nella storia umana, allo spirito che ci solleva e ci cambia. Siamo lieti, per iniziare da questo a dissociarci da un mondo che riduce tutto al cinismo, che pensa di conoscere tutto e giudica tutto ma senza amore, vittima del suo stesso pessimismo, alla ricerca di speranze, ma in fondo prigioniero dei calcoli.
Nel rarefarsi dei profeti – sono davvero pochi, nel nostro tempo! – con rinnovata attenzione ci poniamo in ascolto di questo grande profeta. Non è lui il Salvatore, e lo dice chiaramente. Giovanni non si è lasciato travolgere dalla gloria e dal successo nel vedere tanti che accorrono a lui. Noi, per molto meno, ci sentiamo dei piccoli messia e, comunque, pretendiamo di stare sempre al centro dell?attenzione. Nella sua umiltà, tuttavia, egli non si tira indietro, né si nasconde, anzi, nella coscienza della responsabilità che gli è stata affidata, afferma davanti a tutti: “Io sono voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore”.
Alla lezione di umiltà segue quella sulla responsabilità; una particolare responsabilità: essere “voce”. Ogni cristiano dovrebbe applicare a se stesso le parole di Giovanni: “Io sono voce”. Per costituzione i credenti sono “voce”, ossia annunciatori del Vangelo. È qui la radice del compito di evangelizzazione che grava su ogni discepolo. Paolo, consapevole di tale responsabilità, ammoniva se stesso: “Guai a me se non predicassi il Vangelo” (1 Cor 9,16). Il credente, prima che un cumulo di opere, è una voce, una testimonianza. Questa è l?unica vera forza del Battista. Ma è una forza debole. Cos?è infatti una voce? Poco meno che nulla: un soffio; basta davvero poco per non farci caso, né ha poteri esterni che possano imporla. Eppure è forte, tanto che molti si accalcano attorno a quella parola. La ragione sta nel fatto che quell?uomo non indica se stesso; non parla per attirare su di sé l?attenzione altrui; non blocca la gente desiderosa di guarigione e salvezza sulle sponde di quel fiume, anche se benedette. Quella voce rimanda oltre, verso qualcuno ben più forte e potente: “In mezzo a voi c?è uno che voi non conoscete, uno che viene dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio dei sandali”, dice Giovanni; e lo afferma ancora oggi.
Giovanni Battista ci riconduce a ciò che è essenziale, perché non ci smarriamo ed orientiamo tutto il nostro cuore verso il Signore. Giovanni è una “voce”. “Chi sei tu?”, domandano i giudei. Che cosa dici di te stesso? Ogni uomo è un mistero ed il mondo spesso viene a volgarizzarlo, deve definire, analizzare, catalogare. Giovanni non moltiplica interpretazioni, non indulge nelle mutevoli e a volte contraddittorie parole su di sé. Per dire chi è ha bisogno di un altro, che dia senso alla sua vita, a colui che è la parola, al verbo, la prima e l?ultima lettera di ogni nostra parola. Giovanni è forte perché la sua vita ha senso se è utile a qualcun altro, a colui per il quale prepara la strada e rinnova i cuori! Rende testimonianza. La sua forza non è splendere per se stesso, ma perché la luce si veda. E Dio è luce, che illumina anche le tenebre più fitte! Grida. Annuncia il Vangelo. Non attira l?attenzione su di sé, secondo un protagonismo così prepotente e normale. La sua voce rimanda e indica qualcuno che è già “in mezzo a voi”, “che non conoscete”, “uno che viene dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio dei sandali”. La nostra voce può fare fiorire la vita nel deserto. Noi, uomini così comuni, siamo chiamati a fare conoscere a tanti colui che sta in mezzo a noi. Deboli, siamo forti. Tristi, siamo lieti. Perché il Signore viene, fa germogliare la terra, la rende di nuovo un giardino, il suo giardino. Vieni presto Signore.

(Omelia del 11-12-2005)

“Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni”. Il Vangelo ci conduce ancora una volta al Giordano e ci inserisce in quella folla accorsa da ogni parte per ascoltare questo singolare profeta. In sua compagnia è più facile svegliarci dal torpore dell’egoismo e disporci ad accogliere il Signore. Il Natale è prossimo e la liturgia, chiamata “Gaudete” dalla prima parola del canto d’ingresso, esprime la gioia della Chiesa per l’avvicinarsi dell’incontro con il Signore. Il profeta Isaia ci immerge in un clima di gaudio con il “lieto annunzio” della guarigione ai malati, della liberazione agli schiavi e ai prigionieri, della consolazione ai poveri e agli angosciati. Stava per sorgere il grande e definitivo “anno della misericordia” del Signore. L’Avvento spinge a entrare con maggiore decisione nel clima di un’attesa che sta per compiersi. Il Signore, infatti, è vicino; è vicino alla sua Chiesa, a ciascuno di noi. La predicazione del Battista scuote da quel torpore che attutisce l’attesa e fa alzare gli occhi verso colui che viene a salvare. Anche lui alza gli occhi da se stesso. Lo dice chiaramente: non è lui il Salvatore; non si è lasciato travolgere dalla gloria e dal successo nel vedere tanti che accorrono a lui. Noi, per molto meno, ci sentiamo dei piccoli messia e, comunque, pretendiamo di stare sempre al centro dell’attenzione. Nella sua umiltà, tuttavia, egli non si tira indietro né si nasconde, anzi, nella coscienza della responsabilità che gli è stata affidata, afferma davanti a tutti: “Io sono voce di uno che grida nel deserto: ‘Preparate la via del Signore’.

Alla lezione di umiltà segue quella sulla responsabilità; una particolare responsabilità: essere “voce”. Ogni cristiano dovrebbe applicare a se stesso le parole di Giovanni: “Io sono voce”. I credenti sono “voce”, ossia comunicatori del Vangelo. Paolo, consapevole di tale responsabilità, ammoniva se stesso: “Guai a me se non predicassi il Vangelo!”. Il credente, prima che un cumulo di opere e di azioni, è una voce, è una testimonianza. Questa è la vera forza del Battista. Certo, è una forza debole. Cos’è infatti una voce? Poco meno che nulla: un soffio; basta davvero poco per non farci caso, né ha poteri esterni che possano imporla. Eppure è forte, tanto che molti si accalcano attorno a quella parola. La ragione sta nel fatto che quell’uomo non indica se stesso; non parla per attirare su di sé l’attenzione altrui; non blocca la gente desiderosa di guarigione e salvezza sulle sponde di quel fiume, anche se benedette. Quella voce rimanda oltre, verso qualcuno ben più forte e potente: “In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, uno che viene dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio del sandalo”, dice Giovanni; e lo afferma ancora oggi.

È vero, infatti, che in mezzo a noi c’è uno che noi non conosciamo, oppure a cui poco badiamo. Abbiamo tutti bisogno di continuare ad ascoltare il Vangelo per scoprire il vero volto del Signore, per comprendere il suo cuore e i suoi pensieri, per capire la sua misericordia e sperimentare la sua forza di cambiamento. Se non riscopriamo il volto del Signore non sapremo neppure parlarne. Saremo cristiani malati di afonia evangelica. C’è una responsabilità dei discepoli nel non essere “voce”, mentre tanti attendono qualcuno che indichi il Signore. Gregorio Magno ammoniva i cristiani: “Guardatevi dal rifiutare al prossimo l’elemosina della parola”. Il compito della Chiesa e di ogni cristiano è tutto qui: essere una voce che sa parlare al cuore degli uomini per dire loro che il Signore è vicino, che ama tutti e particolarmente i più poveri. Per questo, pur nella nostra povertà, possiamo applicare anche a noi le parole di Isaia: “Lo spirito del Signore è su di me… mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai poveri… a promulgare l’anno di misericordia del Signore” (Is 61, 1-2). Gregorio Magno, nel brano citato, aggiunge: “In questo modo, se non trascurate di annunciare la sua venuta per quanto siete capaci di farlo, meriterete di essere annoverati da lui, come Giovanni Battista, nel numero degli angeli”.

mons. Ilvo Corniglia     (Omelia del 14-12-2008)

Vivere nell?attesa vigile e operosa del Signore Gesù, che verrà non solo al termine della storia e della nostra vita, ma in modo speciale nel prossimo Natale, mentre continua a regalarci ogni giorno una molteplice visita e presenza: ecco il senso dell?Avvento. La Parola di Dio ci rivela alcuni tratti del volto di Cristo e insieme delinea la fisionomia della comunità che lo aspetta e già lo incontra.

Colui ?che viene? (Gv 1,27) è anzitutto il messaggero del ?lieto annuncio ai miseri?. E? Lui in persona la ?buona notizia? per tutti quelli che soffrono (Is. 61, 1-2: I lettura). Gesù all?inizio della sua attività pubblica applicherà a se stesso queste parole del profeta, identificandosi col personaggio consacrato e inviato da Dio per annunciare e operare la salvezza di tutti gli infelici (cfr. Lc 4,31-43). In tal modo Gesù manifesta la sua scelta preferenziale dei poveri. Da questo si riconosce il Messia, come pure la comunità che gli appartiene. Quando i cristiani compiono le opere di misericordia, ?è Cristo stesso che fa queste opere per mezzo della sua Chiesa, soccorrendo sempre con divina carità gli uomini? (Paolo VI).
All?annuncio di salvezza segue la risposta della comunità credente: ?Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio?. Il fondamento di questa gioia straripante è?il Signore…il mio Dio?: col suo amore che salva Egli avvolge la comunità, personificata in una donna, come con una veste nuziale.
Il canto di Maria, il Magnificat – dove la medesima gioia risuona, ma con accenti, contenuti e motivi nuovi, e con una intensità superlativa – diventa il canto della comunità cristiana (Sal. resp.). Essa, come la madre di Gesù, sa di portare nel grembo il Salvatore, mentre attende di incontrarlo nella luce piena, e dà libero sfogo alla propria felicità e riconoscenza al Signore.
La gioia è senza dubbio la nota dominante nella celebrazione odierna (cfr. ant. d?ingresso, I e II lettura, Sal. resp.). Ma rimane una dimensione essenziale del cristiano, chiamato a testimoniarla davanti a una società spesso affogata nella tristezza e addirittura nella nausea.

?Fratelli, siate sempre lieti? (1 Ts 5,16: II lettura). Questa esortazione di Paolo alla gioia è un motivo ricorrente nei suoi scritti (cfr. es. Fil 4,4; 2Cor 13,11…). La gioia è la divisa, il vestito del cristiano. Nel nostro testo l?imperativo della gioia non può essere isolato dagli altri che seguono e con i quali va saldato: ?…pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie…vagliate ogni cosa…?. La gioia vera si nutre di dialogo con Dio, rendimento di grazie, discernimento spirituale (personale e comunitario) in ogni situazione per trattenere ciò che è buono e rigettare ciò che è male. Come dire che la gioia autentica è frutto dell?amore.

L?esperienza della gioia è legata al rapporto con la persona di Gesù. E? questa la sostanza del messaggio che nel Vangelo ci offre Giovanni Battista con la sua parola e la sua vita. ?Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni?. Già il nome stesso (?Giovanni? significa: il Signore è misericordioso, il Signore ama) è un annuncio di Colui nel quale la misericordia infinita di Dio si è pienamente manifestata.

Giovanni è il ?testimone? di Gesù. ?Testimone? è uno che ha visto, ha scoperto, ha incontrato, ha sperimentato. Testimonianza a uno che è unico. Tutta l?esistenza e l?attività di Giovanni si esauriscono, appunto, nel ?dare testimonianza alla luce?. E? Gesù la ?Luce vera?, l?unico che rivela agli uomini Dio come Padre, come Amore, rischiarando le tenebre dell?errore, del non senso, del peccato, della morte in cui essi si dibattono. Né Giovanni, né alcun altro uomo della storia possono rivendicare per sé tale prerogativa. E? Gesù l?unico liberatore e salvatore dell?uomo, l?unico che fa felici.
Per questo Giovanni, interrogato sulla sua identità (?Tu, chi sei??), risponde di non essere né ?il Messia né Elia né il profeta?, tutti personaggi che erano attesi per il tempo della salvezza. Giovanni non ha alcun ?Io sono? da vantare, da esibire. La formula ?Io sono? nel IV Vangelo è riferita solo a Gesù e indica la sua dignità divina. Richiama, infatti, la rivelazione del nome di Dio a Mosè: ?Io sono colui che sono?. Per questo, quando Giovanni fa un?affermazione su di sé e in qualche modo si definisce, non usa il verbo ?sono?, ma dice semplicemente: ?Io voce di uno che grida nel deserto (così nel testo originale): Rendete diritta la via del Signore?. Giovanni riconosce di essere una voce che si esaurisce nel breve spazio di tempo necessario per comunicare un messaggio di speranza e di salvezza e poi si spegne, scompare. La ?Parola? invece rimane (cfr. Gv 1,1ss). Giovanni prosegue affermando che egli ?battezza nell?acqua?. Un?espressione che rimanda a una sua successiva testimonianza su Gesù come ?Colui che battezza nello Spirito Santo? (Gv 1, 33), cioè colui che immerge nello Spirito Santo.
Giovanni riconosce che una distanza abissale lo separa da Gesù: non è degno neppure di offrirgli l?umile servizio dello schiavo (v.27). Non vuole legare a sé le persone, ma le indirizza a Gesù: è un ?indice puntato verso Cristo?. Il vero testimone indica il Signore, ma subito si fa da parte. Ha paura di rubare spazio a Lui.

?In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete?. E? un appello pressante a riconoscere la presenza del Salvatore. Gesù non è immediatamente riconoscibile proprio perché, rispetto alla storia passata, è così nuovo e così grande che rimane per ora nascosto alla gente. Gesù è imprevedibile e superiore a ogni attesa possibile. E? assolutamente unico.
La testimonianza di Giovanni ci invita a scoprire la vera identità di Gesù e a rimarcare la differenza tra Lui e tutto il resto. Si tratta di conoscerlo bene e non confonderlo con altre personalità che pur hanno inciso nelle esperienze religiose dell?umanità. Il rischio della confusione c?è: per es. nelle sette, a cominciare dai testimoni di Geova per finire nel New Age, l?identità di Gesù quale Figlio di Dio e unico Salvatore degli uomini viene svuotata e appiattita.
Come Giovanni, anche noi siamo chiamati a essere testimoni della Luce, cioè a presentare, a fare incontrare Gesù nella sua autenticità: Figlio di Dio fatto uomo. Anche ogni cristiano deve ripetere: ?Io sono voce?, cioè con la mia vita e con le mie parole sono un invito a ogni persona perché volga il cuore al Salvatore e prepari la sua strada all?incontro con Lui. Siamo voce chiara e convincente? Oppure voce debole, spenta?
?In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete?. Anche tra noi, nelle nostre parrocchie, c?è Uno che spesso non conosciamo o a cui non facciamo attenzione. Così per es. ci sono cristiani praticanti che non leggono per niente il Vangelo e manifestano un?ignoranza impressionante su Gesù e il suo messaggio. Quanti capiscono che Gesù è incomparabile ed è la novità infinita di Dio che dà la gioia piena? Quanti, poi, sono consapevoli di ciò che accade in ogni Eucaristia e pensano, fin dall?inizio della celebrazione, che Lui c?è, in persona, realmente?
I cristiani sono quelli che sono ?sempre lieti, pregano ininterrottamente, in ogni cosa rendono grazie?. Questa loro fisionomia deve risplendere soprattutto durante la celebrazione eucaristica: ?L?Eucaristia è un mistero di così grande gioia che può essere celebrato solo cantando? (San Gregorio Magno).

Che cosa occorre perché le nostre assemblee liturgiche siano più gioiose, meno monotone, meno pesanti, più partecipate, più fraterne e tali che, ripartendo, ci sentiamo più sereni, più contenti e in grado di offrire a tutti una testimonianza più credibile e convincente? Tu che cosa suggeriresti e come potresti contribuire?

Tutta l?esistenza di Giovanni è relativa a Gesù, è spiegata da Gesù. E la mia esistenza?

Giovanni vuole scuotere dal torpore, dall?indifferenza, e risvegliare in ciascuno l?attesa, il desiderio del Salvatore. Quale salvezza ci porta Gesù? Ne sentiamo bisogno? Che cosa ci aspettiamo da Lui?

Mi ritrovo nell?umiltà di Giovanni, consapevole dell?unicità di Gesù e tutto interessato a Lui?

Come fare perché il Natale, in cui celebreremo l?Incarnazione del Figlio di Dio, sia il momento in cui noi, e molti attraverso di noi, potremo incontrare il ?Festeggiato?, Gesù Cristo?

(Omelia del 11-12-2005)

Vivere nell’attesa vigile e operosa del Signore Gesù, che verrà non solo al termine della storia e della nostra vita, ma in modo speciale nel prossimo Natale, mentre continua a regalarci ogni giorno una molteplice visita e presenza: ecco il senso dell’Avvento. La Parola di Dio ci rivela alcuni tratti del volto di Cristo e insieme delinea la fisionomia della comunità che lo aspetta e già lo incontra.
Colui “che viene” (Gv 1,27) è anzitutto il messaggero del “lieto annuncio ai poveri”. E’ Lui in persona la “buona notizia” per tutti quelli che soffrono (Is. 61, 1-2: I lettura). Gesù all’inizio della sua attività pubblica applicherà a se stesso queste parole del profeta, identificandosi col personaggio consacrato e inviato da Dio per annunciare e operare la salvezza di tutti gli infelici (cfr. Lc 4,31-43). In tal modo Gesù manifesta la sua scelta preferenziale dei poveri. Da questo si riconosce il Messia, come pure la comunità che gli appartiene. Quando i cristiani compiono le opere di misericordia, “è Cristo stesso che fa queste opere per mezzo della sua Chiesa, soccorrendo sempre con divina carità gli uomini” (Paolo VI).
All’annuncio di salvezza segue la risposta della comunità credente: “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio”. Il fondamento di questa gioia straripante è“il Signore…il mio Dio”: col suo amore che salva Egli avvolge la comunità, personificata in una donna, come con una veste nuziale.
Il canto di Maria, il Magnificat – dove la medesima gioia risuona, ma con accenti, contenuti e motivi nuovi, e con una intensità superlativa – diventa il canto della comunità cristiana (Sal. resp.). Essa, come la madre di Gesù, sa di portare nel grembo il Salvatore, mentre attende di incontrarlo nella luce piena, e dà libero sfogo alla propria felicità e riconoscenza al Signore.
La gioia è senza dubbio la nota dominante nella celebrazione odierna (cfr. ant. d’ingresso, I e II lettura, Sal. resp.). Ma rimane una dimensione essenziale del cristiano, chiamato a testimoniarla davanti a una società spesso affogata nella tristezza e addirittura nella nausea.
“Fratelli, state sempre lieti” (1 Ts 5,16: II lettura). Questa esortazione di Paolo alla gioia è un motivo ricorrente nei suoi scritti (cfr. es. Fil 4,4; 2Cor 13,11…). La gioia è la divisa, il vestito del cristiano. Nel nostro testo l’imperativo della gioia non può essere isolato dagli altri che seguono e con i quali va saldato: “…pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie…esaminate ogni cosa…”. La gioia vera si nutre di dialogo con Dio, rendimento di grazie, discernimento spirituale (personale e comunitario) in ogni situazione per trattenere ciò che è buono e rigettare ciò che è male. Come dire che la gioia autentica è frutto dell’amore.
L’esperienza della gioia è legata al rapporto con la persona di Gesù. E’ questa la sostanza del messaggio che nel Vangelo ci offre Giovanni Battista con la sua parola e la sua vita.“Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni”. Già il nome stesso (“Giovanni” significa: il Signore è misericordioso, il Signore ama) è un annuncio di Colui nel quale la misericordia infinita di Dio si è pienamente manifestata.

Giovanni è il “testimone” di Gesù. “Testimone” è uno che ha visto, ha scoperto, ha incontrato, ha sperimentato. Testimonianza a uno che è unico. Tutta l’esistenza e l’attività di Giovanni si esauriscono, appunto, nel “rendere testimonianza alla luce”. E’ Gesù la “Luce vera”, l’unico che rivela agli uomini Dio come Padre, come Amore, rischiarando le tenebre dell’errore, del non senso, del peccato, della morte in cui essi si dibattono. Né Giovanni, né alcun altro uomo della storia possono rivendicare per sé tale prerogativa. E’ Gesù l’unico liberatore e salvatore dell’uomo, l’unico che fa felici.
Per questo Giovanni, interrogato sulla sua identità (“Chi sei tu?”), risponde di non essere né “il Messia né Elia né il profeta”, tutti personaggi che erano attesi per il tempo della salvezza. Giovanni non ha alcun “Io sono” da vantare, da esibire. La formula “Io sono” nel IV Vangelo è riferita solo a Gesù e indica la sua dignità divina. Richiama, infatti, la rivelazione del nome di Dio a Mosè: “Io sono colui che sono”. Per questo, quando Giovanni fa un’affermazione su di sé e in qualche modo si definisce, non usa il verbo “sono”, ma dice semplicemente: “Io voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore”.Giovanni riconosce di essere una voce che si esaurisce nel breve spazio di tempo necessario per comunicare un messaggio di speranza e di salvezza e poi si spegne, scompare. La “Parola” invece rimane (cfr. Gv 1,1ss). Giovanni prosegue affermando che egli “battezza con acqua”. Un’espressione che rimanda a una sua successiva testimonianza su Gesù come “Colui che battezza in Spirito Santo” (Gv 1, 33), cioè colui che immerge nello Spirito Santo.
Giovanni riconosce che una distanza abissale lo separa da Gesù: non è degno neppure di offrirgli l’umile servizio dello schiavo (v.27). Non vuole legare a sé le persone, ma le indirizza a Gesù: è un “indice puntato verso Cristo”.
“In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete”. E’ un appello pressante a riconoscere la presenza del Salvatore. Gesù non è immediatamente riconoscibile proprio perché, rispetto alla storia passata, è così nuovo e così grande che rimane per ora nascosto alla gente. Gesù è imprevedibile e superiore a ogni attesa possibile. E’ assolutamente unico.
La testimonianza di Giovanni ci invita a scoprire la vera identità di Gesù e a rimarcare la differenza tra Lui e tutto il resto. Si tratta di conoscerlo bene e non confonderlo con altre personalità che pur hanno inciso nelle esperienze religiose dell’umanità. Il rischio della confusione c’è: per es. nelle sette, a cominciare dai testimoni di Geova per finire nel New Age, l’identità di Gesù quale Figlio di Dio e unico Salvatore degli uomini viene svuotata e appiattita.
Come Giovanni, anche noi siamo chiamati a essere testimoni della Luce, cioè a presentare, a fare incontrare Gesù nella sua autenticità: Figlio di Dio fatto uomo. Anche ogni cristiano deve ripetere: “Io sono voce”, cioè con la mia vita e con le mie parole sono un invito a ogni persona perché volga il cuore al Salvatore e prepari la sua strada all’incontro con Lui. Siamo voce chiara e convincente? Oppure voce debole, spenta?
“In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete”. Anche tra noi, nelle nostre parrocchie, c’è Uno che spesso non conosciamo o a cui non facciamo attenzione. Così per es. ci sono cristiani praticanti che non leggono per niente il Vangelo e manifestano un’ignoranza impressionante su Gesù e il suo messaggio. Quanti capiscono che Gesù è incomparabile ed è la novità infinita di Dio che dà la gioia piena? Quanti, poi, sono consapevoli di ciò che accade in ogni Eucaristia e pensano, fin dall’inizio della celebrazione, che Lui c’è, in persona, realmente?
I cristiani sono quelli che sono “sempre lieti, pregano incessantemente, in ogni cosa rendono grazie”. Questa loro fisionomia deve risplendere soprattutto durante la celebrazione eucaristica: “L’Eucaristia è un mistero di così grande gioia che può essere celebrato solo cantando” (San Gregorio Magno).

Che cosa occorre perché le nostre assemblee liturgiche siano più gioiose, meno monotone, meno pesanti, più partecipate, più fraterne e tali che, ripartendo, ci sentiamo più sereni, più contenti e in grado di offrire a tutti una testimonianza più credibile e convincente? Tu che cosa suggeriresti e come potresti contribuire?

Tutta l’esistenza di Giovanni è relativa a Gesù, è spiegata da Gesù. E la mia esistenza?

Giovanni vuole scuotere dal torpore, dall’indifferenza, e risvegliare in ciascuno l’attesa, il desiderio del Salvatore. Quale salvezza ci porta Gesù? Ne sentiamo bisogno? Che cosa ci aspettiamo da Lui?

Mi ritrovo nell’umiltà di Giovanni, consapevole dell’unicità di Gesù e tutto interessato a Lui?

Come fare perché il Natale, in cui celebreremo l’Incarnazione del Figlio di Dio, sia il momento in cui noi, e molti attraverso di noi, potremo incontrare il “Festeggiato”, Gesù Cristo?

padre Ermes Ronchi     (Omelia del 11-12-2011)

Chiamati a essere testimoni di luce

Venne Giovanni mandato da Dio, venne come testimone, per rendere testimonianza alla luce. Ad una cosa sola il profeta rende testimonian­za: non alla grandezza, alla maestà, alla potenza di Dio, ma alla luce.

Ed è subito la positività del Vangelo che fiorisce, l’an­nuncio del sole, la certezza che il rapporto con Dio crea nell’uomo e nella storia un movimento ascensionale verso più luminosa vita.

Giovanni afferma che il mondo si regge su un prin­cipio di luce, che vale molto di più accendere una lam­pada che maledire mille vol­te la notte. Che la storia è una via cru­cis ma anche una via lucis che prende avvio quando, nei momenti oscuri che mi circondano, io ho il coraggio di fissare lo sguardo sulla li­nea mattinale della luce che sta sorgendo, che sembra minoritaria eppure è vin­cente, sui primi passi della bontà e della giustizia.

Ad ogni credente è affidato il ministero profetico del Battista, quello di essere an­nunciatore non del degrado, dello sfascio, del peccato, che pure assedia il mondo, ma testimone di speranza e di futuro, di sole possibile, di un Dio sconosciuto e inna­morato che è in mezzo a noi, guaritore delle vite. E mi co­pre col suo manto dice Isaia, e farà germogliare una pri­mavera di giustizia, una pri­mavera che credevamo im­possibile.

(Omelia del 14-12-2008)

Venne un uomo man­dato da Dio…. per dare testimonianza alla luce.
Ecco cos?è un profeta: testi­mone della luce e non del­l?ombra; annunciatore del bene non dello sfascio o del degrado del mondo; senti­nella del positivo non dei di­fetti o dei peccati che asse­diano ogni epoca e ogni vi­ta; testimone che ogni Ada­mo ha conservato in sé, sot­to la tunica di pelle, una tu­nica di bellezza che il Mes­sia, nei giorni più veri, ri­porterà alla vista e alla gioia di tutti.
Come Giovanni, io voglio te­stimoniare un Dio di luce, un Dio solare e felice, che ha fatto risplendere la vita ( 2 Tm 1,10), ha dato splendo­re e bellezza all?esistenza, ha immesso e continua a se­minare frammenti di sole dentro le vene oscure della storia. Io testimonio non obblighi o divieti, ma il fa­scino della luce; profeta non della legge ma della grazia, non della verità ma della bontà immensa che pene­tra l?universo, di un Dio li­beratore, che va in cerca dei prigionieri per rimetterli nel sole.
Con i miei peccati e le mie ombre, con tutte le cose che sbaglio e non capisco, con la mia fragilità e i miei erro­ri, nonostante tutto, io pos­so essere testimone che «Dio è luce e in lui non vi sono tenebre» ( I Gv 1,5); che il mondo si regge su di un principio di luce, un princi­pio di bene e di bellezza, che è da sempre, più antico, più profondo, più originale del male. C?è una primogenitu­ra della luce, nella Bibbia e nell?uomo: «in principio Dio disse: sia la luce». Il mondo non poggia sul male o sul peccato, non si regge nep­pure su di un moralismo ri­goroso e sterile, ma sulla primogenitura del bene che discende dal cuore di luce di Dio.
Tu, chi sei? Chiedono a Gio­vanni ed egli per tre volte ri­sponde: io non sono. Ma­schere che cadono: io non sono ciò che gli altri credo­no di me, io non sono il mio ruolo e nemmeno il mio peccato. Io sono voce, un Al­tro è la parola; io sono voce, trasparenza di qualcosa che viene da oltre, eco di signi­ficati che sono da prima di me, che saranno dopo di me. Giovanni ha trovato la sua identità, ma in un Altro. Solo Dio svela quello che io sono in profondità: il mio segreto è oltre me. La sua venuta non mortifica ma in­crementa la mia persona. A Natale Dio entra e l?uomo diventa un «nido di sole» ( Turoldo).
Venne un uomo mandato da Dio: ognuno è quest?uo­mo mandato, ognuno voce e sillaba della Parola, testi­mone che Dio c?è, che Dio è luce. E il tuo cuore ti dirà che tu sei fatto per la luce.

(Omelia del 15-12-2002)

Noi, voci da cui passa la Parola nel ‘deserto’ del rumore

Per Turoldo ogni uomo è un profeta, nel quale si condensa in sillabe il Verbo E traspaiono le risposte di Dio.
Giovanni non era la luce. Ma venne per rendere testimonianza alla luce. Giovanni, testimone e martire della luce, ci fa strada nell’Avvento perché ci indica come ci si rapporta con Gesù. E ci mostra che, pur con un cuore d’ombra, siamo in grado di ricevere e testimoniare luce. Che in principio non è posta l’analisi spietata o intelligente del mondo e di tutto il suo peccato. Ma che la storia vera inizia quando l’uomo, nelle sue albe così ricche di tenebra, sa fissare il cuore sulla linea mattinale della luce che sta sorgendo, minoritaria eppur vincente. Ciò che conta è che io renda testimonianza alla luce: non ai comandi, non ai castighi, ma alla luce di un Dio liberatore, del Dio di Isaia che fascia le piaghe dei cuori feriti, che va in cerca di tutti i prigionieri per rimetterli nel sole. Rendere testimonianza a Lui che, come dice Paolo, ha fatto risplendere la vita, ha dato splendore e bellezza all’esistenza.
Che cosa dici di te stesso? Io sono voce. Solo Dio è la parola; io sono voce, trasparenza di qualcosa che viene da oltre, eco di parole che vengono da prima di me, che saranno dopo di me. E però è voce che grida, testimone di parole finalmente accese. Dio è il cuore, io sono voce che dice questo cuore alla mia porzione di mondo. E quando un sacerdote parla, andiamo oltre le parole, lui è solo una eco. La forza non risiede nel gesto del seminatore, spesso maldestro, ma è il lucente segreto racchiuso nel seme che egli semina. Passiamo oltre. Lo insegna Giovanni: Egli deve crescere e io diminuire, è regola della vita spirituale che vale per tutti i credenti, anche per i profeti, soprattutto per i sacerdoti, perfino per la Chiesa.
Giovanni ci fa strada nell’Avvento perché ci rivela la nostra identità. Come lui anch’io sono grido, cioè appello, bisogno, fame. Quante volte la vita dell’uomo è sigillata tra due grida: il grido vittorioso del bambino che nasce, e il grido crocifisso di ogni morente e del morente in eterno, il Cristo, che urla la sua sete, la sua e la nostra paura agli uomini e al cielo. Dire: io sono voce, equivale a dire: io sono persona. Per-sona letteralmente significa suono che cresce, voce che sale. La nostra identità ci rimanda oltre noi, ad un Altro, ad una Parola che ci attraversa e ci fa vivi. Io sono persona quando sono profeta, e rilancio la parola e la luce, gridando nel deserto della città o sussurrando al cuore. Ma non il predicatore, bensì il vivente, ogni vivente è voce di Dio, quando cerca di vivere come Cristo, martire della sua luce. Ogni uomo è un profeta dove si condensa in sillabe il Verbo (Turoldo). Io cerco l’elemosina di una voce che dica, nel deserto dei rumori, chi sono veramente, e solo Dio ha la risposta.

 LaParrocchia.it     (Omelia del 14-12-2008)

Chi sta per venire?
La parola di Dio di questa terza domenica dell’Avvento è volta a celebrare il mistero di Cristo che viene come messaggero di gioia, datore di salvezza e sorgente di luce.
Chi è Gesù? Questa è la domanda fondamentale che da duemila anni – coinvolge credenti e non credenti, che appassiona teologi e filosofi, letterati e scienziati. Oggi, soprattutto i giovani, alla ricerca di un fondamento della vita che abbia senso e speranza, sono mossi da un desiderio acuto di conoscere meglio il volto autentico di Gesù. Alla Chiesa e a ogni credente spetta di aiutarli in questa ricerca, di facilitare il loro incontro personale con la persona di Gesù Cristo.

Giovanni il Battezzatore è un uomo inviato da Dio per rendere testimonianza a colui che doveva venire: Gesù, il Salvatore. Giovanni Battista ha reso testimonianza a Gesù fin dal momento del loro primo incontro, quando sussulto nel grembo di sua madre Elisabetta. Quel giorno misteriosamente Giovanni ha cominciato la sua missione. Poi l’ha continuata richiamando il popolo a pentirsi e a lasciarsi battezzare nell’acqua. Giovanni ha pagato con la vita il suo essere testimone della luce. Niente lo ha fermato: né le minacce dei suoi nemici, né la venerazione dei suoi seguaci. Giovanni ha preparato i cuori ad accogliere la novità del Vangelo.

I giudei quando chiedono a Giovanni Battista: “Chi sei?”. Egli risponde di non essere il Messia, di non essere Elia, di non essere un profeta, di non essere il Cristo. Come risponderemo noi se oggi qualcuno ci dovesse domandare: Chi sei?…
Tanti anche oggi, per credere, per guardare alla luce, hanno bisogno di te. Sì, proprio di te. Tu puoi essere per tanti il volto umano di Dio, come madre Teresa e tanti altri. Anche tu sei chiamato ad amare Dio e gli altri perché tu sei amato da Dio e dagli altri. Dunque, la nostra missione consiste nell’avere coscienza di questa Presenza nuova di Cristo e di aiutare gli altri a scoprirla. Il signore ci chiama tutti a portare e realizzare la buona notizia: Dio in Cristo fascia le piaghe del cuore; Dio in Cristo libera gli schiavi e i prigionieri; Dio in Cristo offre a tutti la sua misericordia. E qui la ragione della gioia.

Tutti noi dovremo svolgere la funzione di Giovanni il Battista. Dobbiamo essere noi cristiani, annunciatori del Regno di Dio, della venuta di Gesù, del suo amore, della sua misericordia.
Come Giovanni anch’io, devo essere semplicemente una voce che grida al deserto perché fiorisca giacché primavera è vicina. Come Giovanni anch’io devo essere un piccolo mezzo che tu, o Signore, adoperi per farti strada nel mondo. Come Giovanni anch’io devo dare testimonianza che la tua luce splende come città posta sul monte. Come Giovanni anch’io sono un piccolo e indegno frammento di una grande storia che tu, Signore, conduci e scrivi anche attraverso di me. (A. Dini).
Commento a cura di don Joseph Venson

(Omelia del 11-12-2005)

Io gioisco pienamente nel Signore?

Siamo a metà del cammino penitenziale dell’Avvento e questa domenica viene chiamata “Gaudete” sia dalla prima parola dell’antifona iniziale che dal tema della prima e seconda lettura, cioè la gioia. Nel vangelo l’evangelista Giovanni ci presenta Giovanni il Battista, personaggio che abbiamo incontrato domenica scorsa e quindi non ci soffermeremo più su di lui.

Cosa invece da approfondire è il tema della gioia.
Ha un sapore così strano questa parola per molti cristiani praticanti perché – guardiamoci un po’ intorno – non tutti i nostri volti sprizzano di gioia. Eppure dovremmo essere gli uomini della gioia e del sorriso.
Un tempo questa terza domenica doveva dare ai fedeli un po’ di respiro dalle rinunce e penitenze che venivano praticate in Avvento. Oggi, diciamolo chiaramente, l’Avvento non si sente proprio come tempo penitenziale perché prevale il desiderio dell’attesa: non si tratta quindi di dare sollievo ai fedeli gravati da chissà quali penitenze e l’atmosfera festaiola dei negozi, della televisione, degli addobbi e dei regali lo conferma fin troppo, ma di dare all’attesa il colore della gioia, anziché quello della mestizia. La sobrietà e la serietà che la Chiesa ci propone in questo periodo non devono diventare tristezza.

La liturgia della Parola e i testi delle preghiere di oggi traboccano di parole come gioia, letizia, esultanza… Al centro di tutto questo c’è la certezza della presenza del Signore nella e con la vita del fedele. Ancora di più per San Paolo essere sempre lieti è volontà di Dio.
Certo, non esiste il dovere di essere felici: casomai è una certa mentalità mondana che spinge le persone a mostrarsi sempre “su di giri” e a nascondere tristezze e dispiaceri. Per il cristiano, però, la gioia interiore è segno della presenza dello Spirito Santo, anche in mezzo a sofferenze, prove, dolori.

La vera fonte della gioia per noi che crediamo è l’Eucaristia perché in essa siamo associati alla vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte. Non si tratta di una eccitazione superficiale e chiassosa, come quando vince la nostra squadra del cuore, i motivi di questa gioia sono più profondi, non immediatamente fruibili; è necessario interiorizzare la fede e la speranza della Chiesa per poter gioire con essa. La gioia del cristiano non è apparente ma profonda e motivata dalla continua e costante certezza di sentirsi amati da chi ha dato la vita per noi, per questo il nostro sorriso non sarà una farsa ma autentico e convinto.

(Omelia del 15-12-2002)

III domenica di Avvento

Nelle prime due Domeniche del tempo di Avvento, le letture della liturgia erano un invito alla vigilanza e ad ascoltare la voce che, nel deserto, ci invitava a predisporre quelle che il Vangelo di oggi chiama le vie del Signore.

La terza Domenica di Avvento ruota intorno al tema della gioia cristiana. In che consiste questa gioia, che sana senza distruggere, che porta la pace senza dover ricorrere alla guerra, che ristabilisce la giustizia nel segno e nel nome della verità? Lo spiega san Paolo quando dice: “Guardatevi dal rendere male per male ad alcuno, ma cercate sempre il bene tra voi e con tutti. Siate sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie∑ Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono, astenetevi da ogni specie di male” (1Ts 5,15-19). La rivoluzione annunciata, i cieli nuovi e la terra nuova, è la rivoluzione dell’amore, misteriosamente adombrata dalla testimonianza resa a Cristo da Giovanni Battista.

Giovanni il Battista ha reso testimonianza a Gesù fin dal momento del loro primo incontro, quando ha sussultato nel grembo di sua madre Elisabetta, nell’udire le parole di saluto rivolte a lei da Maria. Quel girono, misteriosamente, Giovanni ha cominciato la sua missione∑. Con la sua vita austera, coerente e coraggiosa ha spianato la via. Grazie a lui, tanti hanno riconosciuto il Signore e sono stati più pronti ad accogliere la sua Parola. (Maria Chiara Carulli).

Gesù è annunciato come la presenza di Dio in persona, attraverso l’immagine della luce che viene a rischiare il buio di un mondo in balia di se stesso; egli è il volto visibile di un Dio che si fa prossimo prima di tutto a coloro che sono piagati nel corpo e nel cuore.

Chi accoglie la testimonianza alla luce di Giovanni si ritrova egli stesso avvolto di luce e diventa, a sua volta, testimone di luce e di gioia grande. Se abbiamo la volontà e il cuore per condividerle, umiltà e gioia ci legano indissolubilmente gli uni agli altri. Il cristiano non è un profeta di sventura, ma un testimone e un araldo di gioia. Ma quale è la gioia cristiana? Non è quella semplicemente psicologica o sociologica, non è esaltazione di massa o di vita-spettacolo. La gioia cristiana viene da Dio.

La nostra missione consiste nell’avere coscienza di questa Presenza nuova di Cristo e di aiutare gli altri a scoprirla. Ogni credente è stato consacrato per portare e realizzare questa buona notizia: Dio in Cristo fascia le piaghe del cuore, Dio in Cristo libera gli schiavi e i prigionieri, Dio in Cristo offre a tutti la misericordia. E qui la ragione della gioia. La Chiesa e i cristiani sanno di essere testimoni veri della gioia quando conducono a Cristo gli uomini. “Nessuno è felice quanto un cristiano” (B. Pascal).

Come Giovanni anche tu sei una voce, un riflesso; anche tu sei il “precursore” di Colui che viene. Egli vuole raggiungere ogni uomo anche attraverso la tua vita, vuole seguire le tracce e vuole cogliere le occasioni che tu sei disposto ad offrirgli. Lasciati sedurre da Lui, allora, restagli accanto, esci allo scoperto e permetti alla luce di avvolgerti e di entrare fin nelle fibre più nascoste del tuo cuore. Allora tutto parlerà in te e Gesù ne sarà felice. Te ne accorgerai perché sarai felice anche tu! (Maria Chiara).

Published in: on dicembre 11, 2011 at 9:39 am  Lascia un commento  
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