Dom 04 Dic 2011 II^ DOM. AVVENTO – B

VERSO IL NATALE

Il Papa: l’Avvento sia tempo
di silenzio, non di frenesia
È la riflessione che il Papa ha offerto nella Sala Clementina in Vaticano, quando la Televisione bavarese “Bayerischer Rundfunk”, gli ha dedicato “Avvento e Natale nelle Prealpi bavaresi – Da cielo in terra”.
Ascolta il Vangelo > http://www.lachiesa.it/niftyplayer.swf?file=http://www.lachiesa.it/liturgia/allegati/mp3/BA020.mp3

Natale, i doni del cardinale

Natale, i doni del cardinale

03/12/2011 | Non sarà un “mercatino di Natale” come tutti gli altri quello che si aprirà a Venezia nei prossimi giorni, da giovedì 8 a domenica 11 dicembre, presso la Scuola Grande S. Teodoro a Rialto….

http://www.chiesacattolica.it/pls/cci_new_v3_debug/cciv4_edit_info.edit_liturgia

bibbia in un frammento
ravasi 1  dicembre
Al suono della tromba
di Gianfranco Ravasi
Le frontiere dello Spirito – Puntata del 4 dicembre – Video Mediaset
www.video.mediaset.it
L’approfondimento settimanale di monsignor Ravasi sulle letture Sacre

http://www.maranatha.it/PDAliturgy/12avv1/00-ENTRA.htm

Dom 04 Dic 2011
II DOM. AVVENTO – B
Domínica secunda Adventus

MissF.O.  MissF.E.  Letture
Lodi  Media  Vespri  Compieta

 DOM
04 Dic
 II DOM. DI AVVENTO – B
Domínica secunda Adventus
S. Giovanni Damasceno
   
MissaleF.E.


http://www.maranatha.it/calendar/cal12Apage.htm
 27nov11 – 25feb12 Avvento –  Natale –  TOrd. I – VII
19feb12 – 16giu12 Quar.  – Triduo – Pasqua – T.O.
17giu12 – 01set12 Tempo Ordinario  XI – XXI
02set12 – 01dic12 Tempo Ordinario  XXII – XXXIV

Avvento – Natale – Gen – Feb – Ceneri

La Liturgia di oggi

II DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B)
(Viola)
I Lettura Is 40,1-5.9-11
Preparate la via al Signore.
Salmo (Sal 84)
Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza.
II Lettura 2Pt 3,8-14
Aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova.
Vangelo Mc 1,1-8
Raddrizzate le vie del Signore.

04 dicembre 2011
Il Santo del giorno

San Giovanni Damasceno Sacerdote e dottore della Chiesa
i santi di oggi …

I Santi di oggi

San Giovanni DamascenoSacerdote e dottore della Chiesa – Memoria Facoltativa
Sant’ Ada (Adreilde) di Le Mans
San Giovanni Calabria
San Cristiano Vescovo
Santa Barbara Martire
San Bernardo di Parma Vescovo
San Felice di BolognaVescovo
gli altri santi …
Le Notizie
Agenzia Sir
Osservatore Romano
Avvenire
Misna
Fides
Zenit

http://www.youtube.com/watch?v=dTEr8nUtiUU&feature=related

padre Ermes Ronchi     (Omelia del 04-12-2011)

Quelle buone novelle nella vita di ogni giorno

I l Vangelo di questa domenica è chiuso tra due parentesi che subito dilatano il cuore.
La prima: inizio del vangelo di Ge­sù.
E sembra quasi una annota­zione pratica, un semplice titolo esterno al racconto. Ma il sigillo del senso è nel termine «vangelo» che ha il significato di bella, lieta, gioiosa notizia.
Dio si propone come colui che conforta la vita e dice: «Con me vivrai solo inizi, inizi buoni!» Per­ché ciò che fa ricominciare a vi­vere, a progettare, a stringere le­gami è sempre una buona noti­zia, un presagio di gioia, uno straccetto di speranza almeno intravista. In­fatti è così che inizia la stessa Bibbia: Dio guardò e vide che era cosa buona!
La bella notizia di Marco è una persona, Gesù, un Dio che fiorisce sotto il nostro sole. Ma fioriscono anche altri minimi vangeli, altre buone notizie che ogni giorno aiutano a far ripartire la vita: la bontà delle creature, le qualità di chi mi vive accanto, i sogni colti­vati insieme, le memorie da non dimenticare, la bellezza semina­ta nel mondo che crea ogni co­munione. A noi spetta conquista­re sguardi di vangelo! E se qualcosa di cattivo o doloro­so è accaduto, buona notizia di­venta il perdono, che lava via gli angoli oscuri del cuore.
Infine la parentesi finale: Viene do­po di me uno più forte di me. Gio­vanni non dice: verrà, un giorno. Non proclama: sta per venire, tra poco, e sarebbe già una cosa gran­de. Ma semplice, diretto, sicuro dice: viene. Giorno per giorno, continuamente, adesso Dio vie­ne. Anche se non lo vedi, anche se non ti accorgi di lui, viene, in cammino su tutte le strade. Si fa vicino nel tempo e nello spazio. Il mondo è pieno di tracce di Dio.
C’è chi sa vedere i cieli riflessi in una goccia di rugiada, Giovanni vede il cammino di Dio nella pol­vere delle nostre strade. E ci aiu­ta, ci scuote, ci apre gli occhi, insinua in noi il sospetto che qual­cosa di determinante stia acca­dendo, qualcosa di vitale, e ri­schiamo di non vederlo: Dio che si fa vicino, che è qui, dentro le co­se di tutti i giorni, alla porta della tua casa, ad ogni risveglio. La pre­senza del Signore non si è rarefat­ta in questo mondo distratto, il Re­gno di Dio non è stato sopraffat­to da altri regni: l’economia, il mercato, l’idolo del denaro.
Io credo che il mondo è più vici­no a Dio oggi di dieci o vent’anni fa. Me lo assicura la libertà che cresce da un confine all’altro del­la terra, i diritti umani, il movi­mento epocale delle donne, il ri­spetto e la cura per i disabili, l’a­more per l’ambiente…
La buona notizia è una storia gra­vida di futuro buono per noi e per il mondo, gravida di luce perché Dio è sempre più vicino, vicino come il respiro, vicino come il cuore. Profumo di vita.

padre Ermes Ronchi     (Omelia del 07-12-2008)

Ripartire dalla buona notizia di Dio

Inizio del vangelo di Ge­sù Cristo. Inizio della buona notizia.
A partire da che cosa ricominciare a vivere, a progettare? Da una buona notizia. Non rico­minciare mai da pessimi­smo, non dai problemi, neppure dall?illusorio primato della realtà che sem­bra dominare nel mondo. Ricominciare da una catti­va notizia è solo intelligen­za apparente, priva di sa­pienza di vangelo.
Ricominciare dalle buone notizie di Dio: e subito, fin dalle prime parole, Marco mostra come fare per ac­corgersene e per accoglier­le. Tutta l?esperienza dell?uomo spirituale è riassun­ta in questi pochi versetti.
Il primo passo porta a Isaia e Giovanni e potrebbe defi­nirsi così: cercare profeti. Come Isaia, profeta è uno che «apre strade» anche nel deserto, tracce di speranza anche là dove sembrava im­possibile; che non si mime­tizza né si lascia omologare dal pensiero dominante. I profeti creatori di strade e liberi come nessuno: ascol­tarli è diventare come loro. La seconda caratteristica di ogni profeta è di essere in attesa, insoddisfatto di ciò che ha, cuore affaticato dal richiamo di cose lontane. I­saia e Giovanni annuncia­no un Altro ( viene uno più grande) hanno il loro cen­tro altrove: in un desiderio, un orizzonte, una persona. Annunciano che la vita non è statica ma estatica, uscire da sé, vivere incamminati. Come un profeta, ogni uo­mo spirituale è costante­mente in viaggio, alla ricer­ca di ciò che ancora non ha, la sua casa è oltre: allora è pronto per nascite ed inizi. In terzo luogo, profeta è co­lui che ri-orienta la vita: pre­dicava un battesimo di con­versione per il perdono dei peccati. Il peccato è l?espe­rienza di chi non riesce a raggiungere la propria me­ta ed ha perso la strada. Il perdono è Dio che indica di nuovo il punto di arrivo e fa ripartire, carovana che si ri­mette in viaggio all?alba, vento per la nave che salpa. Perdono è un nuovo inizio, un nuovo mare, un nuovo giorno. Il peccato perdona­to non esiste più, annulla­to, cancellato, azzerato. Ed è il bene che revoca il male. Il bene vale di più: buona no­tizia di Gesù Cristo.
Il Vangelo è Dio che viene portando amore, e tutto ciò che è non-amore è non-Dio. Dio viene e sa parlare al cuo­re, e lo insegna ai suoi pro­feti:
parlate al cuore di Ge­rusalemme, ditele che è fini­ta la notte (Isaia). È «il più forte», dice Giovanni, pro­prio perché è l?unico che parla al cuore, teneramente e possentemente toccando il centro dell?umano.

http://www.youtube.com/watch?v=o2rSi3_4YaA&feature=related

mons. Antonio Riboldi (Omelia del 04-12-2011)

Giovanni Battista prepara la strada

Essendo la venuta di Gesù, Figlio di Dio, davvero, il grande Evento per l’umanità che soffre, e tanto, dovrebbe suscitare in tutti gli uomini, la gioia dell’attesa.
Così il profeta Isaia si fa interprete: “Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la schiavitù, è stata sconfitta la sua iniquità, perché ha ricevuto dalle mani del Signore doppio castigo per tutti i suoi peccati “.
Una voce grida: Nel deserto preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada del nostro Dio… Sali su un alto monte tu che rechi notizie in Sion; alza la voce con forza tu che rechi notizie in Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annunzia alle città di Giuda: Ecco il nostro Dio! Ecco il Signore Dio, viene con potenza, con il suo braccio egli detiene il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e i suoi trofei lo precedono.
Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri. ( Is. 40, 1-11)
Viviamo un tempo che è un mistero di iniquità e di nostalgia di Dio nello stesso tempo.
Credo ci siamo posti tutti la stessa domanda di fronte ad un certo modo di pensare e di vivere.
Da una parte si fa una grande professione di onestà, giustizia e amore, dall’altra siamo come circondati ed immersi in idee ed atteggiamenti, che contrastano con quanto professiamo.
Al punto che non di rado si irride a ciò che è onesto, come se l’onestà, la trasparenza, la sincerità, la legalità, in ogni aspetto della vita, fossero caratteristiche di una civiltà superata, sostituita da un’altra che ha regole contrarie. Si fanno elogi alla fedeltà nell’amore, come un principio irrinunciabile, poi se ne accetta la fine, come una normale necessità, oppure si ricorre alla infedeltà e, quel che è peggio, giustificandola come segno di libel1à o di ‘vero amore’ e non come palese segno di ingiustizia… o, di fatto, incapacità di vero amore.
Si hanno parole di fuoco contro ogni forma di emarginazione, che confina a volte nella più nera miseria, annientando la dignità della persona, e poi si fa della conquista della ricchezza una idolatria, che non fa più arrossire, né indignare, pur sapendo che l’attaccamento al denaro è la radice di tante povertà.
Non si sa più cosa comporre per inneggiare alla castità, che è l’abito celeste del cuore, che illumina atteggiamenti del corpo e scelte di vita, e poi sfacciatamente si innalzano altari a tutte le pornografie che irridono alla dignità.
Non ultimo non c’è chi di noi non inneggi al grande comandamento dell’amore, che è il cuore di ogni vita, ma nella realtà quotidiana non si contano i peccati che commettiamo contro l’amore, magari verso familiari e vicini, senza contare che siamo ben lontani dal “farci prossimi” a chi dovrebbe, più di ogni altro, contare sul nostro amore: i più deboli e gli ‘ultimi’.
Potremmo continuare all’infinito questo elenco di ‘doppiezze’ che a volte sono purtroppo lo stile di vita di tanti e forse anche nostro: un terribile groviglio che impedisce di capire ed accogliere Dio che viene tra di noi con il Natale.
Se sulla nostra strada non si affacciasse la bontà del Signore a rompere l’equivoco o la perversità dei nostri cuori, come prega la Chiesa: “Mostraci Signore la tua misericordia e donaci la tua salvezza”, davvero sarebbe difficile svegliarsi dal sonno dell’anima.
Per fortuna Dio si è sempre fatto vicino all’uomo, che tante volte è fumo di iniquità e nello stesso tempo di nostalgia di Dio: un mistero di sete di verità e di pericolose ombre di egoismo. L’uomo ha bisogno di amare e di essere amato: con tanta voglia di essere amato e di amare.
E Dio, che ci conosce nelle profondità del mistero che siamo anche per noi stessi, si fa vicino, sempre, con la pazienza tipica di un Padre che trabocca di amore.
Si accosta a noi con discrezione, nel silenzio, con pazienza, tanta pazienza, rispettando i limiti della nostra debolezza, la nostra incapacità a farci coinvolgere dalla luce, fino a mettere in fuga tutte le oscurità che sono in noi. Ma Dio non si rassegna alla nostra ottusità. Sa che abbiamo tanto bisogno di luce: abbiamo bisogno che Lui si faccia vicino, perché senza di Lui è difficile sapere se il nostro vivere percorre il sentiero della gioia e della santità, o è un andare vagabondando senza mèta, senza senso.
Dice l’apostolo Pietro nella seconda lettera:
“Una cosa non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo. Il Signore non ritarda nell’adempiere alla promessa, come certuni credono, ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi. Il giorno del Signore verrà come un ladro: allora i cieli con fragore passeranno, gli elementi consumati dal fragore si dissolveranno e la terra con quanto c’è in essa sarà distrutta… Perciò carissimi, nell’attesa di questi eventi, cercate di essere senza macchia, irreprensibili davanti a Dio, in pace”. (2^ Lettera 3, 8-14)
Diventa compito di tutti vivere l’Avvento, la stessa nostra vita, che è ‘avvento’ dell’incontro con Dio alla fine, dando uno sguardo alla nostra esistenza per controllare dove è diretta.
Proviamo a volte, confusione, ma sentiamo anche il bisogno che qualcuno ci aiuti a trovare la luce. Come ha fatto Dio, inviando Giovanni Battista affinché preparasse la strada alla venuta di Gesù:
Così inizia il Vangelo di Marco:
“Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio. Come è scritto nel profeta Isaia: ‘Ecco, io mando a voi il mio messaggero davanti a Dio, egli ti preparerà la strada. Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”.
Si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme… E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano confessando i loro peccati… E diceva: “Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io sono degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma Egli vi battezzerà con lo Spirito Santo” ( Mc. l, 1-6)
Ed è quello che dovrebbe essere il nostro compito in questo momento di Avvento.
La Chiesa certamente ha il compito ora di invitarci alla preparazione del Natale. Ma saremo capaci di accogliere l’invito a ‘farci battezzare in Spirito’ per poter accogliere la venuta del Salvatore?
Accogliamo l’invito di Paolo VI.
“La Chiesa ci prepara al Natale ricordando quanto il Vangelo ci narra della prossimità dell’apparizione pubblica di Gesù, presentandoci il Battista in atto di annunziare il Messia.
Cosa in realtà Giovanni diceva e faceva? Voleva predisporre gli spiriti dei suoi contemporanei, prodigandosi come per mettere a fuoco le anime dell’imminenza dell’incontro con Cristo, il quale, era in procinto di rivelare la sua presenza e la sua missione. Iddio, venuto dal cielo, incarnato, fatto Uomo, dà così principio al colloquio. Sono pronti gli uomini? Sono preparati? Lo sanno? Hanno maturato le condizioni interiori necessarie per cogliere il suono di quelle parole? Il senso di quelle parole?
L’avviso di Giovanni suona così: bisogna rettificare la via per l’incontro con Dio. Quasi dicesse: badate, Egli può venire, passarvi vicino senza che voi ve ne accorgiate: e se non disponete bene le vostre anime e non volgete i vostri passi verso di Lui, l’incontro potrebbe mancare” (Enc. Ecc1esiam suam).
Il rischio che Gesù rinasca tra di noi a Natale, e tutto finisca in una esteriorità senza senso, è grande. Facile farsi prendere dalle mille voci del consumismo che brucia la bellezza di Gesù che nasce tra noi. Occorre essere vigili come i pastori che nella notte di Natale vegliavano il gregge.
In quel silenzio trova posto l’annunzio degli Angeli e la prontezza dei pastori a seguirli e trovare il presepio e con il presepio il Cielo vicino a noi.
Viene da pregare: “Conducimi per mano, luce di tenerezza, fra il buio che mi accerchia, conducimi per mano. Cupa è la notte e io sono lontano da casa, conducimi per mano. Guarda il mio cammino: non pretendo di vedere orizzonti lontani, un passo mi basta.
Un tempo ero diverso, non ti invocavo perché tu mi conducessi per mano.
Amavo il giorno lontano, disprezzavo la paura. L’orgoglio dominava il mio cuore, dimentica quegli anni. Sempre fu sopra di me la tua potente benedizione; sono certo che essa mi condurrà per mano, finché si spenga la notte e mi sorridano all’alba volti di angeli amati a lungo e per un poco smarriti” (Newman)

mons. Antonio Riboldi     (Omelia del 07-12-2008)

Giovanni, la voce che grida nel deserto

Con quella materna tenerezza con cui la Chiesa ci invita a vivere ì grandi eventi di Dio tra noi – a cominciare dal Natale del Figlio, un Natale tanto vicino – oggi si fa eco della gioia che ci attende e ci viene donata, sempre che siamo disposti ad accoglierla.
Sappiamo tutti di vivere una vita difficile, che, per molti, è davvero ‘avvento’, ossia attesa del Cielo, o, forse, solo della morte, e ci piange il cuore. Vivere può essere solo camminare nel nulla, senza attendere nessuno e quindi come nati per gioco?
La Chiesa, come ad esprimere il conforto di chi davvero ‘attende’, oggi, per bocca del profeta Isaia, così ci invita:
“Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore, il doppio per tutti i suoi peccati. Una voce grida: Nel deserto preparate la via del Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata. Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato. Sali su un monte alto, tu che annunzi liete notizie a Sion! Alza la tua voce con forza, tu che annunzi liete notizie a Gerusalemme. Alza la voce e non temere: annuncia alle città di Giuda: Ecco, il Signore Dio viene con potenza. Ecco egli ha con sé il premio, la sua ricompensa lo precede. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri” (Is. 40, 1-11).
Con quanta dolcezza e insistenza il profeta si rivolge anche a noi, per invitarci in questo tempo a preparare la ‘via del cuore’ per accogliere Dio nel Natale!
Ma viviamo un tempo di grandi contraddizioni, che non aiutano a questo.
Credo vi siate posti anche voi domande sul mistero di iniquità e di nostalgia di Dio, di fronte al modo di pensare e di vivere del nostro tempo, anche nell’intimità delle nostre famiglie.
Da una parte si fa professione di onestà e giustizia, di amore, tanto da sembrare tutti appartenenti ad un ‘regno di perfetti’, che non hanno bisogno di correzione, sicuri dì essere sulla buona via – di cui parla Isaia – per cui si è convinti di non avere bisogno di cambiamenti di rotta; ma dall’altra parte siamo come circondati ed immersi in atteggiamenti, modi di pensare e di vivere, diversi con quanto a parole professiamo. Al punto che a volte si irride – o noi stessi irridiamo – ciò che è onesto – come se l’onestà appartenesse ad una civiltà, che adotta regole diverse e contrarie!
Si fanno elogi alla fedeltà nell’amore, come un principio irrinunciabile, poi si accetta, come fosse una necessità, anzi come una ?giusta realizzazione della propria felicità?, avere un’amante, considerata come segno di libertà e non come ingiustizia grave.
Si hanno parole di fuoco contro ogni forma di emarginazione, che sconfina nella miseria di tanti, una miseria che annienta diritto e dignità dell’uomo, ma poi si fa della conquista della ricchezza l?idolatria più diffusa, che non fa più neppure arrossire o indignare, pur sapendo che la cupidigia del denaro è la vera radice di tutte le povertà.
Non si sa più quale poesia comporre per inneggiare al grande dono della castità, che è come l’abito celeste del cuore, che si diffonde sul corpo, ma poi concretamente si innalzano altari a tutte le pornografie, che irridono ogni dignità e fanno delle persone ‘solo dei corpi’, delle ‘merci’. Non ultima, non c’è nessuno che sconfessi il comandamento dell’amore al prossimo che per Gesù è la grande legge della vita – una legge simile, nella sua grandezza, alla stessa legge che fa amare Dio – ma nella realtà spesso siamo lontani dal ‘farsi vicini’ a chi conta sulla nostra solidarietà, come gli ultimi, senza contare quanti peccati si commettono contro i vicini, i parenti, gli amici, le mogli o fidanzate, i mariti, i figli: è cronaca di tutti i giorni.
Potremmo continuare questo elenco di ‘doppiezze’, che sono lo stile di vita di tanti che si dicono cristiani: un groviglio che porta lontano dal cercare la via del Signore, che il profeta indica. È anche vero che ci sono tanti – e credo ci siate anche voi – che con passione e fatica ‘preparano la via al Signore e spianano nella steppa la strada per il nostro Dio’.
Quante volte accade, nella mia vita di pastore, di vedere i miracoli della Grazia, ossia dì gente appartenente a tutte le categorie, che gustata la gioia della Grazia, non solo apre occhi e cuore, ma, trovata la via che conduce a Dio, più che camminare la percorre con intensità e gioia.
?Credevo di trovare la felicità dove era il deserto dell’anima, ma ora, liberatomi da quelli che credevo abiti di splendore, ed erano miseri e pericolosi stracci, finalmente passo le giornate nella semplicità, come uno che, con il cuore libero da sciocchezze, respira l’incredibile aria della vita con Dio??.
Cosi ci esorta l?apostolo Pietro:
“Una cosa non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno. Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (II Pietro, 3, 8-11).
Non ci resta, carissimi, che vivere questo tempo dì Avvento, mettendo alle spalle una vita che non è attendere con gioia Dio che viene.
Non facciamoci illudere dalle tante vanità che in questo tempo il mercato propone, chiamandole ?Natale?, quando è solo ?consumismo?.
C’è davvero bisogno di una grande grazia, che ci converta, come esorta Giovanni Battista: “Inizio del Vangelo di Gesù, Figlio di Dio – scrive Marco. Come sta scritto nel profeta Isaia: Ecco dinnanzi a te io mando il mio messaggero; egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri.
Vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava il battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui da tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti da Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: Viene dopo di me, colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi, per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi battezzo con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo” (Mc. 1, 1-8).
Come vorremmo, spiritualmente, essere tra quella folla che correva incontro a Giovanni Battista, vero segno della beatitudine della povertà, che rendeva credibile ciò che diceva, per farsi da lui convertire e immergerci nel Giordano.
Lo sconforto, per non chiamarlo delusione, che si vive oggi, suscita la voglia di trovare chi doni serenità. Una serenità che non appartiene a quanto offre questa terra. Noi siamo figli di Dio e la serenità è solo nell’andare incontro a Lui o meglio attendere che Lui, con la tenerezza che Lo distingue, si faccia vicino a noi, sempre che noi rispondiamo al Suo accorato appello: “Vieni con me, dove io sono, in te stesso: ti darò la chiave dell’esistenza.
Là dove sono io,-là eternamente è il segreto della tua origine.
Invano ti dibatti, non ti difenderai eternamente contro la mia pace.
Lo senti o no che io sono qui, il commensale che aspettavi?
Il mio riposo è abbastanza per te? Che dice questo tuo povero cuore?
Se tu non fossi mio figlio, io non sarei qui oggi.
Quel Padre a cui il figlio prodigo getta le braccia attorno al collo.
Per non preferirmi, bisognava che tu non mi avessi conosciuto.
Come può morire colui che ho ammesso fino al mio essere?
Dove sono le tue mani che non siano le mie?
E i tuoi piedi che non siano confitti nella stessa croce?
Dov’è il tuo ‘io’ che non mi ascolti?
Noi siamo vicinissimi l’uno all’altro e ci diventa più difficile essere altrove.
Come fare per separarmi da te, senza che tu mi strappi il cuore??
(da Dialogo di Dio con l’uomo di Paul Claudel).

mons. Roberto Brunelli     (Omelia del 04-12-2011)

Una voce grida nel deserto

E’ drammatico anche il solo pensiero di un uomo che si metta a gridare in mezzo a un deserto. Parli a se stesso, o lanci proclami, o invochi aiuto, è sempre penosamente inutile: e con questo significato l’espressione “voce nel deserto” è diventata di uso comune. Non tutti sanno che essa deriva dalla Bibbia, dove – ma con significato diverso – ricorre due volte, entrambe comprese nelle letture di oggi.
La prima (Isaia 40,1-11) sta in un passo che preannuncia agli ebrei deportati in Babilonia l’imminente intervento di Dio, per riportare il suo popolo in patria. Tra la terra d’Israele e Babilonia c’è di mezzo il deserto, e il profeta invita a collaborare all’opera di Dio: “Una voce grida: Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati. Allora si rivelerà la gloria del Signore!” Ovviamente l’invito non è da prendere in senso fisico: non è pensabile che gli uomini spianino migliaia di chilometri di deserto, né peraltro, nel suo agire, Dio deve affrontare le asperità del terreno; il significato è tutto spirituale: Dio salva chi gli fa strada dentro di sé, nell’accidentato deserto che produce la mancanza di fede.
L’evangelista Marco (1,1-8) ha ripreso le parole di Isaia, riferendole a Giovanni Battista: subito dopo il titolo programmatico (“Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio”), continuò: “Come sta scritto nel profeta Isaia: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”. Giovanni colpiva con la sua figura austera (“Era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico”) e stava fisicamente nel deserto, quello della Giudea, dove si era messo a proclamare a quanti si recavano da lui l’imminente arrivo del Messia preannunciato e atteso: “Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali”. Quale umiltà! Godeva di tanta stima, che se avesse detto di essere lui il Messia gli avrebbero creduto; invece si è messo al servizio del “più forte”, cioè più importante. Al momento giusto il “più forte” si è presentato al suo cospetto, ed egli l’ha indicato alla folla; intanto ne preparava l’arrivo spiegando che per ricevere i benefici della sua venuta occorreva preparargli la strada, riconoscendo le proprie colpe e impegnandosi a cambiare vita. La salvezza preannunciata da Isaia consisteva nel ritorno in patria, cioè era di carattere storico-politico e collettiva; quella di cui parla Giovanni è spirituale e individuale: in ogni caso, però, perché sia efficace occorre la partecipazione dell’uomo. Dio non si impone, non costringe nessuno ad accettare i suoi doni; peraltro non li spreca, recapitandoli a chi non dimostri di volerli accogliere, agevolando il suo cammino.
Le moderne autostrade rendono l’idea di come si appiani un percorso altrimenti accidentato: audaci ponti superano le vallate, profonde gallerie vanificano le cime; il nastro d’asfalto pare correre sempre in agevoli pianure. Il tempo di Avvento ricorda che la salvezza l’uomo non può darsela da sé, non la può comprare fosse anche più ricco di Bill Gates, non la può costruire fosse anche più intelligente di Leonardo. La salvezza, ragione prima e ultima della vita umana, è dono di Dio; egli la mette a disposizione di quanti ne vogliono profittare, aprendo ad accoglierla la mente e il cuore. Ed è facile interpretare in proposito le parole di Isaia e di Giovanni Battista: occorre raddrizzare i tortuosi percorsi della nostra inconfessabile quotidianità, abbassare i monti della nostra superbia, colmare le valli in fondo alle quali abbiamo relegato i grandi valori della nostra umanità.

mons. Roberto Brunelli     (Omelia del 07-12-2008)

Un piano grandioso e coinvolgente

Il vangelo prevalente, nell?anno liturgico cominciato domenica scorsa, è quello secondo Marco, del quale si legge oggi la prima pagina. Dopo l?espressione che può considerarsi il titolo dello scritto (?Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio?), Marco presenta subito la figura di Giovanni Battista, ?voce che grida nel deserto? per proclamare imminente l?avvento del Messia, da secoli annunciato e atteso. Domani ricorrerà la festa dell?Immacolata, che richiamerà l?attenzione sulla Madre del Messia. E così, quest?anno il calendario porta ad accostare le due figure principali tra quante hanno preparato la venuta del Messia, e che perciò la liturgia pone al centro dell?Avvento.
Da sempre la fede cristiana riconosce gli stretti vincoli esistenti tra Giovanni e Maria, in rapporto al Cristo. Li esprimono visivamente le numerose immagini che presentano quest?ultimo in trono, affiancato dai primi due in atteggiamento adorante; è uno schema iconografico caro ai cristiani d?oriente, ma con riscontri anche nell?arte occidentale. Nella cattedrale di Mantova, ad esempio, alto dietro l?altare, nel catino dell?abside, campeggia l?affresco raffigurante Gesù risorto con le altre due Persone della Trinità, cui si rivolgono in ginocchio la Madonna e il Battista. Per quell?atto di adorazione che compete all?intera umanità essi sono stati scelti a rappresentarla tutta, perché dell?umanità sono i migliori esponenti: li qualifica la nobiltà della loro missione, in vista della quale Dio li ha esentati dal peccato originale. (Per quanto riguarda Maria, questo privilegio è noto: lo si celebra appunto domani; circa Giovanni, è da sempre nella tradizione della Chiesa, che in tal senso interpreta alcuni passi della Scrittura e perciò di lui ? unico tra i santi, a parte lo stesso Gesù e sua Madre ? celebra non solo la ?nascita al cielo?, cioè il passaggio da questa all?altra vita, ma anche, il 24 giugno, la nascita terrena).
La missione di Maria e di Giovanni in rapporto alla venuta del Messia non poteva essere più grande: l?una lo ha fisicamente generato, come ci si appresta a celebrare nell?imminente Natale; l?altro ne ha preparato dappresso la manifestazione al mondo e, giunto il momento, l?ha individuato e presentato. Egli ha così dato compimento alle profezie che da secoli annunciavano al popolo eletto la divina promessa di un Salvatore: profezie di cui è esempio quella di Isaia, proclamata nella prima lettura di oggi. La seconda lettura ricorda poi che il cristiano è in attesa di una seconda venuta, alla fine dei tempi, quando questo mondo scomparirà e gli eletti vivranno con lui in ?nuovi cieli e una terra nuova?. Dunque le tre letture di oggi richiamano l?ingresso e l?opera di Gesù nel mondo, e insieme il fatto che essi sono stati preceduti da una lunga preparazione e a sua volta precedono il definitivo instaurarsi del Regno di Dio; in tal modo esse danno il senso dell?Avvento che si sta celebrando, la contemplazione ammirata del grandioso piano, predisposto da Dio per il bene dell?umanità.
Ma come sempre la liturgia non si limita a contemplare: essa è fatta apposta per coinvolgere chi vi partecipa, perché si lasci afferrare da Chi vuole soltanto il bene. La seconda lettura ricorda tra l?altro che Dio ?usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi?; e già Isaia, pur ricordando che ?il Signore Dio viene con potenza?, subito dopo lo presenta nella tenera immagine del pastore premuroso, che ?porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri?. Non si può non ricordare come questa immagine si sia concretizzata in Gesù, il quale si è definito nei termini in cui il profeta aveva delineato la figura e l?opera di Dio: ?Sono io il buon pastore. Chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita?.

mons. Gianfranco Poma     (Omelia del 04-12-2011)

Egli vi battezzerà nello Spirito Santo

La seconda domenica di Avvento si apre con una stupenda pagina dell’Antico Testamento, (Is.40,1-11), l’inizio della parte del libro di Isaia che si chiama “libro della consolazione”, attribuito ad un profeta anonimo della fine dell’esilio del popolo di Israele in Babilonia. “Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata.Veramente il popolo è come l’erba: secca l’erba, appassisce il fiore, ma la parola del nostro Dio dura per sempre.” L’ Avvento è il tempo della ricerca, dell’esperienza di Dio, dell’ascolto della sua parola: Dio parla al cuore del suo popolo, parla agli uomini “come ad amici”. Oggi Dio parla a noi: l’Avvento è il tempo nel quale risuona la voce dei profeti che in suo nome ci parlano di salvezza, di gioia, di consolazione. Se dal profondo delle nostre delusioni, chiusure, durezze, impariamo di nuovo l’umiltà che ci fa aprire a Lui, per invocarlo, ritroviamo la gioia e la speranza: dobbiamo imparare a rimanere immersi nella nostra storia quotidiana, a partecipare alla vita complessa dei nostri giorni, ascoltando la parola di Dio che ci illumina e ci aiuta a vedere la sua presenza, che è sempre presenza di amore e di salvezza.
E in questa seconda domenica di Avvento, leggiamo l’inizio del Vangelo di Marco, Mc.1,1-8, che la Liturgia ci farà riprendere nella domenica del “Battesimo di Gesù”.
“Inizio del Vangelo di Gesù, Cristo, figlio di Dio, come sta scritto nel profeta Isaia.” Marco ci stupisce dall’inizio del suo Vangelo: mentre Matteo e Luca cominciano la loro narrazione dall’infanzia di Gesù, Marco lo fa in modo più misterioso, con una frase senza verbo, in stile telegrafico. Altrettanto misteriosa e sorprendente sarà la finale di Marco, con la fuga silenziosa, piena di timore delle donne dal sepolcro di Gesù.(Mc.16,1-8) Ma sia all’inizio che alla fine del Vangelo (Mc.1,2; 16,7) Marco parla di qualcuno che parte per preparare una strada, per imprimere alla storia un significato nuovo: all’inizio incomincia l’evento misterioso di Gesù, del suo ministero, della sua morte e della sua risurrezione e alla fine, quando la storia di Gesù si chiude, inizia l’avventura dei discepoli che devono proclamare il Vangelo al mondo intero.
“Inizio del lieto annuncio di Gesù, Cristo, figlio di Dio”: è l’inizio dell’evento storico di Gesù che, per il modo in cui si è svolto e si è compiuto, si è rivelato l’inizio di una storia che si prolunga in un futuro senza fine. Così il termine “inizio” è usato in un senso duplice, imprimendo al Vangelo una forma circolare: è l’ “inizio” della storia di Gesù che, come Marco sottolinea nel corso della narrazione, spesso i discepoli non riescono a comprendere se non dopo la risurrezione. Il lettore di Marco è spinto quindi, una volta arrivato alla fine partecipe della incomprensione dei discepoli, a rileggere da capo con gli occhi e gli orecchi ormai aperti alla gioia della lieta notizia. E la circolarità del Vangelo vissuta dal lettore credente, si apre ad un nuovo “inizio” della storia che diventa ormai una “spirale” aperta verso l’infinito: l’evento “Gesù, Cristo, Figlio di Dio”, è l’ “inizio” (arché) di una storia che si compie aprendosi a Lui, lasciando che il mistero della sua morte e risurrezione si dilati afferrando il fluire del tempo.
E’ questo il senso dell’esistenza cristiana che l’Avvento vuole comunicarci: l’evento di Gesù, concretamente accaduto dentro la storia, pieno della presenza del figlio di Dio fa nuova la storia. Il tempo vissuto da noi, con la concretezza degli avvenimenti che ogni giorno lo connotano, è compenetrato dalla venuta del Messia, il Figlio di Dio. L’evento iniziale, è la chiave di interpretazione con cui noi possiamo capire e vivere la nostra storia.
Marco vuole esplicitamente stupirci: all’inizio dell’esperienza cristiana c’è un evento radicalmente nuovo; questo evento è l’inizio di una storia pure radicalmente nuova. Per i suoi discepoli, Marco elabora un cammino pedagogico particolare: si tratta di aprirsi alla novità di Gesù Cristo, figlio di Dio, di accogliere il dono che viene dall’alto, ma al tempo stesso di rimanere immersi nell’umanità.
E’ pure straordinario che il titolo “Inizio del Vangelo.” sia seguito da una citazione della Scrittura: si tratta di avvertire che la “lieta notizia” di cui parla questo libro è talmente “nuova” che non può non avere una sorgente che sfugge ad ogni rappresentazione umana. Il Vangelo trascende il racconto scritto da Marco, “il lieto annuncio” è iniziato “come è scritto nel profeta Isaia”: per risuonare nel mondo, (oggi parliamo di “nuova evangelizzazione”) ha bisogno di profeti.
Giovanni è il profeta chiamato ad aprire la strada all’ “inizio” di ciò che Isaia ha annunciato. Anche il modo di presentare la figura di Giovanni è particolare, in Marco: non è concesso nessun spazio alle sue esortazioni morali mentre è sottolineato il successo (accorrono a lui da tutta la Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme) della sua missione. Giovanni è il profeta, nella linea di Elia, la cui missione è rivolta al popolo più che ai singoli: il fatto che tutti si facciano battezzare da lui, nel fiume Giordano, significa che egli riesce nella sua missione di riportare il popolo all’osservanza della Legge. Ma proprio a questo punto si innesta la “novità” di Giovanni: il suo modo di presentarsi, di vivere, per nulla convenzionale, è per dire che egli rappresenta una rottura.
La sua missione non si esaurisce nel richiamo alla conversione etica: c’è un “oltre” l’etica a cui l’uomo aspira e che non può raggiungere da solo. La missione profetica diventa un annuncio: è l’annuncio efficace di ciò che solo uno più forte può fare. “Viene il più forte di me dietro di me, del quale io non sono degno, chinandomi, di sciogliere i legacci dei sandali”: si tratta di parole precise che illuminano il rapporto tra Giovanni e Gesù che ha interessato molto la prima comunità cristiana, perché in realtà sottolineano il rapporto tra l’etica e la fede e contribuiscono a precisare l’identità cristiana. Giovanni è il profeta che apre la strada a Colui “che viene dietro di lui”: è il profeta che in qualche modo riassume tutta la storia di Israele, storia di osservanza della Legge, storia che attesta la fragilità umana in attesa di un “cuore nuovo” e di una Legge “nuova” che l’uomo non può darsi da solo. Giovanni proclama che “viene”, “adesso”, quando l’uomo sperimenta la sua fragilità etica, “il più forte” di lui, il “Signore” che può dare all’uomo ciò che può fargli superare il suo limite. Tutto il seguito del Vangelo mostrerà in quale modo è presente “il più forte”, Colui che non dà nuove leggi, non impone nuove regole, ma offre se stesso, dona il suo Amore, e stabilisce una relazione nuova con l’uomo, fatta di libertà capace non solo di evitare il male ma di operare il bene.
E Giovanni precisa ulteriormente questa radicale novità che ha inizio con la venuta di Gesù: è lo Spirito di Dio che fa di lui l’ “inizio” della storia nuova dell’umanità, abitata dalla incontenibile forza dello Spirito: “Io vi ho battezzato con acqua, egli vi battezzerà nello Spirito Santo”.
Marco continua a stupirci: all’inizio del Vangelo annuncia la promessa dello Spirito Santo ai suoi lettori che ancora non conoscono nulla e del quale noi che pure siamo antichi lettori mostriamo di sapere ben poco. Eppure “il più forte” viene proprio per ricrearci nello Spirito Santo! Marco ci inquieta: forse noi siamo rimasti discepoli di Giovanni e continuiamo a lasciarci battezzare soltanto nell’acqua!

mons. Ilvo Corniglia     (Omelia del 07-12-2008)

Nel tempo di Avvento siamo invitati a ravvivare l?attesa vigilante dell?ultima venuta di Cristo. Attesa colma di speranza e ricca di opere d?amore. Il futuro verso il quale siamo proiettati ce lo ha richiamato san Pietro nella sua II lettera (3, 8-14: II lettura): ?Secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia?. Come pure il comportamento che ci è richiesto: ?Perciò, carissimi, nell?attesa di questi eventi, fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia?.

Tutto questo in una atmosfera permanente di serena fiducia, che ci trasmette il testo di Isaia (40, 1-11: I lettura). La voce di un profeta risuona per ?consolare? il popolo di Dio, che si trova in esilio a Babilonia. Tale annuncio, che è un ?parlare al cuore?, ha un contenuto incredibilmente gioioso: ?La sua tribolazione è compiuta?Allora si rivelerà la gloria del Signore (cioè la sua realtà di salvatore potente) e tutti gli uomini insieme la vedranno?. La buona notizia si precisa ancora di più: ?Ecco il vostro Dio! Ecco il Signore Dio viene con potenza??. Si realizzerà in forma inedita e splendida come un nuovo ?Esodo?, simile al primo, quando Dio liberò il suo popolo dalla schiavitù d?Egitto e lo condusse attraverso il deserto verso la Terra promessa.
Stupenda l?immagine di Dio in testa alla lunga carovana dei reduci: ?Come un pastore Egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri?. La sua opera è raccogliere i dispersi riunendoli in una famiglia. È nutrirli e sostenerli. È guidarli, rispettando il loro ritmo di cammino e portando in braccio chi non è in grado di camminare. È spontaneo pensare alla realtà della Chiesa, che è il popolo dei redenti, oggetto incessante della guida e della cura affettuosa di Dio Padre e di Gesù, il buon Pastore (cfr. es. Mc 6,34ss; Gv 10,1-30).
Nel passo di Isaia al lieto annuncio si congiunge un appello pressante: ?Nel deserto preparate la via al Signore?. Nell?antichità, quando per es. un sovrano si apprestava a visitare una città, venivano inviate in precedenza delle persone che curavano la sistemazione delle strade per rendergli possibile e più agevole il passaggio. Qui si tratta di spianare la strada per il Signore che sta riconducendo gli esuli del suo popolo in patria.

Nel brano evangelico di oggi il tema della venuta liberatrice del Signore e della necessità di prepararsi adeguatamente ad accoglierlo si trova ripreso e sottolineato. Il ?messaggero?incaricato di annunziare tale venuta e di chiamare a una mobilitazione generale è Giovanni Battista. La voce anonima, che ascoltavamo nel passo di Isaia, ora risuona sulle labbra di un uomo concreto che si presenta con i tratti inconfondibili del profeta. Egli annuncia la venuta del Messia (?Dopo di me viene colui che è più forte di me??) e chiama con forza alla conversione (?proclamava un battesimo di conversione?). Chi è, più espressamente, il protagonista del grande evento? Giovanni non ha ancora pronunciato il suo nome. Ma il lettore del Vangelo lo conosce già, poiché Marco glielo ha già rivelato nel primo versetto del suo libro: ?Inizio del Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio?. Un versetto che è di una densità unica.
Il termine ?Vangelo? significa la Buona Notizia che, dove arriva, fa trasalire di gioia e cambia l?esistenza da cima a fondo: l?unica vera novità in questo vecchio mondo. Un annuncio che la Chiesa, quando Marco redigeva il suo libro, stava proclamando da circa 40 anni, e oggi lo fa ancora risuonare con la stessa freschezza e la stessa carica di novità. Il contenuto del Vangelo: Dio ci salva attraverso il Cristo morto e risorto. Marco, quando scrive ?Inizio del Vangelo?, intende mostrare come il Vangelo che ora la Chiesa predica in tutto il mondo, come questo movimento vitale ora in atto abbia avuto origine. Tutto è cominciato con la storia di Gesù di Nazaret, a cui ha fatto da premessa e preparazione l?attività di Giovanni Battista; la storia di Gesù culminante nella sua morte e risurrezione; una storia che adesso continua attraverso i discepoli, attraverso la Chiesa. Il termine ?inizio?dice, rispetto al passato, la novità rappresentata da Gesù. Una novità assoluta, pur nella continuità di una storia di salvezza a cui Dio rimane fedele. Infatti l?evangelista si affretta a citare la Scrittura: ?Come sta scritto nel profeta Isaia?. Vale a dire, in Gesù tutte le promesse di Dio si compiono nel senso che Gesù è l?atteso, ma insieme l?assolutamente nuovo e imprevedibile. Il termine ?inizio? dice anche che il Vangelo è incominciato in modo umile, ma è destinato a svilupparsi.

?Vangelo di Gesù, Cristo?. L?espressione va intesa nel senso che il Vangelo è stato predicato inizialmente da Gesù. È partito da Lui tutto questo dinamismo. È ancora Lui che continua a proclamarlo attraverso i discepoli, attraverso la Chiesa. Ma anche nel senso che il Vangelo, la Buona Notizia, ha come contenuto Gesù che è il Messia e il Figlio di Dio. Si può intendere semplicemente: la Buona Notizia che è Gesù, Messia e Figlio di Dio.
Con questi due titoli Marco anticipa già in sintesi le due grandi sezioni del suo libro,. In effetti, la prima parte del Vangelo di Marco si conclude con la professione di fede di Pietro:?Tu sei il Cristo!? (Mc 8,29). La seconda sezione ha il suo punto culminante nella professione di fede del centurione romano davanti al Crocifisso: ?Davvero quest?uomo era Figlio di Dio!? (Mc 15,39). È l?itinerario di fede che Marco nel suo progetto educativo intende far percorrere ai suoi destinatari, portandoli grado grado a rispondere alla domanda: Chi è Gesù? Chi è Gesù per la mia vita, per me? Chi è Gesù per ogni uomo? La Buona Notizia per me e per ogni uomo è proprio questa: il Messia, cioè Colui che salva tutti gli uomini e tutto l?uomo, è Gesù. Il Figlio di Dio, che è sul piano stesso di Dio e con Dio merita di essere adorato, è proprio Gesù di Nazaret che finirà sulla croce. Qui saltano in aria tutti gli schemi di ogni logica umana e mondana. Per Marco la Buona Notizia ? scandalosa per la mentalità corrente ? consiste nel fatto che Gesù, che ha condotto una vita di umile servizio e ha scelto la croce, proprio Lui è il Messia e il Figlio di Dio. Qui sta il Vangelo.

Gesù ha bisogno di testimoni che lo annuncino. Il primo di questi è Giovanni. Anche il suo vestito e il suo vitto sono un richiamo alla sobrietà, all?essenzialità. Il battesimo che egli amministrava era un rito di purificazione, segno di cambiamento e rinnovamento interiore, cioè di conversione per ottenere il perdono dei peccati. Si può andare incontro a Cristo soltanto con un cuore puro, ripulito dalla sozzura del peccato, con un cuore ?convertito?. ?Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri? (cfr. Is. 40, 3-4). Il Signore, arrivando, non deve trovare ostacoli o sbarramenti. Si tratta di liberare la strada che il Signore percorre per raggiungerci, da pietre e macigni che la ingombrano: es. vecchi rancori, pregiudizi razziali, indifferenza alle necessità altrui, prepotenza, incapacità di perdonare, pigrizia nel pregare e nello studiare, rifiutare o scartare quel compagno di scuola o di gioco, etc.
?Accorrevano a Lui tutta la regione e tutti gli abitanti di Gerusalemme?. Sono tutte persone che cercano una risposta agli interrogativi più profondi che portano nel cuore. E Giovanni le invita a prestare tutta l?attenzione a Colui che ?viene?, a Colui che è ?più forte? e al quale egli non si sente degno di offrire l?umile servizio dello schiavo. ?Egli vi battezzerà in Spirito Santo?. Cioè vi ?immergerà? nello Spirito Santo ? che è l?infinita potenza, l?infinito amore di Dio ? purificando e trasformando le coscienze e la vita. Incontrare Gesù e legarsi a Lui significa fare l?esperienza di un totale rinnovamento.

La parola profetica di Giovanni e il suo stile di vita interpellano anche noi in modo diretto e personale.

Qual è la nostra reazione? Coltivo un vero desiderio di conversione? Che cosa occorre perché la nostra conversione sia reale e completa in tutti i nostri rapporti (familiari, professionali, sociali)? Cos?è veramente Dio per me, per noi? E Gesù Cristo?
Ci sorprendiamo talora alla ricerca illusoria di altri ?salvatori?? Ci accade di immaginare o di aspettare un futuro senza di Lui?

A nostra volta, nel confronto col Battista, quale risposta diamo e siamo alla ricerca, alle attese, più o meno espresse, di tante persone? A chi desidera ricevere qualche buona notizia, sappiamo fare dono della Notizia più vera e consolante, che supera tutte le altra e tutte le contiene, cioè Gesù? Sono in grado di accorgersi che è Lui la Buona Notizia per noi?

padre Raniero Cantalamessa     (Omelia del 07-12-2008)

Paolo, modello di vera conversione evangelica
L’anno paolino è una grazia grande per la Chiesa, ma presenta anche un pericolo: quello di fermarsi a Paolo, alla sua personalità, la sua dottrina, senza fare il passo successivo da lui a Cristo. Il Santo Padre ha messo in guardia contro questo rischio nell’omelia stessa in cui ha indetto l’anno paolino e nell’udienza generale del 2 Luglio scorso ribadiva: “È questo il fine dell’anno Paolino: imparare da san Paolo, imparare la fede, imparare il Cristo”.

È successo tante volte nel passato, fino a dar luogo all’assurda tesi secondo cui Paolo, non Cristo, sarebbe il vero fondatore del cristianesimo. Gesù Cristo sarebbe stato per Paolo quello che Socrate era stato per Platone: un pretesto, un nome, sotto il quale mettere il proprio pensiero.

L’Apostolo, come prima di lui Giovanni Battista, è un indice puntato verso uno “più grande di lui”, di cui egli non si ritiene degno nemmeno di essere apostolo. Quella tesi è il travisamento più completo e l’offesa più grave che si possa fare all’apostolo Paolo. Se tornasse in vita, egli reagirebbe a quella tesi con la stessa veemenza con cui reagì di fronte a un analogo fraintendimento dei corinzi: “Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati?” (1 Cor 1,13).

Un altro ostacolo da superare, anche per noi credenti, è quello di fermarci alla dottrina di Paolo su Cristo, senza lasciarci contagiare dal suo amore e dal suo fuoco per lui. Paolo non vuole essere per noi solo un sole d’inverno che illumina ma non riscalda. L’intento evidente delle sue lettere è di portare i lettori non solo alla conoscenza, ma anche all’amore e alla passione per Cristo.

A questo scopo vorrebbero contribuire le tre meditazioni di Avvento di quest’anno, a partire da questa di oggi in cui rifletteremo sulla conversione di Paolo, l’avvenimento che, dopo la morte e risurrezione di Cristo, ha maggiormente influito sul futuro del cristianesimo.

1. La conversione di Paolo vista da dentro

La migliore spiegazione della conversione di san Paolo è quella che da lui stesso quando parla del battesimo cristiano come di un essere “battezzati nella morte di Cristo” “sepolti insieme con lui” per risorgere con lui e “camminare in una vita nuova” (cf. Rom 6, 3-4). Egli ha rivissuto in sé il mistero pasquale di Cristo, intorno a cui ruoterà in seguito tutto il suo pensiero. Ci sono delle analogie anche esterne impressionanti. Gesù rimase tre giorni nel sepolcro; per tre giorni Saulo visse come un morto: non poteva vedere, stare in piedi, magiare, poi al momento del battesimo i suoi occhi si riaprirono, poté mangiare e riprendere le forze, tornò in vita (cf. Atti 9,18).

Subito dopo il suo battesimo, Gesù si ritirò nel deserto e anche Paolo, dopo essere stato battezzato da Anania, si ritirò nel deserto di Arabia, cioè nel deserto intorno a Damasco. Gli esegeti calcolano che tra l’evento sulla via di Damasco e l’inizio della sua attività pubblica nella Chiesa ci sono una decina d’anni di silenzio nella vita di Paolo. Gli ebrei lo cercavano a morte, i cristiani non si fidavano ancora e avevano paura di lui. La sua conversione ricorda quella del cardinal Newman che gli ex fratelli di fede anglicani consideravano un transfuga e i cattolici guardavano con sospetto per le sue idee nuove e ardite.

L’Apostolo ha fatto un lungo noviziato; la sua conversione non è durata pochi minuti. Ed è in questa sua kenosi, in questo tempo di svuotamento e di silenzio che ha accumulato quella energia dirompente e quella luce che un giorno riverserà sul mondo.

Della conversione di Paolo abbiamo due diverse descrizioni: una che descrive l’evento, per così dire, dall’esterno, in chiave storica e un’altra che descrive l’evento dall’interno, in chiave psicologica o autobiografica. Il primo tipo è quello che troviamo nelle tre diverse relazioni che si leggono negli Atti degli apostoli. Ad esso appartengono anche alcuni accenni che Paolo stesso fa dell’evento, spiegando come da persecutore divenne apostolo di Cristo (cf. Gal 1, 13-24).

Al secondo tipo appartiene il capitolo 3 della Lettera ai Filippesi, in cui l’Apostolo descrive quello che ha significato per lui, soggettivamente, l’incontro con Cristo, quello che era prima e quello che è diventato in seguito; in altre parole, in che è consistito, esistenzialmente e religiosamente, il cambiamento intervenuto nella sua vita. Noi ci concentriamo su questo testo che, per analogia con l’opera agostiniana, potremmo definire “le confessioni di S. Paolo”.

In ogni cambiamento c’è un terminus a quo e un terminus ad quem, un punto di partenza e un punto di arrivo. L’Apostolo descrive anzitutto il punto di partenza, quello che era prima:

“Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge” (Fil 3, 4-6).

Ci si può facilmente sbagliare nel leggere questa descrizione: questi non erano titoli negativi, ma i massimi titoli di santità del tempo. Con essi si sarebbe potuto aprire subito il processo di canonizzazione di Paolo, se fosse esistito a quel tempo. È come dire di uno oggi: battezzato l’ottavo giorno, appartenente alla struttura per eccellenza della salvezza, la chiesa cattolica, membro dell’ordine religioso più austero della Chiesa (questo erano i farisei!), osservantissimo della Regola…”.

Invece c’è nel testo un punto a capo che divide in due la pagina e la vita di Paolo. Si riparte da un “ma” avversativo che crea un contrasto totale:

“Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo” (Fil 3, 7-8).

Tre volte ricorre il nome di Cristo in questo breve testo. L’incontro con lui ha diviso la sua vita in due, ha creato un prima e poi. Un incontro personalissimo (è l’unico testo dove l’apostolo usa il singolare “mio”, non “nostro” Signore) e un incontro esistenziale più che mentale. Nessuno mai potrà conoscere a fondo cosa avvenne in quel breve dialogo: “Saulo, Saulo!” “Chi sei tu, Signore? Io sono Gesù!”. Una “rivelazione”, la definisce lui (Gal 1, 15-16). Fu una specie di fusione a fuoco, un lampo di luce che ancora oggi, a distanza di duemila anni, rischiara il mondo.

2. Un cambiamento di mente

Proviamo ad analizzare il contenuto dell’evento. È stato anzitutto un cambiamento di mente, di pensiero, letteralmente una metanoia. Paolo aveva fino allora creduto di potersi salvare ed essere giusto davanti a Dio mediante l’osservanza scrupolosa della legge e delle tradizioni dei padri. Ora capisce che la salvezza si ottiene in altro modo. Voglio essere trovato, dice, “non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede” (Fil 3, 8-9). Gesù gli ha fatto sperimentare su di sé quello che un giorno avrebbe dovuto proclamare a tutta la Chiesa: la giustificazione per grazia mediante la fede (cf. Gal 2,15-16; Rom 3, 21 ss.).

Leggendo il capitolo terzo della Lettera ai Filippesi a me viene in mente un’immagine: un uomo cammina di notte in un fitto bosco al fioco lume di una candela, facendo attenzione a che non si spenga; camminando, camminando viene l’alba, sorge il sole, il fioco lume di candela impallidisce, finché non gli serve più e lo getta via. Il lucignolo fumigante era la sua propria giustizia. Un giorno, nella vita di Paolo, è spuntato il sole di giustizia, Cristo Signore, e da quel momento non ha voluto altra luce che la sua.

Non si tratta di un punto accanto ad altri, ma del cuore del messaggio cristiano; lui lo definirà il “suo vangelo”, al punto di dichiarare anatema chi osasse predicare un vangelo diverso, fosse pure un angelo o lui stesso (cf. Gal 1, 8-9). Perché tanta insistenza? Perché in ciò consiste la novità cristiana, quello che la distingue da ogni altra religione o filosofia religiosa. Ogni proposta religiosa comincia dicendo agli uomini quello che devono fare per salvarsi o ottenere la “Illuminazione”. Il cristianesimo non comincia dicendo agli uomini quello che devono fare, ma quello che Dio ha fatto per loro in Cristo Gesù. Il cristianesimo è la religione della grazia.

C’è posto – e come – per i doveri e l’osservanza dei comandamenti, ma dopo, come risposta alla grazia, non come sua causa o suo prezzo. Non ci si salva per le buone opere, anche se non ci si salva senza le buone opere. È una rivoluzione di cui, a distanza di duemila anni, ancora stentiamo a prendere coscienza. Le polemiche teologiche sulla giustificazione mediante la fede dalla Riforma in poi l’hanno spesso ostacolata più che favorita perché hanno mantenuto il problema a livello teorico, di tesi di scuole contrapposte, anziché aiutare i credenti a farne esperienza nella loro vita.

3. “Convertitevi e credete al vangelo”

Ma dobbiamo porci una domanda cruciale: chi è l’inventore di questo messaggio? Se esso fosse l’Apostolo Paolo, allora avrebbero ragione quelli che dicono che è lui, non Gesù, il fondatore del cristianesimo. Ma l’inventore non è lui; egli non fa’ che esprimere in termini elaborati e universali un messaggio che Gesù esprimeva con il suo tipico linguaggio, fatto di immagini e di parabole.

Gesù iniziò la sua predicazione dicendo: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1, 15). Con queste parole egli insegnava già la giustificazione mediante la fede. Prima di lui, convertirsi significava sempre “tornare indietro” (come indica lo stesso termine ebraico shub); significava tornare all’alleanza violata, mediante una rinnovata osservanza della legge. “Convertitevi a me […], tornate indietro dal vostro cammino perverso”, diceva Dio nei profeti (Zc 1, 3-4; Ger 8, 4-5).

Convertirsi, conseguentemente, ha un significato principalmente ascetico, morale e penitenziale e si attua mutando condotta di vita. La conversione è vista come condizione per la salvezza; il senso è: convertitevi e sarete salvi; convertitevi e la salvezza verrà a voi. Questo è il significato predominante che la parola conversione ha sulle labbra stesse di Giovanni Battista (cf. Lc 3, 4-6). Ma sulla bocca di Gesù, questo significato morale passa in secondo piano (almeno all’inizio della sua predicazione), rispetto a un significato nuovo, finora sconosciuto. Anche in ciò si manifesta il salto epocale che si verifica tra la predicazione di Giovanni Battista e quella di Gesù.

Convertirsi non significa più tornare indietro, all’antica alleanza e all’osservanza della legge, ma significa fare un salto in avanti, entrare nella nuova alleanza, afferrare questo Regno che è apparso, entrarvi mediante la fede. “Convertitevi e credete” non significa due cose diverse e successive, ma la stessa azione: convertitevi, cioè credete; convertitevi credendo! “Prima conversio fit per fidem”, dirà san Tommaso d’Aquino, la prima conversione consiste nel credere (1).

Dio ha preso, lui, l’iniziativa della salvezza: ha fatto venire il suo Regno; l’uomo deve solo accogliere, nella fede, l’offerta di Dio e viverne, in seguito, le esigenze. È come di un re che apre la porta del suo palazzo, dove è apparecchiato un grande banchetto e, stando sull’uscio, invita tutti i passanti a entrare, dicendo: “Venite, tutto è pronto!”. È l’appello che risuona in tutte le cosiddette parabole del Regno: l’ora tanto attesa è scoccata, prendete la decisione che salva, non lasciatevi sfuggire l’occasione!

L’Apostolo dice la stessa cosa con la dottrina della giustificazione mediante la fede. L’unica differenza è dovuta a ciò che è avvenuto, nel frattempo, tra la predicazione di Gesù e quella di Paolo: Cristo è stato rifiutato e messo a morte per i peccati degli uomini. La fede “nel Vangelo” (“credete al Vangelo”), ora si configura come fede “in Gesù Cristo”, “nel suo sangue” (Rm 3, 25).

Quello che l’Apostolo esprime mediante l’avverbio “gratuitamente”(dorean) o “per grazia”, Gesù lo diceva con l’immagine del ricevere il regno come un bambino, cioè come dono, senza accampare meriti, facendo leva solo sull’amore di Dio, come i bambini fanno leva sull’amore dei genitori.

Si discute da tempo tra gli esegeti se si debba continuare a parlare della conversione di san Paolo; alcuni preferiscono parlare di “chiamata”, anziché di conversione. C’è chi vorrebbe che si abolisse addirittura la festa della conversione di S. Paolo, dal momento che conversione indica un distacco e un rinnegare qualcosa, mentre un ebreo che si converte, a differenza del pagano, non deve rinnegare nulla, non deve passare dagli idoli al culto del vero Dio (2).

A me pare che siamo davanti a falso problema. In primo luogo non c’è opposizione tra conversione e chiamata: la chiamata suppone la conversione, non la sostituisce, come la grazia non sostituisce la libertà. Ma soprattutto abbiamo visto che la conversione evangelica non è un rinnegare qualcosa, un tornare indietro, ma un accogliere qualcosa di nuovo, fare un balzo in avanti. A chi parlava Gesù quando diceva: “Convertitevi e credete al vangelo”? Non parlava forse a degli ebrei? A questa stessa conversione si riferisce l’Apostolo con le parole: “Quando ci sarà la conversione al Signore quel velo verrà rimosso” (2Cor 3,16).

La conversione di Paolo ci appare, in questa luce, come il modello stesso della vera conversione cristiana che consiste anzitutto nell’accettare Cristo, nel “rivolgersi” a lui mediante la fede. Essa è un trovare prima che un lasciare. Gesù non dice: un uomo vendette tutto che quello che aveva e si mise alla ricerca di un tesoro nascosto; dice: un uomo trovò un tesoro e per questo vendette tutto.

4. Un’esperienza vissuta

Nel documento di accordo tra la Chiesa cattolica e la Federazione mondiale della Chiese luterane sulla giustificazione mediante la fede, presentato solennemente nella Basilica di S. Pietro da Giovanni Paolo II e l’arcivescovo di Uppsala nel 1999, c’è una raccomandazione finale che mi pare di importanza vitale. Dice in sostanza questo: è venuto il momento di fare di questa grande verità una esperienza vissuta da parte dei credenti, e non più un oggetto di dispute teologiche tra dotti, come è avvenuto nel passato.

La ricorrenza dell’anno paolino ci offre una occasione propizia per fare questa esperienza. Essa può dare un colpo d’ala alla nostra vita spirituale, un respiro e una libertà nuova. Charles Péguy ha raccontato, in terza persona, la storia del più grande atto di fede della sua vita. Un uomo, dice, (e si sa che quest’uomo era lui stesso) aveva tre figli e un brutto giorno essi si ammalarono, tutti e tre insieme. Allora aveva fatto un colpo di audacia. Al ripensarci si ammirava anche un po’ e bisogna dire che era stato davvero un colpo ardito. Come si prendono tre bambini da terra e si mettono tutti e tre insieme, quasi per gioco, nelle braccia della loro madre o della loro nutrice che ride e dà in esclamazioni, dicendo che sono troppi e non avrà la forza di portarli, così lui, ardito come un uomo, aveva preso -s’intende, con la preghiera – i suoi tre bambini nella malattia e tranquillamente li aveva messi nelle braccia di Colei che è carica di tutti i dolori del mondo: «Vedi – diceva – te li do, mi volto e scappo, perché tu non me li renda. Non li voglio più, lo vedi bene! Devi pensarci tu». (Fuori metafora, era andato a piedi in pellegrinaggio da Parigi a Chartres per affidare alla Madonna i suoi tre bambini malati). Da quel giorno, tutto andava bene, naturalmente, poiché era la Santa Vergine a occuparsene. È perfino curioso che non tutti i cristiani facciano altrettanto. È così semplice, ma non si pensa mai a ciò che è semplice (3).

La storia ci serve in questo momento per l’idea del colpo di audacia, perché è di qualcosa del genere che si tratta. La chiave di tutto, si diceva, ciò è la fede. Ma ci sono diversi tipi di fede: c’è la fede-assenso dell’intelletto, la fede-fiducia, la fede-stabilità, come la chiama Isaia (7, 9): di quale fede si tratta, quando si parla della giustificazione «mediante la fede»? Si tratta di una fede tutta speciale: la fede-appropriazione!

Ascoltiamo, su questo punto, san Bernardo: «Io – dice -, quello che non posso ottenere da me stesso, me lo approprio (usurpo!) con fiducia dal costato trafitto del Signore, perché è pieno di misericordia. Mio merito, perciò, è la misericordia di Dio. Non sono certamente povero di meriti, finché lui sarà ricco di misericordia. Che se le misericordie del Signore sono molte (Sal 119, 156), io pure abbonderò di meriti. E che ne è della mia giustizia? O Signore, mi ricorderò soltanto della tua giustizia. Infatti essa è anche la mia, perché tu sei per me giustizia da parte di Dio» (4). È scritto infatti che “Cristo Gesù… è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione (l Cor l, 30). Per noi, non per se stesso!

San Cirillo di Gerusalemme esprimeva, con altre parole, la stessa idea del colpo di audacia della fede: «O bontà straordinaria di Dio verso gli uomini! I giusti dell’Antico Testamento piacquero a Dio nelle fatiche di lunghi anni; ma quello che essi giunsero a ottenere, attraverso un lungo ed eroico servizio accetto a Dio, Gesù te lo dona nel breve spazio di un’ora. Infatti, se tu credi che Gesù Cristo è il Signore e che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo e sarai introdotto in paradiso da quello stesso che vi introdusse il buon ladrone» (5).

Immagina, scrive il Cabasilas sviluppando un’immagine di san Giovanni Crisostomo, che si sia svolta, nello stadio, un’epica lotta. Un valoroso ha affrontato il crudele tiranno e, con immane fatica e sofferenza, lo ha vinto. Tu non hai combattuto, non hai né faticato né riportato ferite. Ma se ammiri il valoroso, se ti rallegri con lui per la sua vittoria, se gli intrecci corone, provochi e scuoti per lui l’assemblea, se ti inchini con gioia al trionfatore, gli baci il capo e gli stringi la destra; insomma, se tanto deliri per lui, da considerare come tua la sua vittoria, io ti dico che tu avrai certamente parte al premio del vincitore.

Ma c’è di più: supponi che il vincitore non abbia alcun bisogno per sé del premio che ha conquistato, ma desideri, più di ogni altra cosa, vedere onorato il suo fautore e consideri quale premio del suo combattimento l’incoronazione dell’amico, in tal caso quell’uomo non otterrà forse la corona, anche se non ha né faticato né riportato ferite? Certo che l’otterrà! Ebbene, così avviene tra Cristo e noi. Pur non avendo ancora faticato e lottato – pur non avendo ancora alcun merito -, tuttavia, per mezzo della fede noi inneggiamo alla lotta di Cristo, ammiriamo la sua vittoria, onoriamo il suo trofeo che è la croce e per lui valoroso, mostriamo veemente e ineffabile amore; facciamo nostre quelle ferite e quella morte (6). È così che si ottiene la salvezza.

La liturgia di Natale ci parlerà del “santo scambio”, del sacrum commercium, tra noi e Dio realizzato in Cristo. La legge di ogni scambio si esprime nella formula: quello che è mio è tuo e quello che è tuo è mio. Ne deriva che quello che è mio, cioè il peccato, la debolezza, diventa di Cristo; quello che è di Cristo, cioè la santità, diventa mio. Poiché noi apparteniamo a Cristo più che a noi stessi (cf.1 Cor 6, 19-20), ne consegue, scrive il Cabasilas, che, inversamente, la santità di Cristo ci appartiene più che la nostra stessa santità (7). E’ questo il colpo d’ala nella vita spirituale. La sua scoperta non si fa’, di solito, all’inizio, ma alla fine del proprio itinerario spirituale, quando si sono sperimentate tutte le altre strade e si è visto che non portano molto lontano.

Nella Chiesa cattolica abbiamo un mezzo privilegiato per fare esperienza concreta e quotidiana di questo sacro scambio e della giustificazione per grazia, mediante la fede: i sacramenti. Ogni volta che io mi accosto al sacramento della riconciliazione faccio concretamente l’esperienza di essere giustificato per grazia, ex opere operato, come diciamo in teologia. Salgo al tempio, dico a Dio: “O Dio, abbia pietà di me peccatore” e, come il pubblicano, me ne torno a casa “giustificato” (Lc 18,14), perdonato, con l’anima splendente, come al momento in cui uscii dal fonte battesimale.

Che san Paolo, in questo anno a lui dedicato, ci ottenga la grazia di fare come lui questo colpo di audacia della fede.

(1) S. Tommaso d’Aquino, S. Th., I-IIae, q. 113, a.4.

(2) Cf. J.M.Everts, Conversione e chiamata di Paolo, in Dizionario di Paolo e delle sue lettere, San Paolo 1999, pp. 285-298 (riassunto delle posizioni e bibliografia).

(3) Cf. Ch. Péguy, Il portico del mistero della seconda virtù.

(4) In Cant. 61, 4-5; PL 183, 1072.

(5) Catechesi,. 5, 10; PG 33,517.

(6) Cf. N. Cabasilas, Vita in Cristo, I, 5; PG 150,517.

(7) N. Cabasilas, Vita in Cristo IV, 6 (PG 150, 613).

LaParrocchia.it     (Omelia del 07-12-2008)

Dio – Giovanni – Gesù – Uomo

La liturgia della parola di questa seconda domenica di avvento si apre con un testo del profeta Isaia, che costituisce l’inizio di quello che viene chiamato il “Libro della Consolazione”. La consolazione che annuncia il profeta è la salvezza di Dio, che penetra nella storia e si realizza in essa. La venuta del Signore nella storia del popolo ha alcune prerogative:
“Parlate al cuore?”. È fondamentalmente una presenza che punta a cambiare la condizione disonorevole dell’interiorità dell’uomo? il miracolo quotidiano che bisogna implorare dal Signore è la liberazione da tutte quelle catene, forme di schiavitù o vizi vari (che molto spesso noi chiamiamo virtù per proprio tornaconto) che non permettono di essere sempre noi stessi.
Il testo del profeta punta al contenuto essenziale della vita dell’uomo, al cuore della preghiera umana: chiedere continuamente che il Signore abiti nella nostra vita, guidi i nostri sentimenti e ci faccia crescere nell’amore verso se stessi e gli altri che ci sono affidati.

“Ecco, il Signore Dio viene?” L’immagine del “Pastore” è l’altro motivo di questo testo. Sicuramente passano davanti agli occhi e attraversano la mente tutte le altre icone (AT e NT) che la scrittura contiene? e che risultano essere sempre un richiamo alla tenerezza senza limiti di Dio che non demorde di chinarsi sull’uomo e di risollevarlo dalle varie cadute a cui spesso soccombe. Il Signore in questa venuta non si serve, come era successo in passato, di guide del popolo, ma Lui stesso, in prima persona scende in campo, si espone, si mette in discussione e per primo percorre la strada indicata al popolo. Si può dire che il Signore si rimette al giudizio del popolo.
Con l’evento dell’incarnazione del Figlio questo desiderio di Dio di essere guida del suo popolo diviene visibile a tutti. L’evangelista Marco traccia nel suo vangelo alcune coordinate di questa aspirazione divina:

“Inizio del vangelo?” Non è legato al solo racconto degli eventi riguardanti la vicenda storica di Gesù. Forse l’evangelista sta narrando l’inizio di una nuova era per l’umanità, di un’incontro che porterà felicità e benessere all’uomo, di una verità che è capace di scardinare le radici del male che hanno attecchito nel cuore e nella vita di ogni essere umano. È l’inizio di una storia d’amore che porterà l’uomo a prendere coscienza della sua dignità di Figlio di Dio. Viene detto all’uomo che la sua vita può divenire un vangelo vivente e luce che potrebbe, a sua volta, illuminare qualche fratello che vaga nelle tenebre. È una chiamata alla santità, ma ancor prima alla responsabilità.

“Viene dopo di me Colui?” Esiste una differenza sostanziale tra il Veniente (Gesù) e il Venuto (Giovanni): “è più forte?” la forza di Gesù consiste nel fatto che è capace di trasmettere “la forza di Dio” (Spirito Santo). Infatti quando il testo parla del battesimo attribuisce a Gesù la capacità, a differenza di Giovanni, di immergere gli uomini nella vita trinitaria, che è comunione piena con Dio. In questo modo il cristiano, corroborato dallo Spirito di Dio, diviene evangelizzatore, della buona novella? che è inizio di vita nuova. Alla fine del vangelo, 16,15-20, si trova la naturale conseguenza dell’opera che Gesù ha compiuto nella nostra vita: evangelizzatori in un mondo da trasformare attraverso segni che parlano della vita divina che è in noi.
Quale più bella notizia di questa!!!

Commento a cura di don Alessio De Stefano

Il pane della domenica     (Omelia del 07-12-2008)

Convertitevi!

Raddrizzate le vie del Signore

?Quando fummo al Giordano e sedemmo appoggiati a pietroni della riva, scorsi mescolati tra la folla, ma ben distinguibili, anche gruppi di farisei e scribi, di sadducei. Avevo sentito dire che erano venuti lì per rendersi conto di quello che stava succedendo e riferire a Gerusalemme. O era soltanto curiosità? E se fosse invece qualcosa di più forte, se lo stesso sgomento possedesse anche loro? «Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!». Non gridava Giovanni, ma il silenzio vasto e intimorito si impossessava della sua voce e se ne riempiva fino ad esserne gonfio e straripare. E tutti la sentivamo come un tuono che persiste senza svanire, percorre il cielo senza spegnersi mai, senza angoli remoti in cui sprofondare e tacere. «Colmate il vuoto di valli; i dossi aridi si sciolgano in pianure felici, e il terreno si offra morbido al passo di Colui che viene… Convertitevi e fate penitenza». Scorgevo il suo dorso scoperto bruciato dal sole e la schiena che si piegava perché la mano potesse raggiungere l?acqua che correva ai suoi piedi?. A parlare così è Andrea, il fratello di Simon Pietro, in una sorta di… quinto vangelo ?secondo Andrea?, del compianto scrittore torinese Stefano Jacomuzzi, in un libro avvincente e assai coinvolgente, Cominciò in Galilea.

1. Torniamo a Giovanni. Tutte le fonti evangeliche ed extra sono concordi nel parlarne come di un profeta, mandato da Dio, a predicare la conversione. Di per sé questo non era un messaggio nuovo in Israele: per il fatto che la via è metafora della vita, l?uomo che cammina allontanandosi da Dio può anche tornare verso di lui, abbandonando i sentieri traversi dell?errore. La Bibbia conosce lungo tutte le sue pagine questo cambiamento di direzione, che esprime con il verbo shuv, invertire il cammino, tornare indietro. In contesto religioso significa che si volgono le spalle a ciò che è male e ci si rivolge decisamente a Dio. In epoca tarda si è ulteriormente distinto l?aspetto interiore della conversione e gli atti esterni che la esprimono. Perciò la Bibbia greca usa il verbo metanoèin, cambiare mentalità, per dire il mutamento intimo, e il verbo epistrèphein, rivolgersi verso (un altro punto di riferimento), per dire il cambiamento della condotta esterna, del concreto stile di vita. In segno di questa conversione Giovanni conferiva un battesimo di acqua, come preparazione dei penitenti al battesimo di fuoco e di Spirito Santo che avrebbe conferito il Messia.
?Convertitevi!?, proclama Giovanni. Ma per chi suona la campana? Non certo per noi – si direbbe – che ci diciamo credenti e praticanti: e perché mai dovremmo convertirci? Ci sentiamo così a posto, così ?fedeli?: siamo o no cristiani perbene, cattolici devoti e dichiarati? Da tempo abbiamo regolato – o non abbiamo mai dovuto regolare – i conti con le tentazioni della massa: edonismo, consumismo, disonestà e corruzione… E però è proprio vero che non abbiamo bisogno di conversione? Nel Nuovo Testamento si parla di (prima) conversione per indicare il passaggio dall?incredulità e dall?idolatria alla fede; e questa precede il battesimo. Ma il cammino della vita cristiana non finisce con il battesimo; anche i battezzati possono cadere nel torpore spirituale, e quindi hanno bisogno di una seconda conversione o conversione permanente, come continuo passaggio dalla oligopistìa o pochezza di fede – noi diremmo da una fede gracile – a una fede sempre più adulta e matura.

2. Proviamo allora a scorrere questo elenco di situazioni, che si possono indicare ognuna con una parola sintetica: non c?è bisogno di autosuggestionarci per ritrovarci in tutti o in parte di questi ?ismi?.
Attivismo: abbiamo ridotto la vita cristiana a cose da fare, attività da organizzare. È la tentazione della Chiesa di Efeso, secondo l?Apocalisse, alla quale Colui che tiene le sette stelle nella sua destra, contesta: ?Conosco le tue opere… Ho però da rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di un tempo? (Ap 2,2.4; cfr. Mt 24,12). ?Convertitevi?, ci grida Giovanni. Un?azione senza contemplazione è come un corpo senza anima: un cadavere in rapida, irreversibile putrefazione.
Protagonismo: la differenza tra un testimone di fede, come il Battista, e un cristiano affetto da sindrome di protagonismo, è che il primo è un indice puntato sul Maestro, il secondo punta l?indice su di sé. ?Convertitevi?, insiste Giovanni: perché il successo umano – anche nelle cose di Dio – non è uno dei nomi di Dio.
Narcisismo: accettiamo che troppo facilmente si parli soprattutto di noi e che troppo facilmente si confonda il tema della ?presenza di Dio? nella vita delle creature umane con quello della ?presenza dei cristiani? nelle istituzioni pubbliche. ?Convertitevi?, ripete Giovanni: una Chiesa fedele al suo Signore crocifisso si preoccupa più di quello che di lei dicono i poveri di quello che dicono i giornali.
Ritualismo: la conversione non si può ridurre né a una preghiera in più, né a un digiuno una tantum o un pellegrinaggio extra, perché niente è così facile come la convivenza tra il rito e una vita che poi resta tale e quale. ?Convertitevi?, incalza Giovanni; perché se il cuore non arde, la lingua batte invano: è inutile dire ?Signore, Signore?.
Laicismoche è il clone rovesciato del clericalismo: assegna Dio ai preti e il mondo ai laici, dimenticando che a un Dio senza mondo corrisponde fatalmente un mondo senza Dio. ?Convertitevi?, grida ancora Giovanni: non si può parlare di Dio al mondo e del mondo a Dio, senza prima ascoltare quello che Dio ha da dire al mondo e alla sua Chiesa perché ami il mondo come lo ha amato lui.

Stringi, stringi, la conversione non è questione di testa: è questione di piedi. È mettere i nostri piedi sulle orme del Signore e camminargli dietro decisamente, fedelmente, ostinatamente. Ed è perciò questione di cuore: amare ad oltranza, oggi più di ieri, domani più di oggi.
?Vieni, Signore Gesù! Vieni con la tua misericordia a raddrizzare i nostri cammini tortuosi. Vieni con la tua umiltà ad abbassare le altezze del nostro orgoglio. Vieni con la tua presenza a colmare gli abissi del nostro peccato. Vieni, Signore Gesù!?.

Commento di Mons. Francesco Lambiasi
tratto da “Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi”
Ave, Roma 2008

Published in: on dicembre 4, 2011 at 3:49 pm  Lascia un commento  
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