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ONU 

25 novembre 2011

Violenza alle donne. Fermiamola ora!
Nella Repubblica Dominicana, 51 anni fa, i sicari del dittatore Trujillo trucidavano le tre sorelle Mirabal, attiviste politiche. Nel 1999 l’Onu dichiarava il 25 novembre «Giornata internazionale per contrastare gli abusi contro la donna».
IL DIRETTORE RISPONDE: Donne, violenze, il male da fermare
Maria Pia Campanile, presidente nazionale del Cif (da Radio inBlu)
Violenza alle donne. Fermiamola ora!
​Il 25 novembre 1960, nella Repubblica Dominicana, sicari mandati dall’allora dittatore Rafaél Trujillo tendevano un agguato alle quattro sorelle Mirabal, attiviste politiche, uccidendone tre. Per ricordare questo evento – dal significato simbolico perché prima azione del genere ad essere portata all’attenzione internazionale e a provocare una reazione di opposizione alla dittatura, che doveva culminare l’anno successivo con l’assassinio di Trujillo – il 17 dicembre 1999 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite dichiarava il 25 novembre di ogni anno «Giornata internazionale per fermare la violenza contro la donna».La ricorrenza, ovviamente, guarda ben oltre le difficoltà delle donne impegnate a combattere contro violazioni dei diritti umani e civili, dittature o regimi liberticidi. La “galassia” della violenza verso le donne è vasta e diversificata, e sovente continua a “sfumare” in tristi tradizioni, abitudini, leggi opportunamente incentivate per fini di controllo, economici o religiosi.Quella che nelle sue varie forme interessa la donna è una delle maggiori violazioni dei diritti umani e include abusi di carattere fisico, sessuale, psicologico ed economico e risulta trasversale a razza, cultura, benessere, collocazione geografica ed età. Può essere localizzata nelle case, per le strade, nelle scuole, sul luogo di lavoro, nelle campagne come nelle città, in campi profughi, in situazioni di pace, conflitto o crisi. Ha aspetti pubblici: stupri etnici, persecuzione religiosa, repressione politica; ma anche privati: violenza domestica, abusi sessuali, controllo forzato delle nascite e selezione sessuale, omicidi d’onore…Strumento primo di garanzia internazionale è la Dichiarazione Onu sull’eliminazione della violenza contro la donna del 1993, che ha portato molti Paesi ad adeguare le legislazioni nazionali. Dallo scorso maggio è aperto alla firma dei Paesi aderenti al Consiglio d’Europa la Convenzione sulla prevenzione e lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, che finora ha raccolto 17 adesioni. Ovviamente, lo strumento legislativo o le libere adesioni a trattati e convenzioni non garantiscono di per sé una tutela, soprattutto nelle aree meno favorite del pianeta, ma anche in ambiti insospettati dei Paesi ricchi.
A livello planetario, sei donne su dieci sperimentano nella loro vita una forma di violenza fisica o sessuale. Per evidenziare casi estremi, uno studio dell’Organizzazione mondiale della sanità ha mostrato come la violenza sessuale da parte del partner sia ancora presente nel 71 per cento delle famiglie della campagna etiope contro il 15 per cento del Giappone urbano. Nella maggior parte del mondo globalizzato, la violenza rappresenta per le donne dai 16 ai 44 anni la prima causa di morte o disabilità, con costi altissimi e non solo nei Paesi in via di sviluppo.
Un rapporto del 2003 del Centro statunitense per il controllo e la prevenzione delle malattie mostrava che nei soli Stati Uniti il costo della violenza domestica superava 5,8 miliardi di dollari l’anno, di cui 1 miliardo per cure mediche e 1,8 come conseguenza dall’assenza forzata dal posto di lavoro.
Non mancano però i progressi.Nel mondo, sono un centinaio i Paesi che riconoscono e sanzionano la violenza domestica, meno quelli che adottano provvedimenti conseguenti. Lo stupro da parte del coniuge è riconosciuto come reato in 104 Stati e una novantina hanno leggi che colpiscono le molestie sessuali. Complessivamente, però, poco oltre la metà del mondo riconosce oggi la discriminazione della popolazione femminile come un problema da denunciare e perseguire.
La recessione mondiale ha ridotto reddito e opportunità nei Paesi più poveri, con un conseguente aumento dello sfruttamento e della violenza sulla componente femminile, ma anche esponendo a ulteriori abusi quante lavorano o risiedono all’estero, inclusi Europa e Medio Oriente.
Stefano Vecchia
Donne, violenze, il male da fermare
Gentile direttore,
le scrivo perché conosco la sensibi­lità di Avvenire al tema dei diritti u­mani. Dovrebbe trattarsi di un in­teresse centrale, nella politica pri­ma che nell’informazione, ma non sempre è così. Se ne parla spesso sull’onda della cronaca o delle tra­gedie mentre, in particolare per quanto attiene alle donne, è la frontiera fondamentale per le ci­viltà nel mondo globale. La pre­messa serve a introdurre una data – quella di oggi, 25 novembre – che le Nazioni Unite hanno proclama­to dal 1999 ‘Giornata internazio­nale per l’eliminazione della vio­lenza contro le donne’. È l’occasio­ne di un confronto per quanti, a partire da una vasta rete di associa­zioni e movimenti laici e religiosi, sentono il peso di un conflitto cruento che ha come posta il ri­spetto di ogni donna e la inviolabi­lità del suo corpo. Parliamo di cifre impressionanti. Di donne minac­ciate e torturate in ragione delle lo­ro idee, opinioni politiche, confes­sioni religiose, o semplicemente perché bambine o donne e in quanto tali vittime di fanatismi an­tichi e recenti. Basterebbe ricorda­re che molestie e violenze fisiche sono ancora la prima causa di morte per le donne, e questo spes­so avviene al riparo delle mura do­mestiche, fenomeno che non la­scia affatto immune il nostro Pae­se. Oppure che vi sono realtà dove l’annichilimento comincia prima della nascita e il genere femminile può significare un obbligo all’abor­to. E ancora, pensiamo alle bambi­ne impedite nell’accesso alle scuo­le, alle ragazze costrette a forme di obbedienza tribali, fino alle lapida­zioni, ai visi sfigurati e agli stupri etnici. Un quadro allarmante, dun­que, al punto che le stesse Nazioni Unite hanno introdotto una fatti­specie di reato denominata femmi­nicidio, crimine contro il quale non è consentito alcun relativismo etico. Eppure, nonostante un qua­dro tanto angosciante, anche su questo piano il mondo è in movi­mento.
Penso alle giovani arabe della primavera egiziana e degli al­tri Paesi affacciati sulla costa Sud del Mediterraneo. O a una doman­da di liberazione destinata a cre­scere quanto più la Rete farà circo­lare notizie e immagini sul corag­gio straordinario di tante donne, di tanti giovani. E ancora, penso alle ragazze che nel nostro Paese riven­dicano rispetto per sé, fuori dagli stereotipi offensivi e umilianti di questi anni. Viviamo un tempo ca­rico di rischi enormi ma anche di grandi opportunità. Una stagione destinata a considerare il pieno ri­conoscimento dei diritti umani – civili, politici e sociali – come lo spartiacque tra un nuovo progres­so fondato sul dialogo e l’inclusio­ne e il precipizio nelle epoche buie delle discriminazioni, delle guerre tra etnie, dei nazionalismi e degli sfruttamenti. Per queste ragioni la politica deve capire che non tutto si può ridurre agli spread o alle ne­cessarie azioni di risanamento, ma che l’Europa uscirà dalla sua crisi solo reagendo a un modello econo­mico che nella mortificazione dei diritti umani e sociali ha prodotto diseguaglianze e avidità tali da mettere a rischio il destino delle persone, dei beni comuni, della stessa nostra nozione di civiltà. In­somma, senza il riconoscimento dei diritti, a partire da quelli degli ultimi, è più difficile scoprire la di­mensione dei doveri, e questo vale anche per un Paese come il nostro, ricco di civismo e solidarietà per­sonali e associative. Forse sento queste cose innanzitutto come donna e, aggiungo, come donna di parte che non rinuncia alle sue passioni. Ma credo di poter condi­videre questa sfida con quanti ri­tengono che dalla dignità femmi­nile dipenda l’approdo a una glo­balizzazione umana e rispettosa dell’uguaglianza e del valore di cia­scuno. Il 25 novembre è un’occa­sione per parlarne e ascoltarsi sa­pendo che mai come oggi illumi­nare questa scena è un obbligo morale al quale non possiamo sot­trarci, credenti e no, nel nome di u­na nuova etica pubblica condivisa. Cordialmente
Barbara Pollastrini, deputato del Pd
 
La ringrazio, gentile onorevole Pollastrini, per lo spirito che ha voluto infondere al suo ragionamento e per la bella considerazione che oggi esprime riguardo alla lunga e limpida battaglia giornalistica di Avvenire. È del tutto vero che la violenza contro le donne continua a manifestarsi in diversi modi, cruenti o subdoli, ma sempre terribili. E che si consuma spesso e irrimediabilmente già prima della nascita o subito dopo di essa. Aborti selettivi e infanticidi – quelle esecuzioni deliberate e feroci che hanno costruito, e quasi imposto, il concetto di ‘femminicidio’ da lei richiamato – hanno provocato per tutto il Novecento (e ancora provocano all’alba del Ventunesimo secolo) morti a centinaia di milioni. Uno sterminio, che soltanto una impressionante congiura degli occhi serrati e delle bocche cucite – che si somma all’inesorabile e umanissimo impulso a chiudere la mente davanti all’orrore – impedisce di cogliere nella sua disumana portata.
Di fronte a tutto questo, lei – con indignazione e passione politica – dice che «non è consentito alcun relativismo etico». Sono d’accordo. E, come lei immaginerà, sono talmente d’accordo con quella sua frase­denuncia che, anche a costo di ritrovarci in disaccordo, non riesco a limitarne l’orizzonte. Sono infatti uno di quelli – niente affatto pochi e sempre meno timidi, credenti o meno che siano – che vedono e denunciano nel «relativismo etico» l’ingrediente principale del veleno che corrode questi nostri tempi e fa ancora e sempre ingiuste, e violente, le dinamiche e le economie del mondo che viviamo. Penso, cioè, che male e bene esistano, e che bisogna tornare a distinguerli come meritano (senza manicheismi, e però con tutta la chiarezza necessaria). Penso, insomma, che aborto e infanticidio – come ogni altra deliberata ‘terminazione’ del debole e dell’inerme – non abbiano bisogno della micidiale e intollerabile ‘aggravante’ anti­femminile per essere riconosciuti per quello che sono: una tragedia da sventare, un male profondo da scongiurare e sconfiggere. È una visione, lo so, che qualcuno, con radicale disprezzo, definisce «vitalismo». E so anche che si tratta di un disprezzo identico e opposto (ma neanche sempre opposto) a quello che affiora sulla bocca e dalla penna di qualcun altro quando parla e scrive di «femminismo», prendendosela con le donne e con il loro impegno per porre fine a violenze materiali e sopraffazioni morali. E so che è lo stesso disprezzo della realtà umana che non fa più capire che essere femmina e maschio è anche ed essenzialmente – posso autocitarmi? – «stare assieme e accanto, con uguale altezza e diverso ruolo» (così come ci ha amati sin dal principio Dio, diciamo noi cristiani). Quando non si capisce più questo, si fa trionfare l’incomprensione più ostile e si torna a precipitare nel gorgo della violenza. E si finisce per riprodurla, la violenza, non solo per strada o al chiuso di una stanza che dovrebbe essere amica, ma anche nell’apparente quiete di civilissimi consorzi e di asettici laboratori dove ogni ‘provocatoria’ e ‘depredabile’ debolezza (o imperfezione) va tolta di mezzo.
 
Sì, gentile onorevole, l’ultima violenza progettata contro le donne – mentre troppe altre non si sospendono – è, a ben vedere, proprio questa. Una violenza rivelatrice che ripete l’insulto contro la femminilità e che non riesce a celare (nonostante una coltre di buonismi e libertarismi) l’ansia di ‘espropriare’ artificialmente le donne della maternità. Penso anch’io, per ciò che lei dice e per ciò che in tanti (credenti e no) abbiamo ormai capito, che il 25 novembre sia un giorno buono per parlare e per ascoltarsi davvero. E penso anch’io che «una nuova etica pubblica condivisa» sia necessaria. Merita un dialogo fecondo, e merita le solide basi che – come dice Papa Benedetto – possono darle solo i valori fondanti «scritti nel cuore» degli uomini e delle donne. Quelli su cui dobbiamo fare perno, e non mercato.
Published in: on novembre 26, 2011 at 8:02 am  Comments (1)  
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  1. quali sono questi paesi che riconoscono il femminicidio come reato vero e proprio? dalla lettura non l’ho capito, vi chiedo scusa. So del Perù che l’ha riconosciuto nel 2011, e gli altri? potrei avere gentilmente della legislazione specifica?grazie
    Sabina Verdi


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