Congresso Eucaristico,

c’è un popolo in cammino

 Come un solco immenso che ara e rinnova, sommuove e cambia l’ordine delle cose, la processione eucaristica attraversa il centro di Ancona. Lambisce i suoi quartieri più eleganti, percorre i viali del passeggio e dello shopping, si fa strada tra i grandi tir che fanno la spola tra le navi ancorate nel porto e i magazzini di stoccaggio delle merci. Ovunque attrae sguardi e richiama attenzioni. E persino le gigantesche gru che svettano sui moli sembrano inchinarsi al suo passaggio, in questa placida sera di inizio settembre, mentre la luce radente dell’ultimo sole cede lentamente il posto alle prime ombre della notte incipiente.

Tutto intorno all’ostia bianca esposta in un artistico ostensorio c’è il popolo del Congresso eucaristico. Cuore pulsante della Chiesa tra le arterie della città. Oltre diecimila persone, tra giovani e anziani, uomini e donne, bambini teneramente tenuti per mano dalle mamme e dai papà, membri di confraternite che come macchie di colore avanzano compunti nelle loro mantelline policrome dietro a stendardi con sopra impressi figure di santi e nomi di città. Del nord, del centro del sud. Dalle Alpi alla Sicilia. Dal Tirreno all’Adriatico sulle cui sponde scorre questo fiume di gente di ogni età e condizione sociale. Accanto a loro, insieme con loro, come guide e allo stesso tempo compagni di strada, decine di vescovi, centinaia di sacerdoti, religiosi e religiose e il cardinale legato pontificio, Giovanni Battista Re, a rappresentare anche in maniera visibile quella comunione intorno al Corpo di Cristo che è al centro di questo Congresso.Sì, in fondo tutta l’Italia, tutta la Chiesa che vive nel Paese e lo anima e lo sostiene (spesso non solo spiritualmente) è presente qui. E con gioia, con compostezza, con dignità e consapevolezza vuole testimoniare la propria fede. Non come fuga dalla realtà. Anzi questo attraversare le strade, le piazze, i luoghi più emblematici di Ancona, sta a significare che proprio al cuore della società i cattolici italiani vogliono offrire quanto di più prezioso posseggono: quell’Eucaristia che è principio di comunione, dentro e fuori la Chiesa, sorgente e fermento di vita buona, preoccupazione per il bene comune, mano tesa verso i poveri, i bisognosi, i malati, i portatori di handicap (presenti in maniera sensibile nella grande processione), le persone sole e le vittime della crisi, primi tra tutti i disoccupati.Non a caso il percorso di tre chilometri e mezzo prende avvio dall’area della Fincantieri, epicentro di quel mondo del lavoro ferito proprio dal terremoto delle difficoltà economiche di questi mesi difficili. Lì, sul palco che domenica ospiterà la Messa del Papa, l’arcivescovo Piero Marini, presidente del Pontificio Comitato dei Congressi eucaristici internazionali, aveva celebrato l’Eucaristia di fronte a cinquemila fedeli. Quindi, subito dopo un breve momento di silenziosa adorazione, il lungo corteo era pacificamente dilagato in città, risalendo il centro, fino al Viale della Vittoria e a piazza IV Novembre, che ad Ancona chiamano comunemente il Passetto. Un percorso scandito dai canti, dalle preghiere, dal silenzio denso di raccoglimento di questo popolo cresciuto di numero lungo la strada e che gli organizzatori valutano intorno alle diecimila presenze.È ormai sera quando il fiume di fedeli raggiunge il Passetto, circondando il bianco monumento al centro della piazza, muto testimone di un’epoca in cui le ideologie schiacciavano la dignità dell’uomo. Al suo confronto quell’ostia anch’essa bianca che attrae gli sguardi e piega le ginocchia in un gesto adorante sembra minuscola, quasi invisibile. Ma il solco che ha lasciato dietro di sé, in duemila anni, è così profondo che nulla può essere ormai come prima. Lo si è visto stasera anche ad Ancona. Lo si percepisce qui, su questa terrazza affacciata sul mare, mentre l’arcivescovo di Ancona-Osimo, Edoardo Menichelli, visibilmente commosso, invoca a nome di tutti: «Insegnaci l’unità, la solidarietà, guidaci sulla via del bene». Così con la benedizione finale è tutta la città ad immergersi idealmente nel solco dell’Eucaristia. Solco iscritto ormai nel cuore stessa della società.

Eucaristia «cibo

del viandante»

Senza amore. Amore senza matrimonio. Matrimonio senza figli. Quella che viviamo oggi è la «cultura dei senza», un’epoca di «rapporti sessuali estemporanei fuori da ogni progetto di vita comune, convivenze, diminuzione del numero delle nascite, aumento delle relazioni tra omosessuali, pratica diffusa dell’aborto, separazioni, divorzi». Una «mentalità corrente» che avvolge la nostra società, e che, se da una parte «deve indurre ad analisi e riflessioni molto puntuali, evitando un moralismo esagerato», chiama la Chiesa a «una progettualità educativa che sappia accompagnare in maniera continuativa il bambino, il ragazzo, il giovane».

Peccatori «trasformati» dal Pane
È la fotografia del nostro «oggi affettivo» che Ina Siviglia, docente a Palermo alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale, ha proposto ieri mattina al XXV Congresso eucaristico nazionale in corso ad Ancona, introducendo con Domenico Simeone, docente di Pedagogia all’Università Cattolica del Sacro Cuore, il tema della giornata. «Il fine – ha detto Siviglia ribadendo l’obiettivo dell’azione educatrice – è di condurre a una maturazione adeguata e responsabile della sfera affettiva», con un’attenzione specifica «ai numerosi adolescenti che vivono le prime esperienze sessuali, ai giovani che decidono di convivere piuttosto che celebrare il sacramento del matrimonio, alle giovani coppie alle prese con i problemi relativi alla morale coniugale, o a quanti fanno i conti con esperienze di tipo omosessuale, o ancora ai divorziati risposati». Tutti fenomeni «molto diffusi», rispetto ai quali, secondo la teologa, la tendenza nella Chiesa è «a pensare che l’Eucaristia sia per i “sani”», quando invece «le parole di Gesù dicono che non sono i sani che hanno bisogno del medico». E l’Eucaristia è proprio «il cibo dei viandanti, dei deboli, dei malati, dei peccatori che aspirano alla santità, cioè all’unione totale col Cristo morto e risorto», perché «il cibo eucaristico opera una vera e propria trasformazione, cambiando l’essere umano in tutte le sue componenti fisiche, psichiche e spirituali» e «conformando i credenti a Cristo».
La difficoltà di scelte irreversibili
Il tema dell’affettività, che, subito dopo le lodi, era stato introdotto in apertura di giornata dalla <+corsivo_bandiera>lectio<+tondo_bandiera> di don Gregorio Vivaldelli, è stato quindi sviluppato in chiave pedagogica da Simeone, secondo il quale è «l’incertezza esistenziale che qualifica la società contemporanea» ad aumentare «le difficoltà dei giovani a compiere scelte rilevanti e percepite dai soggetti come “irreversibili”». Così, se questi giovani sono «per certi aspetti determinati e autonomi», tale determinazione e autonomia, «che si manifesta quando si muovono sull’asse del presente, segna il passo allorché sono chiamati a sintonizzarsi sulla linea della continuità temporale». Simeone, che è anche presidente della Confederazione dei Consultori di ispirazione cristiana, ha poi osservato come «di fronte alla necessità di compiere scelte, l’autonomia cede il passo all’insicurezza», mentre «per far fronte alle esigenze di una prospettiva progettuale, i giovani hanno bisogno di orientamento, di qualcuno che insegni loro a mediare il desiderio». In questo senso, per il relatore, va riconsiderato il ruolo della famiglia perché, pur nelle «modifiche delle relazioni e dei vissuti al suo interno», il suo compito educativo «resta immutato», specie da parte dei genitori. Infatti «l’educazione è un dovere essenziale, perché connesso alla trasmissione della vita; originale e primario rispetto al compito educativo di altri soggetti; insostituibile e inalienabile, nel senso che non può essere delegato né surrogato». L’affettività, in questa prospettiva, rappresenta allora una «occasione» di sviluppo di un rapporto educativo, e ciò in quanto «l’esperienza dell’amore spinge i giovani ad uscire da sé per approdare al territorio dell’altro». Un «decentramento» che «permette di avvicinarsi all’altro, di conoscerlo, di comprenderlo e di amarlo», e che diviene «fecondo quando è aperto al dono e alla vita». Salvatore Mazza
Accogliere oltre la paura

 La città in crisi, spaventata, che ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità ha bisogno della forza dell’Eucaristia per aprirsi. Osimo, città di pace, dove nel 1975 l’Italia siglò il trattato con la Jugoslavia di Tito che chiudeva il dopoguerra, ha ospitato l’incontro del Congresso eucaristico dedicato all’accoglienza, con la Caritas, Fondazione Migrantes e diverse realtà dell’assistenza e del volontariato. Alle quali il cardinale legato Giovanni Battista Re ha ricordato che «l’incontro con Gesù nell’Eucaristia ci apre agli altri: per questo attorno al mistero eucaristico sono sempre fiorite le opere sociali». Anche l’arcivescovo Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti ha parlato dell’Eucaristia «che ci spinge a essere pane spezzato per gli altri, ci porta ad impegnarci per un mondo più giusto e fraterno con la gente in mobilità, profughi, migranti, spesso donne e bambini». E, a proposito di accoglienza, don Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes della Cei, ha sottolineato che «alla città debole e indebolita, abbandonata, serve l’aiuto eucaristico per guardare al futuro, diventare più pubblica e meno privata». 

Nel teatro Nuova Fenice le relazioni sono tenute da persone che condividono la vita con gli esclusi. Come Mauro Magatti, preside di sociologia alla Cattolica di Milano, che vive a Como con la famiglia nella comunità, Eskenosen, che accoglie famiglie di migranti. La sua fotografia di chi abita la città occidentale, segnata da individualismo «adolescenziale», è spietata: «Siamo indebitati, invecchiati, ingrassati, depressi e disuguali, confusi, spaventati. Abbiamo vissuto oltre le nostre possibilità. La crisi economica ci lascia un mondo con disuguaglianze forti». Ma questo potrebbe tradursi in un’opportunità: «Mettiamo in discussione la nostra visione della libertà in vista di un impegno per ciò che ha veramente valore. Sul piano culturale dobbiamo rimettere in pista valori dimenticati». Cristina Simonelli, teologa e patrologa, dal 1976 vive in un campo rom nella città scaligera. «C’è la tentazione di fare spesso dei rom i capri espiatori di problemi più ampi. Su questo si gioca non solo la cittadinanza, ma il modo di costruire la città solidale». Citando il documento dei vescovi sulla questione meridionale, la teologa ha parlato di «questione settentrionale». «Va sottolineato – ha affermato – l’aspetto culturale. Mi riferisco alla diseducazione rappresentata da logiche discorsive che incitano al razzismo, all’esclusione e alla grettezza. Spesso tali comizi si offrono anche come baluardi della tradizione cristiana. L’accoglienza è invece sfida e memoria di futuro e la mistica dell’Eucaristia ha un carattere sociale».Uomo del sud è Mimmo Battaglia, sacerdote dell’arcidiocesi di Catanzaro-Squillace, dove ha fondato nel 1986 il Centro calabrese di solidarietà che ha accolto in 25 anni oltre tremila giovani vittime di dipendenze. Dal 2006 guida la Federazione italiana comunità terapeutiche. «Come dirci cristiani senza andare verso gli esclusi? Stare in mezzo ai poveri e adorare l’ostia sono due gesti complementari». Per don Mimmo occorre quindi aggiornare ai bisogni d’oggi la figura del samaritano «che si muove a pietà e fascia le ferite, cura e assiste il viandante ferito». Il vescovo di Lodi, Giuseppe Merisi, presidente della Caritas italiana, ha sottolineato come l’Eucaristia spinga ai gesti di carità. Questi, però, assumono valenza educativa per i giovani se accompagnati da coerenza e unità. «Il volontariato, la Caritas e le altre realtà consentono di conoscere dal vivo la testimonianza dei credenti. Occorre in più coniugare sussidiarietà e solidarietà, perché è necessario l’impegno di tutte le realtà della società civile che devono imparare a fare rete per rendere la loro azione e la testimonianza più significative». Ieri a Osimo è stata distribuita una nuova rivista trimestrale di ispirazione cristiana, «Preghiera e carità». Si rivolge ai volontari «cirenei di oggi e di sempre». Perché l’unica persona che abbia aiutato Gesù è stato Simone di Cirene, un africano. Come quelli dei barconi. Paolo Lambruschi

L’Eucaristia illumina
le «vite fragili»

La seconda giornata di lavori del Congresso eucaristico nelle Marche è stata dedicata al tema della “fragilità”. In mattinata, riflessioni in contemporanea ad Ancona, Loreto e Osimo, dove si sono celebrate al mattino le messe presiedute rispettivamente da monsignor Carlo Liberati, Monsignor Luigi Marrucci e monsignor Francesco Canalini, a cui sono seguite le lodi.

Ad Ancona la relazione “forte” è stata quella di don Maurizio Chiodi, docente alla Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale. “La ‘grazia’ della guarigione o della salvezza non accade senza la fede di chi lo accoglie e cioè senza l’adesione concreta della libertà dell’uomo”. “I racconti dei miracoli – ha spiegato – descrivono come chi incontra Gesù lo invoca e chiede anche con insistenza, senza tuttavia pretendere, ma sempre affidandosi alla sua volontà”. Così, ha proseguito, “è necessario ricordare che la fede non è la conseguenza o l’effetto del miracolo, come noi moderni siamo propensi troppo semplicisticamente a pensare; al contrario, il miracolo suppone la fede, non la produce, quasi come se dovesse determinarla ‘a forza’, come spinto da una evidenza ‘causale’”. Don Chiodi ha insistito sul rilievo “miracolistico” che spesso viene collegato all’adesione di fede, ricordando che “il dono di Dio, gratuito e incondizionato, non può attuarsi se non viene accolto. Ma una volta guarito,il malato stesso può diventare testimone per tutti, di ciò che egli ha ricevuto in dono. In questo senso la sua testimonianza può stimolare – ma non mai produrre – la fede negli altri”.“La sofferenza viene vissuta dalla persona come minaccia per la propria serenità, integrità o per la realizzazione delle proprie aspettative, dando origine ad una situazione di angoscia. Il dolore, qualunque sia la sua origine – corpo, psiche, relazioni, anima – è sempre sofferenza della persona”: così Maria Grazia Marciani, docente all’Università Tor Vergata di Roma, ha definito lo stato di fragilità umana legato alla malattia, nella relazione proposta sempre ad Ancona. Nella relazione dal titolo “Eucaristia: presenza di misericordia. Il dolore e la sofferenza nella relazione medico-paziente”, ha anzitutto riflettuto sulla sofferenza, considerandola come “espressione di una reciproca influenza tra ciò che succede nel corpo, il danno, e l’elaborazione che la mente ne fa, il senso. L’esperienza della sofferenza cambia in maniera sostanziale il significato diverso che viene attribuito al danno. Il dolore può essere uguale come danno, ma non lo è come senso. Ogni persona, considerata nella sua interezza, attribuisce al dolore un senso che dipende da molteplici variabili (momento della vita -invecchiamento-, contesto culturale, ruolo sociale, essere credente o non credente)”.A Loreto la riflessione è stata affidata a Paola Bignardi. “Il dono più importante che mi ha fatto la malattia è il credere che la grazia, che gli altri chiedevano per me, non era la guarigione, ma il vivere nell’abbandono al Signore, il continuare a credere nel suo amore, a vivere dentro di esso”. Lo ha detto la Bignardi, già presidente nazionale dell’Azione Cattolica, in Piazza della Madonna con i disabili e gli ammalati, che hanno gremito lo spazio davanti al santuario, nonostante il sole battente. Nella parte finale del suo intervento, la relatrice ha ricordato che Giovanni Paolo II, sette anni fa, proprio qui a Loreto, compiva il suo ultimo pellegrinaggio, con l’Azione Cattolica. “Ricordiamo tutti – ha detto – quell’Eucaristia celebrata senza fiato, la sofferenza di ogni parola e ogni gesto, lo sforzo di ogni incontro”. Anche da malato, Giovanni Paolo II “è stato fedele fino alla fine alla missione che il Signore gli aveva affidato”, insegnandoci “come si attraversa la malattia continuando a vivere, come si muore vivendo”. “Nei giorni della malattia – ha testimoniato Bignardi – l’Eucaristia è stata parola di vita eterna, non presenza di consolazione, ma di condivisione: al di là di ogni parola, il Signore c’era, si era fatto povero e impotente come me. L’Eucaristia è stata la forza che, giorno per giorno, mi ha aiutato a non smettere di credere nell’amore e nella bontà della vita. L’Eucaristia è un pane che non si può conservare, ma che ci aiuta a credere che ogni giorni si avrà pane per vivere, anche in situazioni che sembrano annientare la nostra umanità”. “Gesù – ha precisato la relatrice ricordando l’episodio del Getsemani – non ha amato il dolore, lo ha affrontato per obbedire a un disegno di amore, che è veramente più forte della morte”. “La malattia – ha proseguito – mi ha cambiato perché mi ha dato un altro punto di vista sulla vita: dal fronte dell’impotenza, della morte, le cose che contano cambiano, gli affetti sembrano più gratuiti. La malattia è una strada per scoprire dimensioni altre: la profondità, la gratuità, la forza che c’è nella debolezza”. “La malattia mi ha insegnato – ha concluso la relatrice – che il valore della vita non sta in quello che facciamo, ma nell’amore di cui i gesti più semplici sono carichi. La vita non consiste in quello che riusciamo a realizzare, ma nel dono che facciamo di essa”.Infine a Osimo la riflessione è stata condotta da padre Anrlado Pangrazzi e don Giuseppe Busani. “Dobbiamo vedere Cristo nel malato, ma soprattutto dobbiamo essere Cristo per il malato, perché anche noi possiamo essere farmaci, testimoni della salvezza”. Lo ha detto p. Arnaldo Pangrazzi, docente di pastorale sanitaria all’Istituto Camillianum di Roma. “Non si può vivere senza sofferenza – ha aggiunto Pangrazzi, intervenendo a Osimo – ma non è la sofferenza che santifica l’uomo; il concetto è che non si può soffrire senza sperare, è questo che rende feconda la sofferenza. E non si può sperare senza aprirsi”. Pangrazzi ha parlato delle azioni che devono accompagnare i ministri dell’Eucaristia nel confortare gli ammalati: “Essere per il malato, comunicare, imparare dal malato sostenendo e promuovendo la sua forza, e solo alla fine fare”. “Bisogna sostenere il venerdì santo dei malati consapevoli che la propria presenza è segno d’amore, senza affrettarsi di annunciare la resurrezione, ma accettando – ha concluso – la fragilità umana con umiltà”.“La Chiesa fornisce contatti e non concetti, non spiega il dolore, ma testimonia l’assunzione del dolore che trasfigura”. Lo ha detto il liturgista mons. Giuseppe Busani, vicario per la pastorale della diocesi di Piacenza-Bobbio, parlando al teatro “La Nuova Fenice” di Osimo (Ancona). L’incontro si è aperto con un video introduttivo dell’Ufficio Cei per la pastorale della sanità sull’esperienza di Emmanuel Exitu, malato di Sla ma sempre “protagonista del suo percorso di vita”. “La liturgia è semplice, è efficace senza pretendere efficienza”, ha detto don Busani, che ha ricordato come la parabola della lavanda dei piedi manifesti “il modo in cui Dio vuole rimanere con noi, in modo semplice e umile”. Il vicario ha esaminato il rito liturgico domenicale, che significa “ricevere se stessi dalle mani di Dio”, e c’impone di “dimenticare il soggettivismo per aprirci all’invito dell’altro”. “L’ultima cena – ha concluso don Busani – si compie nel momento di crisi radicale delle relazioni per Gesù; ma è proprio in quel momento di fragilità che il dono non viene negato, ma anzi si fa estremo atto d’amore. I distanti sono così diventati i destinatari del dono”.
L’Eucaristia
non conosce esclusioni

«Gesù non ci ha lasciato soltanto dottrine, verità e precetti, ma ci ha donato se stesso. L’incontro con lui nell’Eucaristia ci apre agli altri: per questo attorno al mistero eucaristico c’è sempre stato un fiorire di opere sociali». Con queste parole il cardinale Re ha portato il suo saluto ad Osimo, nella giornata che il Congresso Eucaristico dedica al tema della cittadinanza.

«L’Eucaristia – ha proseguito il Cardinale – ci parla di attenzione, di aiuto, di amore agli altri e di perdono donato: dal Congresso attingiamo luce e forza per affrontare le difficoltà che l’ora presente porta con sé».Su questa linea ha sviluppato il suo intervento anche il presidente del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, mons. Antonio Maria Vegliò: «L’Eucaristia, che ci spinge ad essere pane spezzato per gli altri, ci porta ad impegnarci per un mondo più giusto e fraterno. Con la gente in movimento, cerchiamo di costruire tale mondo proprio lì dove essi vivono».Illustrando il compito del Pontificio Consiglio, mons. Vegliò ha detto che «concretamente, si tratta di sollecitudine pastorale nei confronti di rifugiati e migranti, apolidi, nomadi e gente dello spettacolo viaggiante, marittimi, sia in navigazione sia nei porti, coloro che sono impiegati o lavorano negli aeroporti o sugli aerei, quelli che viaggiano per motivi di pietà, studio o svago, come i pellegrini, gli studenti internazionali e i turisti». In particolare ha richiamato come esempio «il pellegrinaggio di diverse etnie di zingari, provenienti da tutta Europa, alla tomba dell’apostolo Pietro, nello scorso mese di giugno, ricevuti per la prima volta in udienza dal Papa». Ha quindi richiamato la figura del Beato Zefirino Giménez Malla, martire zingaro di cui ricorre il 150° anniversario della nascita e il 75° del martirio.«La città è in crisi – ha affermato mons. Giancarlo Perego, direttore di Migrantes – è mobile, precaria e debole, ha fame di alcuni beni, è sempre più povera; ma, soprattutto, soffre di solitudine, di separazioni, di divisioni, è vittima dell’individualismo, di cadute di responsabilità: passare dalla città alla cittadinanza, significa progettare la vita della città, costruire relazioni, educare alla responsabilità sociale e politica, cogliere i segni e i gesti di dono, cercare il dialogo, tessere reti. L’Eucaristia aiuta a non escludere, a guardare a tutti e a ciascuno, a costruire universalità, cattolicità».Il tema della cittadinanza è quindi stato approfondito dai contributi di Mauro Magatti, sociologo ed economista, da Cristina Simonelli, teologa e patrologa che dal 1976 vive in un campo rom, e da don Mimmo Battaglia, sacerdote della diocesi di Catanzaro, vi ha fondato nel 1986 un Centro calabrese di solidarietà che ha accolto in 25 anni oltre 3000 giovani vittime di dipendenze.

Congresso eucaristico, Bagnasco:
«Uomo bussola delle scelte»

Per i cristiani impegnati sulla scena politico-sociale «i valori irrinunciabili» (vita, famiglia, libertà religiosa ed educativa) sono «il codice genetico imprescindibile». Dalla Cattedrale di Ancona il cardinale Angelo Bagnasco …

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