LA FEDE E IL DONO DELL’INTELLETTO

XI.

LA FEDE E IL DONO DELL’INTELLETTO

Col dono della scienza scopriamo la bontà, la bellezza, la potenza di Dio nelle creature e attraverso le creature saliamo al Creatore. Dice bene il Siracide parlando degli uomini: « Il Signore… pose lo sguardo nei loro cuori, per mostrare loro la grandezza delle sue opere. Loderanno il suo santo nome per narrare la grandezza delle sue opere… I loro occhi contempleranno la grandezza della sua gloria, i loro orecchi sentiranno la magnificenza della sua voce » (Sir 17,7. 11).

Tutto questo avviene in modo particolare col dono della scienza: dalle creature al Creatore; col dono dell’intelletto invece esperimentiamo una conoscenza più piena e più profonda (intus-legere) di Dio, non col ragionamento, ma con l’intuizione e con l’esperienza della vita.

Il dono dell’intelletto perfeziona così la virtù teologale della fede, che è soprattutto un’adesione amorosa a Dio, a Cristo, allo Spirito. Inoltre la fede, perfezionata dal dono dell’intelletto, è una partecipazione anticipata alla « luce della gloria ».

« Le cose del cielo »

Come sia importante il dono dell’intelletto, lo accenniamo per ora con due frasi della Scrittura. Una è còlta dal libro della Sapienza: « A stento ci raffiguriamo le cose terrestri, scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi può rintracciare le cose del cielo? Chi ha conosciuto il tuo pensiero (Signore), se tu non gli hai concesso la sapienza e non gli hai inviato il tuo santo spirito dall’alto? » (9,16-17).

La seconda frase la cogliamo nel dialogo di Gesù con Nicodemo: « Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose del cielo? » (Gv 3,12). Da qui la necessità che lo Spirito effonda su di noi il dono dell’intelletto. Facciamo nostra la preghiera dell’inno della Pentecoste: « Vieni, o Spirito creatore, – visita le nostre menti,… – Sii luce all’intelletto – fiamma ardente nel cuore… – Luce d’eterna sapienza – svelaci il grande mistero – di Dio Padre e del Figlio, – uniti in un solo Amore. Amen » (Primi vespri di Pentecoste).

Abbiamo già accennato alla preziosità delle virtù e specialmente delle virtù teologali, con le quali conosciamo e amiamo Dio come Dio conosce e ama se stesso… e così lo godiamo. Ma queste virtù (fede – speranza – carità), perfette in se stesse, si servono delle nostre facoltà, specialmente dell’intelligenza e della volontà, molto imperfette e limitate, e « ne subiscono il contraccolpo », ossia i nostri concetti, i nostri affetti sono così limitati e imperfetti che la fede, la speranza, la carità, servendosi di mezzi imperfetti e limitati, si manifestano in noi imperfettamente e limitatamente, così noi – conclude con tristezza s. Tommaso -: «Conosciamo e amiamo Dio imperfettamente». Ecco perché Dio interviene e, coi doni del suo Spirito, perfeziona in noi le manifestazioni delle virtù teologali: la speranza è perfezionata dal dono della scienza e la fede dal dono dell’intelletto.

Come Dio conosce se stesso

La fede è una partecipazione divina alla « conoscenza », soprattutto nel senso biblico di esperienza di vita, che il Verbo incarnato, Cristo, ha del Padre, per cui possiamo « conoscere » Dio come Dio « conosce » se stesso. La fede è già, in germe, un’esperienza della vita beata (visione, possesso e godimento di Dio) anzi è l’inizio della vita eterna.

Gesù dice: « In verità, in verità vi dico: chi crede in me ha la vita eterna » (Gv 6,47). È esperienza di vita che si realizza nel presente (cf. Gv 3,15.36; 5,24; 6,36; 11,25-26) e ancora più esplicitamente, sempre al presente: « Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato Gesù Cristo »: è un’esperienza di vita nel vicendevole amore.

Questa è la fede biblica. L’autore della lettera agli Ebrei la definisce: « Sostanza di cose sperate e argomento delle non parventi »; la traduzione è di Dante, quando, in Paradiso, fa l’esame sulla fede dinanzi a s. Pietro (Par. c. XXIV, 64-65). La traduzione letterale è questa: « La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono » (Eb 11,1). Ossia la fede è la garanzia e la convinzione intima di esperimentare e possedere già fin d’ora quelle realtà divine che, oltre a possedere, vedremo nella vita eterna. Ci soffermiamo a lungo sulla fede e sullo spirito di fede, data la loro importanza all’inizio di ogni esperienza di Dio-amore nella vita spirituale.

Cogliere nel profondo

Oltre che essere esperienza di vita, la fede ha il compito di farci capire e accettare le verità rivelate da Dio nella S. Scrittura e insegnate dalla Chiesa. La fede è come una facoltà di audizione soprannaturale, specialmente perfezionata dal dono dell’intelletto, che ci permette di ascoltare la voce dello Spirito, che è la voce del Padre e del Figlio e di conoscere le bellezze del paradiso prima ancora di poter contemplare Dio faccia a faccia e possederlo perfettamente.

La differenza fra un non credente e un credente che, ad es. leggono il Vangelo, è simile alla differenza di chi legge una poesia e ne rimane commosso (il non credente) e chi, invece, oltre a rimanere commosso, la coglie in tutta la sua intima bellezza, la rivive, per quanto è possibile, dal profondo, come il poeta l’ha sentita e vissuta (questi è il credente) o la differenza che esiste fra due ascoltatori di musica: uno è un profano che si diletta di musica, l’altro è un fine intenditore. Ambedue ascoltano ad es. una fuga di Bach o una sinfonia di Beethoven e ne rimangono commossi, ma solo chi è fine intenditore coglie il senso, l’anima, rivive il mondo musicale di Bach e di Beethoven.

Così il credente può comprendere, gustare, vivere, ad es., le beatitudini evangeliche: beati i poveri, beati gli afflitti, beati i puri di cuore, beati i perseguitati ecc.; può comprendere, gustare e vivere il valore della croce, della povertà, dell’umiltà, la gioia di essere puri, perseguitati ecc. Il non credente comprende il significato delle parole, ne è anche commosso; ma è per lui assurdo aderirvi.

Un incontro intimo, personale

Stiamo attenti, perché il mondo della fede è un mondo molto delicato e anche misterioso. Vi sono molti che dicono di essere credenti, ma non vivono la loro fede; vi sono altri che non si dicono credenti e vivono le realtà della fede e del Vangelo.

Sentiamo Gesù: « Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli; ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli… » (Mt 7,21). Non sono le parole che contano, ma la vita.

La fede ci fa aderire con la mente, col cuore, con la vita, alla Verità (maiuscola) e la Verità è il Verbo eterno di Dio fatto carne, Cristo Gesù é nessuno giunge a lui « se il Padre non lo attira » (Gv 6,44). Se siamo giunti alla Verità, Cristo, è per un dono d’amore del Padre, al quale abbiamo dato la piccola, essenziale collaborazione del nostro « si ».

Per noi il Cristianesimo, prima di essere un complesso di verità e di doveri, è l’incontro personale con Qualcuno, Cristo.

Voi, Dio « non lo conoscete. Io invece lo conosco » (Gv 8,55). Lui è « il Figlio unigenito che è nel seno del Padre » e ce « lo ha rivelato » (Gv 1,18). « Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo » (Mt 11,27) col dono della fede che, ripetiamo, non è tanto una conoscenza teorica delle verità divine, quanto un’esperienza di vita e di amore del Cristo e, tramite il Cristo, dell’amore del Padre: « Se conoscete me, conoscerete anche il Padre… », dice Gesù agli apostoli. Gli risponde Filippo: « Signore, mostraci il Padre e ci basta ». Gli dice Gesù: « Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre » (Gv 14,7-9). Tutta la vita di Gesù, le sue parole, le sue azioni, i suoi miracoli sono il luogo della manifestazione perfetta del Padre.

Solo nell’incontro personale d’amore con Cristo e quindi col Padre, la fede è viva, perché la Verità è persona, è Cristo e il cuore ci arde in petto come ai discepoli di Emmaus nell’ascoltare Gesù che spiega le Scritture (cf. Lc 24,32).

Si dissolva la nuvola

Da qui l’importanza di pregare e contemplare ciò che si studia riguardo alla fede (teologia-esegesi) e di vivere quello che si è contemplato, come sempre hanno fatto i grandi, santi teologi: s. Agostino, s. Tommaso, tutti i Padri e Dottori della Chiesa.

Se la nostra fede è prevalentemente studiata, è una fede molto debole e possiamo anche essere senza fede. Vi sono dei teologi-esegeti atei, che non pregano e vivono una vita disordinata. Allora la Verità tace, Gesù tace, ma tacendo, grida – afferma s. Caterina da Siena – « col grido della pazienza » perché si dissolva « la nuvola dell’amor proprio » che offusca « il lume della fede, il quale lume è la pupilla dell’occhio dell’intelletto », poiché è tristissimo spettacolo – continua la Santa – trovare « in bugie e menzogne le bocche di coloro che son fatti annunciatori della Verità » (chiarissimo accenno ai sacerdoti, ai religiosi) « … io muoio e non posso morire a vedere esser privati della Verità quelli che dovrebbero morire per la verità».

Ricaviamo alcune conclusioni pratiche per la nostra vita spirituale.


Published in: on luglio 28, 2011 at 11:48 PM  Lascia un commento  
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