Omelie inerenti Vangelo 19 Marzo 2011

Festività San Giuseppe

Ave,  oh Giuseppe, pieno della Grazia divina, il Salvatore ha riposato fra le Tue braccia ed è cresciuto sotto i tuoi occhi.

Benedetto sei Tu fra tutti gli uomini e benedetto è il Figlio della Tua Vergine Sposa: Gesù.

San Giuseppe, scelto come Padre dell’Unigenito Figlio di Dio, prega per noi, presi dalle preoccupazioni di famiglia, di salute e di lavoro, fino all’ultimo nostro giorno e soccorrici nell’ora della nostra morte. Amen

Movimento Apostolico – rito romano

Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore

La giustizia pensata dall’uomo, anche se è cosa buona e santa, dista quanto tutta l’estensione dei cieli dalla giustizia di Dio. Qual è allora la caratteristica essenziale della giustizia di Dio? Essa è sempre universale. Non guarda al bene del singolo, dei pochi, o anche di un intero popolo. Guarda invece al bene totale, perfetto, completo dell’uomo e di ogni uomo. Se un solo uomo dovesse venire escluso dalla nostra giustizia, questa umanamente potrebbe risultare anche buona, non è però divina, non è perfetta.
Giuseppe è fidanzato di Maria. La Vergine Santa è incinta. Attende un bambino. Giuseppe sa che non è suo il bambino. Loro sono ancora fidanzati, non sono sposati. Lui è però un uomo giusto e pensa di non fare del male alla sua fidanzata. Non intende averla più come sua sposa. Non vuole però arrecarle alcun male, donandole un atto pubblico di ripudio. Pensa di licenziarla in segreto. Nessuno sa. Nessuno giudica. Nessuno avrebbe avuto di che dire. L’onore della Vergine Santa sarebbe rimasto illeso. È questa decisione buona, giusta, secondo l’uomo. Non è però buona e giusta secondo Dio. Altra è infatti la giustizia che Giuseppe deve vivere in questa circostanza.
Ecco quale dovrà essere la giustizia dinanzi a Dio. Giuseppe, destandosi, deve abbandonare ogni sua idea finora concepita nei riguardi della Vergine Maria. Lui la deve prendere come sua sposa. Il Figlio che lei porta in grembo, che è stato concepito per opera dello Spirito Santo, non per concorso di un qualche uomo, Lui lo dovrà fare suo proprio Figlio. Gli dovrà dare il nome. Dovrà vivere con Lui come suo vero Padre. Lui dovrà essere vero Padre di Gesù, colui che viene da Dio per salvare il suo popolo dai suoi peccati. Questa giustizia il Signore gli chiede e questa giustizia Giuseppe compie. L’obbedienza di Giuseppe è perfetta, in tutto, in ogni parola ascoltata.
Il nostro Dio, rivelando a Giuseppe la giustizia perfetta, chiede anche a noi di cercare non la giustizia che potrebbe sgorgare dal nostro cuore e dalla nostra intelligenza, disposta a fare bene ogni cosa. La nostra intelligenza è sempre angusta, povera, meschina, misera. Vede il bene particolare, ma non quello universale; vede quello di pochi ma non quello di tutti. Può vedere il bene di una categoria, ma non quello della moltitudine cosmica. Il vero bene è quello che non esclude nessuna persona e contempla tutta la natura dell’uomo che è anima, spirito, corpo. Questo vero bene solo lo Spirito Santo ce lo può indicare di volta in volta. Lo Spirito Santo va però invocato con preghiera insistente, perché sia sempre Lui a rivelarci secondo quale giustizia divina noi dobbiamo compiere tutti i nostri atti, le nostre decisioni, ogni nostra scelta. Senza una preghiera ininterrotta, lo Spirito Santo ci illumina con luce perenne, ma i nostri cuori sono incapaci di percepire la sua luce e la nostra intelligenza di coglierla e noi avanzeremo nella storia sempre con una nostra giustizia, mai con quella di Dio.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, insegnaci a consegnare tutta la nostra vita al Signore come hai fatto tu. Angeli e Santi di Dio, aiutateci a vivere di giustizia perfetta.

Il pane della domenica

La grandezza dell’uomo “comune”

Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore

Capita di incontrare persone che non sono mai riuscite a comprendere il valore e il significato del proprio “esserci”, anche se, a loro dire, si sono date da fare e hanno insistentemente e inutilmente tentato.
Ci sono persone che, almeno in certi momenti della loro vita, hanno la sensazione di non contare, di non aver chiaro il proprio ruolo, di non capire quale possa e debba essere il proprio contributo. Ci sono persone che si sono ormai “arrese”, che hanno fatto della “rassegnazione” una virtù, un modo di essere e di vivere: hanno perduto, se mai lo hanno posseduto, smalto e slancio, sono senza prospettive plausibili e apprezzabili, non sperano: sono come avvolte permanentemente nel buio o nella nebbia.
Ci sono altri che, pur trovandosi in situazioni simili, non si rassegnano, non si arrendono, continuano a cercare, convinte che prima o poi uno squarcio di luce si aprirà anche per loro e verrà a illuminare e a riscaldare la loro esistenza.

1. S. Giuseppe è stato collocato spesso fra quelle persone che “brillano” per la loro opacità, di basso profilo, di poco spessore, quasi insignificanti! Eppure il vangelo di Matteo ne sottolinea il protagonismo e lo definisce “giusto”. Certo di lui poco è stato scritto, ma non sono sempre necessarie molte parole per dire la grandezza di una persona. Ormai si comincia ad abbandonare l’idea piuttosto diffusa di un Giuseppe vecchio, che non ha nulla da dire, messo in disparte, quasi un di più nella vicenda umana di Gesù e nella storia di Maria che pure è la sua sposa.
L’evangelista Matteo pone Giuseppe in una luce che ne esalta la grandezza e ne evidenzia la fede e la nobiltà d’animo.
Se, come afferma la 2ª lettura, la “promessa” fu consegnata ad Abramo e trasmessa nei secoli, “in virtù della giustizia che viene dalla fede” (Ebr 4, 13), l’ultimo anello di trasmissione prima in vista del pieno compimento è costituito proprio da s. Giuseppe: attraverso di lui Gesù, il Messia, è collegato con Davide e con Abramo. La fedeltà di Dio si manifesta anche attraverso la sua persona tanto che il ruolo di s. Giuseppe appare necessario, determinante.
Il vangelo, definendolo “giusto”, lo presenta come un uomo totalmente dentro un disegno divino che lo coinvolge e lo supera. E Giuseppe è un uomo tutt’altro che inconsapevole e marginale. È una persona che vuol rendersi conto e, se pensa di ritirarsi in disparte, non lo fa per pusillanimità, ma per la coscienza del suo limite e della sua piccolezza di fronte al mistero che ha avvolto Maria, la sua sposa: è rispetto per lei e per l’opera che Dio sta realizzando. Ma, nel momento di cui gli si fa’ chiara la sua parte, non ha dubbi, decide e si getta con generosità nell’impresa.
È bello ed è profondamente corretto pensare ad un Giuseppe “coprotagonista” di una vicenda in cui a operare come “attore principale” è lo Spirito di Dio.
Il testo evangelico parla della nascita di Gesù o, più precisamente, della sua origine: la nascita da Maria, sposa di Giuseppe; l’origine divina, perché tutto quello che avviene è opera insospettabile e impensabile di Dio. “Quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo”, si sente dire Giuseppe in sogno. Perciò, “non temere, Giuseppe, figlio di Davide” (cfr. Mt 1, 20).
Gli interventi di Dio talvolta possono intimidire, ma, mentre manifestano la sua potenza, tendono ad esaltare la responsabilità e il protagonismo umano. Dio non è un padrone dispotico, che umilia e schiaccia; Dio è un Padre che sollecita la partecipazione e la collaborazione dei suoi figli: senza di loro non porta a compimento la sua opera di creazione e di salvezza.

2. L’evangelista, narrando “come avvenne la nascita di Gesù Cristo”, manifesta subito la sua fede che è la fede della Chiesa: “Maria fu trovata incinta per opera di Spirito Santo” (cfr. Mt 1,18). In Giuseppe questa convinzione è maturata poco per volta. Sostenuto dalla certezza della rettitudine della sua sposa, Giuseppe da uomo “giusto” qual era, prova a inventare una soluzione che sia conveniente soprattutto per Maria: è la sua onorabilità che va salvaguardata. È in questo contesto di sofferta e nobile ricerca che “gli apparve in sogno un angelo del Signore”, perché il Signore si fa trovare da chiunque cerca la sua volontà. Giuseppe sperimenta la verità di quello che sarà poi l’insegnamento di Gesù sulla preghiera: “Chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto” (Mt 7,8).
All’uomo è chiesto di fare tutto quello che dipenda da lui, perché Dio sicuramente fa per intero la sua parte. Quando avviene l’incontro tra la volontà divina e la disponibilità umana, si compiono meraviglie!
Accettare il travaglio della ricerca ci è difficile. Noi vorremmo tutto, subito! Se la nostra cultura si caratterizza per la “velocità”e non per la “fedeltà”, la testimonianza di s. Giuseppe va contro corrente, perché suggerisce la “pazienza” e la “perseveranza”, cioè la capacità di operosamente attendere, mentre si impiegano tutte le proprie risorse: il risultato ci sarà. È un esempio quello di Giuseppe che vale la pena di contemplare per farne tesoro.
Sulla linea del vangelo di Matteo, definito il “vangelo della prassi”, s. Giuseppe è l’uomo che fa’, che agisce, che si prende le proprie responsabilità. Ma il suo non è un “fare” qualsiasi, uno sbrigarsi a fare. Non corrisponde alla “concretezza” (anche pastorale), alla quale spesso ci si richiama con il detto: “Basta far qualcosa!”. Quello di Giuseppe è il fare di chi ha riflettuto, scoperto, compreso; di chi sa riconoscere la sua dipendenza da Dio e l’appartenenza ad un disegno divino che lo precede e lo supera.
Il “fare” di Giuseppe si colloca sulla linea dell’obbedienza evangelica, obbedienza ai piani di Dio, come è stato per Gesù, il Figlio obbediente che salva i figli disobbedienti (cfr. Rm 5,18-21); come è stato per Maria, l’umile serva del Signore, che si è consegnata alla Parola di Dio e per questo è “beata” (cfr. Lc 1,45); come deve essere per la Chiesa e per ogni discepolo del Signore, che vivono ed esprimono l’intima relazione con lui e la fedeltà alla propria vocazione (battesimale e specifica) nell’ascolto e nell’obbedienza alla Parola.

Con il suo esempio silenzioso e straordinariamente eloquente e con la sua preghiera di intercessione, s. Giuseppe continua a “custodire” il “corpo di Cristo che è la Chiesa”, con la stessa sollecitudine e premura con cui ha custodito Maria e Gesù negli anni vissuti con loro.

Commento di don Ugo Ughi
tratto da “Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi” Anno C
Ave, Roma 2009

don Luciano Sanvito

Generazione generante

I piani degli uomini e i piani di Dio si intrecciano, si annodano e si legano indissolubilmente, attraverso l’esperienza del mistero.

E’ quello che accadde a Giuseppe e, attraverso Giuseppe, accade anche a noi, che deriviamo dalla sua generazione nella fede.
I dati e le tradizioni derivanti dalla nostra generazione, ci dice l’esperienza di Giuseppe, ci forniscono il materiale per districarci nel mistero della vita.
Recuperando ed estrapolando il meglio.

L’intervento di Giuseppe garantisce a Dio la generazione che giunge fino a noi; l’intervento di Dio tramite Giuseppe garantisce alla nostra generazione di essere generativa; l’intervento dello Spirito in Maria garantirà alla nostra storia di essere sempre generante.

Comunque sia, pur nel mistero, ecco che Giuseppe è chiamato a cogliere quei segni che vengono posti sul suo cammino come i momenti del suo intervento propizio nella storia, favorevoli a sè e a tutti e a tutto quanto il suo misterioso disegno di vita.

Ed ecco allora che Giuseppe diventa il simbolo di ognuno di noi, chiamato a giocarsi la propria parte di vita attraverso il mistero, la prova, il sogno, l’intervento inaspettato e non sempre logico, ma sempre e comunque sostenuto dalla generazione che lo precede.
Non avere paura, ci dice Giuseppe, la tua generazione è generante!

don Marco Pratesi Testimone del Dio fedele

Questo testo del secondo Libro di Samuele è uno dei fondamentali nell’Antico Testamento. Di fronte al proposito di Davide che vuole fare una casa (un tempio) a Dio, il Signore afferma che sarà invece Dio a fare una casa (una discendenza) a Davide. La promessa si riferisce in primo luogo a Salomone – sarà lui a costruire il tempio – e poi a tutti i discendenti: “La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me, e il tuo trono sarà reso stabile per sempre” (v. 16). Questo oracolo fonda e riflette la fiducia incrollabile di Israele nella fedeltà di Dio: quanto il Signore costruisce non è soggetto a mutamento. Egli non procede per tentativi, ma opera nella storia con un progetto unico e indefettibile. Il suo piano “sussiste per sempre”, di generazione in generazione. Non ci sono potenze in grado di bloccarlo, al contrario “rende vani i progetti dei popoli”.
Come Abramo, Davide riceve la promessa di una discendenza che non verrà meno. Nel suo caso però si aggiunge l’elemento regale: la discendenza di Davide rappresenta la regalità in Israele, e pone l’elemento “Regno” al cuore della sua storia.
La promessa riguardante la discendenza davidica ha conosciuto un percorso storico assai tormentato, motivo di non poche crisi di fede. A un certo punto sembra addirittura svanire nel nulla: che ne è dell’infallibile piano divino, si chiede il Sal 89 (salmo responsoriale odierno)? Il fatto è che gradatamente “il Regno, oggetto della promessa fatta a Davide, sarà l’opera dello Spirito Santo e apparterrà ai poveri secondo lo Spirito” (CCC 709). La genealogia secondo Matteo disegna una traiettoria che, da Abramo passando attraverso Davide, trova il suo punto di arrivo in Gesù “detto il Cristo” (1,18).
Proprio a questo fondamentale snodo della storia della salvezza troviamo Giuseppe, testimone privilegiato dell’amore fedele di Dio, povero in spirito che attraverso la rinunzia ad una normale paternità dà casa al Figlio di Dio, giusto che in piena letizia canta con l’assemblea liturgica odierna: “Tu sei fedele, Signore, alle tue promesse” (salmo responsoriale).
Questa parola ci chiama a superare l’impressione di una storia che procede a caso e senza un progetto, sotto la spinta dei potentati di turno, per rinnovare la fiducia nella fedeltà di Dio; ci chiama a scrutare la storia per scoprire in essa le “orme invisibili” all’occhio umano (cf. Sal 77,20) di un Dio che passa e salva.
Questo discernimento presuppone una agilità spirituale, un istinto dello Spirito che ci consenta di non rimanere bloccati su determinate forme storiche assunte dalla promessa. Essa si realizza infallibilmente, ma non necessariamente nei modi che pensiamo e aspettiamo. Una simile sclerosi sarebbe preludio alla delusione.
Di tutto ciò è modello e testimone Giuseppe, che ha saputo mettere la sua vita a servizio del progetto di Dio e delle sue sorprese nella storia, perché la promessa divina del Regno potesse continuare il suo cammino fino al definitivo, sorprendente adempimento.

I commenti di don Marco sono pubblicati dal Centro Editoriale Dehoniano – EDB nel libro Stabile come il cielo.

Messa Meditazione

Amare e compiere il disegno di Dio su di noi

Lettura
Il vangelo di oggi, che sembra riportarci indietro rispetto al cammino di Gesù verso la croce e la Resurrezione, in realtà lo illumina ancor più. Gesù fanciullo si trova a Gerusalemme per la festa di Pasqua e qui resta, all’insaputa di Maria e Giuseppe, che invece partono. Solo tre giorni dopo i genitori lo ritrovano, nel tempio, intento ad insegnare. Maria, preoccupata per la scomparsa del figlio, chiede spiegazioni a Gesù. Forse è questa la prima volta che Giuseppe sente il figlio dichiarare di avere un altro Padre. E la parola aggiunge: «Ma essi non compresero le sue parole»; anche per Maria e Giuseppe è stato difficile comprendere il mistero della morte e della Resurrezione di Cristo. Tornano alla mente le parole di Simeone, che nel giorno della presentazione di Gesù al tempio, profetizzò il dolore di Maria (Lc 2,33-35).

Meditazione
Nel brano che la liturgia ci presenta oggi, tutto è anticipazione della morte e resurrezione di Cristo: siamo a Gerusalemme ed è la festa di Pasqua. Maria e Giuseppe perdono le tracce di Gesù per tre giorni: simbolo dell’attesa di tutti i fedeli tra la morte e la resurrezione di Cristo. Per la prima volta Gesù parla qui di un altro Padre e mette se stesso e i suoi genitori di fronte alla necessità della sua missione. Nella figura di Maria e Giuseppe smarriti dinanzi al mistero, c’è lo smarrimento di ogni fedele provocato dal dolore e dalla morte. Netta e quasi dura, invece, è la parola di Gesù: «Non sapete che devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Gesù compie nei confronti dei suoi genitori un atto di distanza, quasi di rottura per aiutarli ad accettare tutte le difficoltà che la sua missione comporterà. Questo episodio è l’ultimo che riguarda l’infanzia di Gesù, che continuerà a vivere sottomesso ai genitori fino all’inizio della sua vita pubblica. Colpisce la figura di questo padre, Giuseppe, che accetta di essere sposo vergine e padre legale, che non rivendica un ruolo per sé, ma vive la volontà di Dio fino in fondo. In questo sta la grandezza della sua persona, come la grandezza della figura di Maria non sta nell’essere madre fisicamente, ma nell’essere Madre, Sposa e Sorella di Cristo in quanto compie la volontà del Padre, ascolta la Parola e la mette in pratica (Lc 8,19-21). Siamo chiamati ad imitare Maria e Giuseppe nella loro adesione alla volontà di Dio. Sono per noi un modello concreto, perché riconosciamo in loro la sincerità del cuore, ma anche l’umanità che si angoscia, che ha paura, ma non per questo abbandona il progetto divino.

Preghiera
Ti preghiamo, Signore, di aiutarci a vivere, come Giuseppe, in modo umile e modesto la nostra vita al tuo servizio. Amen

Agire
Desidero imparare a vivere con gioia, nel posto in cui Dio mi mette ogni giorno.

Commento a cura di don Gian Franco Poli

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Totustuus

Commento Matteo 1,16.18-21.24

NESSO TRA LE LETTURE
“Sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo”. Un lettore privo fede sorriderebbe leggendo questa frase, apparentemente ingenua. Solo un uomo di fede smisurata poteva credere con semplicità in un mistero tanto superiore ai nostri umani concetti. E Giuseppe fu quell’uomo. Come Abramo, “ebbe fede sperando contro ogni speranza”. Dio aveva garantito la promessa “per tutta la discendenza, non soltanto per quella che deriva dalla legge, ma anche per quella che deriva dalla fede di Abramo, il quale è padre di tutti noi”. Per la sua fede, Dio ha costituito Giuseppe, come prima Abramo, “padre di molti popoli”, cioè patrono della Chiesa universale. Così si realizzava il piano tracciato da Dio fin dall’antichità, secondo la solenne promessa fatta al re David: “io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere”. Era il piano tracciato da Dio per salvare l’umanità: “Tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”.

MESSAGGIO DOTTRINALE
1. Giuseppe, l’uomo giusto. Della mirabile figura di Giuseppe possiamo risaltare due tratti. Innanzi tutto Giuseppe era un uomo “giusto”, con un senso della giustizia assai superiore a quello dell’antica legge. Questa, infatti, riguardo all’adulterio di una promessa sposa ordinava quanto segue: “la faranno uscire all’ingresso della casa del padre e la gente della sua città la lapiderà, così che muoia, perché ha commesso un’infamia in Israele” (Dt 22,21). La giustizia di Giuseppe non era la fredda applicazione di una legge stabilita in passato, per educare il burbero popolo d’Israele ad un’elementare rettitudine. Qui abbiamo qualcosa di ben diverso: il totale sacrificio di sé per il bene dell’altro: la legge dell’amore, il nucleo del messaggio di Gesù. Giuseppe non comprendeva ciò che era accaduto a Maria, ma poteva leggere nei suoi occhi la sua innocenza, e non sopportava vederla oggetto degli scherni di tutta Nazaret per la sua gravidanza. Pensava di darle in segreto una nota di ripudio, per lasciarla libera dal vincolo che li univa, scostandosi così da quel mistero che intuiva senza comprendere, e andarsene via. Agli occhi degli uomini, però, questa fuga sarebbe apparsa come un’ammissione di colpa da parte sua, unita alla viltà di non volersi assumere le proprie responsabilità. Giuseppe, uomo straordinario, per amore stava per essere degno padre di Gesù.
2. Giuseppe, l’uomo umile. Ma il vangelo ci mostra anche la sorprendente umiltà di Giuseppe, visibile nell’obbedienza. Il testo sacro ci presenta il primo degli ordini che Dio dà a Giuseppe in sogno; ne seguiranno poi altri. Uomo pratico e silenzioso, Giuseppe non risponde con le parole, ma con i fatti, e lo fa immediatamente. È come quell’amministratore fedele di cui ci parla Gesù, uomo al quale il padrone può lasciare tranquillamente la gestione di tutti i suoi averi (cf. Lc 12,42). Perciò, al segnale inviatogli da Dio, lo vedremo più tardi lasciare la sua casa e le sue umane certezze per andare in Egitto, e poi ritornare quando forse aveva appena incominciato a trovare lì qualche lavoro interessante. Giuseppe non ha piani per sé, ma vive giorno per giorno, attento alla Volontà di Dio. Senza dire una parola, è l’umile servo del Signore. Giuseppe, uomo straordinario, per la sua obbedienza, stava per essere degno marito di Maria.

SUGGERIMENTI PASTORALI
1. Fiducia nei piani divini. Sappiamo per esperienza che i piani divini sono molto più elevati dei nostri. Non è sempre facile accettarli. L’uomo tende a far conto solo sulle sue forze, e la volontà di Dio gli sembra ardua e difficile. Giuseppe ci insegna a porre i piani di Dio come programma della propria vita, con un’obbedienza semplice, pronta ed operante. L’abbandono alla volontà di Dio è, certamente, esigente, ma dà pace, serenità e fecondità spirituale. Impariamo a farci guidare non dall’opinione degli uomini, così fragile e mutevole, ma dall’opinione di Dio che è l’unica in grado di dar senso alla nostra vita.
2. La pazienza. La virtù della pazienza richiede una grande ascesi. È il prodotto di un sforzo interiore costante e di un grande dominio di sé. Oggi vediamo questa virtù in san Giuseppe: egli affronta con pazienza le diverse circostanze della sua vita, i momenti di gioia e quelli di turbamento, di dubbio, di persecuzione. L’uomo giusto è anche l’uomo paziente. Impariamo a sopportare con pazienza, come fece lui, quei dolori che la provvidenza permette nelle nostre vite. Sono molti i contrattempi, le difficoltà, le sofferenze che l’uomo deve affrontare, nel corso della vita. Anche il solo passar del tempo, con i suoi segni di usura e di sconfitta, richiede da parte nostra l’esercizio di una grande pazienza. Sia la pazienza il segno distintivo del nostro atteggiamento in famiglia, nelle relazioni coniugali, nell’educazione dei figli, nelle malattie e nelle sofferenze… Come fece con san Giuseppe, Dio non lascia mai da soli neanche noi, e sta sempre al nostro fianco per confortarci ed sostenerci, e darci perseveranza nelle buone opere.

padre Gian Franco Scarpitta

Lavoratore e papà

A ragione la liturgia odierna ci invita a rompere il silenzio intorno alla recita del “Gloria a Dio nell’alto dei cieli…”, poiché la solennità di oggi ci ispira molta serenità nel farci riflettere sulla figura di colui che era stato scelto come padre “putativo” del Signore.
Quale riflessione ci sovviene?
Non possiamo che pensare a tutti i padri di famiglia, che con la loro continua presenza, il loro sacrificio sul lavoro, la loro costante preoccupazione e perfino con i loro rimproveri, ammonimenti e privazioni edificano la vita familiare, soprattutto avendo a cuore il benessere materiale e spirituale dei propri figli…
Che cosa non farebbe un padre per il futuro dei suoi ragazzi? E come lo ricambiano questi ultimi una volta realizzatisi molte volte grazie ai suoi sacrifici e alle sue pene? Perché succede che tanti anziani siano costretti alla solitudine e all’abbandono molte volte fra le mura di un ospizio, senza che i loro figli si ricordino di loro? Eppure essi si sono sacrificati, hanno lottato, si sono sottoposti a molteplici difficoltà e peripezie perché i loro ragazzi potessero crescere serenamente e senza che nulla potesse loro mancare!
Né possiamo omettere di considerare la carenza affettiva in cui vengono a trovarsi tanti bambini che perdono il loro papaà in età prematura, né quelli che non hanno mai avuto l’ccasione di conoscere il loro vero padre naturale…
Nonostante tutte queste esperienze, che sono poi emblema della malattia della nostra società, il padre è sempre il padre. Non gli importa come sarà trattato, né che cosa i suoi figli possano pensare un giorno di lui, ma quello che per lui conta è soltanto il benessere materiale e spirituale di coloro a cui ha dato la vita, i
propri figli.
Ed è per questo che la paternità umana è espressione evidente della paternità di Dio: non possiamo non aver prova dell’amore di Dio nei nostri confronti, quando consideriamo come questo si renda manifesto atraverso tantissimi papà di famiglia e concludere che il “primo” ad essere nostro padre è Dio. Del resto, Gesù stesso ci ha insegnato a chiamarlo “Abbà”=caro papà, secondo un linguaggio del tutto confidenziale che scardinava le apettative dell’epoca.
La scrittura ci mostra la premura paterna di Tobi che al proprio figlio Tobia un nobile testamento realtivo al timore di Dio e all’amore verso il prossimo (Tb 4)e le esortazioni del Siracide invitano i figli al rispetto e alla riverenza verso i propri genitori, specialmente verso il padre; mentre la parabola conosciuta con l’appellativo “del figliol prodigo” sottolinea la pazienza d’amore paterno esercitata nei confronti di un figlio snaturato che tuttavia ritorna a casa dopo aver delapidato i propri beni con le prostitute. Queste e altre immagini ci vengono offerte per sottolineare come L’amore di Dio nei nostri confronti si palesi attraverso l’amore e la premura di un genitore.

Che dire poi dello stesso Gesù, che aveva sperimentato in prima persona l’amore di Dio Padre anche attreaverso la figura di Giuseppe, umile artigiano e lavoratore?
Certamente avrà condiviso con il genitore gli affanni della vita lavorativa con i relativi momenti di crisi, le speranze del futuro, le dificoltà del presente e senza dubbio avrà usufruito dei consigli di questo santo uomo artigiano sul quale non possiamo non soffermarci: la tradizione ce lo descrive come uomo “silenzioso e lavoratore”, tipica caratteristica di chi nelle proprie attività mira esclusavamente all’efficienza orientata al beneficio del prossimo e per questo si adopera senza mettersi troppo in mostra, evitando la vanagloria e servendo gli altri senza “perdersi in
chiacchiere”.
I vangeli ce lo mostrano molto attento alla volontà divina, se è vero che qusti accetta di dover accogliere Maria senza riserve, conscio che il bimbo che portava nel grembo era dono dello Spirito Santo (Mt 1, 18-20) e ce lo descrivono molto sollecito, allorquando, assieme a Maria, conduce il proprio figlio Gesù in terra straiera per sfuggire alla persecuzione di Erode. Saranno quelli anni sacrificati, nei quali sarà necessario adattarsi alle prerogative di un altro popolo come gli Egiziani, che ignorando il vero Dio si prostrano ad altre divinità; nei quali ci si dovrà adattare a vivere di stenti, nulla possedendo di proprio, ma questo e altro viene fatto da Giuseppe in vista del beneficio del proprio bambino, che sa essere il Figlio di Dio. Che dire poi delle pene che certo dovettero affrontare lui e la sua sposa, allorquando vennero a sapere che il caravanserraglio (=albergo destinato ai pellegrini di passaggio!) non aveva posti a disposizione per loro e per questo dovettero adattarsi ad un alloggio di fortuna come la gelida grotta?
San Giuseppe risulta insomma una figura molto attuale per la nostra generazione che cerca di individuare i criteri comportamentali per una retta convivenza familiare: in parecchie circostanze manca il dialogo e la reciproca comprensione all’interno delle nostre famiglie. In moltissime di esse ci si incontra in pochissime occasioni e molte volte anche dei motivi banali infrangono la dimensione dei rapporti fra genitori e figli.
Quale la prospettiva migliore?
Nessun’altra se non quella del dialogo, cioè della reciproca valorizzazione e comprensione: è giusto che i genitori esigano il rispetto dai loro figli e che questi si dispongano ad imparare dalle loro esperienze e a considerare i loro sacrifici senza esternare troppe pretese; ma è anche conveniente che i giovani vengano ascoltati secondo le medesime aspettative nei loro problemi, nelle loro esigenze, nella continua ricerca dei loro ideali e nella necessità di esercitare la loro spensieratezza anche negli svaghi. Specialemnte in quel periodo così travagliato e complesso, anche se molto bello, che si chiama adolescienza.

padre Lino Pedron

Commento su Luca 2,41-52

Tre volte all’anno c’erano celebrazioni che richiamavano a Gerusalemme i pellegrini, secondo il comando del Signore: “Tre volte all’anno farai festa in mio onore: Osserverai la festa degli azzimi…Osserverai la festa della mietitura…la festa del raccolto, al termine dell’anno, quando raccoglierai il frutto dei tuoi lavori nei campi. Tre volte all’anno ogni tuo maschio comparirà alla presenza del Signore Dio” (Es 23,14-17).

Il figlio Gesù perduto è ritrovato dopo tre giorni nel tempio cioè nella casa del Padre, seduto. Questo fatto è preannuncio della pasqua di Gesù risorto e seduto alla destra del Padre.

Luca narra l’infanzia del Salvatore alla luce degli avvenimenti della sua pasqua di risurrezione. Il racconto che ha sfiorato, con le parole di Simeone, il dramma della passione (la spada), si chiude con l’annuncio della risurrezione. Il quadro dello smarrimento e del ritrovamento presenta anticipatamente il mistero della morte e della risurrezione di Gesù. Maria e Giuseppe rappresentano la comunità cristiana, che ha perso improvvisamente il suo maestro, ma dopo “tre giorni” di attesa e di ricerca riesce a ritrovarlo risuscitato nella gloria del Padre.

Qui Gesù nomina per la prima volta il Padre. Le prime e le ultime parole di Gesù riguardano il Padre (Lc 2,49 e 23,46). La paternità di Dio fa da inclusione a tutto il vangelo di Gesù secondo Luca. Gesù “deve” occuparsi delle cose del Padre, essere presso il Padre, ascoltare il Padre e rispondere a ciò che il Padre ha detto.

Non deve meravigliare che Maria e Giuseppe “non compresero le sue parole” ( v.50). Il cammino della rivelazione è ancora lungo. Siamo solo agli inizi.

Maria non comprende subito il grande mistero dei tre giorni di Gesù col Padre, ma custodisce nel suo cuore i detti e i fatti. In questo ricordo costante della Parola accolta, il cuore progressivamente si illumina nella conoscenza del Signore.

Il racconto dell’infanzia si conclude con il ritorno a Nazaret. Per tutto il resto dell’adolescienza e della giovinezza di Gesù Luca non ha nulla di straordinario da segnalarci all’infuori della sua umile sottomissione ai genitori. Nella famiglia egli ha preso il suo posto di figlio rispettoso e obbediente verso quelli che, per volontà del Padre, hanno la responsabilità su di lui.

L’evangelista conclude annotando che Gesù cresceva in sapienza, in statura e grazia. Egli si rivela sempre più assennato e nello stesso tempo piacevole, amabile. Vi è certamente anche un riflesso della sua bontà e della sua santità, ma non è detto esplicitamente.

I cristiani sono chiamati a ripercorrere l’esperienza di Maria per diventare come lei, figura e madre di ogni credente. Quanto si racconta di Maria in questi due capitoli è quanto deve fare il cristiano. Ma il modello sublime da imitare e da incarnare fino alla perfezione è soprattutto e sopra tutti il nostro Signore Gesù Cristo.

a cura dei Carmelitani
Giuseppe, sposo di Maria, la Madre di Gesù1. LECTIO

a) Orazione iniziale:
Spirito che aleggi sulle acque,
calma in noi le dissonanze,
i flutti inquieti, il rumore delle parole,
i turbini di vanità,
e fa sorgere nel silenzio
la Parola che ci ricrea.
Spirito che in un sospiro sussurri
al nostro spirito il Nome del Padre,
vieni a radunare tutti i nostri desideri,
falli crescere in fascio di luce
che sia risposta alla tua luce,
la Parola del Giorno nuovo.
Spirito di Dio, linfa d’amore
dell’albero immenso su cui ci innesti,
che tutti i nostri fratelli
ci appaiano come un dono
nel grande Corpo in cui matura
la Parola di comunione.

(Frère Pierre-Yves di Taizé)

b) Lettura del Vangelo: Matteo 1, 16-24

Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo. La somma di tutte le generazioni, da Abramo a Davide, è così di quattordici; da Davide fino alla deportazione in Babilonia è ancora di quattordici; dalla deportazione in Babilonia a Cristo è, infine, di quattordici. Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi. Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù.

c) Momenti di silenzio:
perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

2. MEDITATIO

a) Chiave di lettura:
Il brano del vangelo di oggi è tratto dal primo capitolo del vangelo di Matteo che fa parte della sezione riguardante il concepimento, la nascita e l’infanzia di Gesù. Il centro di tutto il racconto è la persona di Gesù alla quale si costeggiano tutti gli eventi e le persone menzionate nel racconto. Si deve tenere presente che l’Evangelo rivela una teologia della storia di Gesù, perciò accostandoci alla Parola di Dio ne dobbiamo cogliere il messaggio nascosto sotto i veli del racconto senza perderci, come saggiamente ci ammonisce Paolo, «in questioni sciocche», guardandoci «dalle genealogie, dalle questioni e dalle contese intorno alla legge, perché sono cose inutili e vane» (Tt 3:9).

Effettivamente, questo testo si collega alla genealogia di Gesù, che Matteo compone con l’intento di sottolineare la successione dinastica di Gesù, il salvatore del suo popolo (Mt 1:21). A Gesù vengono conferiti tutti i diritti ereditari della stirpe davidica, da «Giuseppe, figlio di Davide» (Mt 1:20; Lc 2:4-5) suo padre legale. Per il mondo biblico e ebraico la paternità legale bastava a conferire tutti i diritti della stirpe in questione (cf.: la legge del levirato e di adozione Dt 25:5 ss). Perciò, subito dall’inizio della genealogia, Gesù viene designato come «Cristo figlio di Davide» (Mt 1:1) cioè l’unto del Signore figlio di Davide, con il quale si compiranno tutte le promesse di Dio a Davide suo servo (2 Sam 7:1-16; 2 Cr 7:18; 2 Cr 21:7; Sal 89:30). Perciò Matteo aggiunge al racconto della genealogia e del concepimento di Gesù la profezia di Isaia: «Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi» (Mt 1: 21-23 + Is 7:14).

Soffermandoci, per così dire, sulla realtà spirituale dell’adozione, possiamo riferirci al fatto che il popolo eletto possiede «la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse» perché «essi sono Israeliti e possiedono l’adozione a figli» (Rm 9:4). Ma anche noi, il popolo nuovo di Dio in Cristo riceviamo l’adozione a figli perché «quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4:4-5). è questa la salvezza che ci ha portato Gesù. Cristo «salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1:21) perché egli è il «Dio con noi» (Mt 1:23) che ci rende figli adottivi di Dio.

Gesù nasce da «Maria promessa sposa di Giuseppe» (Mt 1:18a) che «si trovò incinta per opera dello Spirito Santo» (Mt 1:18b). Matteo non ci da il racconto dell’annunciazione come fa Luca (Lc 1, 26-38), ma struttura il racconto dal punto di vista dell’esperienza di Giuseppe, l’uomo giusto. La Bibbia ci rivela che Dio ama i suoi giusti e molte volte li sceglie per una missione importante, li protegge e non li accomuna con gli empi (Gen 18:23ss). Nell’Antico Testamento troviamo molti personaggi che sono ritenuti giusti. Pensiamo a Noè «uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei» (Gen 6:9). Oppure Ioas che «fece ciò che è giusto agli occhi del Signore» (2Re 12:3).

Un’idea costante nella Bibbia è il «sogno» come luogo privilegiato dove Dio fa conoscere i suoi progetti e disegni, e alcune volte rivela il futuro. Ben conosciuti sono i sogni di Giacobbe a Betel (Gen 28:10ss) e Giuseppe suo figlio come pure quelle del coppiere e del panettiere imprigionati in Egitto con lui, (Gen 37:5ss; Gn 40; 5ss) e i sogni del Faraone che rivelavano i futuri anni di prosperità e di carestia (Gen 41:1ss).

A Giuseppe appare «in sogno un angelo del Signore» (Mt 1:20) per rivelargli il disegno di Dio. Nei vangeli dell’infanzia appare spesso l’angelo del Signore come messaggero celeste (Mt 1:20.24; 2:13.19; Lc 1:11; 2:9) e anche in altre occasioni questa figura appare per rasserenare, rivelare il progetto di Dio, guarire, liberare dalla schiavitù (cf.: Mt 28:2; Gv 5:4; At 5:19; 8:26; 12:7.23). Molte sono le referenze all’angelo del Signore anche nell’Antico Testamento dove originariamente rappresentava il Signore stesso che guida e protegge il suo popolo essendogli vicino (cf.:Gen 16:7-16; 22:12; 24:7; Es 3:2; 23:20; Tb 5:4).

b) Domande per orientare la meditazione e attualizzazione:
● Che cosa ti ha colpito in questo brano? Perché?
● Nella chiave di lettura, abbiamo dato ampio spazio ad alcuni termini (adozione, angelo, sogno, giusto). Quali sentimenti e pensieri hanno suscitato nel tuo cuore? Che rilevanza possono avere per il tuo cammino di maturazione spirituale?
● Quale pensi sia il messaggio centrale del brano evangelico?

3. ORATIO

a) Salmo 92

E’ bello dar lode al Signore
e cantare al tuo nome, o Altissimo,
annunziare al mattino il tuo amore,
la tua fedeltà lungo la notte,
sull’arpa a dieci corde e sulla lira,
con canti sulla cetra.
Poiché mi rallegri, Signore, con le tue meraviglie,
esulto per l’opera delle tue mani.

Come sono grandi le tue opere, Signore,
quanto profondi i tuoi pensieri!
L’uomo insensato non intende
e lo stolto non capisce:
se i peccatori germogliano come l’erba
e fioriscono tutti i malfattori,
li attende una rovina eterna:
ma tu sei l’eccelso per sempre, o Signore.

Ecco, i tuoi nemici, o Signore,
ecco, i tuoi nemici periranno,
saranno dispersi tutti i malfattori.
Tu mi doni la forza di un bùfalo,
mi cospargi di olio splendente.
I miei occhi disprezzeranno i miei nemici,
e contro gli iniqui che mi assalgono
i miei orecchi udranno cose infauste.

Il giusto fiorirà come palma,
crescerà come cedro del Libano;
piantati nella casa del Signore,
fioriranno negli atri del nostro Dio.
Nella vecchiaia daranno ancora frutti,
saranno vegeti e rigogliosi,
per annunziare quanto è retto il Signore:
mia roccia, in lui non c’è ingiustizia.

4. CONTEMPLATIO

La contemplazione cristiana del sogno di Dio, del progetto che Dio nutre per la storia dell’umanità non produce alienazione ma tiene vigilanti ed operose le coscienze e stimola ad affrontare con coraggio ed altruismo le responsabilità che la vita ci consegna.

Published in: on marzo 19, 2011 at 6:24 pm  Lascia un commento  
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