Omelie inerenti Vangelo 19 Marzo 2011

San Giuseppe, sposo dolcissimo di Maria, padre putativo di Gesù della divina provvidenza, custode della Santa Chiesa, a Te ricorriamo per essere rivestiti delle Tue virtù: della Tua fede, della Tua umiltà, della Tua obbedienza, della Tua pazienza, del Tuo silenzio adorante e del Tuo spirito di abbandono.

Difendici da tutti gli assalti del maligno e provvedi alle nostre necessità spirituali e materiali, affinchè possiamo cercare unicamente il Regno di Dio e servire al trionfo del Cuore Immacolato di Maria, Tua Santissima Sposa.

San Giuseppe prega per noi.

Paolo Curtaz

Oggi celebriamo la festa del Santo più sfortunato della storia della Chiesa: Giuseppe! Non gliene è mai andata una diritta. Dio gli ha rubato la ragazza, ha passato la vita a fare il padre ad un ragazzo che non era suo, e di lui non è stato raccontato praticamente nulla…

Matteo oggi scrive due righe per definire una realtà sconvolgente: “Giuseppe che era un uomo giusto decise di licenziarla in segreto”. Nel Deuteronomio troviamo una piccola norma: se, dal momento del fidanzamento al momento del matrimonio la fidanzata commetteva adulterio doveva essere denunciata dal futuro sposo e lapidata pubblicamente. L’unico che poteva sapere che quel figlio non era suo era Giuseppe. Per gli altri l’apparenza era salva, l’unico a sapere era Giuseppe, che prende una decisione che ne rivela il cuore: non se la sente di far massacrare Maria e decide di ripudiarla in segreto. La giustizia, in questi tempi un po’ tormentati, significa proprio questo: non giudicare secondo le apparenze. Giuseppe è grande perché scava, perché, addirittura, nega l’evidenza; o meglio, cerca una ragione all’evidenza, e la giustifica. Giuseppe ci insegna che per accogliere il Signore bisogna entrare nella logica del non giudizio, bisogna entrare nella logica della giustizia. La giustizia di Giuseppe consiste proprio in questa piccola frase che dice tutto il suo cuore, dice tutto il suo essere profondo, dice tutto il suo bisogno di verità nella sua semplicità straordinaria; è davanti all’evidenza ma vuole ancora giustificare, non capisce ma mette da parte il suo orgoglio di maschio ferito e lascia prevalere il Mistero.

Paolo Curtaz

Anticipiamo ad oggi la splendida festa del padre di Gesù, sposo di Maria, Giuseppe il giusto. Sia lui ad insegnarci a vivere nella totale fiducia nel Padre, anche quando la nostra vita viene sconvolta dall’intervento di Dio!

Povero Giuseppe, quante gliene sono successe nella vita! Dio gli ruba la ragazza, poi la fatica che ha dovuto fare, lui falegname abituato alla pialla e ai chiodi, per capire un bambino così straordinariamente ordinario ed una moglie (amatissima) tutta avvolta dal Mistero. Tra Maria e Giuseppe c’è amore, Matteo solo pudicamente, come Luca, ci dice del loro rapporto. Sono “promessi sposi”, cioè più che fidanzati nella cultura di Israele. Per un anno potevano vivere coniugalmente senza però coabitare. L’unico che sapeva che quel figlio non era suo, era proprio lui, Giuseppe. Osiamo immaginarci la notte insonne di Giuseppe che viene a sapere della gravidanza di Maria? Cos’avrà pensato di lei? Quanta sofferenza e dolore nel suo cuore! La legge chiedeva che Maria fosse denunciata e, di conseguenza, lapidata pubblicamente. Giuseppe la ama, vuole salvarla, trova un escamotage: la ripudierà dicendo che non la vuole più in moglie, salvandole la vita. Matteo – da buon ebreo – descrive questo atteggiamento come “giusto”. Giuseppe è “giusto”, cioè irreprensibile, autentico, onesto, di alto profilo; non giudica secondo le apparenze, pur ferito a morte, sa superare il suo orgoglio e usa misericordia verso la donna che ama. Grande, immenso Giuseppe. Quante cose ci dici, oggi, quanti suggerimenti ci dai tu, uomo abituato alle poche parole e a stare defilato e che pure sei stato scelto come tutore e custode di Dio.

Paolo Curtaz

Commento Matteo 1,16.18-21.24

Povero Giuseppe, quante gliene sono successe nella vita! Dapprima Dio che gli ruba la ragazza, poi la fatica – lui falegname abituato a pialla e chiodi – di dover capire un bambino così straordinariamente ordinario ed una moglie (amatissima) tutta avvolta dal Mistero. Infine ci siamo messi anche noi cristiani a riempire i buchi che il vangelo lascia ampiamente scoperti, come se non bastasse ciò che oggi Matteo ci racconta di Giuseppe, inventandoci un’improbabile figura del silenzioso falegname di Nazareth per soddisfare la nostra curiosità. Tra Maria e Giuseppe c’è amore, Matteo solo pudicamente, come Luca, ci dice del loro rapporto. Sono “promessi sposi”, cioè più che fidanzati nella cultura di Israele. Per un anno – fidanzati – potevano vivere coniugalmente senza però coabitare. Perciò l’unico che sapeva che quel figlio non era suo era proprio lui, Giuseppe. Osiamo immaginarci la notte insonne di Giuseppe che viene a sapere della gravidanza di Maria? Cos’avrà pensato di lei? Quanta sofferenza e dolore nel suo cuore… dunque si era sbagliato a stimare questa ragazza di Nazareth? La legge chiedeva che Maria venisse denunciata e – di conseguenza – condannata a lapidazione. Giuseppe la ama, vuole salvarla, trova un escamotage: dirà che è stufo di lei, la ripudierà dicendo che non la vuole più in moglie, salvandole la vita e l’onore. Matteo – da buon ebreo – descrive questo atteggiamento come “giusto”. Giuseppe è “giusto”, cioè irreprensibile, autentico, onesto, di alto profilo; non giudica secondo le apparenze, pur ferito a morte, sa superare il suo orgoglio e usa misericordia verso la donna che ama. “Giusto” come i giusti dell’antico testamento, come i pii davanti a Dio, come i retti di cuore che tanto la Scrittura loda. E – durante la notte – il sogno, l’invito a fidarsi, a dare una improbabile chiave di lettura a questi eventi che significa abbracciare l’inaudito di Dio. E – leggete, ve ne prego! – Giuseppe si sveglia e dà retta all’angelo e prende con sé la follia di Dio.
Grande, immenso Giuseppe. Quante cose ci dici, oggi, quanti suggerimenti ci dai tu, uomo abituato alle poche parole e a stare defilato e che pure sei stato scelto come tutore e custode di Dio.

Giuseppe, sposo fedele e paziente di Maria, custode dell’infanzia del maestro Gesù, ci sta davanti, Signore, come un esempio di fede e di rettitudine. Donaci oggi, Signore, di imitarne lo spessore!

don Daniele Muraro

La religiosità di San Giuseppe

Una più intensa devozione a san Giuseppe in questo periodo di crisi non sarebbe inopportuna. Infatti questo santo viene spesso invocato nelle difficoltà materiali e soprattutto da chi cerca lavoro.
Ma non è su questo punto che mi voglio soffermare stasera. La Chiesa dedica a San Giuseppe Lavoratore una festa tutta sua che, come si sa, cade il Primo Maggio.
Nell’anno sacerdotale guardiamo a san Giuseppe come a uomo religioso. La virtù di religione è la pratica della giustizia verso Dio; tramite il culto si rende a Dio l’onore che gli è dovuto.
Giuseppe non era sacerdote, diversamente Zaccaria, il padre di Giovanni Battista. Egli era un artigiano, specializzato, che viveva del proprio lavoro manuale. Quando frequentava il tempio Giuseppe lo faceva in qualità di fedele e non di officiante.
Tuttavia sicuramente era un praticante, come vediamo nell’episodio di Gesù smarrito nel Tempio: “I suoi genitori si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua” dice san Luca.
Nel Vangelo di san Matteo ora ascoltato è a lui come a capofamiglia che spetta di attribuire il nome al bambino neonato: “Maria darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù!”
Insieme con la paternità giuridica e quindi sociale Giuseppe si assume anche il compito educativo nei confronti del fanciullo Gesù che a Nazaret “stava sottomesso” ai suoi genitori ben oltre il compimento dei dodici anni.
“Giuseppe addestra all’umile arte del falegname il Figlio di Dio Altissimo” recita l’inno nella solennità della Santa Famiglia. Insieme con l’esempio di un lavoro coscienzioso, indefesso e onesto Giuseppe ha indubbiamente dato a Gesù da anche la dimostrazione di una vita religiosa, fatta di salmi e altre preghiere recitate quotidianamente, di frequentazione abituale della sinagoga il sabato dove si ascoltavano le Scritture sacre e la relativa spiegazione.
Gesù avrà visto in lui davvero “un Israelita in cui non c’è falsità” e che cerca con tutto se stesso di compiere la volontà di Dio.
Giuseppe aveva un segreto in comune con Maria e con Gesù: la natura divina di quel bambino destinato a salvare il suo popolo dai suoi peccati. Egli era stato scelto da Dio per essere sostentare, custodire e far garante dell’umanità del Figlio di Dio. Perciò cercava di essere il meno indegno possibile della sua missione.
In questo senso la sua figura ha qualcosa di sacerdotale. Anzitutto perché il padre di famiglia nella cultura ebraica svolge effettivamente delle mansioni sacerdotali come la benedizione quotidiana sui pasti e la presidenza del rito della Pasqua celebrato in famiglia. Tradizionalmente è il bimbo più piccolo della casa che con una semplice domanda chiede all’anziano di raccontare che cosa successe allora, a cominciare dalle piaghe d’Egitto fino al passaggio del mare.
Giuseppe viveva interiormente il culto, lo gustava e faceva partecipe dei suoi affetti Maria e Gesù. Sotto la sua guida Maria e Gesù per così dire si sentivano più perfettamente innestati nella fede dei padri fondatori: Abramo, Mosè, Davide e i loro discendenti di generazione in generazione.
E infatti nel suo cantico di lode dopo l’Annunciazione Maria aveva riconosciuto che la misericordia di Dio si era manifestata a lei in sintonia con la promessa fatta “ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza “.
Giuseppe partecipa più da vicino della funzione sacerdotale in quanto amministratore della casa di Dio e familiare del suo Figlio fatto uomo. Quel Gesù che oggi il sacerdote tocca nella consacrazione e distribuendo l’Eucaristia, è lo stesso che Giuseppe prendeva per mano. Forse da piccolo l’aveva anche imboccato, quando c’era di bisogno di vedere lontano lo alzava e qualche sera gli si era addormentato sulla spalla.
Dunque il Gesù che viene a noi non è solo quello che ha assaporato la fede di Maria piena di dedizione materna, ma anche la giustizia di Giuseppe e con la sua fortezza nelle prove.
Forse il primo abbozzo dell’annuncio delle Beatitudini a Gesù sarà venuto in mente considerando le virtù del suo padre putativo, povero in spirito, per tanti versi afflitto ma sempre sereno, mite, misericordioso e puro di cuore, pronto a mettere pace dove poteva.
La psicologia ci dice che l’immagine di Dio nella prima infanzia non può prescindere dalla propria esperienza diretta di paternità in famiglia. Ogni genitore e in particolare i papà dovrebbero sapere di essere responsabili di fronte a Dio non solo che i propri bambini crescano sani, ben allevati e curati, ma anche dello sviluppo morale e spirituale della loro coscienza.
Guardando a papà e mamma ogni bambino dovrebbe trovare un riflesso della bontà e dell’amore di Dio per l’uomo sua creatura. Un genitore onesto e coscienzioso ben presto indirizzerà verso l’alto la naturale e illimitata confidenza di un figlio nei suoi confronti.
C’è una fase della crescita in cui il bambino ritiene i genitori, e in particolare il papà, onnipontente. Sappiamo bene che non è così; ma questo sentimento infantile ha un fondamento nella realtà! Esiste davvero un Dio Padre buono e onnipotente e a Lui occorre indirizzare pensieri e affetti di un fanciullo che si apre alla vita.
Un genitore non ci perde nulla ad ammettere e spiegare al suo figlio i propri limiti se prima si ha messo il suo ruolo direttivo sotto il patrocinio della massima paternità, quella di Dio, dalla quale proviene ogni autorità e paternità umana.
San Giuseppe anche in questo può essere di esempio e di aiuto alle nostre famiglie, lui umanamente per niente padre, ma religiosamente assurto ad una paternità di cui Dio stesso si è giovato.

don Daniele Muraro

La giustizia di Giuseppe

Può sembrare strano celebrare la solennità di san Giuseppe oggi, eppure fra sei giorni, e cioè esattamente nove mesi prima del Natale, la Chiesa festeggia l’Annunciazione. Nell’occasione sembra quasi che ci si sia fatto un dovere di far memoria anche di chi ha accompagnato Maria ad accogliere Gesù, ossia proprio di san Giuseppe.
San Luca è l’evangelista che con più dettagli illustra la figura di Maria. Ad un certo punto riporta l’elogio dalla cugina Elisabetta: “Beata te che hai creduto nell’adempimento delle parole del Signore”. L’evangelista san Matteo invece si concentra sulla figura di san Giuseppe: a lui Maria era promessa in matrimonio, ed era un uomo giusto.
La giustizia era una qualità importante per gli ebrei di quel tempo. Esisteva anche una categoria sociale che si era definita da se stessa quella dei giusti. Si tratta dei Sadduccei. Essere riconosciuto giusto davanti a Dio era la massima aspirazione per un ebreo credente.
“Il sentiero del giusto è diritto, il cammino del giusto tu rendi piano” si trova scritto nel profeta Isaia. A dire il vero san Giuseppe dovette superare più di un intoppo lungo la strada della sua vita, ma proprio di fronte alle prove si dimostrò la sua giustizia. E noi oggi possiamo dire che Gesù venne al mondo non solo per la fede di Maria, ma anche per la giustizia di Giuseppe.
Nel racconto del Vangelo di stasera la giustizia di Giuseppe si affina attraverso tre stadi successivi. La possiamo riconoscere in come reagisce davanti alla novità della maternità di Maria, nella sua decisione di congedarla in segreto e infine nella sua pronta adesione alle parole dell’angelo.
Quando Giuseppe si rende conto della gravidanza di Maria non ne parla con nessuno, neanche con l’interessata. Tiene per sé la cosa. Componendo il racconto di Luca con questo di Matteo possiamo ricostruire in questo modo lo sviluppo degli avvenimenti. Giuseppe e Maria sono promessi sposi; Maria si sposta circa duecento chilometri lontano da casa e rimane presso Zaccaria ed Elisabetta per circa tre mesi; dopo la nascita di Giovanni ritorna a Nazaret.
Ormai il suo stato è evidente a tutti. Se nell’andata verso la casa dei parenti il suo passo era stato leggero sospinto dall’entusiasmo per le parole dell’angelo e dalla gratitudine verso Dio, nel viaggio di ritorno Maria è appesantita dalla nuova vita che porta in grembo.
Quello che gli altri potevano vedere, Giuseppe lo poteva capire meglio di tutti coloro, ma faticava a rendersene conto e ad accettarlo. La giustizia che dimostra Giuseppe dapprincipio è quella umana. Giusto di mente, equilibrato di carattere, Giuseppe tace, osserva, sicuramente si incupisce, ma non si scaglia contro la promessa sposa, non la prende a male parole, non l’accusa, non pretende spiegazioni.
Giuseppe aspetta a giudicare, anche perché non può dimenticare il contegno precedente di Maria, la sua semplicità, la sua delicatezza, la sua innocenza, la sua religiosità.
Giuseppe non può ignorare ciò che si impone all’attenzione. Di ciò egli stesso sarà chiamato a dare testimonianza, per rallegrarsi rispondendo alle felicitazioni, come tutti si aspettano, oppure per denegare la paternità, esponendo la sposa al biasimo della pubblica opinione. Non solo, in caso di adulterio la condanna prevista dalla legge di Mosè era la lapidazione.
L’eventualità lo inorridisce: c’è da salvare il proprio onore, ma anche la vita di Maria. Lo spirito della legge è superiore alla cruda norma. Giuseppe non vuole far valere i propri diritti a scapito di una condanna a morte. È questo il secondo genere di giustizia che Giuseppe pratica nei confronti di Maria.
Non gli basta di essere stato giusto nel senso di ragionevole ed assennato, diventa giusto anche nel significato religioso di vero cultore della legge di Mosè. Nei precetti della Scrittura al primo posto non sta il desiderio di vendetta o l’ansia della punizione, ma il timore verso Dio e l’amore del prossimo, in una parola l’inclinazione a subire il torto piuttosto che a procurarlo.
Il dramma si svolge senza testimoni, tutto nel segreto dell’animo di Giuseppe. Egli non si confida con alcuno e come avrebbe potuto farlo, senza compromettere Maria? Giuseppe non interroga nemmeno la sposa: glielo vieta il contrasto fra la sua condizione attuale e la precedente condotta di vita. In questo modo senza saperlo Giuseppe comincia a rassomigliare sempre più a colei con cui poi condurrà una vita insieme, cioè proprio a Maria.
Anche Maria non si giustifica di fronte a Giuseppe. Soffre con lui e per lui, ma non parla lasciando a Dio l’incarico di dare una spiegazione al suo sposo. Anche Maria sapeva quello che rischiava, ma il suo timore più grande in quei frangenti delicati era che Giuseppe abbandonasse la sua giustizia abituale e uscisse dal disegno di Dio sulla sua vita, il disegno che Dio aveva sulla vita di lei e lui, e soprattutto il disegno di Dio sulla vita del nascituro Gesù.
Giuseppe pensava di Maria meglio di quanto potesse pensare umanamente un uomo di una donna nel suo stato, ma ancora non era arrivato al segreto di Dio. Maria da parte rispondendo all’Arcangelo Gabriele si era professata “serva del Signore” e da Lui attendeva un sollievo per l’imbarazzo suo e per l’angoscia di Giuseppe.
Con un certo ritardo, al terzo giorno potremmo dire noi, interveniene un angelo del Signore che in sogno e quindi in maniera attenuata rispetto all’Annunciazione, ma sempre soprannaturale, rassicura Giuseppe, lo informa del progetto di Dio e lo incarica del compito della paternità legale e familiare: “lo chiamerai Gesù” che vuol dire “Dio salva”.
Dio ha veramente salvato Giuseppe attraverso Gesù concepito, restituendogli una giustizia superiore. Perciò Giuseppe prende con sé Maria e si lega a lei con un vincolo superiore a qualunque promessa umana, quello di collaboratore nell’adempimento della più grande promessa divina per l’umanità, la nascita di un Messia Salvatore.
In cambio della sua obbedienza Giuseppe riceverà di ritorno nientemeno che l’obbedienza di Gesù bambino, il Figlio di Dio fatto uomo. Anche questa è giustizia di Dio. Meriterebbe di parlarne ancora.
Per intanto constatiamo che in questo pazzo pazzo mondo, come da se stesso si definisce talora scherzando, talaltra incutendo paura, c’è stato un uomo giusto. E non è cosa da poco potersi raccomandare a lui.

Agenzia SIR

San Giuseppe era “giusto”, cioè santo. La sua “giustizia” è intimamente legata alla sua docilità radicale al progetto di Dio. Proprio così egli divenne il “custode generoso” del Figlio dell’Altissimo. Giuseppe ha obbedito subito alla volontà di Dio: “Fece come gli aveva ordinato l’Angelo”. Una obbedienza sostenuta da una profondissima fede. Per la sua fede e obbedienza alla volontà di Dio Giuseppe è diventato come Abramo, “padre di molti popoli”, sposo della Vergine, padre legale e spirituale di Gesù Cristo e della Chiesa universale.
San Giuseppe è padre. La sua paternità non è nata dal desiderio della carne e neppure dalla volontà dell’uomo; una paternità ricevuta in dono, non cercata, ma concessa inaspettatamente, provvidenzialmente e totalmente gratuita. Dio voleva essere l’Emmanuele, il Dio-con-noi e per questo ha voluto che Giuseppe prendesse con sé la Madre di Gesù. Dio voleva dare un Salvatore al suo popolo e per questo ha voluto che Giuseppe accogliesse il Figlio di Maria come il proprio figlio e lo chiamasse Gesù.
San Giuseppe ha unito Gesù alla discendenza di Davide. Gesù ha quindi potuto rivendicare il titolo messianico di figlio di Davide. Giuseppe è, inoltre, il patriarca in cui trova compimento il tema biblico dei “sogni” con i quali Dio ha spesso comunicato agli uomini le sue intenzioni. Come Giovanni il Battista è l’ultimo dei profeti, perché indica a vista colui che le profezie annunciavano, così Giuseppe è l’ultimo patriarca biblico che ha ricevuto il dono dei “sogni”.

Secondo il celebre discorso tenuto da Paolo VI a Nazareth nel 1964, San Giuseppe nella sua convivenza trentennale con Maria e Gesù ci insegna soprattutto tre cose: il silenzio, la comunione di amore, il lavoro.
Il silenzio.Il Vangelo riporta poche parole di Maria e nessuna di Giuseppe. Silenzio contemplativo e adorante, alla presenza di Dio. “Oh! – esclama Paolo VI – se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile e indispensabile dello Spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Oh! silenzio di Nazareth, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri”.
La comunione di amore. Giuseppe, Maria e Gesù, tre cuori vergini, abitati e ricolmi dallo Spirito Santo: cosa dovevano rappresentare l’uno per l’altro e cosa provare, tutti e tre insieme, per il Padre celeste! Rispetto reciproco, dedizione, delicatezza, prontezza all’ascolto e al servizio, perfetta unità, riflesso sulla terra della eterna assoluta unità delle tre persone divine.
Il lavoro: legge severa, ma redentrice della fatica umana, la dignità del lavoro (Paolo VI). San Giuseppe ha svolto sicuramente in modo esemplare il suo lavoro di carpentiere, come sostegno per la sua famiglia e come servizio alla società.

Per un uomo del quale non si trovano le parole scritte, ma solo i gesti d’amore compiuti, non mancano le espressioni della poesia e della spiritualità di don Tonino Bello: “Dimmi, Giuseppe, quand’è che hai conosciuto Maria? Forse un mattino di primavera, mentre tornava dalla fontana del villaggio con l’anfora sul capo e con la mano sul fianco, snello come lo stelo di un fiordaliso? / O forse un giorno di sabato, mentre con le fanciulle di Nazareth conversava in disparte sotto l’arco della sinagoga? / O forse un meriggio d’estate, in un campo di grano, mentre, abbassando gli occhi splendidi per non rivelare il pudore della povertà, si adattava all’umiliante mestiere di spigolatrice?… /… Poi una notte, hai preso il coraggio a due mani, sei andato sotto la sua finestra, profumata di basilico e di menta, e le hai cantato sommessamente le strofe del Cantico dei cantici: «Alzati, amica mia, mia bella e vieni! Alzati, amica mia, mia bella e vieni! O mia colomba, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave e il tuo viso è leggiadro». / E la tua amica, la tua bella, la tua colomba si è alzata davvero. È venuta sulla strada, facendoti trasalire e, mentre il cuore ti scoppiava nel petto, ti ha confidato lì, sotto le stelle, un grande segreto. / Solo tu, il sognatore, potevi capirla. Ti ha parlato di Jahvé. Di un angelo del Signore. Di un mistero nascosto nei secoli e ora nascosto nel suo grembo. Le dicesti tremando: «Per te, rinuncio volentieri ai miei piani. Voglio condividere i tuoi, Maria». Lei ti rispose di sì, e tu le sfiorasti il grembo con una carezza: era la tua prima benedizione sulla Chiesa nascente. Lei ha avuto più fede, ma tu hai avuto più speranza. La carità ha fatto il resto, in te e in lei”.

Commento a cura di don Angelo Sceppacerca

Agenzia SIR

Davanti a Giuseppe è facile uscire dalla stanza della meditazione ed entrare in quella della supplica. Queste, fra le tante possibili, alcune parole di un padre all’uomo giusto, sposo di Maria, con udito così fine da ascoltare la voce degli angeli e piegarsi dinanzi al volere di Dio.

Signore,
stavolta è un papà a prendere la parola. Per pregarti nel giorno di festa di Giuseppe, il padre giusto, la trave solida nella casa di Nazareth, lo sposo di Maria, il padre vergine di Gesù, il Figlio tuo.
Com’è difficile la preghiera dei padri. È rara, povera, appena accennata. Ai padri spesso basta lo sguardo in alto, un sospiro trattenuto, una ruga accentuata. Ma anche i padri pregano, chiedono, attendono, e la mia preghiera è per altri: per i figli, innanzitutto, per i cari di casa, per la propria donna che non è solo madre.
Per far prima a dire cosa chiede un padre, Signore, mi affianco a Giuseppe e prendo le misure. Come lui, anche io – padre – vorrei imparare a riconoscere le labili tracce degli angeli; a credere alla Parola portata dall’annuncio; a serbarla stretta, per solo obbedire.
Come Giuseppe, mi basti l’amore sponsale per credere al mistero della vita affidata ad una carne debole e alla fatica delle mani, mi basti a resistere alle minacce di Erode, a custodire la vita, nel silenzio operoso.
Signore, anche i padri conoscono la desolazione, come Giuseppe, quando pensò di rimandare Maria, e sopportò come roccia, perché si fidò di lei e tu visitasti il suo sonno a portargli conforto.
Dammi la fede di Giuseppe, Signore, e visita anche i miei sonni agitati. Anche a me porta il coraggio per non temere la vita e per accogliere ogni cosa che viene da Te.
San Giuseppe, sii tu benedetto, stammi vicino e, con te, vicini mi siano la vergine madre e il figlio dell’Altissimo. Amen

Commento a cura di Don Angelo Sceppacerca

Published in: on marzo 19, 2011 at 5:40 pm  Lascia un commento  
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