Omelie vangelo 14 Marzo 2011

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Movimento Apostolico – rito romano
Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiareIl cammino quaresimale deve condurci al pieno possesso della verità di Dio e dell’uomo, del presente e del futuro eterno, del valore della vita umana. Se una sola verità divina o umana, celeste o terrena, momentanea o eterna non viene messa nel cuore, la nostra vita mai potrà brillare di completezza, perfezione, giustizia, santità. Mai potrà essere incamminata sul giusto sentiero che conduce al Paradiso.
La liturgia e la teologia oggi sembrano camminare su due rette parallele e per di più in maniera contrapposta. La liturgia ogni giorno propone un ideale di vita tutto orientato verso l’eternità. La teologia sembra ignorare questo ideale, dal momento che nega le verità fondamentali che lo reggono e lo giustificano. Vangelo e riflessione speculativa sono su due posizioni differenti e contrastanti. Parola di Dio e predicazione o insegnamento non dicono le stesse verità. Gesù dice una cosa. I suoi discepoli dicono il contrario. Gesù annunzia l’eternità dell’inferno. I suoi teologi dicono che esso è vuoto.
Questa Parola di Gesù è vera o falsa, dice la nostra realtà futura oppure è una menzogna? Gli interpreti di Gesù dicono che è un genere letterario. Non dicono però che ogni genere letterario è portatore di una verità. Qual è la verità che contiene questo brano? Il giudizio è verità o falsità? L’inferno eterno è verità o falsità? La carità come via della salvezza è verità o falsità? La salvezza eterna è un dono gratuito del Padre o è anche un frutto che matura sulla nostra vita presente?
Gli interpreti di Cristo Gesù questo però lo devono sapere: se si toglie una verità al sistema “evangelico”, tutta l’antropologia che su questo sistema falsato si costruisce, alla fine risulterà anch’essa falsata. Una sola verità amputata dalla Parola di Gesù ci dona come risultato un uomo non più secondo il pensiero di Cristo. Se gli interpreti di Gesù Signore dicono che l’inferno è vuoto, allora devono dire che bene e male sulla nostra terra sono la stessa cosa, dal momento che producono lo stesso frutto. Se il male produce la vita eterna, perché allora non seguire gli istinti più brutali della natura umana? A che serve una vita di sacrificio? A nulla. Questa verità è taciuta.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, convinci i nostri cuori che ogni Parolai Gesù è provata con il fuoco. Angeli e Santi di Dio, fateci di fede vera e di carità autentica.

don Luciano Sanvito
Il “termometro” della fedeIL GIUDIZIO UNIVERSALE:IL TERMOMETRO DELLA FEDE IN CRISTO

Il confronto con la parabola del giudizio universale è il sistema della misurazione della gradualità dell’applicazione dell’amore verso il Cristo attraverso la situazione della sua presenza nel prossimo.

Il nostro comportamento nei confronti del Cristo in terra presente sotto le spoglie mortali e disprezzate diventa l’esercizio della fede giudicante nell’attualità se la nostra fede vive, oppure se è fredda e destinata solo ad essere definita tenebra, e a farci essere a nostra volta nella freddezza dell’amore da parte di Cristo.

Il giudizio universale diventa attuazione personale nella comunità della società umana, dove il Cristo diventa segno e appare ora dietro le sembianze del bisognoso, ora dietro le coscienze da risvegliare nell’impegno di chi, pur farcendo bene, non si avvede ancora di tutto il bene che fa.

Giudizio universale che richiama in causa non solo l’impegno e l’esercizio della fede nostra, ma di conseguenza anche la nostra formazione in Cristo, la nostra identità che diventa identificazione in Lui oppure non riconoscimento da parte nostra nei suoi confronti e da parte sua nei nostri confronti, laddove la fede non viene, nel presente, esercitata e maturata nel segno “della croce”, della sofferenza e della storia dell’uomo che fatica a vivere nella quotidianità.

a cura dei Carmelitani
Commento Matteo 25,31-461) Preghiera

Convertici a te, o Padre, nostra salvezza
e formaci alla scuola della tua sapienza,
perché l’impegno quaresimale
lasci una traccia profonda nella nostra vita.
Per il nostro Signore Gesù Cristo…

2) Lettura del Vangelo

Dal Vangelo secondo Matteo 25,31-46
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.
Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?
Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. Poi dirà anche a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato.
Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna”.

3) Riflessione

• Il Vangelo di Matteo presenta Gesù, nuovo Messia. Come fece Mosè, anche Gesù promulga la legge di Dio. Come era per l’Antica Legge, anche la nuova data da Gesù contiene cinque libri o discorsi. Il Discorso della Montagna (Mt 5,1 a 7,27), il primo discorso, si apre con otto beatitudini. Il discorso sulla vigilanza (Mt 24,1 a 25,46), il quinto e ultimo discorso, racchiude la descrizione del Giudizio Finale. Le beatitudini descrivono la porta d’entrata al Regno, enumerando otto categorie di persone: i poveri in spirito, i miti, gli afflitti, coloro che hanno fame e sete di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, i promotori di pace ed i perseguitati a causa della giustizia (Mt 5,3-10). La parabola del Giudizio Finale ci dice ciò che dobbiamo fare per poter possedere il Regno: accogliere gli affamati, gli assetati, gli stranieri, i nudi, i malati ed i prigionieri (Mt 25,35-36). Tanto all’inizio come alla fine della Nuova Legge, ci sono gli esclusi e gli emarginati.
• Matteo 25,31-33: Apertura del Giudizio finale. Il Figlio dell’Uomo riunisce attorno a sé le nazioni del mondo. Separa le persone come fa il pastore con le pecore e i capri. Il pastore sa discernere. Non sbaglia: pecore a destra, capri a sinistra. Gesù non sbaglia. Gesù, non giudica né condanna (cf. Gv 3,17; 12,47). Lui appena separa. E’ la persona stessa che si giudica e si condanna per il modo in cui si è comportata con i piccoli e gli esclusi.
• Matteo 25,34-36: La sentenza per coloro che si trovavano alla destra del Giudice. Coloro che si trovano a destra del giudice sono chiamati “Benedetti dal Padre mio!”, cioè, ricevono la benedizione che Dio promette ad Abramo ed alla sua discendenza (Gen 12,3). Loro sono invitati a prendere possesso del Regno, preparato per loro fin dalla fondazione del mondo. Il motivo della sentenza è la seguente: “Ebbi fame, ero straniero, nudo, malato e prigioniero, e non mi avete accolto ed aiutato!” Questa sentenza ci fa capire chi sono le pecore. Sono le persone che accolsero il Giudice quando costui era affamato, assetato, straniero, nudo, malato e prigioniero. E per il modo di parlare “mio Padre” e “Figlio dell’Uomo”, possiamo sapere che il Giudice è proprio Gesù. Si identifica con i piccoli!
• Matteo 25,37-40: Una richiesta di chiarimento e la risposta del Giudice: Coloro che accolsero gli esclusi sono chiamati “giusti”. Ciò significa che la giustizia del Regno non si raggiunge osservando norme e prescrizioni, bensì accogliendo i bisognosi. Ma è curioso che i giusti non sappiano nemmeno loro quando hanno accolto Gesù bisognoso. E Gesù risponde: “Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me.” Chi sono questi “miei fratelli più piccoli”? In altri passaggi del Vangelo di Matteo, le espressioni “miei fratelli” e “più piccoli” indicano i discepoli (Mt 10,42; 12,48-50; 18,6.10.14; 28,10). Indicano anche i membri più abbandonati della comunità, i disprezzati che non hanno posto e non sono ben ricevuti (Mt 10,40). Gesù si identifica con loro. Ma non solo questo. Nel contesto più ampio della parabola finale, l’espressione “miei fratelli più piccoli” si allarga ed include tutti coloro che non hanno posto nella società. Indica tutti i poveri. Ed i “giusti” ed i “benedetti dal Padre mio” sono tutte le persone di tutte le nazioni che accolgono l’altro in totale gratuità, indipendentemente dal fatto che siano o no cristiani.
• Matteo 25,41-43: La sentenza per coloro che erano alla sua sinistra. Coloro che stavano all’altro lato del Giudice sono chiamati “maledetti” e sono destinati al fuoco eterno, preparato per il diavolo ed i suoi amici. Gesù usa un linguaggio simbolico comune in quel tempo per dire che queste persone non entreranno nel Regno. Ed anche qui il motivo è uno solo: non accolsero Gesù affamato, assetato, straniero, nudo, malato e prigioniero. Non è che Gesù impedisce loro di entrare nel Regno, bensì il nostro agire, cioè la cecità che ci impedisce di vedere Gesù nei più piccoli.
• Matteo 25,44-46: Una richiesta di chiarimento e la risposta del Giudice. La richiesta di chiarimento indica che si tratta di gente che si è comportata bene, persone che hanno la coscienza in pace. Sono certe di aver praticato sempre ciò che Dio chiede loro. Per questo rimangono meravigliati quando il Giudice dice che non lo accolsero. Il Giudice risponde: “Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me”. E’ l’omissione! Non hanno fatto cose in più! Solo smisero di praticare il bene verso i più piccoli e gli esclusi. E continua la frase finale: costoro sono destinati al fuoco eterno, ed i giusti alla vita eterna. Così termina il quinto libro della Nuova Legge!

4) Per un confronto personale

• Cosa ti ha colpito maggiormente in questa parabola del Giudizio Finale?
• Fermati e pensa: se il Giudizio finale avvenisse oggi, tu staresti nel lato delle pecore o dei capri?

5) Preghiera finale

Gli ordini del Signore sono giusti,
fanno gioire il cuore;
i comandi del Signore sono limpidi,
danno luce agli occhi. (Sal 18)

Messa Meditazione
Cristo ha bisogno di noiLettura
Il messaggio paradossale del brano evangelico di oggi è che Cristo ha bisogno di noi. Egli si fa presente nel povero, in chi ha bisogno, e il giudizio finale riguarderà proprio l’amore fattivo e operoso verso chi ha fame, chi ha sete, chi è nudo, chi è forestiero, chi è malato, chi è incarcerato… La semplicità di queste parole può essere facilmente fraintesa, ma va mantenuta nella sua forza devastante, che abbatte i nostri pregiudizi e le barriere protettive che costruiamo attorno alla nostra vita comoda.

Meditazione
Con una vivace rappresentazione del giudizio finale, veniamo, oggi, sollecitati a prendere in considerazione la serietà del momento presente. Un “allora” introduce le varie parti del discorso, proiettandoci in un futuro che sarà decisivo e definitivo. Un “quando” ci riporta alla densità del presente, in cui concretamente si gioca tutto. Quell'”allora” si costruisce oggi, nell’impegno quotidiano, nel “sì” o nel “no” pronunciati qui ora. Una minaccia incombente? Tutt’altro! È il riscatto della vita dal “non senso”, dal “vuoto”. Ogni istante si carica di eternità e, in tal modo, viene sottratto all’inesorabile fluire del tempo che tutto vanifica. Non solo! Ci si rende conto, con gioioso stupore, che esso è gravido di Dio. Sì, è nel tempo, in questo tempo che ci è dato di vivere, che possiamo incontrarlo. Egli ci viene incontro negli eventi più comuni. Possiamo riconoscerlo, servirlo, amarlo nell’umile sembiante di chi ci passa accanto. E che cosa c’è di più grande, di più esaltante? Altro che vivere con la paura del giudizio! Dio mi ama tanto che non attende l’ora dell’incontro finale: entra nella nostra vita già oggi. Fissa i suoi appuntamenti là dove viviamo ordinariamente e vuole che nessun frammento della nostra esistenza vada perduto. La sfida che oggi questo Vangelo propone è: vivere una carità consapevole, personale, in un ambito di comunità. Anche in forme associative, anche in forme politiche. Una carità credibile comporta certamente uno slancio personale, l’adesione a forme di volontariato, la spontaneità e l’immediatezza. Ma comporta anche la consapevolezza dei problemi, la capacità di progettare, la capacità di coinvolgere, la capacità di fare giustizia, senza limitarsi all’elemosina.

Preghiera
«Ti siano gradite le parole della mia bocca, davanti a te i pensieri del mio cuore. Signore, mia rupe e mio redentore» (dal Sal 18).

Agire
Nulla della mia vita è insignificante agli occhi di Dio. Chiedo nella preghiera di averne la serena certezza e cercherò di vivere ogni frammento della mia esistenza, trasformandolo in un’appassionata ricerca del volto del Signore.

Commento a cura di Cristoforo Donadio – P. Antonio Izquierdo, LC

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padre Lino Pedron
Commento su Matteo 25,31-46A proposito di questo brano si pongono numerosi problemi di interpretazione. Chi sono le genti adunate per essere collocate a destra e a sinistra? Sono tutti i popoli, senza distinzione, o solo i cristiani? Chi designa l’espressione “questi miei fratelli più piccoli”: qualsiasi uomo bisognoso o solo i discepoli e specialmente i predicatori itineranti del vangelo?

Questa parabola riprende il tema della venuta del Figlio dell’uomo. L’apparato glorioso del giudizio divino, che ricorda Zc 14,5 e il raduno di tutte le genti (cfr Mt 24,9.14; 28,19) davanti a Cristo, ci presenta un avvenimento importante: ogni uomo si trova alla presenza del re che dà il possesso dell’eredità del regno ai benedetti del Padre suo.

Il giudizio pronunciato su ciascuno sarà per tutti motivo di stupore: nessuno aveva coscienza di aver accolto o rifiutato il Signore stesso nei “piccoli”. “Questi miei fratelli più piccoli” sono i discepoli di Gesù: chi accoglie loro, accoglie Cristo stesso (cfr Mt 10,40-42; 12,48-50; 18,6.10.14; 28,10).

Il giudizio decisivo pare così basarsi sull’accoglienza degli inviati di Cristo e, attraverso di loro, sull’accoglienza della sua stessa persona e del suo messaggio: nelle opere di misericordia e nella sollecitudine portata ai discepoli sofferenti si raggiunge Gesù stesso che si è fatto “piccolo”, che è venuto per servire e per dare la vita in riscatto per tutti (cfr Mt 20,28). Egli si identifica totalmente con il suo inviato sofferente e “perseguitato per la giustizia” (cfr Mt 5,10; 10,17-18).

Ma la parabola va certamente oltre. Gesù stesso si è chinato sui poveri e i sofferenti perché vedeva in essi dei discepoli in speranza e dei piccoli in crescita. Così l’apparente indeterminazione dell’espressione “questi miei fratelli più piccoli” vuol certamente designare tutti i bisognosi di amore concreto e fattivo, ossia tutti.

Il messaggio di questo brano può essere riassunto in due parole: Dio nel fratello. I “benedetti” ricevono il regno perché hanno praticato la misericordia. Le opere di misericordia sono la porta che introduce nell’eternità. Il vangelo annuncia che la misericordia è sempre praticata nei confronti di Cristo.

Poiché la misericordia è il criterio del giudizio, il testo diventa un imperativo pressante rivolto a tutti perché pratichino la misericordia. Il brano vuole incitare all’azione.

Per i cristiani la misericordia praticata o rifiutata è la prova certa della loro fede. A tutti Gesù ripete il detto di Os 6, 6: “Misericordia io voglio e non sacrificio” (cfr Mt 9,13; 12,7).

La beatitudine dei misericordiosi che otterranno misericordia costituisce un commento alla prima parte di questo brano. La parabola del servo senza misericordia (cfr Mt 18,21ss.) può illustrare la parte negativa di questo brano.

Il giudizio di tutti avviene sulla base delle opere di misericordia. La fraternità è il senso per il quale è stato creato il mondo. Il mondo è salvo quando cerca e vive la fraternità. Solo chi comprende le esigenze del prossimo, comprende le esigenze di Gesù.

La comunione umana, in particolare la comunione con i più bisognosi, ha un senso divino che la rimanda al di là di se stessa. Gli uomini e le donne sono immagini viventi del Dio della vita. San Clemente d’Alessandria ha scritto: “Quando vedi il tuo fratello, vedi il tuo Dio”.

E’ l’uomo che decide liberamente per la vita eterna o per il fuoco eterno. Questa decisione non è fatta a parole, ma con le opere di misericordia verso Cristo che si identifica con i bisognosi. E’ nella vita presente che decidiamo per Cristo o contro Cristo. E questa scelta si manifesta nell’amore operoso per il prossimo o nel rifiuto della nostra misericordia verso i miseri.

C’è una sola via in cui tutti gli uomini si ritrovano uguali e discepoli di Cristo: quella delle buone opere.

Monaci Benedettini Silvestrini
Al cospetto del SignoreLa Quaresima ci invita oggi a rivolgere il nostro sguardo alla mèta definitiva della vita umana, alla vita eterna. Alla fine dei tempi Gesù Cristo sarà giudice glorioso di tutti gli uomini. Allora si rivelerà la sua signoria piena, ora manifestata solo in maniera velata. Il giudizio sul comportamento di ognuno di noi sarà emesso in base a quello che avremo fatto a Lui, nella persona del nostro prossimo, soprattutto dei più piccoli tra i suoi e nostri fratelli. Nell’Antico Testamento Dio parla così: “Io sono il Signore…”. Egli mette avanti la sua autorità e domanda di respingere dal nostro cuore ogni malvagità: è già la strada della carità evangelica. Dio cioè esige la giustizia che è la prima tappa della carità e l’esige con la sua autorità. Dal Levitico al Vangelo di Matteo, ci troviamo in un altro mondo ma con la stessa legge dell’amore. Gesù non parla della sua autorità, ma della sua persona, e si identifica con i poveri. E’ una enorme sorpresa, anche i giusti sono sconcertati: “Quando ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare?”. E Gesù: “Anche se l’avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Ecco il grande cambiamento. Qui non si tratta più soltanto di giustizia, ma di una vera carità: non sono precetti negativi, come nell’Antico Testamento: non rubare, non giurare, non opprimere il fratello. Qui ci viene richiesto di compiere il bene, di andare incontro ai poveri, ai piccoli, ai bisognosi. Il giudizio è portato contro i peccati di omissione. Lasciarsi sfuggire l’occasione di compiere il bene, di aiutare, di confortare chi soffre, è un peccato. Quelli che si sono comportati così non hanno trasgredito la legge, non hanno fatto cose negative ma non hanno fatto del bene che avrebbero dovuto fare, non hanno visto il prossimo che era nel bisogno e la loro omissione ha pesato di più che tanti peccati. Domandiamo al Signore che ci dia la dimensione divina della carità. Quando cerchiamo di aiutare i poveri, non solo i poveri di beni materiali, ma chiunque abbia bisogno di attenzione, di conforto, di comprensione… è Gesù che aiutiamo. Nell’ultimo giudizio saremo giudicati dall’amore che ciascuno di noi avrà accumulato nell’arco della vita.

Monaci Benedettini Silvestrini
Il giudizio finaleNel Vangelo di San Matteo, l’insegnamento di Gesù inizia con la proclamazioni delle beatitudini. Nello spirito del Vangelo le beatitudini non rappresentano il godimento egoistico delle ricchezze terrene ma il saper condividere i doni con i fratelli nella ricerca della vera giustizia e vera pace. Subito prima della sua Passione, alla fine della sua missione terrena, Gesù parla del giudizio finale. È la verifica di come abbiamo in realtà vissuto sulla terra le beatitudini. Il giudizio finale non deve essere vissuto con il timore di trovarci di fronte ad un tribunale severo ma è la realizzazione, nella pienezza della vita divina, di quello che abbiamo già voluto e desiderato sulla terra. Il Dio Padre sa guardare con affetto le debolezze dei suoi figli e se questi avranno dimostrato la capacità di saper vivere nell’amore e nella misericordia. Vivere le beatitudini significa essere veramente cristiani e saper porre Gesù al centro della nostra esistenza. Non possiamo però cercare Gesù nei nostri cuori, perché vi abiti con tutta la dolcezza del suo amore, se non siamo in grado di riconoscerlo nei nostri fratelli. La misura dell’amore che avremo saputo donare è quella che poi ci ritroveremo quando avremo la possibilità di vivere in Cristo la gloria che ci è predestinata. Leggiamo il brano della liturgia odierna con la vera speranza e la gioia di chi pone la propria esistenza nella mani del Signore.

Monaci Benedettini Silvestrini
Avete fatto a meIl testo del Levitico elenca alcuni divieti e precetti comunitari, che si deducono dall’invito di Dio: “Siate santi, perché, io, il Signore, sono santo”. Le norme di perfezione sono giustificate dall’affermazione assoluta: “Io sono il Signore”. Alla presenza di Dio è collegato un nuovo ordinamento etico. Tutto si conclude con l’invito propositivo “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Questo messaggio dell’anonimo autore del Levitico è un inno alla vita; si respinge tutto ciò che uccide, inganna, prevarica, insulta, divide; è in anticipo l’insegnamento morale del Nuovo Testamento. Sono ciò che la Regola di S.Benedetto qualifica “strumenti delle buone opere” (c.4). Matteo, con una parabola, presenta il giudizio ultimo; il criterio distintivo sarà la bontà e la misericordia, in due gruppi umani, a seconda delle virtù offerte o rifiutate. Gesù si identifica negli indigenti e nei bisognosi: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me… Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me”. La vita morale è profondamente segnata dal rapporto con Gesù incarnato, nell’umiltà del quotidiano.

Ogni volta che avete fatto questo ai piu’ piccoli, l’avete fatto a me

La Quaresima è tempo di preghiera, di silenzio e di ascesi, ma renderemo vane queste attività dello spirito se ci allontanassimo da coloro con i quali condividiamo normalmente la nostra giornata. La liturgia odierna ci viene incontro, ponendoci davanti al giudizio ultimo, inappellabile, nel quale saremo valutati sui nostri gesti di sensibilità nei confronti degli altri. “Avevo fame e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e mi avete dato da bere”. L’uomo deve imitare, nel suo comportamento verso gli altri, l’amore di Dio. Non si tratta solo di una buona opera o di qualche cosa che noi facciamo in modo eccezionale. Il discorso di Gesù è molto più ampio. Sullo sfondo c’è il Regno di Dio verso il quale la storia cammina… la nostra storia sacra. Il Cristo da amare e servire lo incontriamo nel fatto concreto, quotidiano, così come si presenta, non in modo accomodato, non altrove. Da quando è divenuto uomo, si è fatto nostro fratello, uomo come noi e bisognoso come noi, non c’è altro modo di raggiungerlo e di amarlo. “Ogni volta che avete fatto queste cose ai miei fratelli, l’avete fatto a me”. Il nostro agire raggiunge una valenza religiosa, di santità non per quello che facciamo, ma per volere di Cristo che accoglie per sé i nostri poveri gesti, compiuti nel servizio fraterno. Non ci sfugga la magnanimità di Dio per tutti gli uomini, sue creature. In confronto che cos’è l’opera delle nostre mani? Eppure chi agisce da lode a Dio e chi riceve l’ottiene dalla Provvidenza divina, che ha mosso per mezzo dello Spirito all’atto caritatevole. Allora bisogna credere che il problema di chi ci vive accanto, a cui possiamo portare rimedio con l’amore, anche con un semplice “bicchiere d’acqua fresca”, è il segreto della storia umana.

Eremo San Biagio
Commento su Matteo 25,45Dalla Parola del giorno
“Ogni volta che avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me.”

Come vivere questa Parola?
È bello che, proprio all’inizio della quaresima, la Parola s’incentri nel messaggio cuore di tutto il vangelo che – non dimentichiamolo! – è lieta notizia di salvezza.
In opposizione a certe interpretazioni della prassi quaresimale medioevale, la Parola non ci scaraventa su strade che si oppongono alla sanità del corpo. Ci insegna invece il precetto per eccellenza: quello dell’amore più grande, perché riconosce nel prossimo lo stesso Signore. Sì, quello che veniamo facendo ai più piccoli, cioè ai deboli e fragili (e anche forse ai meno amabili). dei nostri fratelli, Gesù ci dice che – di fatto – lo facciamo a Lui, alla sua adorabile persona.
D’altro canto, se vogliamo essere concreti, dobbiamo ammettere che quel ‘nodo tortuoso e aggrovigliato’ che sono le nostre inclinazioni impastate d’egoismo (cfr. S. Agostino) c’impedisce proprio questo: l’impegno ad amare con gioia e larghezza di cuore. Ecco perché torna alla ribalta la salutare pratica del digiuno raccomandata dai Padri della Chiesa e vissuta in quaresima con particolare fervore. Il Papa nel suo recente messaggio dice: “Privarsi del cibo materiale che nutre il corpo facilita un’interiore disposizione ad ascoltare Cristo e a nutrirsi della sua Parola di salvezza”. Il Papa ancora asserisce che “la fedele pratica del digiuno contribuisce a conferire unità alla persona: corpo e anima”.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, mi soffermo a cogliere questo stretto nesso: tra la gioia profonda di poter nutrire lo stesso Gesù “nel più piccolo” e l’astenermi da un cibo che spesso, sulla mia mensa, è in sovrappiù.

Signore, grazie, infinitamente grazie per il tuo esserti identificato ai miei fratelli più indigenti e per avermi indicato come soccorrerti con la pratica quaresimale del digiuno.

La voce del Papa
La Quaresima potrebbe essere un’occasione opportuna per […] valorizzare il significato autentico e perenne di quest’antica pratica penitenziale [del digiuno], che può aiutarci a mortificare il nostro egoismo e ad aprire il cuore all’amore di Dio e del prossimo, primo e sommo comandamento della nuova Legge e compendio di tutto il Vangelo.
Benedetto XVI

Eremo San Biagio
Dalla Parola del giorno
Parla a tutta la comunità degli Israeliti e ordina loro: Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo.

Come vivere questa Parola?
Quanto mai opportuna questa parola all’inizio del cammino quaresimale!
Un richiamo netto, anzi un ordine che non lascia spazio all’equivoco: “Siate santi!”. È un ordine rivolto alla comunità, cioè al popolo, a tutti, quasi eco di quella voce che, all’alba dei tempi, aveva progettato l’uomo in questi termini: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza”.
Io, tu, quanti ci passano accanto, per il fatto stesso di essere uomini, siamo ‘immagine di Dio’ e, poiché Dio è santo, siamo santi.
Non si tratta allora di qualcosa che interviene successivamente, quasi un abito che, ad un certo momento, si decide di indossare. No, la santità è un dato di fatto: è l’impronta divina impressa in noi dal Creatore e restaurata dal Cristo. Una realtà che riguarda l’essere dell’uomo, prima e più ancora che il suo agire.
Si tratta di lasciare affiorare a livello di consapevolezza e di libera assunzione questo dono che ci è stato posto nelle mani, come un piccolo seme carico di vitalità, il giorno del Battesimo. E allora esso si tradurrà in ‘opere di santità’ e produrrà ‘frutti di santità’.
Purtroppo, spesso siamo tentati di rovesciare il discorso e di partire (e poi di fermarci) alle opere e ai frutti. Riduciamo così la santità a un faticoso arrampicarci per dirupi da capogiro che fanno battere la ritirata o danno la gratificante sensazione di esserne i protagonisti.
La santità, proprio perché è innanzitutto dono, è alla portata di mano di tutti: basta volerlo e iniziare a vivere, ‘da uomini’ e non da eroi, il nostro quotidiano intridendolo di amore.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, mi soffermerò a riflettere su questo mio dovere di ‘uomo’ e di ‘cristiano’. Quanto lo sto prendendo sul serio? “Ecco il tempo favorevole” per iniziare decisamente!

“Siate santi, perché io sono santo!”. È a me, Signore, che lo stati dicendo. Perché mi attardo ancora? Riconferma in me il dono del tuo Spirito perché trovi la forza di vincere tutte le resistenze e di lanciarmi deciso per questa strada.

La voce di un Padre apostolico
Siamo un popolo santo, e perciò compiamo tutto quello che la santità esige. Fuggiamo la maldicenza, gli amplessi impuri, l’ubriachezza, la brama di innovazioni, i desideri cattivi, l’adulterio, così detestabile, e l’orgoglio, così riprovevole.
San Clemente

Eremo San Biagio
Dalla liturgia del giorno
Allora i giusti risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me.

Come vivere questa Parola?
Bisogna dire che tra la prima lettura nitida e forte come un cielo mattutino di febbraio e la pagina del vangelo, ci corre tutto l’esplodere di un pieno sole in un mezzogiorno primaverile. La differenza è la seguente. Nella pagina del Levitico, affermata la santità di Dio, si richiede che anche l’uomo sia santo. Come? Anzitutto togliendo tutto quello che impedisce il cammino della santità che è giustizia, verità, rapporti di pace e di benevolenza con tutti come con se stessi. Siamo invitati a evitare il male e a scegliere il bene: una via di luce! Ma nel Vangelo c’è un salto di qualità fortissimo. Non si tratta solo di evitare il male e di impegnarsi al bene; c’è da scoprire una… “bomba” opposta all’atomica; la bomba che tutto riduce a un’identificazione di fondo: E’ Gesù stesso che si identifica con ogni uomo in difficoltà, con ogni povero e disagiato e dunque “piccolo” della terra. Al di là di un ordinamento morale, c’è lo splendore di questo assimilarsi di Gesù al più piccolo. A quanti meravigliati gli chiedono: Quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare? Lui ha una risposta inequivocabile: quando avete fatto queste cose a uno di questi piccoli, l’avete fatto a me.

Oggi, nel mio rientro al cuore, mi lascio provocare da questa pagina fino a sentirmi chiedere da Gesù: mi sai vedere sì o no nelle sorelle e nei fratelli, a cominciare da quanti vivono con te? Hai gli occhi solari della fede per riconoscermi, amarmi e servirmi in loro? Oppure ti lasci sfuggire l’occasione di porgere un aiuto, un sorriso, una parola incoraggiante? Sono io al bivio delle tue giornate! Ci vuole così poco a scegliere di battere la strada dell’amore!

La voce di una piccola grande donna
Nel povero, nelle nostre sorelle, nei nostri fratelli c’è Gesù. Quindi noi siamo alla sua presenza ventiquattr’ore su ventiquattro. Per questo siamo contemplativi nel cuore del mondo.
(Madre Teresa di Calcutta)

Eremo San Biagio
Dalla Parola del giorno
In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.

Come vivere questa Parola?
Questa solenne affermazione è nel cuore della pericope che presenta il giudizio finale. Ciò che più impressiona è l’enorme superamento della Legge antica rispetto al precetto-principe: quello della carità. Nel Levitico (prima lettura odierna) Dio, in nome della sua autorità, chiede di vincere in noi ogni cattiveria con una serie di precetti negativi: non opprimerai il tuo prossimo, non lo spoglierai di ciò che è suo, non tratterai la notte fino al mattino il salario che devi all’operaio, ecc.
Ed è ottima iniziazione alla giustizia e alla carità. Ma qui il salto di qualità supera incredibilmente sia l’antica Legge giudaica che qualsiasi insegnamento presso le altre religioni (Corano, Sutra buddisti, ecc.).
L’enorme superamento sta nel fatto che Gesù per esigere la carità non si riferisce alla sua autorità ma direttamente alla sua Persona. Quello che faccio al povero (in tanti sensi si è poveri!) lo faccio a Lui. Quello che non faccio (attenzione alle facili omissioni) trascuro di farlo a Lui. Gesù si identifica col più piccolo.

Oggi, rientrando al cuore in vari momenti del giorno, chiederò allo Spirito Santo occhi che vedono Gesù anzitutto nelle persone più vicine da accogliere, ascoltare, confortare, esrcitandomi in sorridente pazienza e bontà.

La voce di un’attrice
Ch’io riconosca il tuo grido d’amore e di pianto attraverso gli altri, Signore.
Allora non rido più di me stessa: tu mi hai afferrata.
Patrice de la Tour du Pin

Paolo Curtaz
Commento Matteo 25,31-46Il lungo vangelo del giudizio finale in Matteo, al capitolo 25, pagina di cui probabilmente faremmo tutti volentieri a meno di leggere e – soprattutto – di vivere, ci richiama ad una realtà essenziale della vita cristiana: la concretezza. E’ nel fratello che siamo chiamati a riconoscere il volto del Signore anche quando – e accade spesso! – il volto del Signore è difficilmente riconoscibile nel volto sfigurato dalla rabbia e dalla superficialità magari proprio del mio collega d’ufficio. Proprio per questa ragione abbiamo bisogno di quaresima, di essenzialità, per riconoscere in noi i pilastri del discorso cristiano, le profondità del vangelo,. Chiamati oggi a riconoscere il volto del Signore proprio nei piccoli e negli ultimi, cerchiamo di vivere consapevolmente ogni nostra scelta, ogni nostro incontro, ogni nostra parola sapendo che, chissà, magari dietro lo sguardo corrucciato del mio vicino di metro si nasconde proprio il volto di quel Dio che cerco da una vita…

Il tuo progetto è chiaro, Signore, nulla è nascosto di ciò che hai detto, nulla è ambiguo in ciò che chiedi: saremo giudicati sull’amore. Rendi il nostro sguardo sufficientemente limpido, oggi, per riconoscerti.



Published in: on marzo 14, 2011 at 11:07 am  Lascia un commento  
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