Omelie Vangelo 13 Marzo 2011

don Mario Campisi
Audio commento – E’ tempo di gettare le mascherehttp://www.qumran2.net/audio/niftyplayer.swf?file=http://www.donmariocampisi.it/omelie/Omelia_01_Quar_A_2011.mp3
padre Paul Devreux
 

Gesù viene condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato, ed è bello vedere che viene tentato, perché questo è la prova del fatto che si è fatto uomo per davvero.
Le tentazioni non vanno sottovalutate, perché se hanno tentato Gesù, possono tentare me.
Gesù viene tentato dopo quaranta giorni e quaranta notti di digiuno! E’ chiaro che quaranta è un numero simbolico che ci ricorda il viaggio del popolo nel deserto, dove vivono le stesse tentazioni che viviamo anche noi; vediamole.
La prima tentazione è quella di poter cambiare i sassi in pane. Chi riesce a fare questo risolve magicamente tutti i problemi. E’ un segno di onnipotenza o perlomeno di potere. Per rispondere Gesù cita il Deuteronomio. Dice: “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. E’ un invito a cercare nella parola le soluzioni per affrontare i problemi che affliggono l’umanità; per esempio con la cultura della solidarietà.
La seconda tentazione è attinente alla fede. Buttati giù e vediamo se ti salva. Già nel deserto il popolo domandava segni prodigiosi che attestassero l’esistenza di Dio. Si domandavano: “Il Signore è con noi, si o no?”. Anche i contemporanei di Gesù domandavano segni tangibili. L’ultima richiesta è stata: “Scendi dalla croce…”. Anche io chiedo al Signore dei segni della sua presenza, ma non posso pretenderli. Vorrei che questo Dio nascosto fosse più evidente e facile da credere, ma il Signore, che tiene alla nostra libertà, vuole lasciarci liberi anche di non credere e quindi non si impone.
Dopo viene la tentazione di credere in qualcosa di più facile. Il popolo nel deserto desidera un Dio più comodo e si fa il vitello d’oro. Gesù qui smaschera il diavolo chiamandolo satana, cioè avversario, anti-Dio! Colui che pretende l’adorazione dell’uomo ma che di fatto lo inganna con false promesse di felicità. La quaresima ci è donata per aiutarci a smascherare e rifiutare i nostri idoli, cioè le nostre false speranze e scoprire sempre di più l’unico vero Dio, cioè l’unico che è in grado di darci una speranza per il futuro e un sostegno nel presente.
Il testo si conclude dicendo che allora, e solo allora, quando ormai Gesù ha fatto la sua scelta, gli angeli vengono a servirlo. Le tentazioni in fondo gli fanno il servizio di chiarirsi le idee, di capire cosa vuole. Gesù decide che vuole essere figlio di Dio e comportarsi come tale.
Anche noi, ogni giorno, dobbiamo scegliere chi seguire.

 

don Marco Pedron
Ciò che hai nel cuore 

Ciò che tu hai nel cuore

Con questo vangelo inizia la Quaresima. Le tentazioni sono sempre il vangelo che la liturgia ci propone nella prima domenica di ogni quaresima.
Le tentazioni non sono un fatto storico come pensiamo noi (cioè che Gesù è stato fisicamente quaranta giorni nel deserto e lì ha conversato con il diavolo). Sono una riflessione haggadica: l’haggadà era un commento di brani della Bibbia. Esprimono in immagini non tanto un fatto storico ma una dimensione, una possibilità, qualcosa che Gesù ha vissuto tutta la vita: la tentazione di usare in maniera diversa il suo potere (Gesù leader), la sua posizione (Gesù Figlio di Dio) e le sue conoscenze (Gesù conoscitore di Dio-Abbà). In un unico episodio e con delle immagini viene concentrato ciò che è successo in tutta la vita. Per tutta la vita Gesù fu tentato; per tutta la vita Gesù fu tentato di seguire altre strade (godimento, possesso, potenza) e non la strada della Croce.

Il vangelo inizia dicendo: “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto” (4,1). Cosa vuol dire questo? Tutto viene da Dio. Da Dio viene il bene e da Dio viene “il male” (Dio non ci manda mai il male, ovvio, ma ciò che noi consideriamo “male” è un passaggio che Dio permette per la nostra conversione ed evoluzione).
Gesù un attimo prima aveva appena ricevuto lo Spirito. Prima di questo vangelo c’è il Battesimo di Gesù (3,13-17). In quell’episodio si aprono i cieli (=comunicazione aperta tra terra e cielo) e lo Spirito di Dio scende e viene su di lui.
Lo Spirito qui è Amore: “Questi è il Figlio mio prediletto nel quale mi sono compiaciuto” (3,17). Gesù percepisce Dio come Madre, come accoglienza, come amore senza condizioni, come presenza, come abbraccio, come amore di predilezione.
Ma quello stesso Spirito nel versetto successivo (4,1) lo spinge, lo manda, lo conduce nel deserto. Il verbo passivo indica che è lo Spirito che vuole questo. E’ lo stesso Dio di prima che lo manda qui.
Questo ci aiuta a capire che la nostra immagine di Dio è falsata. Per noi se una cosa è bella, buona e soprattutto non ci fa soffrire allora vuol dire che viene da Dio. Se una cosa, invece, è dura, ostica, dolorosa, difficile, allora viene dal diavolo, dal male.
Ma qui non è così: è lo stesso Spirito-Dio che lo spinge nel deserto. Questo vuol dire che tutto ciò che capita viene da Dio (che Lui lo permette). Non mi chiederò più quindi se questa viene dal diavolo o da Dio, ma qual è la prova, il passaggio, che devo affrontare e superare.

All’inizio della storia (Gen 3) il serpente tenta Adamo ed Eva. Il serpente viene simboleggiato come il male che cerca di far cadere i primi due uomini. Ma serpente (n-sc-h; na-ha-sc) è colui che conduce (n-s; na-ha) verso il potenziale (sc=è una riserva d’energia pronta ad esplodere). Il serpente non è il male, ma una barriera, uno steccato, un passaggio necessario, che tu devi compiere per evolvere, per liberare tutta l’energia e le potenzialità che sono dentro di te.
Capite: il serpente, l’avversario (Satana=avversario) svolge una funzione necessaria nella nostra vita.
Dobbiamo stare attenti perché alcune persone vedono il diavolo dappertutto. Ma è più semplice scaricare sul diavolo che affrontare i problemi. Perché se è colpa del diavolo, che ci posso fare io? Niente!
Ma se invece ciò che accade è un ostacolo-barriera da superare, allora sono chiamato a compiere un passaggio, a portare alla luce qualcosa che era nascosto (la lettera nun di nahasc-serpente indica in ebraico il pesce, l’inconscio). Allora non è più il diavolo ma Dio stesso che mi chiama a compiere questo passaggio.
C’è un uomo che dice: “Il diavolo mi tenta la notte e non mi fa mai dormire. Non riesco proprio a dormire nel mio letto; posso dormire solo in divano in salotto”. E davvero è così. Ma non è il diavolo: è che lui, da bambino, ha visto morire suo padre nel letto. Pensava che suo padre dormisse, è andato a svegliarlo e invece era freddo. E quella morte è stata la rovina della sua famiglia. Non è il diavolo, ma lo shock che non ha ancora superato, il pianto che non ha ancora espresso, il dolore rimastogli dentro e il lutto non fatto.
Un altro uomo dice: “Il diavolo mi tenta con tutte le fantasie sessuali possibili”. Ma non è il diavolo, è che lui ha represso tutto ciò che ha a che fare con sessualità, corpo, contatto. Allora questa dimensione si ribella e lo tormenta perché vuole la sua attenzione. Ma lui teme di affrontarla. Nessun diavolo, solo ciò che hai represso. Altro che diavolo, è Dio stesso che ti invita: “Accogli la tua umanità e non reprimerla”.
Un altro uomo dice: “Devo farmi benedire perché è il terzo incidente grosso che faccio in auto”. Sì, può essere un’idea, ma… Gli chiedo: “E dove li fai?”. “Li faccio andando a lavorare”. Questo uomo lavora con il padre in una piccola azienda. Nessuna fattura, nessuna maledizione, solo il suo inconscio che non ne può più di questa situazione, dove lui a quarant’anni è ancora dipendente, succube, servo di suo padre. Così non cresce, rimane “bambino”. Nessun diavolo, nessun demonio: leggi piuttosto la mano della Vita che ti sta parlando. Fai incidenti perché il tuo inconscio si ribella di stare in quella strada, di stare lì, mentre il tuo conscio-razionale si impone di starci.
Dio, se vuole qualcosa, vuole che affrontiamo i nostri demoni e non che sfuggiamo a loro. Lo Spirito spinge e costringe Gesù nel deserto a confrontarsi con i suoi demoni. Lo stesso Spirito, per amore, ci chiede di affrontare faccia a faccia i nostri demoni.

La parola tentazione (4,1.3: peirazo) vuol dire “mettere alla prova, verificare, fare un test”.
In Dt 8,2 Dio dice a Mosè: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi”.
Avete presente a scuola? Che ne so, biologia o chimica o fisica: si studia e poi si fa una verifica per vedere se si è acquisito, se si sa, se si è appreso ciò che si è studiato. La tentazione è la stessa cosa. La tentazione non è Dio che vuol “farti cadere in errore, farti sbagliare, che ti seduce per vedere se cedi”. Ti pare che Dio sia così perfido? No, ovvio. La tentazione ti serve perché tu possa vedere veramente ciò che tu hai nel cuore.
Il verbo ebraico sa-da-h (s-d-h) vuol dire “tendere insidie, spiare, cacciare o anche sedurre, avvincere”: è la tentazione. Ma sa-d (s-d) è “il fianco, il lato opposto, l’avversario” e sa-de-i è (s-d-i) “il braccio o il lato divino”. La lettera ebraica sade (s) è proprio un gancio da pesca, un arpione: lo getti nel mare della tua vita e pesca ciò che sei.
La tentazione non è allora il male ma il “tuo lato opposto”, quello che non vuoi vedere, che fai finta di non avere, che preferisci allontanare definendolo “male” solo perché pescarlo cambia la tua immagine di te o è difficile da accettare.
Non a caso la parola selà (s-l) che noi traduciamo come la famosa “costola” di Adamo, in realtà è “l’ombra, l’altro lato” dell’uomo, quello che non vuol vedere. Ogni uomo ha un lato che non vuol vedere, che si nasconde. E’ la grande tentazione: lasciare un lato di sé nascosto. La tentazione ti costringe a vederlo e a prendertene cura.
Sarà per questo che Adamo dovrà sposare Eva: perché Eva, in realtà, è nient’altro che la parte di Adamo che egli fatica ad accettare e a volere. Per questo dopo che Adamo ha accettato Eva (Gen 1,22) dirà: “Sì questa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa” (Gen 1,23). Solo dopo l’accettazione, l’Umanità (Adamo=Uomo) dirà: “Sì io sono anche questo!”. Prima di accettare Eva (Eva=energia, parte feconda), l’uomo ha tutto ma non è felice (Gen 2,4-20).
E la parola “croce” (selab, s-l-b) è l’arpione (s=lettera sade) nel cuore (leb, l-b) per immergersi nell’ombra (selà, s-l) e condurre la creazione (b) verso il suo altro lato, la luce.
Tutto questo vuol dire che io devo entrare nella mia ombra (cosa che ferisce) per far uscire il dono che vi è dentro.

Ogni tentazione ha un dono. Se guardate, quando Gesù esce dall’esperienza delle tentazioni, non lo ferma più nessuno. Il “dono” delle tentazioni è una forza irresistibile, perché Gesù lascia cadere ogni aspettativa della gente su di lui e segue imperterrito la sua strada e la sua missione. Per questo bisogna entrare nel deserto, bisogna essere tentati, bisogna affrontare i propri demoni.
Ogni entrata nell’ombra, anche se all’inizio ci fa paura, ha un dono da portare alla luce. Ogni discesa nell’ombra ha un dono di luce.
Una donna di trent’anni e ha una paura terribile di lasciare i suoi genitori; ha paura di perderli, ha paura che muoiano e pensa di non poter vivere senza di loro. Chi vuole affrontare tutto ciò? Ma nessuno, ovvio. Qual è il dono di tutto questo? L’autonomia.
Un’altra donna ha sempre vissuto facendo la “forte”: nelle relazioni lei si dà, ma mai del tutto, perché, dice, non ha così tanto bisogno dell’altro, anzi può farne anche a meno. Solo che così non è mai del tutto dentro ad un rapporto. La sua grande paura è di essere ferita: “Se mi apro, poi sono vulnerabile”. E chi vuol entrare dentro a tutto questo? Nessuno! Eppure il dono, se lo farà, sarà l’amore e l’essere amati.
C’è un uomo che fa’, fa e ancora fa. Lui è sempre in azione. Lui, dice, “non ha tempo per fermarsi”. In realtà ha paura di fermarsi, perché se si fermasse potrebbe sentire le voci lontane del suo bambino (che ha sofferto ed è stato molto umiliato). Chi lo vuole fare? Nessuno, ma bisogna farlo. Il dono sarà la gioia, perché finalmente qualcuno si prenderà cura di quel bambino.
I grandi regali per il compleanno non ce li danno gli altri, ma ce li facciamo noi quando abbiamo il coraggio di entrare nel deserto, nel buio e nella nostra ombra. I tesori sono nascosti; le perle sono nel fondo del mare e dentro le ostriche; le cose più belle di noi sono nascoste dentro di noi.
La pienezza non è data dall’aver tante cose, ma dal saper “tirare fuori” i doni, i regali, le ricchezze, che sono già dentro di noi ma che moriranno con noi se non avremo il coraggio di andarle a prendere.
E’ per questo che lo Spirito spinge Gesù nel deserto: perché deve “scovare, pescare” questo lato nascosto di sé. Se Dio ci chiede qualcosa, è proprio quello di entrare nella tentazione per vedere chi siamo realmente.
Un uomo, una volta la settimana, va dal suo terapeuta a parlare di sé. La moglie è furiosa, furente con questo terapeuta, perché da quando suo marito va a parlare non è più lui, non è più lo stesso. Prima lui era il suo “cagnolino”, adesso invece inizia ad avere una personalità e a farsi rispettare. Allora non è che gli psicologi rovinano le famiglie, come dice lei, ma che lei non vuole guardarsi dentro. Nel suo cuore c’è la tentazione di possedere suo marito perché lei è così insicura e così gelosa che “se l’è mangiato”!
Un uomo nel suo lavoro è gentile, sorridente e stimato da tutti. Ma quando torna a casa è un altro. Cerca di controllarsi ma spesso “scatta”, urla e i suoi figli hanno paura di lui. Non è il diavolo che lo tenta ma l’altro lato di sé che non vuole vedere. Nel lavoro (e nella vita) gioca il ruolo del “bravo e sorridente” e questa strategia l’ha adottata fin da piccolo per essere accettato dalla sua famiglia. Tutta la rabbia che reprime nel lavoro e tutta quella del bambino si permette di viverla solo a casa e con i suoi figli. Non è la casa maledetta: è che lui è tentato di nascondere la rabbia che oggi e ieri ha mandato giù.

In ebraico la parola “profondità” (tahtenah) è (hatunah+tau) “matrimonio” “di ogni cosa” (la lettera tau è l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico). Allora: diventare profondi, radicati, ancorati, è “sposarsi”, cioè sposare, incontrare, accogliere, ogni cosa che c’è in me (luce e ombra). Tutto è degno di esserci e tutto ha motivo d’esserci.
Allora mi faccio la promessa di matrimonio: voglio “stare”, amare, onorare, conoscere tutto ciò che c’è in me, bestie e fiere non importa, perché tutto è parte di me, perché tutto è in me.
E questa volta faccio a me la promessa di fedeltà e di amore, mi prometto di non tradirmi mai, di rimanermi sempre fedele e sempre accanto, di amarmi e onorarmi. “Io… (Marco) accolgo te… (Marco), come mio sposo. Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.

Il vangelo parla di deserto (4,1). Il deserto richiamava agli ebrei due grandi esperienze.
A. I quarant’anni di peregrinazione del popolo nel deserto (Es 15,22-40,38; Lv; Nm; Dt). Ci vollero quarant’anni al popolo per arrivare alla terra promessa. Cioè: per raggiungere qualcosa di grande, di bello, di incredibile, come fu la terra promessa per gli ebrei.
Quattro (per cui ci vuole il suo tempo anche quaranta o quattrocento, suoi multipli) in ebraico è dalet: una porta. La quaresima è il tempo della prova, del blocco: c’è una porta da superare e ci vuole il suo tempo. E dal (da cui dalet-porta) vuol dire povero: è un passaggio di spogliazione, di povertà, di caduta delle false illusioni.
Vuoi una relazione con tuo marito o con tua moglie vera, forte, intensa: ci devi lavorare e ci vuole tempo. Vuoi conoscere davvero Gesù? Ci vuole tempo, impegno, studio, passione. Vuoi diventare una persona capace di comunicare? Ci vuole tempo, impegno, esercizio, studio. “E’ il tempo che tu dedichi alla tua rosa che la fa importante”, diceva il Piccolo Principe. Se tu non dai tempo, lavoro, esercizio, applicazione ad una cosa, allora per te non è importante.
Tutti i nostri desideri, le nostre terre promesse, hanno bisogno di un lungo cammino per essere raggiunti. Tutto ciò che è grande, richiede qualcosa di grande.
Una sera dopo un applauditissimo concerto, il maestro Andrés Segovia, considerato il più grande chitarrista di tutti i tempi, fu avvicinato da un ammiratore che estasiato gli disse: “Maestro, darei la vita per suonare come lei!”. Andrés Segovia lo fissò intensamente e rispose: “E’ esattamente il prezzo che ho pagato io!”. Più una cosa è grande e più il costo è elevato.

B. Il deserto richiamava agli ebrei anche altro: Davide, e così tutti coloro che vollero impadronirsi del potere, andò nel deserto. Il grande re, modello del futuro Messia, si nascose nel deserto prima di impossessarsi del trono di re Saul e dare così inizio a Israele (1 Sam 23,14-25).
E per tutta la vita Gesù dovette combattere contro la grande tentazione di essere il Messia, “figlio di Davide” (22,42-45), colui cioè che restaurerà con la forza l’antico regno di Israele. Lo voleva la gente, lo volevano i discepoli e se lo aspettava anche il popolo.
Gesù sapeva molto bene come le folle erano pronte a mettersi a disposizione di questo Messia guerriero. E quando entrò in Gerusalemme tutti acclamarono: “Osanna al figlio di Davide” (21,9). Tutti volevano un re di forza, ma nessuno volle un re di pace (27,22: “Sia crocifisso”). Gesù dovette deludere le aspettative del popolo e di molta gente: Lui non era come loro volevano. Il deserto è duro, difficile, impegnativo per questo: ti mette di fronte a quello che sei davvero. Gesù conosce il pericolo: seguire quello che tutti aspettano o seguire ciò che è riposto nel proprio cuore?
Nel deserto non c’è niente e nessuno, allora emergono le grandi domande: “Cosa voglio dalla mia vita? Cosa sono disposto a rischiare? Quanto? A che livello voglio vivere? Quali sono le paure che mi frenano? Quali sono le bugie che mi racconto? Mi va di ascoltare le voci che ho dentro?”.
Perché si può sfuggire a tutti, ma non a se stessi. Perché la si può raccontare a tutti ma non a se stessi.
Un uomo affermato, di cinquant’anni, ha deciso di partire volontario per l’Africa. Vuole andare ad aiutare quei bimbi. C’è già stato sei mesi anni fa e adesso lo vuole fare per sempre. I suoi amici gli dicono: “Ma hai tutto qui, perché vuoi andare a faticare e a soffrire là?”. I suoi genitori anziani: “E non pensi a noi?”. Gli operai della sua azienda: “Noi ci fidiamo di lei, non ci lasci soli qui”. Si è preso del tempo di deserto e adesso ha deciso: “Non ascolterò nessuno se non che me (se non che Lui). Io parto”. Il deserto è il tempo dove si cerca la profondità di sé, l’essenza di sé. E bisogna aver il coraggio di entrarvi!

Le tre tentazioni non sono inviti a fare delle cose peccaminose, ma delle seduzioni molto fini. Sono molto attuali perché ogni uomo che ha potere le conosce, le accetta e largamente le usa.

La prima: “Usa a tuo vantaggio le tue capacità”. “Dì che questi sassi diventino pane” (4,3).
Il diavolo sa che Gesù è Figlio di Dio, non mette in dubbio la figliolanza. Gli suggerisce i vantaggi che ne possono derivare.
La Sap 2,18 dice: “Se il giusto è figlio di Dio, egli (Dio) l’assisterà”. Siamo d’accordo tutti, no? Mosè, che era semplicemente un servo di Dio, aveva fatto piovere la manna dal cielo. Se Gesù è Figlio di Dio (e lo è, e satana lo sa!), cosa non può fare! Gesù davvero può trasformare i sassi in pane. Ma non lo fa’, anche se lo può.
Un uomo da tanti anni è sindaco del suo paese: conosce tutte le persone del luogo. Non ha bisogno di fare la fila dal dottore perché è il dottore cha va a casa da lui. Se ha bisogno di andare in banca basta una chiamata e il direttore della banca immediatamente lo richiama. I negozianti lo riempiono di regali, doni, offerte, perché tutti hanno ottenuto (o sperano) favori da lui. D’altronde se si può…!
Un uomo ha le conoscenze giuste per cui ogni volta che una casa viene pignorata o svenduta lui lo sa. Le acquista e le rivende, guadagnando fortune: “Ma io non faccio niente di male!”.
Un uomo che lavora in banca, siccome è un’abile comunicatore, riesce a propinare ai suoi clienti ogni tipo di azione, anche quelle spazzatura.
Qui il diavolo chiede a Gesù di fare una cosa che Gesù davvero farà nella moltiplicazione dei pani (14,20). Ma dov’è la differenza? Qui la capacità (dono di “fare pane”) sarebbe utilizzata solo per sé (dimostrati chi sei, il potere che hai), lì invece è utilizzata per il bene di tutti (“tutti mangiarono e furono saziati e furono portati via dodici ceste piene di pezzi avanzati” (14,20)).
Per il vangelo una capacità utilizzata solo per sé è demoniaca; utilizzata per tutti è un miracolo.

La seconda: “Cerca l’approvazione, fa ciò che la gente si aspetta”. “Gettati giù dal pinnacolo del tempio e gli angeli ti sorreggeranno” (4,6).
Tra le varie tradizioni concernenti il Messia, c’era l’attesa di una spettacolare manifestazione proprio nel tempio di Gerusalemme. Il pinnacolo è il punto più alto, più in vista: se Gesù fa qualcosa di spettacolare da lì, tutti lo vedranno. La gente non si aspettava altro che un Messia così.
Se Gesù fosse diventato il Messia che tutti si aspettavano, non sarebbe mai stato il Figlio di Dio che conosciamo.
Il discepolo disse al maestro: “Nessuno mi ama e mi ascolta, maestro”. “Vuoi essere amato e ascoltato?”. “Sì, maestro”. “Allora devi dire alla gente quello che vuole sentirsi dire e ti acclameranno”.
Sii come tutti ti vogliono: avrai l’approvazione… ma perderai te stesso. Fai le leggi che la gente vuole: otterrai voti e consenso… ma zittirai la tua coscienza. Cerca l’approvazione dei tuoi superiori: non avrai problemi… ma avrai perso la tua libertà. Compiaci i tuoi genitori: ti accetteranno… ma tu rimarrai bambino.
Cercare l’approvazione degli altri, per il vangelo, è demoniaco perché si tratta di rinunciare alla propria missione e alla propria strada.

La terza: “Sottomettiti e fai quello che ti dicono”. “Ti darò tutto questo se prostrandoti mi adorerai” (4,9).
Perché il diavolo lo porta su di un monte altissimo? Perché il monte è la residenza degli dei e salire sul monte altissimo significa accedere alla condizione divina, la somma aspirazione per ogni potente (Ez 28,14.16). E’ la massima aspirazione per un uomo di quel tempo e di ogni tempo: essere Dio, potere tutto. Il diavolo in fondo gli chiede una piccola, piccola cosa: avrà tutto se fa quello che lui gli dice. Cosa gli costa?
Tutti fanno così, tutti si comportano così, fallo anche tu, perché vuoi essere diverso? Tutti proclamano certi valori ma non li vivono, fai anche tu così! “Il mondo va così; non ci si può far niente; siamo dentro ad un sistema”: accetta (=sottomettiti) questo! Dall’alto ti hanno detto di fare così: tu fallo e non farti domande!
Molte delle banche e delle poste sono diventate delle vere e proprie aziende: devono produrre utili. C’è un budget da raggiungere: se lo raggiungi ti danno il premio (=hai fatto quello che noi volevamo)… e bisogna raggiungerlo! Come? Spesso non è molto importante. Ti dicono di fare una cosa: tu la fai e basta. Ma se tutti fanno così, che accadrà? Se tutti obbediscono ed eseguono, che accadrà?
A Norimberga i criminali nazisti dissero: “Perché ci condannate? Noi dobbiamo essere premiati. Siamo ottimi soldati che hanno semplicemente obbedito e fatto il loro dovere”. Ed era vero, che avevano obbedito. “Ma l’obbedienza”, diceva don Lorenzo Milani, “non giustifica più”.

Un giorno le foglie di un grande albero si ribellarono. La foglia capo, leader e ideologa, aveva teorizzato la ribellione, deciso e trovato come si poteva fare anche senza l’albero. Ingegnosamente la foglia-leader ideò un sistema per cui le foglie, quando faceva bel tempo si chiudevano e quando pioveva si aprivano per ricevere l’acqua. In effetti, così non avevano più bisogno dell’acqua e della linfa dell’albero perché se la procuravano da sole. Tutte le foglie aderirono alla proposta e si ribellarono. Il problema fu che morendo l’albero, visto che era rimasto “senza” foglie, morirono anche loro.
La foglia leader morì perché si ritenne Dio, onnipotente, capace di bastare a se stessa.
Ma le altre foglie morirono perché obbedirono ciecamente, senza pensare.

Pensiero della Settimana

Un cieco aveva imparato ad andare in bicicletta. Aveva calcolato esattamente le distanze, riconosceva i suoni e gli odori, aveva un navigatore che gli diceva esattamente cosa fare e andava perfino al lavoro in bicicletta. Il suo orgoglio era “al massimo”; diceva alle persone: “Io, di sera, non accendo neppure la luce della mia bici, tanto io non ci vedo!”, ed era vero che a lui non serviva…
ma agli altri sì.
Morì una sera d’inverno, travolto da un auto che non lo vide!

 

Omelia (13-03-2011)
don Luca Orlando Russo
«Vattene, satana!» 

Il vangelo di questa prima domenica di quaresima riassume due temi che la prima e la seconda lettura presentano in maniera separata: la fragilità dell’uomo, occasionata dall’improvvisa apparizione sullo scenario dell’Eden di un suo misterioso quanto infido consigliere, e la forza del nuovo Adamo che respinge, senza compromessi, la tentazione.
L’evangelista Matteo inserisce anche questo episodio nella cornice dell’Esodo richiamando alla memoria dei suoi ascoltatori le vicende del popolo che, nel suo camminare verso la terra promessa, più volte cade sotto la tentazione. Gesù, nella rilettura del primo evangelista, spinto nel deserto dallo Spirito, resiste alla tentazione, uscendone vittorioso. Le armi che adotta sono quelle della Parola di Dio, della fede e della verità. Nella tre tentazioni, infatti, Gesù ricorda che prima del pane c’è la parola di Dio, che la fede è obbedienza e non uno strumento per ricattare Dio e, infine, che solo Dio è l’Assoluto a cui si deve la nostra adorazione.
L’episodio dei quaranta giorni trascorsi nel deserto sotto il fuoco dell’Avversario che, profittando della fragilità della condizione umana, tenta di mettere l’uomo contro Dio è un monito molto forte, in questo tempo di quaresima, per non dimenticare che la nostra vita è continuamente insidiata dal male. A volte anche certa teologia vorrebbe dimenticare o ridicolizzare l’incidenza che il male ha sulle nostre scelte personali e sociali. Ci sono vere e proprie strutture di peccato che continuano a minare la nostra libertà, a condizionarla in funzione della morte, allontanandoci da ciò che può realizzare la nostra vita.
Non va mai dimenticato che la lontananza da Dio è pericolosa e che questa nostra esistenza potrebbe anche concludersi con la scelta definitiva di trovarci contro Dio. L’inferno resta una tragica possibilità a cui si candida chi ogni giorno rifiuta sistematicamente l’amore per scegliere di privilegiare il pane dimenticandosi della parola di Dio o di strumentalizzare la fede o, infine, di vendere la propria anima al diavolo.
Gesù, respingendo Satana, ha rifiutato la tentazione di un messianismo popolare, tutto proiettato verso un’era di prodigi strepitosi e di miracoli portatori di una grande abbondanza di beni materiali (Mt 14,14), ha categoricamente ricusato un’interpretazione della Scrittura intellettuale e distante dalla fede e ha, da ultimo, tracciato un cammino per il Messia che si concluderà con una sconfitta agli occhi degli uomini. Il Messianismo che Gesù fa suo è quello di chi, con ferma decisione, riafferma la superiorità dell’amore sulla logica della ricchezza, del potere e dell’autosufficienza. La strada è tracciata ora si può iniziare!
Buona domenica e buona settimana!

 

Omelia (13-03-2011)
don Roberto Rossi
Il combattimento vittorioso 

La prima domenica dell’itinerario quaresimale evidenzia la nostra condizione dell’uomo su questa terra. Il combattimento vittorioso contro le tentazioni, che dà inizio alla missione di Gesù, è un invito a prendere consapevolezza della propria fragilità per accogliere la Grazia che libera dal peccato e infonde nuova forza in Cristo, via, verità e vita. E’ un deciso richiamo a ricordare come la fede cristiana implichi, sull’esempio di Gesù e in unione con Lui, una lotta “contro i dominatori di questo mondo tenebroso” (Ef. 6,12), nel quale il diavolo è all’opera e non si stanca, neppure oggi, di tentare l’uomo che vuole avvicinarsi al Signore: Cristo ne esce vittorioso, per aprire anche il nostro cuore alla speranza e guidarci a vincere le seduzioni del male.
Questa prima domenica di Quaresima è sotto il segno della tentazione, del peccato e della fedeltà. Tentazione alla quale la donna e l’uomo – simboli dell’umanità – non sanno far fronte, dimostrando così di fidarsi di più del sospetto avanzato dal serpente che del comando di Dio; peccato al quale tanto la donna quanto l’uomo cedono; fedeltà, quale logica che ha guidato tutta la vicenda di Gesù: fedeltà al Padre e fedeltà agli uomini. Una fedeltà che anche e soprattutto per Lui passa dentro la tentazione.
Gesù viene presentato come il nuovo Adamo che, contrariamente al primo, resiste alla tentazione. Ma egli è anche il rappresentante del nuovo Israele che, contrariamente al popolo di Dio durante la traversata del deserto che durò quarant’anni, rimette radicalmente la sua vita nelle mani di Dio – mentre il popolo regolarmente rifiutava di essere condotto da Dio In ognuno dei tre tentativi di seduzione, si tratta della fiducia in Dio. Si dice, nel Deuteronomio (Dt. 6,4): “Ascolta, Israele: Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze”. Significa esigere che Dio sia il solo ad essere amato da Israele, il solo di cui fidarsi. Ciò significa anche rinunciare alla propria potenza, a “diventare come Dio” (Gen. 3,5) A tre riprese, Satana tenta Gesù a servirsi del suo potere: della sua facoltà di fare miracoli, della potenza della sua fede che pretenderebbe obbligare Dio, della dominazione del mondo sottomettendosi a Satana e al suo governo di violenza. Gesù resiste perché Dio è nel cuore della sua esistenza, perché egli vive grazie alla sua parola, perché egli ha talmente fiducia in lui che non vuole attentare alla sua sovranità né alla sua libertà, perché egli sa di essere impegnato esclusivamente a servirlo.
Quali le tentazioni del maligno? Quali le risposte di Gesù e il suo insegnamento per noi? Prima tentazione: il demonio propone di cambiare le pietre in pani. Egli parte dal presupposto che una volta assicurato il pane, tutto è assicurato. Esattamente come pensa tanta gente. E’ la mentalità materialistica secondo la quale, se ci riempie lo stomaco, ” tutto l’uomo” è sazio. Ma è un inganno, uno stravolgimento. Purtroppo è la mentalità diffusa, è la visione di vita attorno alla quale si muove la società moderna.
Cristo risponde: “Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio “. Con questa risposta Cristo ci hai ricordato che lo scopo della vita non possono essere i soldi e il benessere; ci ha ricordato che i figli non si educano moltiplicando le soddisfazioni e i divertimenti, ma andando alla radice dell’inquietudine umana. Ci ha ricordato che saremo sempre stanchi, scontenti e agitati fino a quando non avremo trovato l’Infinito. Quando manca la gioia, dipende solo dal fatto che abbiamo scacciato Dio. Seconda tentazione: “Allora il diavolo lo condusse sul pinnacolo del tempio e gli disse: se sei Figlio di Dio, gettati giù, perché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo di sorreggerti.” E’ la tentazione della fretta, dell’impazienza che ama risultati spettacolari, grandiosi, immediati; è la tentazione di chi vorrebbe risolvere i problemi senza soffrire e cambiare il mondo senza fatica. La fretta non è la strada del bene. Per questo un giorno Gesù dirà: “Il regno dei cieli assomiglia ad un granellino di senapa, il più piccolo dei semi.” ( Mt 13,31). La fretta è una tentazione anche per noi: noi vorremmo che il mondo cambiasse in pochi giorni; che il nostro lavoro avesse risultati subito; che i nostri sacrifici producessero frutti immediati. Invece bisogna attendere! E l’attesa richiede pazienza, sacrificio, fede. E’ la strada del piccolo seme! Terza tentazione. E’ la proposta del potere come primo valore della vita: un valore messo prima anche da Dio! E’ una tentazione assurda, ma l’orgoglio umano si muove spesso nell’assurdo. In ogni modo questa tentazione è l’ultimo tentativo del demonio, è l’arma più sottile che egli possiede. Non meraviglia la sua proposta: “Tutte queste cose io ti darò se, prostrandoti, mi adorerai””. A volte per orgoglio si sacrificano le cose più care.
La risposta di Gesù è immediata e anche sdegnata: “Vattene, satana! Sta scritto: “Adora il Signore Dio tuo e a Lui solo rendi culto”. Dio non è un padrone, ma è un Padre; pertanto adorando Dio non si diventa servi, ma figli.
Un giorno Cristo si inginocchierà, ma per lavare i piedi nell’umile atteggiamento del servo. Al maligno e a tutti noi, nelle nostre tentazioni, con questo gesto Cristo ricorda che la grandezza, davanti a Dio, si misura soltanto in termini di amore, di dono e di servizio!

 

Omelia (13-03-2011)
don Giovanni Berti
Qual è il mio prezzo? 

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Inizia con la fame… poi ci prova con la religione…. e infine con la ricchezza.
Ecco il metodo che segue il diavolo per tentare Gesù nel deserto.
E’ un crescendo di seduzione, e Gesù fin dall’inizio del suo cammino di Messia, è messo duramente alla prova. Lui stesso in fondo si è messo alla prova scendendo nel deserto per 40 giorni. Sembra che voglia condividere con noi tutto, non solo la carne, ma anche la fatica di portare in fondo le scelte e la difficoltà di esser coerenti. In fondo è qui la vera fatica dell’uomo nella vita.
Gesù nel deserto è come noi, con noi, dentro la stessa dinamica di avere un progetto di vita ed esser sempre messi nella condizione di abbandonare.
Nel deserto Gesù alla fine prenderà la decisione di arrivare fino in fondo alla sua missione, conoscendo bene il prezzo e le prove a cui andrà continuamente incontro.
Ecco allora che fin da subito, come fosse una sorta di anticipazione di tutto quello che avverrà nel cammino di tre anni che lo separano dalla croce, che il diavolo appare sulla scena e si dà da fare per portare fuori strada Gesù. Lo mette di fronte alla continua scelta tra l’obbedienza a Dio e l’obbedienza al contrario di Dio.
E il diavolo si domanda: cosa può portare fuori strada Gesù? Con quale tentazione riuscirà a farlo cedere e rinnegare così la sua missione? In altri termini: quale è il prezzo di Gesù per poter comprare il suo tradimento verso Dio Padre e della sua missione?

Ci prova a “comprarlo” con la fame e i bisogni primari. Gesù dopo 40 giorni è stanco e affamato. E’ dunque facile che possa cedere per un meritato pezzo di pane. In fondo come uomo ha diritto a mangiare!
Ci siamo anche noi li, con i nostri bisogni e necessità quotidiane. Spesso pensiamo (siamo tentati di pensare) che siamo fatti per mangiare e bere e stare bene fisicamente. E’ forte la tentazione di costruire il nostro sistema di valori a partire da questo. Sembra che “è bene ciò che mi fa bene fisicamente…”.
“Non di solo pane vive l’uomo”, risponde Gesù per se stesso e anche per noi. E in fondo, se ci pensiamo bene è proprio vero che non siamo fatti solo mangiare e bere, ma abbiamo dentro fame di bene, di felicità e, se ci ascoltiamo nel profondo, anche fame di Dio!

Il diavolo allora alza il prezzo e prova a comprare Gesù con la religione. Usa le parole di Dio svuotandole di senso e le gira al proprio fine. Tentazione molto forte da sempre tra gli uomini quella di usare Dio e le parole della religione per i propri fini che con Dio c’entrano poco! La storia è piena di questo uso falso delle scritture e delle tradizioni religiose. In nome di Dio si sono fatte guerre e si sono commesse ingiustizie enormi. E tutto questo, con piena gioia del diavolo, ha prodotto un grande allontanamento di generazioni di uomini dalla fede!
Ma anche qui Gesù resiste e si propone lui stesso come modello di vera obbedienza a Dio, e tutta la sua missione avrà come obiettivo di mostrare il vero volto di Dio contro tutte le falsità che in nome suo vengono fatte.

E ancora, per la terza volta, il diavolo alza ancora il prezzo. Non c’è riuscito con la fame e con la religione, allora usa la seduzione più forte: la ricchezza.
Il Tentatore sa bene che tutti hanno un prezzo, basta solo fare l’offerta adeguata. Questo dialogo nel deserto sembra quasi una contrattazione da mercato arabo, dove chi vuole vendere e chi compra gioca a tirare fuori il prezzo più conveniente…
Il diavolo fa la sua offerta e porta Gesù sopra un monte altissimo e gli mostra tutti i regni del mondo e la loro gloria, e gli dice “Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai…”. La ricchezza e il potere sono il prezzo giusto e comprano chiunque, anche Dio!
Non è forse questo quello che in fondo in fondo pensiamo anche noi oggi?
Mi ha fatto davvero pensare un’intervista fatta allo psichiatra Vittorino Andreoli riguardo un suo libro dal titolo “il denaro in testa”. Nell’intervista, che sintetizza le tesi del libro, Andreoli afferma che oggi il denaro è al centro dei pensieri dell’uomo. Il denaro è il motore di ogni decisione umana. Non la cultura o la religione, ma quanto posso controllare con il denaro, è quello che sta alla base dei valori della società.
E nell’uomo si è radicata la convinzione che in fondo “tutto ha un prezzo”, e che basta solo trovare quello giusto per poter cambiare opinioni, cambiare strada e scelte di vita.

” Tutto si può fare a seconda del denaro che si ha e quindi in rapporto solo alla quantità di denaro che si può usare per cambiare comportamenti, per corrompere, appunto, l’etica. Questa è la cosiddetta etica della quantità. Ci sono persone che rifiutano certi comportamenti, quindi resistono a certi livelli di corruzione ma se si alza il prezzo finiscono per modificare anch’essi il costume, perdere la coerenza. Quindi questa è una società che è guidata esclusivamente dal denaro”

Quale è il mio prezzo? Sono davvero convinto che nulla può portarmi fuori strada dalle scelte di valore che ho fatto e dai principi che mi guidano? La fede che professo è immune dalla tentazione del possedere e della ricchezza?
E’ consolante sapere che anche Gesù ci è passato da questa strada stretta, e che anche lui è stato messo alla prova del prezzo giusto.
Lui è rimasto fedele e quindi a lui ci affidiamo nelle continue prove che alle quali la nostra vita è sottoposta.
Il Tentatore è stato già sconfitto da Gesù per noi e con noi.

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Omelia (13-03-2011)
don Alberto Brignoli
Ritrovare l’alito di vita 

“Dio creò l’uomo, soffiò in lui un alito di vita, ed egli divenne un essere vivente”, l’uomo vivente, l’uomo fatto a sua immagine e somiglianza, l’uomo fatto di terra per la sua Gloria. Nell’uomo, così come nella Creazione intera, soffia continuamente questo alito di vita, e rende tutto più buono, più bello, più giusto, più simile a Dio.
Ma come in ogni movimento respiratorio, anche nel Creato c’è un soffio che inspira, che da aria, e un altro soffio che espira, che emette aria. E se l’inspirazione fa pensare alle cose “ispirate”, alle cose “dello Spirito”, alle cose di Dio, l’espirazione, l’emissione di aria, ciò che la Creazione e in particolare l’uomo fatto di terra “buttano fuori” da dentro loro stessi, vedendo i risultati ottenuti nella storia dell’umanità, non fa certo ben sperare.
E così, mentre Dio inspira e immette in noi e nel Creato un alito di vita per il Bene, da noi (spesso anche abusando del nome del Creato) viene fuori un soffio di morte frutto del Male, che in noi prevale fin dal giorno in cui “la più astuta tra tutte le bestie” (e chi, se non noi stessi?) ci mise in testa che avremmo potuto “respirare” da soli, perché – a sua detta – “avremmo conosciuto il Bene e il Male”, proprio come Dio.
Da allora, poveri noi, “ci si sono aperti gli occhi”, e per ogni alito di vita ci siamo subito procurati un soffio di morte. La storia, anche quella presente, ne è testimone.
Per l’alito di vita del popolo libico che anela libertà da oltre 50 anni, c’è un soffio di morte che esce dalla bocca del suo tiranno, il cui intento è sollevare venti di guerra per rispondere agli interessi di chi, come lui, dalla guerra saprà trarre comunque grandi benefici economici, come sempre alle spalle e sulle ossa dei più poveri.
Per l’alito di vita che presto – ce lo auguriamo – la primavera porterà con sé, c’è un soffio di morte che ha spazzato via la pienezza della vita di Yara, uccisa da chi non avrà mai più la facoltà di sentirsi e di definirsi persona; c’è un soffio di morte che ha avvolto in un turbine di gelo l’innocente vita di Daniel, ucciso dall’infondato e insopportabile timore di aver fatto del male ad altri; c’è un soffio di morte che ha stroncato la vita di una ventenne di Cesena, uccisa dalla follia di un amore finito che si ritiene valere di più del motivo stesso per cui è nato.
Per l’alito di vita che la fertilissima campagna argentina, qui a Mendoza, ha dentro di sé producendo in abbondanza ogni ben di Dio, c’è un soffio di morte che impedisce a centinaia di braccianti agricoli – soprattutto boliviani – di avere regolari documenti di soggiorno e di lavoro, una casa che non sia come un recinto di maiali, e la possibilità di pensare a un futuro di vita per i propri figli.
Perché mai – certo, giustamente – esigiamo da Dio che ci ispiri di continuo un alito di vita, e poi invece restituiamo a lui e al mondo intero svogliate e infastidite sbuffate di morte? Perché al bene ricevuto non corrisponde un bene trasmesso? Chi ci ha fatto saltare un “passaggio” di questo meccanismo? Perché, e da quando, il male ha ingrippato gli ingranaggi della nostra esistenza? In definitiva, se siamo “bene”, da dove viene il male?
Ardua impresa è capire da chi, come e da quando: di certo – e Genesi ce lo insegna – da quasi subito è così. Serpenti o meno, tentatori o no, poco importa: da che mondo è mondo, bene e male, morte e vita, lottano in un prodigioso duello. È ancora troppo presto, all’inizio della Quaresima, per dire che il Signore della vita era morto ma ora vivo trionfa: prima, bisogna passare attraverso la Passione, quella stessa che Dio ha per l’uomo.
Ancor prima, bisogna ritornare nel deserto, spinti dallo Spirito, per ritrovare la genuinità della nostra relazione con Dio. Per ritornare a respirare un alito di vita.
Ma anche nel deserto – maledizione! – c’è uno spirito avversario, un satana che soffia in maniera inversa rispetto alle ispirazioni di Dio. Ed è astuto, come il serpente: fa apparire come alito di vita, ovvero come soffio di Dio, ciò che in realtà è vento di morte, espirato, buttato fuori dal nostro desiderio di essere come Dio, e quindi di poter fare a meno di lui.
Per cui, grande è l’alito di vita nell’opera dell’uomo quando riesce a produrre “pane dalle pietre”, quando da un terreno roccioso, inospitale, arido e improduttivo è capace di far produrre alimento e vita per se stesso e per i suoi simili. Ma quando egli si sente talmente padrone della terra e del Creato al punto da volerli dominare come e ancor più di Dio, ciò che ne esce, ciò che “butta fuori” è un pianeta distrutto dalla contaminazione, dallo sfruttamento e dagli sconvolgimenti atmosferici che ne sono la conseguenza. Da custode del creato ne diviene tiranno, perché ha messo davanti ad ogni suo progetto la fame di dominio e di denaro, e non ha dato ascolto alla Voce, alla “Parola che esce dalla bocca di Dio”, che sa bene come deve essere amministrata e gestita la terra.
Grande è l’alito di vita nell’opera dell’uomo quando – sfidando le leggi della scienza, della fisica, del calcolo e della matematica – lancia se stesso e le sue opere alla conquista dello spazio, di altri mondi, di altri pianeti, chissà un giorno anche di altre culture, per trovare forme nuove di vita, per avere un confronto con se stesso e con i propri limiti, per conoscere ancor di più il cosmo che lo circonda. Ma quando questo diventa la sfida al Dio che abita i cieli, quando questo pretende diventare una prova scientifica della sua esistenza, quando questo lo vuole scalzare nella ri-creazione della Creazione, il progresso fa un passo indietro, perché mette Dio in secondo piano, al servizio dell’uomo, messo lì solo come una rete di protezione per evitare che i crolli degli insuccessi gli possano fare del male; eppure Dio è molto di più che il salvagente dei nostri naufragi.
Grande è l’alito di vita nell’opera dell’uomo quando costruisce case, scuole, ospedali, edifici, templi e palazzi, e li organizza in paesi e città, li governa come regni e stati, e amministra la giustizia in nome e per il bene di tutti. Ma il soffio di morte torna a farsi presente quando la sua sete di potere e la sua mania di onnipotenza lo portano in cima, “su una montagna molto alta” da cui può dominare tutto, e per la brama di possedere tutto accetta qualsiasi cosa, anche di vendere l’anima al demonio, che promette a lui di ricostituirlo Signore del Creato dopo che già una volta, nell’Eden, gli aveva creduto ed era andata a finire male.
In tutto questo non ci può essere un alito di vita. C’è solo il violento e rigido soffio del vento della morte, che spazza via l’innocenza del pudore e ti porta a cercare, in qualche modo, di coprire la vergogna di essere rimasto nudo di fronte a Dio e a te stesso.
Allora ricomincia la lotta quotidiana di saper ritrovare noi stessi e l’alito di vita che Dio ha ispirato in noi sin dalla Creazione.
È la lotta che il deserto di questi quaranta giorni simboleggia in maniera inequivocabile ed esaltante. È la lotta quotidiana che in Quaresima ci offre un accesso gratuito alla palestra dello Spirito.
A Pasqua torneremo a respirare questo alito di vita, ma occorre allenarsi: il cammino è appena iniziato.

 

Omelia (13-03-2011)
don Luigi Trapelli
Liberi da ogni tentazione 

Abbiamo da poco iniziato il periodo forte della quaresima con la celebrazione delle Ceneri mercoledi’ scorso.
Con questa prima domenica, entriamo nel vivo di questa esperienza.

Dopo aver ricevuto il battesimo, Gesù viene spinto dallo Spirito nel deserto.
Sembra che sia Dio stesso a volere la tentazione di Gesù, prima di affrontare il suo ministero.

E’ il periodo della prova, i quaranta giorni nei quali vive varie tentazioni.

In particolare Satana, l’avversario di Dio, lo tenta su tre esperienze tipiche di ogni persona.

A ) In primo luogo, invita Gesù a compiere un miracolo: trasformare le pietre in pane.
E’ la tentazione dell’uomo economico, che punta a possedere i soldi, il conto in banca e da lì giudica la realtà.
Ma è anche la tentazione miracolistica, per cui davanti alle fatiche della vita, si spera che qualcuno, con una bacchetta magica, risolva tutti i problemi.

B) La seconda tentazione, più subdola, riguarda l’uomo religioso, ossia il modo di intendere la fede.

Noi diciamo che è importante pregare, però non basta solo pregare, ma conta il modo, lo stile della preghiera.
Da come mi rapporto con Dio, scaturisce il mio modo di vivere il cristianesimo.

Potrei pregare solo perché devo placare l’ira di Dio o perché vorrei che mi facesse dei miracoli, salvo poi dimenticarmene quando mi capita qualcosa di grave.

Il rischio è di mettere Dio sotto la mia tutela, a mia immagine, per cui non lascio che Lui agisca liberamente in me.

E’ una tentazione subdola ma, purtroppo, nel mondo di oggi è fortemente presente.

C) Infine l’ultima tentazione riguarda il tema del potere: “Ti darò tutti questi regni, se ti prostrerai a me”.

E’ la prospettiva di chi deve strisciare per avere il potere.
E’ il cavalcare chi sta vincendo in quel momento.
E’ la logica politica di sempre e che tante persone mettono in atto.

Noi siamo chiamati a delle scelte che consistono nel dire di sì o di no alle proposte che la vita ci presenta.

Tutte e tre sono tentazioni molto presenti e siamo invitati a operare scelte controcorrente e coraggiose.

Le tentazioni di Gesù sono quelle che ogni persona porta con sé per tutta la vita.
In fondo, dovremmo ogni volta confessare questi peccati, perché tutti noi abbiamo vissuto tali dimensioni.
La tentazione economica, quella religiosa e quella del potere.
Per vincere e superare queste tentazioni, che molte volte sono subdole, è necessario vivere una libertà vera.

E’ smettere di pensare che nella società basti apparire.
O che la vita sia un continuo soddisfare i bisogni.
O che sia sufficiente avere un briciolo di potere per mettere sotto gli altri.
Gli altri diventano piedistallo del nostro io.

E’ la libertà del perdere, del mettersi all’ultimo posto, del contare per quello che sei, è servire senza alcuna ricompensa.
E’ vivere la logica della gratuità e del perdono, dando importanza ai piccoli particolari che, soli, rendono grande una persona.
Per questo la Chiesa ci invita da sempre a vivere quelle tre dimensioni che uniche vincono le tre tentazioni.
Il digiuno, la carità, la preghiera.

Signore, aiutaci in questo tempo di quaresima a convertirci a Te, alla Tua Parola, quali discepoli di Gesù, cresciuti alla scuola del Santo Vangelo.

 

padre Ermes Ronchi
Le tentazioni di Cristo sono anche le nostre 

Il racconto delle tentazioni ci chiama al lavoro mai finito di mettere ordine nelle nostre scelte, a sce­gliere come vivere Le tentazioni di Gesù sono an­che le nostre: investono l’intero mondo delle rela­zioni quotidiane. La prima tentazione concerne il rapporto con noi stessi e con le cose (l’illusione che i beni riempiano la vita). La seconda è una sfida a­perta alla nostra relazione con Dio (un Dio magico a nostro servizio). La terza infine riguarda la relazione con gli altri (la fame di potere, l’amore per la forza).

Dì che queste pietre diventino pane! Il pane è un be­ne, un valore indubitabile, ma Gesù risponde gio­cando al rialzo, offrendo più vita: «Non di solo pa­ne vivrà l’uomo». Il pane è buono ma più buona è la parola di Dio, il pane dà vita ma più vita viene dalla bocca di Dio. Accende in noi una fame di cie­lo:

L’uomo vive di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Parola di Dio è il Vangelo, ma anche l’intero creato. Se l’uomo vive di ciò che viene da Dio, io vi­vo della luce, del cosmo, ma anche di te: fratello, a­mico, amore, che sei parola pronunciata dalla boc­ca di Dio per me.

La seconda tentazione è una sfida aperta a Dio. «But­tati e credi in un miracolo». Quello che sembrerebbe il più alto atto di fede – gettati con fiducia! – ne è, in­vece, la caricatura, pura ricerca del proprio vantag­gio. Gesù ci mette in guardia dal volere un Dio ma­gico a nostra disposizione, dal cercare non Dio ma i suoi benefici, non il Donatore ma i suoi doni.

«Non tentare il Signore»: io so che sarà con me, ma come lui vorrà, non come io vorrei. Forse non mi darà tutto ciò che chiedo, eppure avrò tutto ciò che mi serve, tutto ciò di cui ho bisogno.

Nella terza tentazione il diavolo alza ancora la posta: adorami e ti darò tutto il potere del mondo. Il diavo­lo fa un mercato, esattamente il contrario di Dio, che non fa mai mercato dei suoi doni.

È come se dicesse: Gesù, vuoi cambiare il corso del­la storia con la croce? non funzionerà. Il mondo è già tutto una selva di croci. Cosa se ne fa di un crocifis­so in più? Il mondo ha dei problemi, tu devi risol­verli. Prendi il potere, occupa i posti chiave, cambia le leggi. Così risolverai i problemi: con rapporti di for­za e d’inganno, non con l’amore.

«Ed ecco angeli si avvicinarono e lo servivano». Avvi­cinarsi e servire, verbi da angeli. Se in questa Quare­sima ognuno di noi volesse avvicinarsi e prendersi cu­ra di una persona che ha bisogno, perché malata o sola o povera, regalando un po’ di tempo e un po’ di cuore, allora per lei sarebbe come se si avvicinasse un angelo, come se fiorissero angeli nel nostro de­serto.

 

padre Mimmo Castiglione
Il fascino della seduzione! 

Gridavano, quando hai smesso di parlare.
Sordo non ho più udito.
T’ho cominciato allora ad ascoltare!
Cieco non percepivo, è vero!
Ora distinguo, ora che chiudo gli occhi, sento.
Odo quando s’agita il vento.
Colgo quanto si sposta.
Ne avverto il movimento.

Passa l’inverno.
Attendo l’equinozio, la luna piena.
Ho preservato un po’ di terra,
spalando neve che copriva.
Ho custodito la fossa,
liberando ciò che il ghiaccio imprigionava.
Rincasa il vero che non s’è smarrito.
Ritorna il verde che non s’è bruciato!

Dopo essere stato al Giordano dal Battista,
e ricevuto la consacrazione battesimale,
prima di dare inizio al suo ministero pubblico,
Gesù viene condotto dallo Spirito, dalla Guida nel deserto.

Preghiera e digiuno gli permetteranno di riconoscere i rischi
che attenteranno sempre il suo mandato: le tentazioni,
le stesse che inquinano i sentimenti e la volontà,
l’intelletto e la ragione d’ogni uomo.
Non riusciranno a distoglierlo dal portare avanti con mitezza e mansuetudine,
il progetto della propria vita a servizio di Dio e del prossimo.

40 giorni è il tempo necessario per ogni cosa,
è il tempo che ci vuole perché Gesù comprenda!

Al fiume, il Padre immerge il Figlio di Spirito Santo,
in futuro battezzato in croce!
Nell’intermezzo: annunciare ed operare il Regno!

All’acque rigeneratrici il Genitore aveva pronunciato tre parole:
Figlio mio, il Diletto, il mio Compiacimento.
Ora l’Unto risponde con altrettanto tre Scritture.

Sale dalla fossa, dal Giordano alle alture del deserto.
Al Figlio vengono proposte tre cascate:
operare magie chinandosi solo nelle realtà terrene,
fare il saltimbanco e prostrarsi alla Morte!
Tentato di buttarsi giù anche in appresso, e per tre volte.
Scendere dal patibolo, quando sarà il momento!
L’insinuazione? Ancora replica: che non è Figlio.

Guardando dune di sabbia l’Agnello prega ascoltando, medita e contempla.
Dev’essere provato, il Padre permette, per compatire i suoi,
ed alla tentazione sua partecipare.
Lusinghe da accettare e poi respingere, per rendere conto della sua perfezione.
Fiducia costante genera pazienza: virtù dei forti.
Non capitolerà, riconducendoci al giardino: al ventre di Dio!

I tre nominativi della Morte che propone annientamento?

Tentatore, che tenta di farlo cadere sulle pietre
e fargli fare il mago, trasformandole in pane.
Che moltiplicherà comunque dopo, ma con la condivisione!

Diavolo, che divide dal Padre, insinuando il dubbio d’avere prole.

Satana, che accusa, invidioso e maligno, opponendosi al progetto perché Nemico,
mettendo in discussione la parola del Genitore al battesimo al Giordano,
persuadere che è mentitore e non si cura.

S’illude il Menzognero d’ottenere tre cose:
suicidio, prostrazione ed adorazione. Idolatria!
Ed in cambio dare tre cose: la vita, la gloria ed il potere,
ciò che non gli appartiene.

Dicendo che il Padre ha mentito quando l’ha proclamato Figlio,
invita Gesù a gettarsi giù, e dare la vita senza la croce,
e farsi ugualmente manna anticipando i tempi.

Consegnato dal Padre e dallo Spirito,
preso violentemente come sarà in croce,
portato in alto e non su ali d’aquila,
da chi si crede insegnante delle Scritture e disputa,
portato alla città santa alla capitale,
dove si raduneranno un giorno i redenti del Signore,
posto sul pinnacolo del tempio,
il Messia è invitato a ruzzolare,
a precipitare giù dal cornicione,
a strapiombo sulla valle del Cedron,
facendo acrobazie spettacolari,
proprio lì dove l’Inviato doveva cominciare.

Stupida Malvagità! Crede che Gesù è fantasma, immune!
Pensa d’esser professore d’esegesi!
Ma il Figlio è vero uomo, contiene le Scritture, è la Parola,
fedele non accetta e dunque ritorna in basso, senza cadere.

Testardo e smascherato l’Usurpatore ci riprova,
offrendo come a tutti i tiranni il sogno: imperatore, dominare il mondo!
Ricevendo di nuovo l’Atteso lo conduce ancora più in alto
per rendere ancor più distruttiva la caduta con la prostrazione.
Lo pone al monte per l’intronizzazione,
quello che vedrà radunati i popoli per il Signore,
quello della Quarantena, secondo tradizione,
per ammirare l’oasi di Gerico: fertilità e chiarore!
E ritrovarsi col Nemico in comunione!

Miraggio falso e bugiardo.
Proposte allettanti a lui, al Figlio, che tutto già possiede,
che il mondo intero salva senza possedere,
che viene per servire e non spadroneggiare.
Gesù non cade respingendo il Male.
Lo delegittima, per compiere sino alla fine la sua sorte.
Ed esorcizza, cacciando via la Morte!

Il Buio, che sempre nega facendo credere che non esiste,
contrastando il programma battesimale (nostro e del Figlio), và!
Per ritornare al momento opportuno, al tempo prestabilito,
e ripetersi, come fa sempre, perché non sa creare!

Gesù, che simboleggia il vero Israele fedele,
che alla volontà del Padre s’è consegnato,
può cominciare, mangiando intanto il provvidenziale pane,
donato da chi si prende cura,
senza che sia stato necessario alcun miracolo.
Servito dagli angeli, che ritorneranno ancora, dopo, al giardino!

Nel deserto arido e solitario,
luogo del silenzio e dell’ascolto,
della verifica e della purificazione,
spazio dove si sperimenta la fame e la morte, la sete, l’arsura,
Gesù rifiuta la via del successo facile e spettacolare.
Rinnega un messianismo trionfalistico.
Non cede al Tentatore, che mette in dubbio se ha un Padre!
Che vuole eliminare la memoria del battesimo.
Che gli suggerisce di dare pane senza prima morire.
Che gli propone d’iniziare dall’alto del tempio e plauso.
Che gli prospetta un dominio di lunga inferiore a ciò che già gli spetta!
Respingendo la strada del dominio e del prestigio,
Gesù sceglierà il sentiero della fedeltà a Dio.
Servire umilmente in nome dell’amore.
Obiettivo da raggiungere a qualsiasi prezzo.
Anche a costo di soffrire, sacrificando se stesso.

Mi ascolto
Quante volte nella mia vita ho ceduto alle lusinghe del successo e del potere
da raggiungere a qualsiasi prezzo, anche a costo di sacrificare gli altri
all’altare della mia ambizione e del mio desiderio di onnipotenza?!

PREGHIERA

Benedetto Gesù agnello,
per esserti lasciato guidare dallo Spirito alla fiducia totale in Dio.

Benedetto per esserti lasciato tentare nella tua sensibilità ed immaginazione,
perché attraverso il contrasto con le proposte del male,
potessimo scoprire che tipo di messia hai voluto essere.

Benedetto Gesù, che per portare avanti la via dell’amore,
non hai puntato sulla forza, sul potere, sulla politica,
sul consenso e sulla popolarità, sui mezzi umani.

Pietà di me Gesù, sedotto dal culto della mia immagine e dalle apparenze.
Pietà Maestro per tutte quelle volte che ho dato spettacolo di me.
Pietà Signore della mia sete di avere, di potere e di valere.
Pietà per tutte quelle volte che prevedendo la fatica nel percorrere la strada del deserto,
ho preferito la scorciatoia del successo e della spettacolarità,
per far colpo sugli altri ed ottenere così approvazione e risultati immediati.

Addestrami tu o Gesù a rispondere con la tua parola
alla voce seducente del mio bisogno di gloria.

Allena il mio cuore o Maestro,
alla vigilanza ed al discernimento della volontà del Padre,
attraverso le armi della fede e della preghiera.

 

Ileana Mortari – rito romano
Gesù, il nuovo Israele, vince le tentazioni avverse al piano di Dio 

All’inizio della Quaresima la liturgia propone alla nostra meditazione l’episodio in cui Gesù viene tentato nel deserto. Sorgono spontanei alcuni interrogativi. Come mai Gesù è stato tentato? In quanto Figlio di Dio non doveva compiere la sua missione senza esitazioni o dubbi? Qual è la storicità di tale episodio?

Cominciamo dalla terza domanda. Il brano non va letto come un resoconto cronachistico, ma neppure come finzione letteraria. Alla base c’è sicuramente una realtà storica: la permanenza di Gesù nel deserto e il fatto delle tentazioni.

Nella tradizione biblica il deserto rappresentava il luogo della preparazione a una missione divina. Così era stato per Mosè, che vi sperimentò la rivelazione di Jahvè (Esodo 3,1 e ss), così per Elia, che vi ascoltò la parola divina (1° Re 19,18) e così fu per Gesù, che rimase nella solitudine del deserto per quaranta giorni, prima di iniziare il suo ministero pubblico.

Quanto alle tentazioni, possiamo essere certi che Gesù abbia fatto questa esperienza, perché è Lui stesso che dice ai suoi discepoli: “Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove” (Luca 22,28).

Dunque Gesù è stato effettivamente “messo alla prova”, tentato.
Come? Non nel modo narrato da Matteo, che sintetizza tali esperienze dando loro la forma di un drammatico scontro diretto tra Gesù e Satana, su un fondale paesaggistico (il deserto, la città santa, i regni del mondo) di indubbia efficacia, ma nel corso di tutta la sua esistenza terrena, in varie circostanze.

Nel contesto della Scrittura la “prova” è la situazione di difficoltà in cui si trova il credente, quando i valori che lo guidano vengono sottoposti ad una pressione, sono messi in crisi ed egli deve appunto “dare prova” di sé, operare delle scelte che rivelino la sua fedeltà o meno ai valori minacciati.

La prova può avere un esito positivo, come nel caso di Abramo che proprio “nella tentazione fu trovato fedele” (1° Macc.2,52) e per questo è nostro padre nella fede, o negativo, come fu per Israele che invece nel deserto non resse alla “prova”, mormorò contro Mosè e Aronne lamentandosi per la mancanza di cibo (cfr. Esodo 16), tentò Dio a Massa (=prova) e Meriba (=contestazione) e spesso si lasciò trascinare ad adorare divinità straniere (cfr. Deut. 32,15-18).

Ora anche Gesù, il Figlio di Dio, proprio perché realmente ha condiviso in tutto, eccetto il peccato, la nostra condizione umana (cfr. Ebrei 4,15), non si è sottratto a questa esperienza che mette in gioco la libertà e durante il suo ministero si è trovato più volte a dover operare delle scelte, in cui “dar prova” della sua fedeltà o meno al piano di Dio.

Le tre tentazioni che Satana gli pone nel deserto sono in sostanza riconducibili a una: seguire la via di un messianismo terreno, fatto di gesti spettacolari e imperniato sulla conquista del potere e del consenso popolare.

Questo sarebbe stato effettivamente possibile al Figlio di Dio e questo del resto si aspettava il popolo ebraico, sulla scorta di certe interpretazioni delle Scritture: la ripetizione dei miracoli dell’esodo, la comparsa del Messia sul tetto del tempio e un dominio di Israele sui popoli che avrebbe offuscato persino lo splendore del regno di Davide.

Perciò le parole di Satana nel deserto sono così formulate: per dimostrare di essere davvero il Figlio di Dio, Gesù dovrebbe ripetere il miracolo della manna trasformando le pietre in pani, dovrebbe apparire nel tempio come il liberatore finale e aderire al messianismo politico, facendo di Israele un popolo vincitore.

Storicamente Gesù ha incontrato queste tentazioni quando, ad esempio, farisei e sadducei, “per metterlo alla prova”, gli chiedono di mostrare loro un segno dal cielo, quando Pietro tenta di distoglierlo dalla via della croce (Matteo 16), e infine – forma estrema di questa sfida – quando le autorità giudaiche lo scherniscono invitandolo a scendere dalla croce per provare che egli è veramente il “re di Israele” e il “Figlio di Dio” (Matteo 27,43).

Le risposte di Gesù, a Satana nel racconto del deserto e ai suoi interlocutori nella realtà, sono nette e perentorie. Egli respinge come “diabolica” (perché, nel senso etimologico, “separa da Dio”) ogni proposta dettata dal desiderio di successo, prestigio e potenza, e riafferma la sua scelta di una radicale fedeltà a Dio.

Gesù è Messia secondo la via del servizio e della dedizione incondizionata di sé; è il nuovo Israele, che nel deserto, al contrario del popolo ebreo, riesce vincitore sulle tentazioni; è il nuovo Adamo, perché nella comunione con Lui ogni uomo, a differenza del vecchio Adamo, può trovare la forza di affrontare e vincere la prova.

 

don Roberto Seregni
Ritrovare il centro 

Mi commuove trovare nella prima domenica di quaresima il Vangelo delle tentazioni.
Mi commuove sapere che Gesù ha scelto la nostra umanità, solidale fino in fondo alle nostre fragilità, persino nell’esperienza delle tentazioni.
Mi commuove, mi fa bene ricordare che anche Gesù è stato tentato, che anche la vita del Rabbì di Nazareth è stata segnata dalla lotta contro il male. Niente da stupirmi, allora, se anche oggi lotterò contro la tentazione, contro il male che vuole strapparmi dal cuore il desiderio di Dio, che vuole inquinare la Parola e ubriacarmi di aceto facendolo passare per vino buono.
Questa quaresima che si apre davanti a noi ci porta nel deserto, in compagnia di Gesù, per lottare contro le tentazioni, per dire delle parole di autenticità sulla nostra vita.
Condotti dallo Spirito nel deserto lotteremo per quaranta giorni contro le nostre miopie, impareremo a dare nome alle povertà che ci abitano, a riprenderci dalle anestesie che ci rendono insensibili a tutto, ci metteremo in cammino – agili e leggeri – per correre con Maria incontro al Risorto.

In questo cammino sono tre le parole che ci aiutano ad orientarci.

Primo: il digiuno. Digiuno per sentire la fame, per scoprire che non basto a me stesso e che il mio egoismo non può nutrirmi. Digiuno per imparare a dire dei “no” che mi aprono a dei “sì” che allargano il cuore, che mi introducono in nuove relazioni, che mi sottraggono alle mie abitudini pigre e insaziabili. Oltre al digiuno dal cibo – necessario e insostituibile – ci sono molte altri terreni in cui sperimentarsi, ognuno si scelga quello più urgente nel suo cammino spirituale. Mi permetto solo di consigliare un po’ a tutti il digiuno dal pettegolezzo, per imparare a guardare l’altro così come lo guarda Dio.

Secondo: la preghiera. Pregare per trovare uno spazio quotidiano di deserto e riconoscere la nostra totale appartenenza a Dio. Spegnere il cellulare, cercare un po’ di silenzio abitato dallo Spirito e aprire la Bibbia per provare a leggere un Vangelo dall’inizio alla fine o gustare la bellezza dei Salmi. L’importante è non aver fretta, leggere con calma e lasciare che le parole scendano nel cuore.

Terzo: la carità. Carità per ricordarci che la fede deve cambiare anche le nostre mani e i nostri piedi. Carità non significa dare quello che avanza o che non serve più, ma stare attenti ai bisogni dell’altro, condividere i doni che ho ricevuto, non chiudermi nel possesso che ammuffisce le ricchezze del cuore. Di certo non mancano le proposte per vivere esperienze concrete di carità, scegliamone una e rimaniamone fedeli. Ma non dimentichiamoci che la carità più urgente e capace di contagio, è quella della quotidianità, tra le mura domestiche, nella scuola, nel lavoro e pure nel tempo libero…

Coraggio, cari amici! Questi quaranta giorni siano una lotta contro le menzogne e le piccolezze delle nostra vita, un ricentramento della nostra esistenza su ciò che davvero conta e ha valore, un balzo energico e discreto per sfuggire alle sepolcrali e inconsistenti nuove divinità d’Occidente.

Buona cammino di Quaresima
dR
robertoseregni@libero.it

 

Omelia (13-03-2011)
Omelie.org – autori vari
 

COMMENTO ALLE LETTURE
a cura delle Clarisse di Città della Pieve

“Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto”. La Quaresima è il tempo del deserto, ma di un deserto illuminato dallo Spirito. Di un deserto dunque fecondo, non sterile, perché lo Spirito dà la vita (cf. Gv 6,63). Tempo di grazia, allora, perché tempo di rinascita, di vita nuova, di vita vera.
Ma per rinascere bisogna prima accettare di morire. Ecco il motivo del deserto: “per essere tentato dal diavolo”. Per rivivere occorre guardare in faccia la morte, e colui che della morte ha il potere, il diavolo” (cf. Eb 2,14). Ciascuno di noi – in modo più o meno consapevole – si porta dentro un istinto di morte che insidia il cammino e lo rende a volte tortuoso, cupo, pieno di angoscia. Ciascuno di noi da qualche parte dentro di sé è vulnerabile. Il demonio lo sa. E lì affonda il coltello affilato della tentazione.
Questo succede quotidianamente, tutti ne facciamo esperienza. Le “molte cadute” di cui parla Paolo non sono tanto quelle della folla innumerevole che è l’umanità di tutti i tempi, ma le nostre personali “molte cadute”. La Quaresima è il momento in cui guardarle con serietà per affrontarle con coraggio. Il deserto serve a questo: a stare di fronte a noi stessi, per leggere la nostra povertà, sapendo che nel momento in cui siamo soli il diavolo arriverà e… ci aiuterà! Certo, è paradossale, ma ci aiuterà, lui che è costretto dal “più forte di lui” (Lc 11,22) a servire il disegno di Dio per i secoli eterni. Ci aiuterà rivelandoci i confini delle nostre zone d’ombra, delle nostre vulnerabilità.
E’ ciò che succede a Gesù. Il Verbo fatto carne sente la nostra fame: fame di pane, fame di successo, fame di potere. La fame che ci abita, che ci attrae, che ci distrae. Anche questa Gesù assume nel suo infinito amore per l’uomo. E va nel deserto ad affrontarla.
Tutto va bene per quaranta giorni e quaranta notti. Attenzione, dunque, perché è quando tutto va bene che il tentatore si avvicina. Come S. Paolo ci ricorda altrove: “Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere” (1Cor 10,12). Attenzione all’eccessiva confidenza in se stessi, alla sicurezza nelle proprie forze. Il tentatore è in agguato e aspetta proprio il momento in cui siamo così sicuri di noi stessi che non pensiamo di doverci affidare a Dio.
Non così Gesù. Lui, che è Dio, risponde alla triplice tentazione sempre con la Parola, quella che gli è stata insegnata dalla cura paziente di Maria e Giuseppe. Lui, Parola fatta carne, non sceglie di essere Lui Parola che salva, ma si affida alla Parola della Chiesa, alla Parola che gli è stata consegnata. “Sta scritto”. Non dice nulla di nuovo, ripete ciò che sta scritto. Quasi come dire al tentatore: “Già lo sai che hai perso, è già scritto, perché ancora ti ostini?”.
Così è per noi. Non c’è nessuna tentazione per cui non esista già una risposta chiara nella Parola e nella tradizione, che di quella Parola si è fatta custode e interprete nei secoli. Tutto è già scritto. Non c’è nulla di nuovo da inventare, c’è solo da far memoria di ciò che già tante volte abbiamo ascoltato.
Per la nostra fame di pane, c’è una Parola che può saziare e dare non tanto e non solo la vita corporale, ma quella eterna.
Per la nostra fame di successo, c’è una Parola da qualche parte che ci educa a riconoscere i tanti miracoli già operati da Dio nel nostro vivere quotidiano, liberandoci da attese magiche.
Per la nostra fame di potere, c’è sicuramente una Parola che ci salva dall’idolatria e ci indica la via per giungere a quella sapienza che è ben preferibile a scettri e troni, perché il suo splendore non tramonta (cf. Sap 7,8-10).
C’è questa Parola, basta scrutare con pazienza e con amore il deposito della fede che la Chiesa custodisce.
“Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano”. E’ il paradiso: quel paradiso che i progenitori hanno svenduto per una sciocca e presuntuosa disobbedienza, Gesù lo riconquista con la sua umile sottomissione alla Parola. E’ l’inizio, solo l’inizio. Il diavolo se ne va per tornare poi a giocare la battaglia finale, la più cruda, la più terribile… quella attraverso la quale Gesù riconquisterà il paradiso per sempre.
Ma già in questo inizio è racchiusa la dinamica del mistero pasquale che celebreremo solennemente alla fine di questo tempo santo. Gesù affronta la morte già fin d’ora, per sconfiggere la paura della morte e preparare l’ultimo decisivo combattimento contro le forze del male, grazie al quale ci guadagnerà la vita eterna.
E’ dunque una questione di vita o di morte.
Adamo ed Eva cercano la vita, come d’altronde tutti noi: la vita piena, la vita vera, la vita che non passa, quella vita che è solo di Dio (“sareste come Dio…”). Niente di male in questo… Ma sbagliano strada, perché paradossalmente cercano di essere come Dio contravvenendo al suo comando. Vanno esattamente nella direzione opposta e così incontrano il dolore e la morte.
Allora Gesù, che è Dio, sceglie di farsi uomo, dunque di morire, per regalare ad Adamo la sua divinità e renderlo davvero immortale. Ci insegna la strada giusta: seguire Lui, nella sua dinamica di morte per la vita.
Seguiamolo, allora, affrontando le nostre paure, chiamandole per nome, riconoscendo la voce della tentazione che ci abita. Ma tutto questo armati della spada infallibile della Parola, che sola ci può difendere e ci può aiutare a riportare vittoria.
Forse sarà un cammino duro: il deserto non è sempre facile da attraversare, perché non è facile trovarsi faccia a faccia con le proprie povertà. Ma solo così si scaverà dentro di noi quello spazio di umiltà capace di accogliere “la grazia di Dio e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo”: allora il deserto, il nostro deserto, fiorirà… e sarà Pasqua!

 

Omelia (13-03-2011)
Omelie.org (commenti per bambini)
 

Oggi, insieme a tutta la Chiesa, iniziamo il nostro cammino di Quaresima. Come sappiamo è un tempo forte ed intenso. E’ un tempo di riflessione per noi cristiani e soprattutto è un’occasione per mettere al centro della nostra vita quotidiana Dio e la relazione che abbiamo con Lui.
Le letture di questa prima domenica di Quaresima sono infatti spunti importanti per cominciare a ripensare al nostro rapporto con Dio.
Sono certa che, la maggior parte di noi, ricorda molto bene l’episodio riportato nella prima lettura dal libro della Genesi: si tratta del peccato originale. E’ un episodio che di solito suscita molte domande, come ad esempio: perché Dio non voleva che proprio quell’albero non venisse toccato? Perché la punizione di Dio è così forte? e chi era il serpente?
Anche il Vangelo appena ascoltato sulle tentazioni di Gesù nel deserto fa nascere tante domande: come mai Gesù viene condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal maligno? e ancora, esiste davvero il maligno? come facciamo a riconoscerlo?
Come notate tra Dio e l’uomo a volte, c’è un terzo “incomodo”, che cerca di allontanare l’uomo dal Suo Creatore. E Gesù? Lui non può allontanarsi da Dio e allora come si spiega che viene anch’egli tentato? Addirittura è lo Spirito di Dio che lo conduce nel deserto!
Ciò che mi sorprende è che Gesù segue lo Spirito e rimane nel deserto solo, per quaranta giorni! Chissà cosa provava Gesù e quali erano i suoi pensieri. Avrà avuto paura? si sarà sentito solo? Cosa gli dava coraggio e forza?
Mi viene in mente la storia, che ho letto tempo fa, di un bambino (faccio riferimento al libro “La Dama in Rosa”), che un po’ come Gesù si è trovato ad affrontare una prova in solitudine. Questo bambino, Oscar, era gravemente malato e trascorse un lungo periodo della sua vita in ospedale. A causa della sua malattia non poteva stare tanto tempo con gli altri bambini dell’ospedale, e pensate che persino i genitori, spaventati dalla sua malattia avevano così tanta paura, da non avere il coraggio di fargli compagnia. Oscar rimase alcuni giorni solo solo, fino a che una Signora (che l’autore del libro chiama la Dama in Rosa) inizia a fargli visita tutti i giorni. Oscar, grazie alla sua compagnia, trova il coraggio di raccontare le sue ansie e i suoi sogni e dietro suo suggerimento comincia a scrivere un diario a Dio, così può fargli un sacco di domande, raccomandarsi per la riuscita dei suoi desideri, insomma poteva proprio raccontargli tutto.
Vi ho riportato un pezzo di questa storia, così come la ricordo, perché secondo me Gesù in quei quaranta giorni solo nel deserto non hai mai smesso di dialogare nel profondo del suo cuore con Dio Padre. E magari come Oscar, gli faceva tante domande! Gesù, come Oscar, aveva sempre qualcuno vicino, qualcuno che non vedeva ma la cui presenza avvertiva nel cuore. In questo modo Gesù non ha avuto timore del maligno, non c’era spazio per lui, perché Gesù non aveva bisogno della sua compagnia o dei suoi consigli, era sempre “in contatto” con Dio! Ed è proprio questa vicinanza tra Gesù e Dio Padre che non permette al tentatore di intromettersi, non ha spazio!
Prendendo spunto da questa breve riflessione, possiamo fin d’ora impegnarci a rimanere sempre “in contatto” con Dio, facendogli domande, raccomandandogli i nostri desideri, parlandogli delle nostre difficoltà… in questo modo nessuno potrà distoglierci da Dio e mettersi in mezzo! Così la Quaresima possiamo viverla a diretto contatto con Dio e scoprire quanto profondamente ci ama.

Commento a cura di Antonella Stolfi

 

Omelia (13-03-2011)
Paolo Curtaz
Quaresima 

È arrivata, finalmente.
Dopo la lunga saponata ricevuta col discorso della montagna, quest’anno, non vedevo l’ora di iniziare la quaresima per tirare il fiato.
Illuso.
Prendere sul serio la quaresima significa correre il rischio reale della conversione.
Come Gesù, siamo invitati a fare deserto nelle nostre città, a ritagliarci un qualche spazio per prepararci alla pasqua, a porre dei gesti di attenzione per verificare il nostro stato di salute spirituale. Come gli atleti che si preparano alla gara, anche noi siamo invitati a fare ascesi, allenamento, per fare in modo che la nostra anima ci raggiunga.
È tempo di gettare le maschere. Quelle di carnevale, certo, ma, molto di più, quelle che non riusciamo a toglierci nella vita reale. Nemmeno davanti a Dio.

Polveri
Chi ha potuto, mercoledì, ha assistito all’antico gesto dell’imposizione delle ceneri. Una celebrazione sobria, in cui il celebrante, tracciandoci sulla fronte un segno di croce con della cenere, ci ha invitato alla conversione, ci ha ricordato che, in fondo, siamo solo polvere.
Polvere senza vita, se Dio non insuffla la sua Parola.
Polvere inutile, se non è riempita di speranza e di sogni.
Polvere che Dio riempie di immortalità.
Ce ne ricordessimo, quando passiamo il tempo a litigare per un avanzamento di carriera, quando le riunioni condominiali si trasformano in una rissa verbale, quando vediamo lestarlette della televisione sgomitare e incarognirsi le une contro le altre per avere un po’ di attenzione.
Ce ne ricordessimo, quando perdiamo il sonno per un progetto non riuscito, per un rimprovero del capo, per un paio di chili di troppo.
Siamo solo polvere.
Asciutto, come monito, ma reale.

Nel deserto
Gesù inizia la sua attività pubblica… fuggendola.
Entra nel deserto per pregare, per stare col Padre, per digiunare. Come Israele nel deserto del Sinai, il Dio solidale vuole condividere la pena degli uomini che non trovano sollievo.
A volte bisogna avere il coraggio di andarsene, per ritrovarsi.
Ma, anche, Gesù vuole decidere come essere Messia, come strutturare il suo ministero.
Gesù è Dio, certo, e riguardo alle cose di Dio ha una conoscenza assoluta, perché egli è il figlio di Dio.
Ma riguardo alle cose degli uomini, Gesù non vuole privilegi. Anche lui deve progettare, decidere, programmare. E la sua scelta mette i brividi.
Matteo, di cui quest’anno leggiamo il racconto, allarga la stringata narrazione di Marco e racconta dettagliatamente le tre tentazioni che Gesù deve affrontare a suon di Parola di Dio.
Come nelle dispute fra i rabbini, anche Gesù argomenta col diavolo.
Conosce la Parola di Dio, il Signore. E anche il diavolo.
Noi, invece, non subiamo nemmeno tentazioni perché ci facciamo del male da soli, ignari della Parola che ci salva. Le tentazioni sono per i santi, non per noi, discepoli mediocri.
Gesù ha davanti a sé tre messianismi: uno storico, legato alla restaurazione del regno di Davide. Il Regno del pane, della politica, della teocrazia; uno legato ai miracoli, allo straordinario, agli eventi impossibili; uno legato al compromesso col potere, come hanno saputo fare i sacerdoti di Gerusalemme con i romani, tornati al potere dopo secoli grazie al rinato tempio.
Gesù rifiuta tutte queste proposte:
non proporrà una rivoluzione politica, ma la conversione;
non stupirà le persone con i miracoli, cercherà di convincerli con la Parola;
sarà onesto col potere, anche con quello religioso, ma vero, denunciandone gli abusi.
Povero Gesù.

Illuso
È fragile, il messianismo di Gesù.
Bello ma fragile. Forse Dio è troppo ottimista nel confronto di noi uomini, forse ci crede migliori di ciò che, invece, siamo.
Glielo ricorderà l’avversario quando tornerà, al Getsemani, manifestando a Gesù il fallimento clamoroso della propria missione.
La sua predicazione appassionata, amicale, compassionevole, adulta, è stata inutile.
Forse.

E noi?
Quali uomini vogliamo essere?
Quale Dio vogliamo celebrare?
Non seguiamo l’onda delle sirene dei media, o le nostre ispirazioni.
Lasciamoci illuminare nel deserto, per purificare il nostro cuore.
E non cerchiamo un Dio che si sazia la pancia, o che ci stupisce con i miracoli, o che è ridotto a garante dell’ordine sociale.
Quel Dio, non è il Dio di Gesù.

Buona quaresima, cercatori di Dio, seguaci del folle.

Clicca qui per guardare il video del commento di Paolo Curtaz per la stessa domenica


– Conferenze 2011: Torino mer 23/3 ore 21 Il peccato (Gn 3) SERMIG, piazza Borgo Dora; Milano gio 24/3 ore 21: La Samaritana (Gv 4) Libreria Equilibri, via Ferneti 11 (è richiesta una partecipazione alle spese)
– Ricordo a ottobre un week fede nei pressi di Roma. Info: www.tiraccontolaparola.it
– Vista la grande richiesta, ho deciso di organizzare un nuovo viaggio in Israele, dal 18 al 25 luglio 2011. Info: www.tiraccontolaparola.it

 

Wilma Chasseur
Frantumati 

Quaresima: attenti al cuore frantumato!
La prima lettura ci presenta lo stupendo scenario del giardino dell’Eden con “l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male”.

– 1 / Due alberi più due libertà, quanto fa?

All’inizio, due alberi e due libertà: sommateli e otterrete… un quarantotto (chi l’ ha detto che due più due fa sempre e solo quattro?). Cos’è successo? Il teologo francese Padre Molinié, domenicano, mio grande e insuperabile maestro, diceva che l’albero della vita sarebbe reale, sarebbe cioè l’albero della vita divina; mentre l’albero della conoscenza del bene e del male sarebbe simbolico. Il che equivale a dire che se l’uomo si impadronisce per rapina del frutto dell’albero vita, cioè della gloria divina, senza aspettare di riceverla da Dio, farà l’esperienza del male, che non è un albero, ma una situazione esistenziale conseguente alla trasgressione del comandamento. Che, agli albori dell’umanità era uno solo: non mangiare il frutto di quell’albero. Ma vi rendete conto: un solo comandamento e… neanche quello hanno saputo osservare. Così, dopo la trasgressione è come se fosse avvenuta un’esplosione all’interno dell’uomo che non è più unificato nell’unica ricerca del bene, ma è disintegrato e frantumato in mille desideri contrastanti: la sua volontà vuole il contrario di ciò che vuole Dio, la sua sensibilità vuole il contrario di ciò che vuole la ragione e la sua intelligenza non volendo più dipendere da Dio fa di lui un apprendista stregone che non padroneggia più quel che fa. Ed è proprio questa frantumazione che ha reso necessario l’aumento dei comandamenti. Anche nella società civile vediamo che, più l’uomo trasgredisce, più aumentano le leggi e viceversa.

– 2/ Cuore analfabeta

Quindi l’antica legge data a Mosè sul Monte Sinai, era anzitutto un ribadire quella legge naturale che Dio aveva precedentemente scritto nel cuore umano. O meglio: era un riscrivere su tavole di pietra ciò che l’uomo non era più capace di leggere nel suo cuore.
Visto che questo cuore tendeva, per chissà quali imperscrutabili motivi, a diventare sempre più di pietra e a dimenticare che il bene -molto più che il male- è inscritto nel suo codice genetico spirituale, occorreva una legge scritta su tavole di pietra, per ricordarglielo. Infatti, ogni cuore non deviato, né abbruttito dal peccato, sa benissimo ancora oggi, senza bisogno di leggerlo da nessuna parte, che odiare è male, tradire è male e via di seguito: il giudice interiore della coscienza glielo ricorda incessantemente. Ma sarà perché l’uomo vuole costruire un mondo senza Dio, che non è più capace di leggere nel proprio cuore? Questo analfabetismo dilagante del cuore, sarà dovuto al fatto
che si vuole eliminare Dio dalla faccia della Terra? Sembrerebbe proprio di sì, perché come il Sole è la luce della Terra, senza il quale non ci vediamo per niente, così Dio è il sole del nostro cuore: se lo eliminiamo non ci vediamo più per leggere dentro di noi e non ci sentiamo più per udire ancora il richiamo della coscienza.

– 3/ Liquidati…

In più, se eliminiamo Dio dal cuore, questo diventa -verso il prossimo- più duro delle tavole di pietra. Non per niente, già nell’Antico Testamento, il Signore non smette di raccomandare al suo popolo: “attento Israele a non indurire il tuo cuore!”. E’uno dei peccati più gravi in assoluto, perché da quello procedono tutti gli altri. Ed è un rischio che -Israele o non Israele- corriamo tutti.
Dobbiamo liquidare per sempre il cuore duro. Cioè renderlo liquido, affinché l’amore di Dio possa scorrervi liberamente senza incontrare resistenze. Questa sì che è vera conversione!

 

Eremo San Biagio
 

Dalla Parola del giorno
Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.

Come vivere questa Parola?
In netta contrapposizione con la figura di Adamo, succube della subdola tentazione diabolica, ci viene, quest’oggi, proposta l’immagine di Cristo, anch’egli a confronto con il Maligno che, con melliflue insinuazioni, cerca di avvincerlo e trascinarlo lontano dalla sua missione.
È un momento cruciale della sua vita: in fondo nulla di male nelle proposte del Maligno, anzi, si direbbero in piena linea con il compito affidatogli dal Padre. Solo la modalità varia e in funzione di una più pronta e valida efficacia. Perché non dargli ascolto?
In realtà ciò che viene insinuato è il dubbio sull’attendibilità dei piani di Dio che si è tentati di posporre ai nostri: insomma ci si sente in grado di insegnare a Dio il suo mestiere, convinti di saperla più lunga di lui. Ed ecco scattare decisa la reazione di Gesù: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”; “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”; “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”.
Prima e al di sopra di ogni considerazione umana c’è Dio, il cui disegno va abbracciato senza “se” e senza “ma”, anche quando può risultare arduo e incomprensibile. Nulla deve smuovere dalla ferma convinzione che solo in ciò che egli propone è la sorgente della vita, perché Egli è Amore.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, mi lascerò interpellare da questa pagina evangelica che mi chiama in causa personalmente e più frequentemente di quanto non sembri.

Aiutami, Signore, anche nelle situazioni più spicciole della vita, a riconoscere la tattica del Maligno che si presenta nelle vesti innocenti di una proposta alternativa e migliore a quella che avverto essere la tua volontà. E donami la forza di restare ancorato a te.

La voce di un dottore della Chiesa
Entrare in tentazione non è farsi sommergere dalla tentazione. […] Così, ad esempio, Giuda entrato nella tentazione dell’avarizia non la superò, ma sommerso materialmente e spiritualmente si impiccò. Pietro entrò nella tentazione di rinnegamento, ma superandola non ne fu sommerso. Attraversò [il torrente] con coraggio e non ne fu trascinato.
Cirillo di Gerusalemme

 

padre Gian Franco Scarpitta
Conversione fra prove e tentazioni 

Nella teologia spirituale si afferma che il peccato è una realtà che concerne la volontà dell’uomo, poiché dipende dalla libertà del soggetto acconsentire al male o esserne dominatore. In conseguenza di questo, si distingue fra la tentazione propriamente detta e la prova, due elementi del tutto differenti, anche se in stretta relazione fra di loro (Bernard).
Con la tentazione avviene infatti che l’uomo è indotto immediatamente al peccato: il diavolo, primo agente tentatore sfrutta la nostra concupiscienza, la nostra debolezza, la negligenza e la precarietà dell’ambiente che circonda per indurci a commettere direttamente quanto non è conforme alla volontà di Dio. Nella vita spirituale l’uomo sarà sempre soggetto alle tentazioni perché si è sempre immessi nel vortice delle perversioni sociali e mondane che esigono continua vigilanza e mortificazione dei sensi e un retto orientamento della volontà e anche chi si dispone a seguire il Signore con più radicalità e vicinanza è soggetto a tentazioni a volte lancinanti più delle altre: “Figlio se servi il Signore, preparati alla tentazione”(Sir 2, 1). La tentazione al peccato molte volte è accattivante e seducente, presenta delle garanzie e dei vantaggi anche immediati per i quali è conveniente anche acconsentire, e tuttavia di essa si può anche avere ragione e l’occasione non fa mai l’uomo ladro quando vi sia la rettitudine, la coerenza con i propri principi e la linearità di coscienza.
Proprio qualche giorno fa’, recandomi a fare acquisti di una certa rilevanza in un centro commerciale, dopo aver pagato alla cassa, mi avviavo verso l’uscita. Mi stupiva però di aver pagato un importo assai ridotto e irrisorio, per cui ho dato uno sguardo veloce allo scontrino. Ho notato che la cassiera aveva dimenticato di battere il lettore dvd (50 euro) che avevo prelevato e messo nel carrello insieme a tante altre cose. Confesso che un piccolo pensiero, sia pure fugace, di trattenere l’oggetto senza pagarlo, mi aveva accattivato; non ho esitato tuttavia a tornare subito indietro e a raggiungere la cassa dove avevo fatto la fila con il carrello; qui ho informato la cassiera (sbigottita) del suo errore e ho provveduto a versare la differenza che mancava. Ho pensato allora che in casi simili e in altri ancora la tentazione è rilevante, che tutti ne siamo esposti e che essa potrebbe abbindolare chiunque; ma basta solo un po’ di buon senso e di puntualità e di coerenza con i propri pincipi perché possiamo dominarla e vincerla.
Per quanto riguarda invece la prova essa viene concessa (non voluta) da Dio per rafforzare lo spirito, per ravvivare la nostra fede, consolidarci nell’amore di Dio e fortificarci, rendendoci vittoriosi nella specifica circostanza in cui ci viene propinata. Tutte le prove sono alleviate dalla grazia del Signore che ci concede anche la forza di poterle superare, non sono mai sproporzionate alle nostre possibilità (“Dio manda il freddo secondo i panni”) e seppure richiedono immolazione, costanza e sacrificio, esse sono tuttavia sempre dominabili e superabili. Tuttavia esse possono diventare per noi anche occasione di peccato, qualora non ne cogliamo la giusta interpretazione. Per fare un esempio: una malattia grave o la morte assurda di una persona cara, pia e innocente costituiscono una prova per tutti e un grande motivo di dolore. In questa circostanza di prova siamo chiamati a saggiare la nostra fede, a radicarci nella speranza coltivando la serenità e a guardare oltre le apparenze dell’immediato drastico e doloroso volgendo lo sguardo a Dio, il quale attende la nostra corrispondenza in tal senso. Non che Dio si diverta nel concedere questo tipo di prove o di avversità, e neppure le preferisce; tuttavia egli consente che si verifichino perché nell’umiltà noi possiamo rinnovare e consolidare la nostra appartenenza a lui. Chi però cede alla debolezza, al dolore ossessivo e allo sconforto, può conseguire la disperazione e la sfiducia con la conseguenza della trascuratezza della propria fede fino a dubitare dell’esistenza stessa di Dio. La caduta del peccato che ne consegue può essere di varia natura. Non per niente Paolo ravvisa che la disperazione viene dal diavolo.
Tentazioni e prove sono all’ordine del giorno nel nostro itinerario di perfezione spirituale e costituiscono la ragione della lotta continua nei propositi di conversione e di penitenza, quali in queste settimane ci vengono proposti nel tempo liturgico di Quaresima: chi tende ad optare esclusivamente per il Signore abbandonando le seduzioni del mondo e le allettanti promesse del peccato, conoscerà sempre le insidie del Tentatore che sotto vari aspetti e in diverse forme e misure tenderà sempre a distogliere la nostra attenzione verso Dio; e qual è la tentazione che più irretisce l’uomo se non quella descritta nella prima Lettura della liturgia odierna? Quale tentazione più seducente per l’uomo di essere “come Dio”? L’uomo che si eleva al rango della divinità nel tentativo di appropriarsi della sua stessa onnipotenza, le caparbietà e la presunzione di prerogative che non appartengono alla sua natura e la volontà di sproporzionato dominio su se stesso e sulla massa, tale è stata la colpa di Adamo meritevole di condanna. E tale è anche la tentazione dell’uomo odierno che tende a soppiantare Dio attraverso le presunzioni di onnipotenza e di autoaffermazione che si evincono nella concretezza delle scelte illogiche e immorali, prima fra tutte l’arrivismo, la corsa al potere, al successo e al guadagno sproporzionato, molte volte a scapito di altri uomini e perfino di intere popolazioni.
Ma se la situazione di Adamo ci mostra una tipologia di uomo succube alle tentazioni e atto a cedere alle insinuazioni del peccato, l’esperienza di Gesù, tentato nel deserto in una condizione di estrema precarietà e di indigenza, ci dimostra che, seppure esposti alla tentazione, possiamo tuttavia esercitare con successo la nostra padronanza e la nostra forza su tutto quello che ci si presenta come invitante e promettente nell’immediato e che invece si rivela per noi pernicioso e deleterio. Egli, che esercita potere indiscusso sulle forze del male, padroneggiando anche sul demonio come dimostreranno poi i vari interventi di esorcismo, accetta che il diavolo lo lusinghi perfino con l’uso della Scrittura e con le proposte più attraenti; ma dimostra di saperne uscire con il solo utilizzo delle risorse spirituali della fortezza, della temperanza e della coerenza che non vengono smentite neppure neppure dalle carenze del deserto: la fame, il caldo, le asperità del luogo avevano già costituito occasione di prova (diversa appunto dalla tentazione) con la possibilità di arrendi menti e di fughe improvvise, ma esse erano diventate occasioni per accrescere la sua comunione con il Padre e l’ apertura franca, libera e disinvolta nei suoi confronti e ora diventano anche motivo di vittoria sul maligno.
Cristo è il solo che possa costituire il nuovo Adamo ponendosi in antitesi all’uomo vecchi con le sue azioni per invitarci a rivestire il nuovo “per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore” (Col 3, 10 – 11) e lo fa mostrando di essere affermato nella comunione con il Padre e nella sottomissione alla Sua volontà per il servizio degli altri, in primo luogo umiliandosi egli stesso alla stregua dei peccatori e il suo esempio, la sua umiltà nel volersi sottomettere e abbassare alla condizione di qualsiasi uomo in condizioni di debolezza, è esaltante e incoraggiante per tutti noi che viviamo prove e tentazioni in una condizione ben più agiata rispetto a quella del deserto di Giuda e ci rassicurano sulla certezza che il nostro itinerario di lotta sul male avrà il suo meritato trionfo.

 

CPM-ITALIA Centri di Preparazione al Matrimonio (coppie – famiglie)
 

Iniziamo in questa domenica il tempo di Quaresima, un tempo forte per i cristiani, il tempo del deserto, della nostra riflessione intima sul rapporto che intratteniamo con Dio e con i fratelli, il tempo della riconciliazione e del perdono. Il tempo, anche, del digiuno, della fatica, della tentazione. Il deserto non è solo un luogo fisico, ma anche antropologico e teologico. È il tempo del silenzio, e tutti – singoli, coppie, famiglie, comunità cristiana – di silenzio abbiamo bisogno, e tutti dobbiamo lasciarci interpellare da esso; Dio stesso è silenzio, il più angosciante, il più insopportabile, dobbiamo lasciare agire il silenzio nelle nostre esistenze.
E non è casuale che la Quaresima, questo tempo di interiorizzazione riflessiva e di rinnovamento spirituale, inizi proprio con il racconto (Matteo 4,1-11) del deserto in cui Gesù ha volontariamente scelto di sostare (per 40 giorni e per 40 notti, dice l’Evangelo, ma la cifra è ovviamente simbolica) e di accettarne le terribili tentazioni. Chi per varie ragioni abbia soggiornato nel deserto, sa quali pericoli in esso si corrano, quali miraggi si intravedono, quale fatica si debba sopportare, contro quali tentazioni si debba combattere. Ma il deserto è un luogo di passaggio, in esso si deve camminare veloci: fermarsi, rilassarsi, sedersi può addirittura essere la causa della fine di chi in esso si avventura. Anche fuori di metafora.
Nel deserto, Gesù ha subito tre tentazioni. Anche Gesù, non sembri strano, è stato tentato, e non si tratta di tentazioni virtuali, come spesso ci viene fatto credere da chi ha talmente idealizzato il Maestro da ritenerlo immune dalle passioni umane, anche le più indicibili. Per costoro non avrebbe fatto fatica, Gesù, lui è il Figlio di Dio, era già scritto che avrebbe resistito alle tentazioni. Ma non è così. Gesù, uomo come ognuno di noi, figlio di Maria e di Giuseppe, poteva vincere o poteva perdere, poteva fermarsi e rincorrere improbabili miraggi, o andare avanti. Gesù è andato avanti. È andato avanti nonostante la cultura ebraica in cui era stato educato ed in cui era immerso: la cultura di un Dio che stava dalla parte dei giusti e non dei peccatori; la cultura di un popolo che attendeva l’Unto del Signore, faceva il tifo per lui, e stava (oggi diremmo votava) con lui; un popolo che, più che pensare a un Diocon sé, voleva un Dio per sé. Questa era la cultura ebraica, e – confessiamolo – essa è ancora un po’ la nostra cultura dominante. Gesù, rifiutando le tentazioni, non si è presentato solo come un campione di moralità, un campione dell’etica, ma come un uomo dalla schiena diritta ( e questo costava ieri e costa oggi) che, convertendosi giorno dopo giorno (a questo serve il deserto) ha saputo rinnovare radicalmente dal di dentro la cultura del tempo. E a noi ha dunque affidato il compito di rinnovare la nostra. In questo kairòs , in questo tempo opportuno, soprattutto in Quaresima.
Ma andiamo con ordine: le tre tentazioni.
La tentazione del pane. Anche qui il termine “pane” è ovviamente simbolico, è una sinéddoche, è parte per il tutto. Nel pane (di cui peraltro non tutti dispongono) ci sta il lavoro, ci stanno le scorciatoie per diventare più ricchi, ci stanno soprattutto i nostri consumi superflui, ci stanno i supermercati con gli scaffali colmi di cose allettanti, ci sta la maglia griffata, l’auto di lusso, la pelliccia, il cellulare all’ultima moda. E l’elenco potrebbe continuare. Ci sta di tutto, meno ciò che Gesù accetta di scegliere, il progetto di Dio su di lui (e su di noi), cioè il Regno. Perché “Non di solo pane vive l’uomo”.
La tentazione del disimpegno, il fascino del mistero e di una religione facile e disincarnata, di una religione miracolistica.
Del “Deus ex machina”, direbbe Dietrich Bonhoeffer: la tentazione del ritenerci salvati, puri, senza diventare noi stessi faticosamente salvatori, la tentazione di affidarsi al miracolismo settario senza veramente affidarci a Dio e fidarci di lui, la tentazione della rinuncia a seguire sempre la nostra coscienza, la tentazione della rinuncia all’azione nella pretesa che sia Dio stesso a fare la storia e non invece il nostro compagno di viaggio nella storia, in perenne sofferenza con noi. Ma… “Non sfidare il Signore, Dio tuo…”.
La tentazione del potere,
della supremazia sugli altri, lo stesso vizio intellettualistico della nostra presunta superiorità, la tentazione dell’impunibilità garantita dal denaro e dalla posizione preminente nella società, del dividere il mondo tra buoni o cattivi, collocando noi stessi nella prima categoria, del considerare la persona non fine, ma mezzo, dell’appropriarsi del corpo delle persone, del considerare, da parte maschile, la donna come un piacevole diversivo, del considerare la Chiesa come soggetto di privilegio, la tentazione, sempre ricorrente nella storia della Chiesa e delle comunità cristiane, del clericalismo. Tutto questo, ed altro ancora, dice la parola “potere” Ma: “Adora il Signore, tuo Dio, a lui solo rivolgi la tua preghiera”.
Gesù ha subito queste tentazioni, non facili da rifiutare perché Gesù era ebreo, per nascita, per cultura, per tradizione. Le ha superate attraverso il confronto quotidiano, dialogante con il Padre, ed il rifiuto, attraverso l’adesione ad un rapporto autentico di laicità – non solo perché Gesù era istituzionalmente “laico”: si può essere laici essendo preti e suore, si può essere clericali da laici, come ci insegna la storia anche recente – di seguire il modo di pensare degli uomini immergendosi invece in modo filiale nel progetto di Dio.
Questa è la strada che, come coppia e come famiglia, siamo oggi chiamati a percorrere.
Ma per farlo dobbiamo – restando fedeli alla storia – entrare nel deserto.

TRACCIA PER LA REVISIONE DI VITA
1. Accettiamo di entrare con Gesù nel deserto?
2. Rifiutiamo la seduzione del “pane”? Comperiamo solo quanto ci è strettamente necessario?
3. Rifiutiamo le soluzioni miracolistiche nella nostra vita? Ci “diamo da fare” per cambiare la storia in senso autenticamente umano?
4. Rifiutiamo la seduzione del potere, dell’appropriarci degli altri, di considerare nostra o nostro la donna o l’uomo con cui viviamo?

Commento a cura di Luigi Ghia

 

Movimento Apostolico – rito romano
Per essere tentato dal diavolo 

Oggi Gesù subisce tra attacchi violenti da parte del diavolo. Questi vuole portare Cristo Signore fuori da tutta la volontà del Padre su di Lui e per questo lo tenta con astuzia, furbizia, malignità, inganno. È questa la caratteristica, che è anche la costante, di ogni tentazione del diavolo: la proposizione di un bene necessario, indispensabile, grande, oppure il prospettare un successo eclatante, addirittura la creazione di un convincimento nel cuore e nella mente che è attraverso le sue vie che si risolvono tutti i problemi del mondo, degli uomini.
Tutti questi beni immediati e remoti, vicini e lontani, sono promessi ad una condizione: che si esca dalla volontà del Padre, dalla sua Legge, dai suoi Comandamenti, dalle vie e dalle forme della missione che Lui ha stabilito per noi. La tentazione si potrà vincere in un solo modo: con una fede così forte, ma così forte che ci aiuta a non concepire neanche per un istante un pensiero contrario alla volontà di Dio. A volte un solo sguardo fugace e subito si innesca nel cuore e nella mente un pensiero peccaminoso che attesta che il diavolo ha già preso possesso del nostro spirito e che lo sta dominando. È entrato in noi e già ci possiede la con la sua menzogna.
Gesù conosce le astuzie del diavolo, i suoi inganni, le sue menzogna, la sua totale falsità. Conosce tutte queste cose e sa che vi è un solo modo per non cadere nella sua trappola: non concedergli neanche un attimo di respiro. Al diavolo si deve dare una risposta immediata, istantanea, pronta, sollecita, al millesimo di secondo. Solo così si vince la sua astuzia: con il non dialogo. Chi si mette a dialogare con Satana perde sempre, perché è facile che si insinui nel nostro cuore un suo pensiero ed è la morte.
Gesù è immediato nella risposta. Non gli lascia neanche un attimo di respiro. Ad ogni proposta del diavolo vi è all’istante la controproposta di Gesù, che è sempre attinta dalla Scrittura, dalla perfettissima conoscenza della volontà del Padre. Questa tecnica dobbiamo noi pratica ed insegnare. Il dubbio, l’incertezza, la titubanza, la non risposta immediata, la tergiversazione, il dialogo con Satana è deleterio per noi. Basta anche uno spiraglio quanto la cruna di un ago tra la tentazione e la risposta e già lui è divenuto il padrone della nostra vita. Le nostre idee già gli appartengono. Egli potrà fare di noi ciò che a lui sembrerà meglio. Al diavolo si deve rispondere con frasi secche e taglienti, ma per questo occorre una grande fede fondata sulla conoscenza vera della volontà rivelata del Padre. Poiché oggi la volontà del Padre non la si conosce, neanche sarà possibile evitare la tentazione. Senza verità nel cuore, il diavolo trionfa sempre.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, ottienici la grazia di entrare in tutta la verità contenuta nella Parola. Angeli e Santi di Dio, rendeteci forti nelle risposte.

 

Omelia (13-03-2011)
don Luciano Sanvito
Ho a che fare con il Demonio… 

Gesù, attraverso il brano evangelico delle tentazioni, ci vuol dire essenzialmente questo: che sia Lui che io, abbiamo a che fare con il Demonio.

Questa interazione non è intrallazione, come spesso avviene nel mondo, dove Satana si intrattiene nelle situazioni che la persona spesso ammaliata da lui gli offre come occasione su un piatto d’argento.
No: questa di Gesù e che deve essere anche la nostra situazione è quella dell’ INTERAZIONE, di dover avere a che fare anche con il Demonio, perché la volontà di Dio si manifesti in piena efficacia.

Come a dire, anche a noi, che se non interagiamo col peccato, la grazia non procede; se non interagiamo con la persona di Satana, non ha senso il nostro interagire con la persona di Dio; se, infine, non ci addestriamo e esercitiamo nell’interazione maturante della tentazione e la superiamo proprio in questo modo, non sapremo mai interagire in modo autentico e maturante né con l’altro, né con il mondo.

Avere a che fare con il Demonio e le sue tentazioni è un po’ ripercorrere quell’esperienza che le civilità ancestrali dell’umanità, maestre del progresso umano, ci hanno insegnato da sempre: il rito dell’iniziazione.
Senza questo rito umanizzante e maturante la persona(lità), il mio rito si atrofizza, e il male prevarrà sulla potenza del bene racchiusa in me.
INDIRETTAMENTE, LA PROVOCAZIONE SATANICA MI FA “ESSERE”

 


Omelia (13-03-2011)
don Carlo Occelli
Che si mangia oggi? 

Che si mangia oggi?
Alzi la mano chi non ha mai detto o pensato queste parole! Uh, capita tutti i giorni o quasi, quando entri in casa dalla scuola, o rientri alla sera dal lavoro… o rientri e sei colui, più spesso colei!, che deve pensare a che si mangia oggi!
Che poi spesso già si intuisce quando si è sulla soglia di casa no? I profumini del nostro piatto preferito: lasagne, pizza, risotto… se poi viviamo in un condominio possiamo anche sapere il piatto preferito del nostro vicino di pianerottolo.. Ci siamo capiti, no?
Sono tra coloro che ogni giorno può fare questa domanda: oggi che si mangia? (eh già a questo punto meriterebbe meditare un pochino…)

Apro una piccola parentesi. Quando entriamo nelle nostre chiese, che profumo sentiamo? Quali profumi sprigionano le nostre liturgie, oltre l’incenso? Cioè, non ho nulla contro l’incenso s’intende. Anzi, un buon incenso è un balsamo per il mio naso!
Dico più in profondità: quale ragazzo entrando in casa non si accorge che c’è aria di minestra?! Oddio no, la minestra no!
E quando si entra in chiesa, sentiamo forse il profumo della solita minestra? Ossia di un piatto che, sì conosciamo bene, ma non ci fa venire l’acquolina in bocca!
Le nostre liturgie, le nostre celebrazioni sono un balsamo per la vita? Ci accostiamo ad esse per lo meno come al nostro piatto preferito?
Cari fedeli, oggi iniziamo la quaresima. Come sapete Gesù è stato quaranta giorni nel deserto e lì è stato tentato dal diavolo. Ma va?!
Anche noi oggi iniziamo il cammino che ci porterà alla Pasqua, come il popolo d’Israele è stato quarant’anni nel deserto, e il diluvio è durato quaranta giorni e via discorrendo…
Oggi la chiesa ci invita ad attraversare questi quaranta giorni… e vai con i fioretti, il pesce, i sacrifici e tutto quanto… e così magari riciclo anche la predica di tre anni fa, tanto chi vuoi che se la ricordi?
La percezione della solita minestra è sempre in agguato, per tutti. Per me, per te. In questo momento. Rischiamo di vivere la quaresima come la solita minestra riscaldata.

Allora, sveglia!!!!
Allora che si mangia?
A che serve la quaresima? Diciamolo così, dai!
Immaginate di entrare in casa per il pranzo della Domenica. In cucina o in sala una tavola ben preparata, con la massima cura. Uao, oggi è tutto così perfetto che non pare vero. Anche i fiori a centro tavola, addirittura!
Ecco arrivare su un carrello che giurate di non aver mai avuto, un super vassoio. Avete presente quei vassoi in acciaio, con il coperchio che non si vede che c’è dentro se non quando arriva il cameriere che alza il coperchio stesso e dice: “Et voilà?”. Quelle cose che si vedono nei film, no? Beh, immaginate con la vostra fantasia una scena del genere. Che acquolina in bocca! Che ci sarà sotto?
Vostra moglie vestita da cameriera vi fa accomodare. Dopo qualche smanceria, e vi domandate se avete dimenticato la data del vostro anniversario, arriva il momento clou. Ecco il vassoio. Lo solleva… et voilà!
Vuoto.
Guardate bene dentro. Tutto vuoto. Pulitissimo, ma vuoto. Tutto è ben preparato, ma non c’è traccia di cibo. A guardar bene anche la bottiglia è senz’acqua, di pane non c’è traccia…
Non c’è nulla da mangiare.
Forse potrebbe essere un ottimo scherzetto per vostro marito o vostra moglie. Forse potrebbe essere anche un ottimo scherzetto per le nostre mense eucaristiche.
Inizia la quaresima. Oggi non si mangia.

A che serve il digiuno? Ad apprezzare e comprendere veramente ciò che stiamo mangiando.
Non di solo pane vive l’uomo.
Scusate, fermiamoci. Ritardiamo pranzo oggi, iniziamo la Messa un quarto d’ora dopo. (Apriti cielo!)
Soffermiamoci su questo vuoto vassoio domandandoci: di cosa si nutre la nostra vita?
Sì, cosa entra nella nostra pancia? E non intendo solo lo stomaco, no!
Di che si nutre la nostra vita? E la nostra fede? La nostra speranza? La nostra carità?

I nostri occhi: diamo da mangiare ai nostri occhi? Amico, lo sapevi che gli occhi hanno bisogno di nutrirsi di bellezza? Che quando cammini, corri, guidi, entri in casa puoi riempirti gli occhi di ciò che vedi… o ignorare il tutto. Ci si riempie gli occhi delle persone anzitutto, che quando sei lontano i tuoi occhi sono ancora pieni di loro. E poi del cielo, dei monti, del mare, di un ponte, di una piazza…
Le nostre orecchie: diamo loro qualcosa di bello da mangiare? Che ascoltano le mie orecchie? A che musica sono educate? Le nutro anche di silenzio? Sono abituate a riconoscere diversi stili? E quindi accorgersi che quando mia moglie usa quel tono, significa che… E quando mio figlio mi rivolge quella battuta, vuol dire che forse…
Il nostro cervello: diamo qualcosa da mangiare anche a lui? Ci sbaffiamo qualche buon articolo, un buon romanzo, un film, un’opera teatrale, un’ora di silenzio…

Quaranta giorni di digiuno sono lunghi.
Lo credo che l’evangelista annota al termine, ironico di un Matteo!, che Gesù “alla fine ebbe fame”. Sembra una banalità, un’osservazione ovvia. Mica vero. Sti evangelisti sono dei furbi.
Oh sì, perché alla fine Gesù ebbe fame, significa che, dopo quaranta giorni, decise veramente cosa voleva mangiare, di cosa voleva nutrirsi. Nella vita, s’intende!
Gesù attraversa quel deserto, vive quel digiuno per scegliere che mangiare nella vita, di che sfamarsi da quel giorno in poi, come nutrire i propri occhi e il proprio cervello, le orecchie e il cuore, le mani e i piedi…
Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei.
Dimmi di che ti nutri e ti dirò chi sei.
Quel diavolo di un tentatore gli presenta un menù ricercato. Certi piatti da Grand Hotel per capirci. Altro che menù turistico, menù per Messia, on inclusive.
Ambitissimo ed introvabile. C’è scritto così sulla prima pagina. Ah, certo, è tutto di primordine. Le migliori ricette, tutte sperimentate.

Primo piatto: se vuoi essere messia, conquista la folla sfamandola, riempila di ogni tipo di regalo. Comincia da queste pietre…
Secondo piatto: se vuoi essere messia, conquista la folla con i miracoli. Miracoli a pioggia, i più incredibili e stupefacenti! Comincia col buttarti giù dal tempio…
Terzo piatto: se vuoi essere messia, conquista la folla con il potere, la ricchezza. Nessuno potrà resisterti, potrai comprarli tutti i tuoi fedeli! Comincia con questo piccolo compromesso di adorarmi…

Gesù prende il menù e lo straccia. Uh, bisognava vederlo Satana: aveva un diavolo per capello mentre se ne andava via fumando come un geyser islandese.
“Il menù me lo scrivo da me, voglio scegliere io di cosa nutrirmi, io voglio scegliere quale messia essere. E i piatti che ci sono qui proprio non mi vanno giù!”. Che caratterino questo rabbi di Nazareth!
La quaresima ci mischia le carte della Parola di Dio. Il brano che noi leggiamo non viene dopo le pagine ascoltate nelle settimane precedenti, ma giusto il capitolo prima, il quarto di Matteo. Dopo le tentazioni troviamo la chiamata dei primi discepoli e il discorso della Montagna terminato domenica scorsa. Lo conosciamo bene, ricordate?
E allora noi sappiamo bene cosa ha scritto poco dopo sul suo menù Gesù: Beati i poveri in spirito… voi siete la luce del mondo… amate i vostri nemici… guardate i gigli dei campi…

Il digiuno serve a scegliere. Vivere è scegliere.
Gesù ha scelto il suo di stile, chiaro, inconfondibile, lo conosciamo molto bene.
E noi? Chi vogliamo essere?
Quali discepoli vogliamo essere? Regali, miracoli, poteri… entrano anche nel menù del discepolo.

Quaranta giorni davanti a noi:
per scrivere il nostro menù.
Coraggio!
Che si mangia oggi?

 

Omelia (13-03-2011)
Agenzia SIR
Commento su Mt 4,1-11 

Il Figlio rimane tale anche davanti alle tentazioni, anzi proprio perché resta Figlio può respingere e scacciare il tentatore. E figli lo siamo anche noi. Le tentazioni provate da Gesù sono quelle di Israele verso la terra promessa e sono le tentazioni per noi oggi. Israele ha passato 40 anni nel deserto, Gesù 40 giorni. Entrambi tentati, ma a differenza di Israele, Gesù esce vincitore, rimanendo fedele a Dio.

La figura di Giobbe mostra la tentazione come un momento delicato, rischioso, ma non solo negativo perché l’uomo, con tutte le sue debolezze e fragilità, non si trova solamente davanti al Nemico, ma in certo senso anche davanti a Dio. Anche per Gesù, fu lo Spirito a condurlo nel deserto. Siamo sempre nella relazione tra Padre e Figlio.

Le tre perle. Nel superamento delle tentazioni Gesù svela alcune perle splendide del suo rapporto filiale che valgono anche per noi. La prima è la povertà, essenziale nella vita secondo Dio. Il Figlio di Dio vive della Parola. Dio è il suo cibo. La povertà in spirito vuol dire essere niente e avere niente, ma anche non volere altro che la Parola nella quale è tutto. Sullo sfondo dell’Israele infedele, che nel deserto ha paura di morire di fame, Gesù afferma la sua fiducia nella Parola, dalla quale dipende la vita.

La seconda è l’umiltà. L’uomo non può tentare Dio, non può metterlo alla prova. La fede chiede abbandono totale e infinita fiducia nel Dio che ci viene incontro e che accogliamo con umile abbandono. La seconda tentazione si svolge sul cornicione del tempio, luogo dove si pensava sarebbe avvenuta la manifestazione del Messia. Gesù annuncia che non ci si può servire di Dio, strumentalizzandolo per i propri fini, allo scopo di rendere sicura la propria vita.

La terza è la beatitudine dei puri di cuore, è lo splendore del nostro rapporto, in povertà e umiltà, con lo Sposo, unico Signore. Tutto questo sempre a partire da quel se sei figlio di Dio. Nel Figlio, anche noi figli. Nell’ultima tentazione, su un monte, il diavolo offre il dominio universale al prezzo di un’adorazione idolatra, che spesso Israele ha conosciuto nella sua storia.

Nella scena conclusiva Gesù è nutrito dagli angeli, ricevendo come dono di Dio e in risposta alla sua fedeltà, quel pane che aveva rifiutato di ottenere col potere messianico. Anche noi, a somiglianza del Figlio, siamo condotti in quaresima a rinnovare la scelta di fondo, Dio come unico Signore, ricordando sempre che la tentazione fa parte della nostra vita di uomini.

Negli antichi codici, c’è la storia di una fanciulla, una delle donne che avevano accompagnato Gesù fin sul Calvario. Alla notizia della Risurrezione, aveva creduto subito. E si era fatta pellegrina per annunciare le parole di Gesù. Non aveva più paura. Un giorno le si avvicinò un uomo che, impressionato dalla sua testimonianza, le chiese:Dimmi, qual è il segreto del tuo coraggio? L’umiltà. Così mi ha insegnato il Maestro.

Commento a cura di don Angelo Sceppacerca

 

Published in: on marzo 14, 2011 at 6:53 am  Lascia un commento  
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