Omelie 2008 inerenti 1a Domenica di Quaresima

Omelia (10-02-2008)
Paolo Curtaz
 

Gesù nel deserto: come Israele egli vuole sperimentare l’essenziale prima di iniziare la sua missione. Nella solitudine e nella fatica sperimenta, come noi, la tentazione e decide come essere Messia. Anche noi entriamo nel deserto per ri-decidere quali uomini diventare.

Gesù è spinto dallo Spirito Santo: i suoi anni di quotidianità, il silenzio assordante di Nazareth sono ormai alle spalle. Ora è pronto per dire Dio. Gesù vuole scegliere come annunciare la Parola, come svelare il mistero di Dio. Gesù ha davanti a sé una strada maestra, consolidata, preparata dai profeti, lievitata nel cuore di un popolo servo e oppresso da secoli da potenze straniere: il Messia vittorioso. Un Messia muscoloso, politico, deciso, condottiero. La gente (ettepareva) si aspetta qualcuno che magicamente risolva i problemi, che punisca i malvagi (sempre gli altri, ovvio) e che ristabilisca un bel governo come quello del re Davide, magari esentasse. Il demonio arriva. Più suadente e affascinante di tutte le rappresentazioni grottesche che ne abbiamo fatto. La sua proposta è semplice, ragionevole, scontata. Vuoi fare il Messia? Magnifico! Non esagerare, però: riguardati, affidati a unpersonal trainer, cura l’immagine, se non fai lo splendido nessuno ti noterà. Vuoi fare il Messia? Geniale! Ti toccherà contattare politici e sacerdoti, ragionare con loro, qualche compromesso sarà necessario. Vuoi fare il Messia? Notevole! Qualche bel miracolo, Gesù, qualche statua della Madonna che lacrima sangue, qualche segno prodigioso e vedrai che le folle si strapperanno i capelli per te! Ha ragione, il demonio. Cita pure la Parola di Dio. Non basta conoscere la Bibbia per fare la volontà di Dio. Gesù replica: no, non farò così. Sarà un Messia diverso, solidale, dimesso. Amerà, per far conoscere Dio.

 

Wilma Chasseur
Il primo peccato 

Inizia la Quaresima. Tempo penitenziale, ma soprattutto tempo di conversione del cuore. E perciò, i testi di questa domenica sono tutti incentrati sul peccato e sulla tentazione.

1 E se i progenitori fossero stati altri?

La prima lettura, tratta dal libro della Genesi, ci narra come sia avvenuto il primo peccato. Vediamo il primo uomo e la prima donna lasciarsi adescare dalle lusinghe del tentatore: “Diventerete come Dio”… Vi confesso che ho fatto una gran fatica a riconciliarmi con la realtà del peccato originale, le cui conseguenze disastrose e dolorosissime si rinnovano ogni giorno: violenze su violenze, eccidi su eccidi; e mi chiedevo: ma non potevano essercene altri due al loro posto? Magari non avrebbero peccato! Poi, un giorno, appresi che san Tommaso d’Aquino diceva che, la natura umana essendo limitata ( e, soprattutto, non confermata in grazia), se non l’avessero commesso loro due quel peccato, ce ne sarebbero stati altri a commetterlo. Allora mi misi il cuore in pace e ringraziai Dio di non essere stata io la prima donna, perché l’avrei commesso io quel famigerato peccato. Però mi rimane un interrogativo che ogni tanto rivolgo al Signore: ma perché la prima donna doveva essere Eva e non poteva essere Maria? Una prima risposta – teologica – è che se non ci fosse stata Eva, non sapremmo neanche se l’avremmo avuta Maria, che appartiene al regime di natura redenta. In un regime di natura innocente, come sarebbero andate le cose? Non lo sappiamo, inutile arrovellarsi. Quel che sappiamo e’ che: “Se a causa di un solo uomo, il peccato è entrato nel mondo (…) molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati su tutti gli uomini (…). Come dunque per la colpa di uno solo, si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche, per l’opera di giustizia di uno solo, si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita”. (seconda lettura)

2 Tentazioni di Gesù e tentazioni nostre

Il Vangelo ci porta, con Gesù, nel deserto: luogo dell’incontro e dell’intimità con Dio “la condurrò al deserto e là parlerò al suo cuore” ( Osea), ma anche luogo della lotta suprema con il tentatore. Ciò che mi colpisce in questo brano è proprio la realtà della tentazione e del tentatore che ci insidia per condurci al peccato e distoglierci da Dio:” Il tentatore allora gli si accostò e gli disse…” Quando dunque si avvicina “quello”, che non va mai in pensione e nemmeno in ferie che io sappia, dobbiamo sempre affrontarlo uniti a Cristo, per riportare la vittoria sul male partecipando alla stessa vittoria di Gesù. Ma c’è una differenza fondamentale tra la sua tentazione e la nostra: mentre per Gesù la tentazione era solo avvertita dall’esterno e scivolava via come l’acqua sull’impermeabile (in quanto era esente dalla concupiscienza: non dimentichiamo mai che la sua Persona è divina), in noi trova invece la complicità interiore di una natura corrotta e attratta dal “fascino” del peccato. E dobbiamo lottare contro le fami che suscitano in noi le tre concupiscenze che, ahimè, non sono la fame di pane più che legittima, che avvertiva Gesù, dopo quaranta giorni di digiuno. Ed è proprio su questo che vorrei soffermarmi.

3 Tutti senza peccato?

In una società come la nostra in cui si perde non solo la coscienza del peccato, ma la stessa lucidità e il coraggio di riconoscere che esso esiste, ci voleva proprio questo brano di Vangelo che ce lo ricordasse, facendoci uscire dal nostro pericoloso letargo.
Infatti ai giorni nostri, in nome di chissà quale psicologia costruttiva, bisogna eliminare dal vocabolario il termine stesso di peccato, per non traumatizzare la gente (a cominciare dai bambini) e non renderla schiava di una mentalità ormai superata, dove pare che il peccato, non corrisponda più al linguaggio e alla realtà della nostra cultura.
Come se l’uomo moderno fosse passato, in virtù di chissà quale evoluzione, dallo stadio di animale razionale, a quello di animale tout court! Bel progresso!…
Pietà per favore! Non riduceteci così: lasciateci questa dignità che ci contraddistingue dagli animali, di essere capaci di riconoscere il bene dal male e di saper scegliere o l’uno o l’altro!

4 Niente paura!

La paura di riconoscersi peccatori è una falsa paura: il peccato è perdonabile e il peccatore è salvabile. Anzi, è salvabile solo quando si riconosce peccatore (“chi dice di essere senza peccato è un mentitore” dice san Giovanni). E’ solo il saper riconoscere con lucidità e fiducia la nostra colpa, che ci libera totalmente e libera anche il nostro inconscio da ogni complesso di colpa che, altrimenti, rimane annidato nel profondo, causando vere e proprie malattie da inconscio patologico. Infatti la colpa non ammessa, continua ad esserci rimproverata dal nostro giudice interiore e ad agire nel profondo, punendoci nel modo più nefasto e rendendoci infelici.
Ora, Gesù vuole liberarci totalmente e darci la sua pace profonda e definitiva. Non quella che dà il mondo, facendoci credere che non siamo peccatori e quindi non abbiamo bisogno di essere salvati, e men che meno abbiamo bisogno di un Salvatore! No! Gesù viene a dirci che è morto per ognuno di noi; per il peccato mio e vostro e della nostra civiltà e cultura!

5 Salvati da che?

Egli continua a dirci che viene oggi come ieri per salvarci. Salvarci da che? Dal peccato. Se non ci riconosciamo peccatori, non potremo mai essere salvati. E’ probabilmente questo il peccato contro lo Spirito Santo: non riconoscerci bisognosi di salvezza. Ma se lo riconosciamo, allora faremo l’esperienza della sua pace, e la sua gioia in noi sarà piena, senza ombre, né amarezze. Perché allora la grazia di Dio potrà agire nel cuore di ognuno e renderlo figlio suo – non importa se prodigo o no- figlio a cui il Padre potrà finalmente spalancare le braccia e manifestargli tutto il suo amore. Amore eterno e infinito, che aspettava solo un inizio di pentimento e di ritorno, per riversarsi come un oceano di tenerezza e di misericordia.
“Poter dire come Pietro: “Signore allontanati da me che sono un peccatore” significa essere pronti per riceverlo”(André Louf).

 

don Roberto Rossi
Gesù vince le tentazioni del maligno con la Parola di Dio 

L’episodio evangelico delle tentazioni di Cristo ha qualcosa di speciale poiché l’unico modo in cui gli evangelisti avrebbero potuto conoscerlo è che lo avesse raccontato loro Gesù stesso. Nessun altro era presente. Il Signore deve aver aperto loro il Suo cuore riguardo questo momento fondamentale della sua vita. Lo Spirito Santo Lo condusse nell’immenso deserto fra la montagna di Gerusalemme e il Mar Morto cosicché Egli potesse pregare il Padre sul ministero pubblico che stava per iniziare.
Egli pregò e digiunò per ben 40 giorni che, ovviamente, lo lasciarono affamato e indebolito fisicamente. Fu in quel momento che il diavolo si avvicinò per tentarlo. Nelle tentazioni che Gesù soffrì e che in seguito descrisse ai suoi discepoli, il diavolo produsse allo stato puro i tipi di tentazione che Cristo avrebbe sopportato nel Suo ministero pubblico e che tutti noi sopportiamo nella nostra vita. Osservando come Gesù reagì, anche noi possiamo imparare come affrontare le varie tentazioni che incontriamo.

La prima tentazione era rivolta proprio alla tremenda fame di Gesù: “Se sei il Figlio di Dio, comanda a questa pietra che diventi un pane.” Satana ha cercato di allontanare Gesù dalla Sua missione. Gesù era venuto per salvare il popolo, per sfamare la sua fame più grande – la fame di anime – e satana ha cercato di indurre il Signore a diventare un fornaio piuttosto che il Salvatore.

Dare da mangiare agli affamati sarebbe un modo grandioso per acquistare fama e popolarità. Gesù stesso si rese conto, dopo aver dato da mangiare ai 5000 con la moltiplicazione dei pani e dei pesci, che immense folle Lo seguivano “non perché avevano visto dei segni, ma perché avevano mangiato di quei pani e si erano saziate” (Gv 6,26). La fame è una necessità umana basilare e satana ha tentato Cristo di indurre gli altri a seguirLo. Ma Gesù stesso viveva di un cibo più grande e preparava i discepoli a cercare lo stesso cibo celeste: “L’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.” Lo stesso messaggio trasmise alle folle che lo seguivano dopo essersi saziate: “Non cercate il cibo che perisce, ma il cibo che dura per la vita eterna, che il Figlio dell’Uomo vi darà.”

Noi tutti dobbiamo ricordare qual è il cibo più grande. C’è tanta gente che vive solo per il proprio stomaco. Anche i cristiani a volte fanno ogni tipo di sacrificio per soddisfare i loro bisogni materiali o quelli altrui, ma fanno molto poco per soddisfare le necessità spirituali più grandi. La Quaresima è il tempo in cui Cristo ci chiama a resistere a tale tentazione e a cercare prima di tutto questo cibo del cielo e a vivere di esso, confidando che, come Egli ha promesso, tutto il resto ci sarà dato in aggiunta. (Mt 6,33)

Nella seconda tentazione il diavolo mostrò a Gesù una visione di tutti i regni della terra e Gli disse: “Tutto questo io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai”. Gesù stava per diventare il Re dei Re, il Signore del cielo e della terra, ma ciò si sarebbe realizzato attraverso l’umiltà e la Croce. Il diavolo proponeva una scorciatoia, un’altra via, una via più facile. Ma non ci riuscì con Gesù che gli disse: “Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto”.

Questa è la tentazione di compromettere la nostra relazione con Dio, con la verità, con i principi che sgorgano da Dio, per avere successo o quello che desideriamo. Spesso e volentieri il diavolo presenta queste tentazioni in termini di ricerca di potere, privilegio o prestigio. E’ una tentazione perenne per conseguire qualcosa di mondano compromettendo la nostra relazione con Dio e con la Sua legge morale, per servire “la legge di questo mondo” piuttosto che l’unico, vero Dio. Gesù fece conoscere ai suoi discepoli questa seconda lotta. Egli ne uscì vittorioso affinché noi potessimo imparare da Lui che siamo chiamati ad adorare il Signore nostro Dio e a servire Lui solo, perché potessimo imparare che “chi vuol essere il più grande, deve farsi servo di tutti”.

Nella terza tentazione il diavolo ha cercato di convincere Gesù a mettere alla prova Dio Padre. A questo scopo ha anche citato le Scritture: “Gettati giù dal pinnacolo del tempio poiché sta scritto ‘Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede’ ” (sal 91). Gesù non si è fatto vincere dalla tentazione. Egli ha risposto:”Sta scritto, non tenterai il Signore Dio tuo”.

Con questa tentazione il diavolo cerca di farci cambiare la nostra relazione con Dio plasmandola secondo i nostri pensieri e non secondo quelli di Dio; allora, quando Dio sembra non rispondere a quella situazione, il diavolo ne approfitta per dividerci perfino da Dio. Tutti noi possiamo ripetutamente avvicinarci ad occasioni di peccato e poi ci aspettiamo che Dio ci tolga dal pericolo nel quale ci siamo inoltrati. Più volte il diavolo cerca di tentarci a fare qualcosa di sconsiderato per poi pretendere che Dio ci salvi sempre. Gesù fece conoscere ai suoi discepoli la sua risposta a questa tentazione cosicché noi potessimo farla nostra: “Non tenterai il Signore tuo Dio”. Invece di scavare una fossa e aspettarci che Dio ci tragga fuori, Gesù dice: non scavare la fossa. Invece di rischiare danni fisici o spirituali e pretendere che Dio prevenga il danno, non corriamo questi rischi sconsiderati.

L’evangelista conclude il racconto delle tentazioni di Cristo dicendo che il diavolo sottopose Gesù ad ogni specie di tentazione (Lc 4,13), ma Gesù ne uscì vittorioso. In uno dei passi più belli della Sacra Scrittura, la lettera agli Ebrei ci dice: “Noi non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato.” (Eb 4,15). Il diavolo esiste e cerca di allontanarci in ogni modo da Dio, dalla nostra missione, dalla nostra vocazione e dignità. Gesù, tuttavia, sa quello cui andremo incontro e ci ha insegnato il modo per superare queste tentazioni imitando Lui e le sue risposte. La Quaresima è il tempo in cui siamo chiamati a vivere le risposte di Gesù.

Alcuni demoni, ci dice Gesù nel Vangelo di S. Marco, si possono cacciare “solo con la preghiera e con il digiuno” (Marco 9,29). Questo è il motivo per cui ogni Quaresima la Chiesa ci mette davanti alla necessità di pregare e digiunare. Poiché il diavolo cerca sempre di tentarci con l’egoismo affinché modifichiamo la nostra relazione con le cose (la prima tentazione, abusare delle cose materiali come il pane), con gli altri (la seconda tentazione, avere potere sugli altri) e con Dio (la terza tentazione, il peccato di presunzione), la Chiesa ci invita a fare elemosina con generosità per superare l’egoismo e usare i doni che Dio ci ha dato per amarlo e amare gli altri. Le pratiche della Quaresima sono un rimedio alle tentazioni del nemico.

S. Paolo nella sua Lettera agli Efesini scrive “Rivestitevi dell’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo”. La preghiera, il digiuno e l’elemosina ci aiutano a “rivestirci di Cristo” (Rm 13,14), Colui che ha pregato incessantemente, Colui che ha digiunato per 40 giorni, che ha dato se stesso fino all’ultima goccia di sangue. S. Pietro ci ha insegnato “Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede.” (1Pt 5,8 La Quaresima è un campo di addestramento spirituale che la Chiesa ci dona annualmente per poterci allenare a diventare vittoriosi in quella che è la battaglia più importante che combatteremo: la lotta contro il male, l’impegno per il bene.

 

padre Antonio Rungi
Vittoriosi come Cristo nelle tentazioni 

Celebriamo oggi la prima domenica di Quaresima, di questo lungo tempo liturgico che ci porterà alla Pasqua 2008. Come si sa la Quaresima è tempo di preghiera, penitenza ed elemosina, come ci ha ricordato il Santo Padre, Benedetto XVI, nel suo recente messaggio alla comunità del credenti di tutto il mondo che vorranno vivere questa Quaresima nel segno della solidarietà e della condivisione.
Oggi la Parola di Dio ci presenta Gesù Cristo che si ritira nel deserto a pregare e lì rimane quaranta giorni tentato in vario modo. Il vangelo, infatti, ci suggerisce che esiste una possibilità di fronteggiare le forze del male con le armi della preghiera, del digiuno e della carità vissuta e testimoniata. Chi nella cultura odierna, tra il serio ed il faceto, sostiene che per superare le tentazioni l’unico modo è quello di soddisfarle ed acconsentire ad esse, costui fa opera distruttiva della forza spirituale che si annida nella vita di ogni persona, seriamente intenzionata a crescere in bontà, rettitudine e amore verso tutto e tutti. Il testo dell’evangelista Matteo che oggi ascoltiamo ci descrive dettagliatamente ciò che Gesù ha fatto prima di iniziare il suo ministero pubblico. Ciò che egli ha fatto è di esempio e trascinamento per ogni buon cristiano.
La triplice tentazione, tutte e tre di un certa consistenza e difficoltà, anche per lui che era Figlio di Dio, ci dice come è difficile superare le tante tentazioni della nostra vita, che si annidano nel cuore e nella mente. Il modo più onesto per superarle è quello di fortificarsi mediante uno stile di vita sacrificato, coraggioso e speranzoso. La lezione che ci viene dal nostro unico maestro è proprio qui: l’uomo nonostante le sue difficoltà, se confida in Dio e si abbandona a lui, può farcela in tutte le situazioni, anzi ce la deve fare, perché gli onori, i piaceri, il possesso, il potere di ogni genere, le affermazioni di se stesso durano poco o niente e danno la vera gioia del cuore e della vita.
Su questa linea interpretativa si colloca il brano della prima lettura di oggi, tratto dal libro della Genesi, ove viene presentato il testo del peccato originale e soprattutto la figura di Adamo. Uomo debole e fragile come la sua compagna, Eva, che spinge l’uomo a ribellarsi a Dio e a fare una scelta di vita al di fuori di Lui e senza riferimenti a Lui. Le conseguenze di questa scelta sono note: la sofferenza, la morte, il dolore e tutto ciò che è male nel mondo ha avuto origine da questo primo peccato, chiamato appunto originale. Gesù si presenta come il nuovo Adamo che risolleva nella sua morte in croce e la sua risurrezione l’umanità intera dal suo peccato di solitudine e di chiusura a Dio.
Dopo il peccato originale, preso coscienza del grave errore, il testo della Genesi ci ricorda che Adamo ed Eva aprirono gli occhi e si accorsero di essere nudi. Questa nudità esprime la condizione di peccato e di disagio dell’uomo che fa a meno di Dio, sostenuto da quella superbia della vita e dall’orgoglio che bloccano di fatto ogni accesso alla bontà, misericordia e tenerezza di Dio. Il vero peccato dell’uomo sta nella superbia come ci ricorda il brano odierno.
San Paolo Apostolo parla apertamente di questo e lo sottolinea a chiare lettere nel brano della seconda lettura di oggi che è tratto dalla lettera ai Romani.
E’ evidente in questo testo il discorso della speranza cristiana che fa aprire la mente ed il cuore della gente ad incontrare Cristo e a riporre in lui tutta la fiducia. Cristo è l’unico salvatore dell’uomo, sul quale si possono investire le migliori energie della vita e la stessa vita, senza rimanere delusi, in quanto Cristo che è salito sulla Croce ha ridato all’uomo la dignità di figlio di Dio, perduta a causa del primo peccato. Con l’obbedienza di Cristo sulla Croce, con la sua accettazione del calice amaro della Passione, Gesù ci ha reso liberi e noi siamo davvero liberi. Ciò che nuovamente può renderci schiavi sono le passioni e le tentazioni, sono i peccati di cui non prendiamo coscienza o non vogliamo prendere coscienza. Con l’aiuto della grazia di Dio, noi possiamo fare un cammino di vera liberazione da ogni male e soprattutto da quel vizio che è la superbia, causa di tutti gli altri mali della singola persona e della comunità.
Vogliamo pregare in questo giorno con il Salmo 50 nel quale ci riconosciamo per quel che siamo e chiediamo ciò di cui abbiamo davvero bisogno: “Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;
nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità. Lavami tutto dalla mia colpa, dal mio peccato rendimi puro. Sì, le mie iniquità io le riconosco, il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto. Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. Non scacciarmi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito”. Amen.
Buon cammino quaresimale nel segno della penitenza, della preghiera e della carità vissuta.

 

don Maurizio Prandi
Il modo di agire alternativo di Dio 

Abbiamo da poco cominciato il cammino in preparazione alla Pasqua del Signore, cammino che vogliamo vivere con una intenzione particolare come accennavo la sera del Mercoledì delle ceneri: la Quaresima è il tempo del ritrovamento della propria verità ed autenticità ancor prima che tempo di penitenza: non è un tempo in cui fare qualche particolare opera di carità o di mortificazione, ma è un tempo per ritrovare la verità del proprio essere (E. Bianchi). E’ nella consapevolezza di se’ e del proprio essere cristiano che possiamo vivere la preghiera, il digiuno, l’elemosina. Mi pare bello allora, nei passaggi che la liturgia domenicale ci ha fatto fare, cogliere alcuni elementi di faticosa verità per l’uomo. Lo facciamo insieme a don Luigi Pozzoli del quale riprendo un testo che credo ci possa aiutare ad impostare il nostro itinerario quaresimale. Il Vangelo che abbiamo ascoltato nelle ultime due domenica scorsa: Le beatitudini e oggi le tentazioni nel deserto… anche satana ha le sue beatitudini da proporre e da proporci. Avete ascoltato: Gesù sul monte celebra i poveri, Satana nel deserto esalta quelli che possiedono. Gesù fa l’elogio degli umili, di quelli dal cuore mite e misericordioso, Satana invece invita ad ammirare quelli che hanno il potere e l’orgoglio di fare cose straordinarie. Gesù chiama beati i perseguitati per causa della giustizia, Satana invece considera beati quelli che ottengono l’applauso ed il consenso. Che diversità nelle due proposte, e quale volto di Dio emerge nelle due proposte! Vorrei soffermarmi sull’idea di tentazione e sulla simbologia del deserto oltre che sulle tre tentazioni cui è sottoposto Gesù.

La tentazione è dubitare della fedeltà e dell’amore di Dio, volere continuamente da Lui prove e segni della sua vicinanza e del suo amore; la fede, nella tentazione, viene messa alla prova, e satana mette in dubbio la figliolanza divina di Gesù: Se sei figlio di Dio… e allora, visto che siamo immediatamente dopo l’episodio di Gesù al Giordano, ciò che il Diavolo mette in questione, è proprio la parola divina nei confronti di Gesù: vuole spingerlo a non fidarsi della Voce Celeste che ha detto: questi è mio Figlio! La verità di se’ dovrebbe passare attraverso segni o gesti che la dovrebbero confermare… in altre parole: il Diavolo vuole indurre Gesù a fare una verifica di quanto gli è stato promesso, facendolo così dubitare della sua identità di Messia e di Figlio di Dio.

Il deserto è il luogo tipico della tentazione, basta pensare al cammino del popolo di Israele nel deserto oltre che al brano di vangelo che la Chiesa oggi ci propone. Ma il fatto che noi ad esempio non abbiamo un deserto fisico da frequentare, non ci garantisce dall’essere risparmiati dall’incontro con il tentatore. C’è un deserto che è dentro di noi, che ci abita e in cui abitiamo, che ci avvolge e ci compenetra; capita di scoprire che il fondo del nostro essere, in alcune stagioni della vita, è come uno spazio vuoto e in questo vuoto regnano la solitudine e l’angoscia generati da un fallimento, da un dolore, da una inadeguatezza… lì si rende presente il tentatore, che ha un obiettivo fondamentale: staccarci da Dio, allontanarci da Lui!

Lo fa nel Paradiso terrestre, falsando il volto di Dio, raccontando un Dio geloso di se’ stesso e incapace di comunicarSi ai suoi figli: Guardate che vi ha detto così perché ha paura che diventiate come Lui… L’uomo e la donna lasciano che il Diavolo stravolga il senso del comandamento di Dio, lasciano che il Diavolo stravolga il senso della sua Parola, lasciano che il Diavolo insinui in loro il dubbio sulla bontà delle intenzioni del Creatore verso le sue creature. Dio non è più il Dio ama ma diventa colui che punisce. Dio camminava con l’uomo nel Giardino dell’Eden… non è più Colui che ti è vicino, che cammina al tuo fianco: il tentatore fa diventare Dio un concorrente dell’uomo, uno geloso delle sue prerogative. Si mette la maschera da Dio, e come Dio, promette: ad Adamo ed Eva promette che diventeranno come Dio, a Gesù promette una strada spianata ed in discesa, gli promette che sarà un Messia accolto e osannato da tutti.

Gesù capisce la vera grande tentazione che si nasconde dietro le piccole tentazioni quotidiane riguardanti il possesso dei beni, l’esercizio del potere, la ricerca del successo, il ricorso ad una religiosità di comodo… Gesù avverte il pericolo del distacco da Dio, avverte che è in gioco la fedeltà al Padre, alla sua Parola e alle sue promesse, perché queste tentazioni, nel loro complesso, descrivono in modo esemplare un modo di agire alternativo a Dio. Mettere al primo posto la materialità delle cose, il soldo, l’economia… usare tutto per se’, consumare tutto, in tutto bisogna trovare un riscontro, un ritorno, ecco pensare così è pensare in modo alternativo rispetto a Dio. Mettere al primo posto i nostri capricci ricordando a Dio che deve essere a servizio dei nostri successi e delle nostre affermazioni, dei nostri desideri di visibilità, è pensare in modo alternativo rispetto a Dio. Appropriarsi di Dio, servirsi di Lui per accrescere la propria autostima, tutto ciò rivela la nostra poverta più radicale, la nostra incapacità di relazioni “normali” al di là dell’ambito del sacro, del religioso è pensare in modo alternativo a Dio… Mettere al primo posto la sete di potere, il desiderio di determinare persone e cose, di non dipendere da nessuno e di essere padroni di se stessi, è pensare in modo alternativo rispetto a Dio. Gesù vince la tentazione rinnovando al Padre tutta la propria fiducia e fondandosi sull’interpretazione esatta della Scrittura: Sta scritto! Cioè: la volontà del Padre non può essere discussa. Gesù si fida e si affida: il suo desiderio più profondo sarà sempre quello di avere il cuore del Padre per essere grande nell’amore. Il deserto diventa allora per Gesù il luogo nel quale si realizza una unione intensa con il Padre e con lo Spirito che lo ha condotto in questo luogo arido, ma che non lo ha abbandonato, non lo ha lasciato solo.

Signore Gesù, che sei veramente Figlio di Dio, ti benediciamo perché ti sei esposto alla prova e alla tentazione come ogni uomo. Ancora una volta ti sentiamo vicino perché non hai recitato per insegnarci come si supera la tentazione ma hai dovuto veramente lottare con Satana. Rendici uomini e donne capaci, come lo sei stato Tu grazie alla tua umanità pienamente libera, di aderire totalmente alla volontà del Padre e di far cadere tutto ciò che ci allontana da Lui.

padre Ermes Ronchi
Vivere è scegliere la Parola 

O gni tentazione è sempre u­na scelta tra due amori: «Sempre sul ciglio dei due abissi / tu devi camminare e non sapere / quale seduzione se del Nulla / o del Tutto ti abbatterà» (David Maria Turoldo).
Le tentazioni di Gesù riassumono i grandi inganni della nostra vita, e il primo è quello di sostituire Dio con delle cose: «dì che queste pietre diventino pane, questa è tutta la vita, non c’è altro!». Pro­clamare assolute le cose. Credere che tutto il nostro futuro è già pre­sente in un po’ di pane.
Pietre o pane? Gesù esce da que- sta alternativa, dove l’uomo so­pravvive soltanto ma non vive, di­latando la fame del corpo verso la fame del cuore: «Non di solo pane vive l’uomo». Anzi di solo pane l’uomo lentamente muore. Una offerta di più vita è la fede: il pane è un bene inequivocabile, è buono, ma più buona è la parola. Il pane fa vivere, ma più vita vie­ne dalla Parola di Dio. Io non so­no solo mendicante di pane, ma mendicante di cielo, di giustizia e di bellezza, di felicità e di amore per me e per gli altri.
L’uomo vive di ciò che viene dal­la bocca di Dio. Bellissima paro­la: l’uomo vive di Dio – per que­sto ne prova una segreta fame i­nappagata – e di ciò che viene dal­la sua bocca. Dalla bocca di Dio è venuta la luce, con la prima pa­rola della genesi; poi sono venu­ti il cosmo e tutte le creature; è venuto il bacio con cui il creato­re ha alitato il suo alito di vita sul­l’informe polvere del suolo che e­ra Adamo. Da allora, per ogni fi­glio d’Adamo, respirare è respi­rarLo. Dalla sua bocca è venuto il Verbo e il Vangelo.
L’uomo vive di tutto ciò, vive di Dio e di creature. Riceve vita dal pane ma anche dall’abbraccio, dalla parola di Gesù e dai sogni di una creatura che gli cammina a fianco; l’uomo vive di profezia e di parole appena sussurrate. E posso dire, ognuno sa a chi può ri­volgersi: di Dio e di te io vivo. An­che tu sei bocca di Dio, che re­spira il suo respiro. Tu, sillaba del­la Parola.
Gesù ci mostra il metodo biblico per affrontare le tentazioni. Alla parola dell’inganno oppone la pa­rola di Dio. Anch’io sono chia­mato a scegliere: vivere è sceglie­re. La luce per le mie scelte la tro­vo nel Vangelo, fonte di uomini li­beri. La forza per scegliere viene dalla forza dei miei ideali, nasce quando evangelizzo di nuovo me stesso, ridicendomi amori e valo­ri; viene dalla forza con cui il For­te mi ha preso il cuore. Così mi oppongo a ciò che dà morte: con la Parola che fa vivere.

 

padre Raniero Cantalamessa
Cristo ha vinto Satana per liberarci 

Il demonio, il satanismo e altri fenomeni connessi sono oggi di grande attualità, e inquietano non poco la nostra società. Il nostro mondo tecnologico e industrializzato pullula di maghi, stregoni di città, occultismo, spiritismo, dicitori di oroscopi, venditori di fatture, di amuleti, nonché di sette sataniche vere e proprie. Scacciato dalla porta, il diavolo è rientrato dalla finestra. Cioè, scacciato dalla fede, è rientrato con la superstizione.

L’episodio delle tentazioni di Gesù nel deserto che si legge nella prima Domenica di Quaresima ci aiuta a fare un po’ di chiarezza su questo tema. Anzitutto, esiste il demonio? Cioè, la parola demonio indica davvero una qualche realtà personale, dotata di intelligenza e volontà, o è semplicemente un simbolo, un modo di dire per indicare la somma del male morale del mondo, l’inconscio collettivo, l’alienazione collettiva e via dicendo? Molti, tra gli intellettuali, non credono nel demonio inteso nel primo senso. Però si deve notare che grandi scrittori e pensatori, come Goethe, Dostoevskij hanno preso assai sul serio l’esistenza di satana. Baudelaire, che non era certo uno stinco di santo, ha detto che “la più grande astuzia del demonio è far credere che egli non esiste”.

La prova principale dell’esistenza del demonio nei vangeli non è nei numerosi episodi di liberazione di ossessi, perché nell’interpretare questi fatti possono aver influito le credenze antiche sull’origine di certe malattie. Gesù che è tentato nel deserto dal demonio, questa è la prova. La prova sono anche i tanti santi che hanno lottato nella vita con il principe delle tenebre. Essi non sono dei “Don Chisciotte” che hanno lottato contro mulini a vento. Al contrario, erano uomini molto concreti e dalla psicologia sanissima.

Se tanti trovano assurdo credere nel demonio è perché si basano sui libri, passano la vita nelle biblioteche o a tavolino, mentre al demonio non interessano i libri, ma le persone, specialmente, appunto, i santi. Cosa può saperne su Satana chi non ha mai avuto a che fare con la realtà di satana, ma solo con la sua idea, cioè con le tradizioni culturali, religiose, etnologiche su satana? Costoro trattano di solito questo argomento con grande sicurezza e superiorità, liquidando tutto come “oscurantismo medievale”. Ma è una falsa sicurezza. Come chi si vantasse di non aver alcuna paura del leone, adducendo come prova il fatto che lo ha visto tante volte dipinto o in fotografia è non si è mai spaventato. D’altra parte, è del tutto normale e coerente che non creda nel diavolo, chi non crede in Dio. Sarebbe addirittura tragico se qualcuno che non crede in Dio credesse nel diavolo!
La cosa più importante che la fede cristiana ha da dirci non è però che il demonio esiste, ma che Cristo ha vinto il demonio. Cristo e il demonio non sono per i cristiani due principi uguali e contrari, come in certe religioni dualistiche. Gesù è l’unico Signore; Satana non è che una creatura “andata a male”. Se gli è concesso potere sugli uomini, è perché gli uomini abbiano la possibilità di fare liberamente una scelta di campo e anche perché “non montino in superbia” (cf. 2 Cor 12,7), credendosi autosufficienti e senza bisogno di alcun redentore. “Il vecchio Satana è matto -dice un canto spiritual negro. Ha sparato un colpo per distruggere la mia anima, ma ha sbagliato mira e ha distrutto invece il mio peccato”.

Con Cristo non abbiamo nulla da temere. Niente e nessuno può farci del male, se noi stessi non lo vogliamo. Satana, diceva un antico padre della Chiesa, dopo la venuta di Cristo, è come un cane legato sull’aia: può latrare e avventarsi quanto vuole; ma, se non siamo noi ad andargli vicino, non può mordere. Gesù nel deserto si è liberato da Satana per liberarci da satana! È la gioiosa notizia con cui iniziamo il nostro cammino quaresimale verso la Pasqua.

 

don Daniele Muraro
 

“Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” diceva il versetto del Vangelo. Troviamo così anticipata la risposta di Gesù alla prima tentazione del diavolo nel deserto e, accogliendo questa raccomandazione, stamattina noi siamo qui per nutrire la nostra fede con il cibo sostanzioso della Parola di Dio. Si tratta della preparazione necessaria per accostarsi con vantaggio alla mensa del pane e del vino trasformati nel Corpo e Sangue del Signore.
La medesima frase usata da Gesù per respingere l’assalto iniziale del Maligno è Parola di Dio in quanto si tratta di una citazione presa dall’Antico Testamento, precisamente dal libro del Deuteronomio.
Durante l’ultima sosta prima di passare il Giordano ed entrare nella Terra Promessa, Mosè nella veste di guida del popolo, rievoca gli episodi salienti del lungo pellegrinaggio nel deserto, durato quarant’anni, e si sofferma sulle prove subite da Israele durante tutto questo tempo e sul soccorso ottenuto dal Signore.
Più volte dopo l’uscita dall’Egitto Dio aveva messo alla prova il suo popolo, per saggiare quello che ciascuno nel cuore e la sua volontà di osservare i comandamenti. Fra le ristrettezze affrontate dagli Ebrei in un ambiente ostile ci fu anche la fame.
Arrivati al termine di tante peripezie, Mosè rievoca anche quel episodio e ne mette in luce il significato spirituale. Dio si servì dell’inedia e del successivo miracolo della manna per far capire a tutti che non esistono solo i bisogni materiali, ma che l’uomo realizza in pienezza se stesso solo nel dialogo vivo con il suo Signore.
La lezione vale anche per noi oggi. Tante volte noi ci rivolgiamo a Dio con richieste legittime, ma limitate al benessere materiale. Il ritardo da parte di Dio nell’adempiere alle domande della sua creatura a riguardo dei beni elementari non manifesta un disinteresse da parte sua le necessità primarie, piuttosto intende ottenere in noi che chiediamo l’apertura alla dimensione spirituale e propriamente umana dell’esistenza.
Se Dio fosse cercato solo per il pane o la salute, o il benessere, si svilirebbe la sua grandezza e si disprezzerebbe la sua qualità divina. Dio non è un serbatoio di beni da consumare, è prima di tutto una persona, anzi una comunione di persone. A chi si lascia introdurre in questo mistero, tutto il resto sarà dato in aggiunta, già in questo mondo e poi nell’altro.
Ad un certo punto della sua missione Gesù moltiplicherà anche pani e pesci, ma lo farà per chi si era attardato ad ascoltare il suo insegnamento e per preparare la folla ad un più coinvolgente miracolo, cioè alla istituzione del sacramento dell’Eucaristia che sempre si sarebbe rinnovato nella comunità dei credenti.
Anche l’oggetto della seconda tentazione, di ottenere un soccorso straordinario da parte di Dio a garanzia della propria incolumità, ottiene una realizzazione spettacolare e superiore alle attese, seppure ritardata, nel momento della resurrezione dal sepolcro, quando Gesù ritorna in vita, libero per sempre dal potere della morte.
Attraverso il sacrificio sulla croce Gesù ha ottenuto un nome, cioè un’autorità, superiore ad ogni altra e in ragione del mistero pasquale Dio ha stabilito che ogni ginocchio si pieghi nel nome del suo Figlio, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami la sua Signoria.
È l’oggetto della terza tentazione, ottenuto da Gesù, al di là di ogni aspettativa politica, non adorando Satana, in quanto abusivo dominatore di questo mondo, ma aderendo al disegno di salvezza universale del Padre.
Imparando dalla lezione del Vangelo di oggi, potremmo dire ogni tentazione prende le mosse da due lusinghe: la prima è quello della fretta di ottenere sùbito quello che Dio ha stabilito per il suo tempo giusto, l’altra è quella superbia di affermare se stessi a dispetto della maestà di Dio.
Per esempio Adamo ed Eva nella prima lettura vogliono diventare “come Dio” e questo un giorno si sarebbe realizzato, nella elevazione in grazia e nella adozione a suoi figli da parte di Dio stesso di tutti gli uomini, ma Adamo ed Eva pretendono di ottenere questo dono attraverso un sotterfugio e una disobbedienza contro Dio stesso.
Il papa Benedetto nella sua enciclica “Spe Salvi” ci aiuta a capire come il peccato originale abbia avuto nella storia del mondo non solo un risvolto personale, ma anche delle conseguenze sociali e culturali.
In particolare per illuminare la nostra “fede nel progresso” il papa risale fino al milleseicento. Fino a quel momento il ricupero del paradiso terrestre la società cristiana lo attendeva dalla redenzione di Gesù Cristo.
Da quel periodo in poi invece vari pensatori hanno immaginato la restaurazione del “paradiso” perduto nel collegamento appena scoperto tra scienza e tecnica. Al posto del “Regno di Dio” viene profetizzato il regno dell’uomo, ovvero della massima espansione del controllo dell’uomo sul mondo attraverso la pratica della tecnica guidata dalle scoperte della scienza.
Anche questa è una tentazione: “Noi tutti, scrive il papa, siamo diventati testimoni di come il progresso in mani sbagliate possa diventare e sia diventato di fatto, un progresso terribile nel male. Se al progresso tecnico non corrisponde un progresso nella formazione etica dell’uomo, nella crescita dell’uomo interiore, allora esso non è un progresso, ma una minaccia per l’uomo e per il mondo.”
Non vi è dubbio, pertanto, che un “regno di Dio”, un nuovo paradiso terrestre, realizzato senza Dio – un regno quindi dell’uomo solo – si risolve inevitabilmente nella “fine perversa” di tutte le cose descritta da Kant, già prevista per altro dai più acuti fra i pensatori laici del passato.
Abbiamo bisogno di Dio ed Egli entra veramente nelle cose umane solo se non è soltanto da noi pensato, ma se Egli stesso ci viene incontro e ci parla. Per questo noi ci mettiamo in ascolto della Parola di Dio, prestandole l’ossequio della nostra comprensione e della nostra fede. Ragione e fede hanno bisogno l’una dell’altra per realizzare la loro vera natura e la loro missione e Gesù nel Vangelo di oggi ci dimostra come coniugarle rettamente nel servizio di Dio e per il bene dell’uomo.

 

LaParrocchia.it
“Le tentazioni: caduta e soluzione” 

Che cosa sono le tentazioni? E’ questa una domanda ricca di significato sia per il mondo sia per la nostra esistenza di individui. A questa domanda si può trovare una risposta nella Parola di Dio appena proclamata.
Il vangelo non vuole raccontare un evento a cui Gesù è stato sottoposto, ma desidera dare una risposta a tutti i nostri dubbi e perplessità. Per comprendere in cosa consiste la tentazione, è necessario allargare lo sguardo ad altri testi del vangelo.
Mt 16,23 contiene l’imperiosa esclamazione finale “Vattene, Satana!” diretta a Pietro che voleva dissuadere Gesù dall’abbracciare la via della sofferenza.
A riguardo è importante anche il testo di Luca 22,41… nell’orto del Getsemani, luogo dell’appuntamento finale per la grande e ultima tentazione, il compito del tentatore resta sempre quello di far ragionare Gesù come semplice uomo e non come Dio.
Per cui la tentazione/i ha il compito di non far incontrare le nostre vie con quelle di Dio, di condurre l’uomo e la storia in una dimensione che esclude totalmente la sfera divina. Ma per cogliere più a fondo il significato il vangelo ci offre altri spunti: Il deserto è il luogo “della battaglia” che potrebbe essere paragonato al mondo o alla storia che noi abitiamo e viviamo… ciò sta a significare come le tentazioni si presentano nel nostro ambiente e nelle nostre situazioni vitali, nella nostra quotidianità e nelle realtà a noi più familiari e che giornalmente calpestiamo.
Ancora una volta è il vangelo a sottolineare che il tentatore, come per magia, nel deserto fa apparire cose che al momento non esistono: il pinnacolo e i regni della terra. Ciò potrebbe essere compreso come la tentazione, che allontana da Dio, non nasce dal cuore dell’uomo, bensì dall’esterno, dove ha una parte importante ciò che cade sotto i sensi. L’essere tentati è farsi trasportare, dai vari sistemi umani di carattere politico o religioso, in un mondo diverso da quello che in realtà è. La tentazione è una forma di illusione, è una prospettiva di vita allettante che ci introduce in un mondo dove tutto è lecito e niente è vietato (come il paese dei balocchi di pinocchio). In questo modo non esistono valori assoluti e tutto è necessario finché è utile… così il fine giustifica i mezzi. Se non stiamo attenti si cade tranquillamente nella piaga del relativismo così temuta dal nostro caro papa Benedetto XVI. Questa forse è la più grande e più subdola delle tentazioni a cui l’uomo può andare incontro; molte volte senza accorgersene relativizziamo tutto… persino Dio. Il relativismo ci porta a concepire un mondo dove l’interesse individuale o di stato/collettivo, il guadagno e altre cose sono anteposte a tutto e tutti e ogni cosa è finalizzata a costruire una società prettamente umana e fonte di guadagno.
Come uscirne fuori? Il vangelo risponde: “sta scritto”. Con questa espressione si mette in evidenza come ancora più importante del pane, del mettere alla prova Dio e del possesso dei regni è per l’uomo la Parola di Dio e l’obbedienza a Lui. La Parola di Dio è infatti vera vita, ma per comprendere ciò è opportuno iniziare un cammino di ascolto che trova un riscontro nella testimonianza che siamo chiamati a dare con la nostra vita. Se noi come cristiani saremo più coerenti con ciò che ascoltiamo… diciamo che il dominio sul mondo non può essere esercitato in nome del diavolo: deve essere esercitato in nome di Dio. “La Gloria di Dio è l’Uomo vivente” (Ireneo).

Buona Domenica!!!

 

don Giovanni Berti
La tentazione di vincere sempre 

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Obama contro Clinton, cristiani contro mussulmani, Microsoft contro Apple, destra contro sinistra… e poi vicino di casa contro vicino di casa, collega contro collega, figli contro genitori, marito contro moglie…
Viviamo in un mondo di lotte e di continue contrapposizioni a livello politico, religioso, culturale, sociale, economico e anche al nostro livello personale di vita familiare e lavorativo.
Lo scopo della vita sembra continuamente vincere battaglie e assicurarsi il posto dalla parte del vincitore. Siamo in continua ansia da guerra, anche dentro noi stessi quando scopriamo qualcosa contro cui lottare e cerchiamo di vincere al più presto possibile: un difetto fisico, un vizio o una malattia.
Gesù si reca nel deserto e nella sua lotta contro il diavolo sembra davvero prendere su di se tutte le nostre battaglie umane. Nella lotta di Gesù nel deserto c’è anche quella lotta iniziata con Adamo e Eva che, ingannati dal serpente, hanno visto Dio come nemico della loro libertà e hanno iniziato quella contrapposizione tra Dio e l’uomo che ancora oggi segna l’umanità. E sembra che la battaglia tra Dio e l’umanità si risolva affilando le armi e schierandosi con Dio o contro di lui: da una parte coloro che obbediscono a Dio e ai dettami della religione e dall’altra invece chi è contro Dio e la religione.
Ma davvero Gesù nel deserto lotta contro il diavolo?
E’ questo quello che ci racconta il Vangelo?
Ma davvero lo scopo della nostra vita è vincere sempre, subito e definitivamente?
Mi sembra che la vera tentazione contro la quale “lotta” Gesù sia proprio quella di vincere e di superare subito e definitivamente ogni ostacolo.
Il diavolo è proprio qui che vuole colpire a morte Gesù nella sua missione appena iniziata: non gli propone cose apertamente sbagliate. Gli propone di superare la fame fisica, di avere subito risposta da Dio nei problemi e di avere un potere illimitato sul mondo (quanto bene farebbe se Gesù diventasse il presidente degli Stati Uniti oggi??? No?)
Ma Gesù non è venuto per vincere. Non è venuto per mostrarsi potente e senza problemi.

Gesù non è venuto a vincere nessuna battaglia.
E’ venuto per amare, per condividere la vita dei perdenti, degli affamati, dei deboli.
E’ venuto proprio a mostrare che Dio non è un nemico e che non vuole avere nemici.
Gesù scende nel deserto per farci capire che nei nostri deserti e nelle nostre fragilità umane fatte di fame, debolezza e anche peccato, non siamo soli e non siamo senza speranza.
Dio non è come il distributore delle merendine della stazione dove basta inserire l’importo richiesto (pregare quanto? Dove?) e premere il tasto giusto (quale la preghiera migliore?) ed ecco lo snack (ecco il miracolo che volevo)!
Siamo nel deserto sempre e non solo io e te, ma anche altri che conosciamo poco o che non conosciamo, ma che condividono con noi la fragilità fisica e spirituale della vita umana. E Gesù entra e rimane in questo deserto ed è con noi, come noi.
Non cediamo anche noi alla tentazione di vincere a tutti i costi. Non cediamo alla tentazione di vivere anche la vita spirituale come battaglia da vincere subito e magicamente.
Accettiamo la nostra vita nella sua precarietà come ha fatto Gesù. Sentiremo le parole della fede come pacificanti e piene di speranza. Saremo beati (come ci ricorda lo stesso Gesù) non perché perfetti, ma perché amati.
La Pasqua (cioè la Vita che vince la morte) non è un premio da conquistare ma un dono che Gesù ha ricevuto e che è disposto a donarci. E la nostra vita è come questa quaresima che è appena iniziata, cioè è deserto e fragilità, ma è anche speranza di avere Gesù con noi. E come la quaresima non si può accorciare e la Pasqua non arriva il giorno del calendario che vogliamo noi, così anche la vita ha i suoi tempi che non possiamo accorciare. La tentazione è proprio questa, ma con Gesù possiamo superarla e vivere anche il deserto con forza e pace.

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don Mario Campisi
La vita dell’uomo: nè calcio, nè pugilato 

La Quaresima comincia col sollevare una grossa questione: che cos’è il peccato?

La secolarizzazione sembra avere demolito nello spirito dell’uomo moderno il senso del peccato. Nella mente di molti giovani il peccato non esiste; o, semmai, peccato è la sofferenza, la privazione, la limitazione del piacere; il piacere non è peccato. Dio ammesso che esista, si offende quando io mi privo di un piacere che mi trovo davanti.

Questo modo di pensare dobbiamo affrontare senza turarci le orecchie, senza scandalizzarci, cercando di guardare le cose con razionalità e lucidità.

Il mondo antico, pagano ed ebraico, aveva un grosso concetto del peccato. Lo considerava come causa di tutti i malanni della società. Significativa in questo senso la prima lettura di oggi.

Ma Gesù non è venuto solo per meritarci il perdono. La redenzione non va presentata in questi termini: prima di Gesù il peccato non poteva essere perdonato, oggi sì! Conseguenza: oggi… possiamo permetterci di peccare più di prima. La redenzione è inizio di risalita, di ripresa del dialogo con Dio. A livello di individuo e a livello di umanità. Ogni uomo ripete in se stesso la storia umana.

Le tentazioni di Gesù sono significative globalmente e singolarmente considerate. La vita è all’insegna della lotta tra il bene e il male: Cristo l’ha sperimentato in se stesso.

Dall’impatto con la tentazione deriva il valore della persona. Se, per impossibile, Cristo avesse ceduto per un istante, il meglio della sua opera sarebbe andato perduto.

I compromessi col male sgretolano il nostro mondo interiore. E’ vero: anche con tutti i nostri peccati forse non siamo dei delinquenti… ma che cosa saremmo senza quei compromessi e quelle debolezze?

Non pensiamo solo al danno emergente, pensiamo anche al lucro incessante. “Io vi dico che di ogni parola detta fuori posto gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio” (Mt 12,36). Una parola oziosa che male fa?… Chiediamoci però quanto bene annullano le migliaia di parole oziose che riempiono o piuttosto svuotano le nostre giornate.

Le tentazioni di Gesù ci ricordano a quali peccati più facilmente siamo esposti.

Circoscrivere i nostri interessi alle cose sensibili e materiali, accantonando i valori spirituali, in particolare il valore della parola di Dio.

Ricerca di consensi, di approvazioni, di pubblicità. Fare non quello che la voce interiore suggerisce, ma quello che rende bene accetti agli altri. Imporsi l’attenzione degli altri, emergere, distinguersi per diritto o per rovescio.

Sete di potere. Agognare posti di responsabilità e di comando, la poltrona onorifica e redditizia – e in questo periodo stiamo assistendo ad uno spaccato della vita politica italiana e mondiale veramente deprimente e vergognoso alimentato da programmi televisivi trash! La vita di molti uomini si riduce ad una corsa affannosa, ad una lotta senza distinzione di colpi per raggiungere questi obiettivi.

Il Signore Gesù insegna a non lasciarsi abbagliare dal pulviscolo dorato di quelle sollecitazioni. La vita dell’uomo, la storia dell’umanità è una cosa seria: non possiamo trasformarla in una partita di calcio o di pugilato.

 

Paolo Curtaz
Essenzialità 

Inizia la Quaresima, forse.
Forse, perché fatichiamo a gettare le maschere del carnevale e quelle, molto più difficili da togliere, che la vita ci appiccica sull’anima.
Forse, perché cancellare dalla mente la brutta fama che circonda il tempo quaresimale pieno zeppo di inutili fioretti e di finte rinunce e di pesce al venerdì.
Forse, perché alcuni tra voi vivono la quaresima tutto l’anno, e, invece di mortificarsi, dovrebbero vivificarsi per dare un senso decente alla propria vita martoriata.
Forse, se abbiamo ancora il coraggio di seguire il nazareno nel deserto per scegliere, come lui, che uomini e donne essere, che discepoli diventare, come egli ha scelto quale volto di Dio rivelare.
Inizia la quaresima, cercatori di Dio, il tempo più asciutto dell’anno, più serio (non triste!), più vero, il tempo della lotta interiore, il tempo delle scelte, il tempo della verità (anche scomoda), il tempo del perdono e del pentimento.

Condannati
Siamo condannati a scegliere, scriveva un sempre caustico Sartre, siamo condannati alla libertà.
Segno della nostra immensa dignità, la libertà è un bene difficile da gestire. E così siamo tentati di delegare ad altri le nostre scelte, le nostre opinioni, oppure a lasciarci scegliere dalla vita, riducendo ciò che siamo al lavoro che facciamo, al denaro che guadagniamo, alle cose che acquistiamo. Il deserto della quaresima ci invita a prendere consapevolezza del nostro limite, della nostra pochezza, non per farci piombare in un senso di depressione cronica, ma per cercare altrove la sorgente della nostra felicità.
Adamo ed Eva sperimentano l’ambiguità della libertà: vivono in una situazione di pienezza eppure si fanno sedurre e decidono di mangiare il frutto dell’albero della conoscenza. Così l’uomo pensa di diventare come Dio, di sapere, di conoscere tutto perfettamente, ma il risultato sarà una profonda frattura fra uomo e donna e la consapevolezza di essere nudi.
Ancora oggi, novelli adami ed eve, slalomiamo fra i tanti serpenti che ci incantano facendoci credere che la soluzione dei nostri problemi è vicina, evidente, ovvia. Abbandonata l’oppressione delle religioni e il rancido potere clericale, possiamo sperare in un progresso luminoso e benevolo fondato sulla scienza. E se poi scoprissimo, ancora, di essere nudi? Che non basta la tecnica e la scienza per rendere felice l’insaziabile cuore dell’uomo?
Il deserto ci permette di andare all’essenziale, di capire chi o che cosa conduce la nostra vita e verso dove. E a mettere a fuoco che, nelle scelte che facciamo, dalle grandi alle quotidiane, possiamo sbagliarci e prenderci per Dio.

Peccato
Fare esperienza del limite diventa l’occasione per guardare altrove, oltre, per misurare la nostra vita con criteri che oltrepassano la logica comune.
Adamo ed Eva sperimentano che la propria arroganza li allontana tra loro, con il Creato e da Dio. Gesù, dice san Paolo, ricuce questo strappo, annulla questa distanza.
Prendere coscienza del proprio peccato è il primo passo verso l’autenticità.
Nei vangeli il peccato è il grande assente: se ne parla solo per dire che è superato, che è perdonato, che è scomparso a causa dell’immensa misericordia di Dio.
La quaresima ci invita guardare alla nostra nudità per essere rivestiti dalla veste battesimale, a riconoscere il nostro peccato per gettarlo nel cuore incandescente di Dio.
Il peccato, il grande assente della nostra modernità che l’ha sostituto col rancido senso di colpa, è segno della possibilità dell’uomo di scegliere e di sbagliare. Rispettoso dei nostri tempi e dei nostri sentimenti, Dio ci propone un superamento (non ingenuo o miracoloso) del peccato, per rinascere alla vita nuova di figli.
Ma, per farlo, occorre riconoscere e superare la tentazione. La stessa che Gesù ha superato nel deserto di Giuda.

Tentazioni
Gesù ha davanti a sé una strada maestra, consolidata, preparata dai profeti, lievitata nel cuore di un popolo servo e oppresso da secoli da potenze straniere: il Messia vittorioso. Un Messia muscoloso, politico, deciso, condottiero.
La gente si aspetta qualcuno che magicamente risolva i problemi, che punisce i malvagi (sempre gli altri, ovvio) e che ristabilisca un bel governo come quello del re Davide, magari esentasse.
Il demonio arriva. Più suadente e affascinante di tutte le rappresentazioni grottesche che ne abbiamo fatto. La sua proposta è semplice, ragionevole, scontata.
Vuoi fare il Messia? Magnifico! Non esagerare, però: riguardati, affidati ad un personal trainer, cura l’immagine, se non fai lo splendido nessuno ti noterà.
Vuoi fare il Messia? Geniale! Ti toccherà contattare politici e sacerdoti, ragionare con loro, qualche compromesso sarà necessario.
Vuoi fare il Messia? Notevole! Qualche bel miracolo, Gesù, qualche statua della Madonna che lacrima sangue, qualche segno prodigioso e vedrai che le folle si strapperanno i capelli per te!
Ha ragione, il demonio. Cita pure la Parola di Dio. Non basta conoscere la Bibbia per fare la volontà di Dio. Gesù replica: no, non farò così.

Scelte
La vita è essenza, non immagine, foss’anche immagine religiosa. Andrò al cuore delle persone, sarà il mio amore, attinto dal Padre, a scavare i solchi nelle anime. Il potere è ambiguo: se da, pretende. Io voglio essere libero di parlare del vero volto di Dio. Il miracolo è pericoloso: voglio che la gente ami Dio per ciò che Dio è, non per ciò che dà.
Ecco, Dio ha deciso.
In queste parole l’essenza del suo ministero. E del suo fallimento. Temporaneo.
Gesù sarà un Messia di basso profilo, Gesù, non userà nessun altro strumento se non l’amore per convincere, per annunciare, per convertire.

Buon deserto, seguaci del folle.

 

padre Mimmo Castiglione
Seduzione! 

Gridavano, quando hai smesso di parlare.
Sordo non ho più udito. T’ho cominciato allora ad ascoltare!
Non percepivo, è vero! Cieco non vedevo. Ora distinguo.
Ora che chiudo gli occhi, sento. Odo quando s’agita il vento.
Colgo quanto si sposta, ne avverto il movimento.
Passa l’inverno, attendo l’equinozio, la luna piena.
Ho preservato un po’ di terra, spalando neve che copriva.
Ho custodito la fossa, liberando ciò che il ghiaccio imprigionava.
Rincasa il vero che non s’è smarrito. Ritorna il verde che non s’è bruciato!

Dopo essere stato al Giordano dal Battista
e ricevuto la consacrazione battesimale,
prima di dare inizio al suo ministero pubblico,
Gesù viene condotto dallo Spirito nel deserto.
Preghieradigiuno
gli permetteranno di riconoscere i rischi
che attenteranno sempre il suo mandato: le tentazioni,
le stesse che inquinano i sentimenti e la volontà,
l’intelletto e la ragione d’ogni uomo.
Non riusciranno a distoglierlo
dal portare avanti con mitezza e mansuetudine,
il progetto della propria vita a servizio di Dio e del prossimo.
40 giorni è il tempo necessario per ogni cosa,
è il tempo che ci vuole perché Gesù comprenda!

Al fiume, il Padre immerge il Figlio di Spirito Santo,
in futuro battezzato in Croce!
All’acque rigeneratrici
il Genitore aveva pronunciato tre Parole:
Figlio mio, il Diletto, il mio Compiacimento.
Ora l’Unto risponde con altrettanto tre Scritture.
Sale dalla fossa dal torrente. Tentato di buttarsi giù tre volte.
Anche in appresso sarà invitato a scendere dal patibolo,
quando sarà il momento.
L’insinuazione? Che non è figlio.
Non capitolerà, riconducendoci al giardino!

Fiducia perseverante genera pazienza che è virtù dei forti e perfeziona.
Guardando dune di sabbia l’Agnello prega ascoltando, medita e contempla.
I tre nominativi della morte?
Tentatore, che divide ( Diavolo )
e accusa ( Satana ) opponendosi perché nemico.
S’illude d’ottenere tre cose:caduta prostrazione adorazione.
Ed in cambio dare tre cose: la vita la gloria ed il potere,
ciò che non gli appartiene.

Dicendo che il Padre ha mentito quando lo ha proclamato figlio,
invita Gesù a gettarsi giù.
E dare la vita senza la croce e farsi ugualmente manna
anticipando i tempi.

Seconda richiesta menzognera:
consegnato dal Padre e dallo Spirito,
violentemente “portato in alto” da chi si crede professore
che insegna le Scritture ed esegeta disputa,
il Messia è chiamato a cascare giù dal pinnacolo del tempio,
dal cornicione, a strapiombo, facendo acrobazie spettacolari,
lì dove l’Inviato doveva cominciare.
Ma Egli la Parola è vero uomo e non fantasma,
fedele non accetta e dunque in basso “ritorna”.

Testardo e smascherato l’Usurpatore ci riprova.
Ricevendo ancora l’Atteso
lo conduce al monte per l’intronizzazione.
Miraggio falso e bugiardo. Proposte allettanti a lui, al Figlio,
che tutto già possiede,
che viene per servire e non tiranneggiare.
Gesù non cade respingendo il Male.
Delegittima la Morte, per compiere sino alla fine la sua sorte.
Ed esorcizza!

Il Buio che sempre nega il Suo ed il nostro programma battesimale, và!
Per ritornare al momento opportuno e ripetersi.
Gesù può cominciare mangiando intanto il provvidenziale pane.

Nel deserto arido e solitario,
luogo del silenzio e dell’ascolto,
della verifica e della purificazione,
spazio dove si sperimenta la fame e la morte, la sete, l’arsura,
Gesù rifiuta la via del successo facile e spettacolare.
Rinnega un messianismo trionfalistico.
Respingendo la strada del dominio e del prestigio,
sceglierà il sentiero della fedeltà a Dio.
Servire umilmente in nome dell’amore.
Obiettivo da raggiungere a qualsiasi prezzo.
Anche a costo di soffrire sacrificando se stesso alla morte.

Mi ascolto. Quante volte nella mia vita ho ceduto
alle lusinghe del successo e del potere
da raggiungere a qualsiasi prezzo,
anche a costo di sacrificare gli altri
all’altare della mia ambizione e del mio desiderio di onnipotenza?!

PREGHIERA

Benedetto Gesù Agnello,
per esserti lasciato guidare dallo Spirito alla fiducia totale in Dio.
Benedetto per esserti lasciato tentare
nella tua sensibilità ed immaginazione,
perché attraverso il contrasto con le proposte del male,
potessimo scoprire che tipo di messia hai voluto essere.
Benedetto Gesù, che per portare avanti la via dell’amore,
non hai puntato sulla forza, sul potere, sulla politica,
sul successo, sui mezzi umani.

Pietà di me Gesù, sedotto dal culto della mia immagine e dalle apparenze.
Pietà Maestro per tutte quelle volte che ho dato spettacolo di me.
Pietà Signore della mia sete di avere, di potere e di valere.
Pietà per tutte quelle volte che prevedendo la fatica
nel percorrere la strada del deserto,
ho preferito la scorciatoia del successo, della popolarità e della spettacolarità
per far colpo sugli altri ed ottenere così consenso e risultati immediati.

Addestrami tu o Gesù a rispondere con la tua Parola
alla voce seducente del mio bisogno di gloria.
Allena il mio cuore o Maestro,
alla vigilanza ed al discernimento della volontà del Padre,
attraverso le armi della fede e della preghiera.
Irriga la mia aridità con l’abbondanza della tua Parola.
Formami tu o Maestro alla scuola del “deserto”,
perché possa incontrare la verità di me stesso
e ritrovarmi in pace nel tuo “giardino”.
Ammaestrami nel chiedere al Padre il pane quotidiano
ringraziandolo per la sua gratuità.
Convincimi a non inginocchiarmi dinanzi alle proposte allettanti del potere.

Educami tu o Signore:
a non schiavizzare tutto ciò che incontro sul mio cammino,
a non tentare il Padre cercando di piegarlo ai miei capricci,
a sfuggire all’attrazione ingannevole della magia per manipolare la tua onnipotenza.

Liberami dalla tentazione di assoggettarmi al male:
per essere in grado di promettere pane a volontà perché nessuno muoia più di fame,
per avere potere e risolvere tutti i guai di questo mondo,
per fare miracoli convincendo gli uomini della tua esistenza.

Pietà Signore per tutte le volte che ho utilizzato quanto era in mio potere:
per saziarmi e non per nutrire,
per comandare e non per servire,
per rimpinguarmi e non per aiutare.

 

padre Paul Devreux
 

Questo vangelo ci parla delle tentazioni che Gesù ha vissuto.

Cominciano tutte con un ritornello: “Se sei il figlio di Dio…” comportati da Dio! Satana lo invita a regnare da solo, ma Gesù decide di regnare con suo Padre.

Le tentazioni sono una cosa positiva, che lo Spirito permette, perché è l’occasione per chiarirmi le idee e fare delle scelte. Non vanno sottovalutate, perché se hanno tentato Gesù, figuriamoci quanto possono tentare me.

La prima tentazione è contro la speranza.
La fame e le sofferenza mi portano a domandare a Dio di eliminare tutto ciò che fa soffrire me e gli altri, per poi accusare Dio d’ indifferenza o di dimostrare che non esiste.
Per rispondere Gesù cita il Deuteronomio, ricordando così il lungo cammino del popolo nel deserto per quarant’anni e le sue tentazioni.
Dice: “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. E’ un invito a cercare nella parola le soluzioni per affrontare i problemi che affliggono l’umanità; per esempio il suo invito alla solidarietà.

La seconda tentazione è attinente alla fede.
Già nel deserto il popolo domandava segni prodigiosi che attestassero l’esistenza di Dio. Si domandavano: “Il Signore è con noi, si o no?”. Anche i contemporanei di Gesù desideravano da lui delle manifestazioni della potenza di Dio tangibili e inequivocabili. Ultima fra queste: “Scendi dalla croce…”.
E’ probabile che Gesù ha vissuto la tentazione di essere un messia eclatante e onnipotente, e quante volte anche io vorrei che lo fosse cancellando le sofferenze con una bacchetta magica. Vorrei che questo Dio nascosto fosse più evidente e facile da credere.

Dopo la speranza e la fede, viene la tentazione dell’amore; abbandonare lo sposo.
Il popolo nel deserto desidera un Dio più comodo e si fa il vitello d’oro. Gesù qui smaschera il diavolo chiamandolo satana, cioè avversario, anti-Dio! Colui che pretende l’adorazione dell’uomo.

Ho tendenza ad adorare tante cose che non danno ciò che Dio può dare, promesse di felicità che a volte si rivelano fonti di guai e sofferenza.

La quaresima ci è donata per aiutarci a smascherare e rifiutare le nostre false speranze e scoprire sempre di più l’unico vero Dio, che Gesù ci svela.

 

don Nazareno Galullo (giovani)
Senti il frastuono del silenzio? 

Io non conosco bene i deserti: qui, dalle nostre parti, sul Gargano, ci sono delle colline dove non ci sono alberi e penso che il deserto sia un po’ così, senza alberi. Senza un albero dove ripararti quando fa caldo; e se fa freddo e tira vento e piove non hai un rifugio.
Boh, me lo immagino così. E comunque immagino che cosa si provi a star da soli in un deserto. Tante volte non riesco a star da solo nemmeno in casa: appena arrivo accendo luci e televisione, così, tanto per non sentirmi solo. Eppure…non credo (e lo so, ma che ci posso fare!) che sia una soluzione.
Quando sono solo i pensieri vanno a 1000: ogni cosa fatta durante la giornata mi ritorna alla mente. Inizio a ripensare a chi ho incontrato, magari ho incontrato gente interessante….oppure i soliti “rompi”.
Se alla solitudine si aggiunge il silenzio…diciamo che questo silenzio mi da pure fastidio…è più forte di un rumore. Altro che I-Pod sparato nelle orecchie! È molto peggio. Provare per credere!

E così, in un deserto si ritrova pure Lui, giovane, come me e te! Con l’unica differenza che Gesù ci è stato portato da un diavolo. Ed è tutto dire!
Un diavolo nel deserto ti tenta. Ti tenta quando sei solo, quando sei un po’ giù e non hai nessuno a cui parlare. Magari ti manca il cellulare…non puoi chiamare nessuno. Diciamo che già questa “angoscia” è tentazione.

La tentazione non è già un peccato: ma sicuramente è il primo passo che ti viene proposto. Tentazione è toccare quel tasto più debole di ognuno di noi.
Qual è il tuo tasto debole? Sarai tentato proprio là.
Facciamo qualche esempio (se mi riesce! ci provo!).
* se sei una persona golosa…chiaramente ti verranno tutte le voglie possibili, non riuscirai a fare a meno di andarti a comprare uno snack, anche se non hai davvero fame…(e magari pensavi che per la Quaresima ci avresti potuto rinunciare).
* se sei schiavo del sesso…tutto ti porterà a soddisfare quel piacere momentaneo, da solo o con altri. Diciamo che sarai insoddisfatto finché non avrai ottenuto ciò che volevi…
* se sei una persona che facilmente cambia idea, sarai tentato da tante proposte fino a dimenticare le cose più importanti che davvero volevi e dovevi fare;
* se sei una persona che cerca Dio, che prega, sarai tentato proprio sul senso della preghiera, non avrai voglia di svegliarti la domenica mattina per andare a messa…e troverai tutte le scuse per giustificarti.

Beh, non so se ci sono riuscito. Comunque, il deserto è proprio un luogo di prova di sé stessi. Ogni persona può dire di trovarsi in un deserto, quando, da solo inizia a pensare al vero senso della vita.

Così fu per Gesù: il vero senso di sè stesso è stato quello di confrontarsi con la Parola di Dio, con la quale ha distrutto tentazione e tentatore.

Allora anche per noi ciò che conta è avere nel cuore una Parola guida, una Parola che ritorni a noi nei momenti più difficili, una Parola che ci fa capire qual è la direzione da prendere di fronte alla tentazione, anche quando questa è sottile, terribile, non ti accorgi che è proprio il danno più grande che stai per “farti” aderendo al peccato che la tentazione propone!

Non dirò di più. Ognuno ha dentro di sè i propri punti deboli: lì saremo attaccati dal tentatore. A noi trovare l’energia e la forza di quella Parola che, seminata in noi, non aspetta che il momento giusto per agire. Ecco perché dobbiamo nutrirci di Parola di Dio.

E che aspettiamo? La carrozza?
Tocca farlo ora. Adesso.
Ciao a tutti e buon vangelogiovane.

Naza & C http://www.vangelogiovane.it

 

Eremo San Biagio
Commento Matteo 4,1-11 

Dalla Parola del giorno
Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo.

Come vivere questa Parola?
“Quelli che sono guidati dallo Spirito – dice S.Paolo – sono figli di Dio”. Ed è significativo che perfino Gesù, il Figlio Unigenito del Padre, per eccellenza il Figlio di Dio, viene guidato dallo Spirito nel deserto che, biblicamente, è il luogo della massima ambivalenza: è luogo della preghiera più intima e profonda, ma anche della tentazione più radicale e insidiosa.
Non a caso nella prima lettura di oggi ci è presentato Adamo tentato da Satana. La proposta è quella di disobbedire al piano di Dio.
Per Adamo si affaccia l’illusione di poter possedere la scienza del bene e del male ma infrangendo il comando del Signore.
Per Gesù c’è un potere da conquistare sui regni del mondo ma a condizione di ottenerli dal “principe di questo mondo”.
Adamo cede, Gesù resiste. Il primo ebbe un illusorio scintillante potere ma a prezzo d’essere irretito nel male e nella morte. Il secondo sembrò andare incontro al fallimento della croce; ma proprio così riscattò la disobbedienza di Adamo e attraverso la morte e a partire dalla morte realizzò, per sé e per noi, la vittoria della vita con la risurrezione.

Oggi, in un momento più prolungato di silenzio, prenderò coscienza che spesso sono preda della tentazione e che non sempre ne esco vittorioso. Tuttavia, con rinnovata fiducia, una sola cosa chiederò al Signore, questa:

Voglio stare dalla tua parte ,Signore, voglio uscire dall’indifferenza o dalla acquiescienza per vivere l’obbedienza a Dio con Te, l’obbedienza al comando di amare, umilmente.

La voce di un grande monaco
Il padre Antonio disse: “Vidi tutte le reti del Maligno distese sulla terra, e dissi gemendo: – Chi mai potrà scamparne? E udii una voce che mi disse: – L’umiltà.”
Abbà Antonio

 

Omelie.org (commenti per bambini)
 

Penso che tutti ci siamo accorti che oggi sono cambiati i colori dei paramenti: la tovaglia sull’altare e la casula del sacerdote, sono viola: perché? Come mai?
Ma certo! Siamo in Quaresima! Mercoledì scorso abbiamo ricevuto sul capo le Ceneri benedette: sono il segno visibile di quanto stiamo vivendo. Ci stiamo, cioè, preparando alla Pasqua, alla festa immensa e meravigliosa della Resurrezione di Gesù.
Direte voi: ma manca ancora tanto alla Pasqua! Manca più di un mese!
Certamente! Proprio per questo cominciamo adesso a prepararci: per avere tutto il tempo di renderci pronti a celebrare la Resurrezione di Gesù.
Nessuno potrà dire, nella Settimana Santa: “Oh, guarda! È già Pasqua e non me ne sono accorto!” perché la Chiesa, che è sapiente, ci regala ogni anno questi quaranta giorni per prepararci bene, per essere tutti belli e luminosi per il giorno più gioioso dell’anno. Quaranta giorni: questo vuol dire infatti Quaresima. Quaranta giorni in cui tutti i nostri pensieri, i nostri desideri, il nostro impegno, sono rivolti alla Pasqua che ci attende alla fine di questo lungo, bellissimo cammino.
Come abbiamo fatto in Avvento, anche in questo tempo prezioso vogliamo avere orecchie e cuore attentissimo per scoprire quali suggerimenti ci dà la Parola di Dio, domenica dopo domenica, così da impiegare bene le nostre energie.
Allora cominciamo subito, riguardando insieme la pagina del Vangelo di Matteo che abbiamo appena ascoltato.
Cominciamo proprio dal primo versetto, che mi lascia sempre senza fiato, ogni volta che lo rileggo: “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo.”
Ma vi rendete conto?! Gesù viene condotto dallo Spirito di Dio nel deserto apposta per essere tentato dal diavolo. L’evangelista Matteo ci dice che Gesù va nel deserto non soltanto per pregare e stare da solo con il Padre suo, ma soprattutto va nel deserto perché sa che sarà il momento di affrontare faccia a faccia il diavolo e le sue tentazioni!

Ma cos’è la tentazione?
Possiamo dire, in parole semplici, che è il desiderio di qualcosa che ci attira, ma che sappiamo non essere una cosa buona.
Nessuno di noi è tentato da qualcosa che non gli piace o che non vuole!
Guardate, non conosco nessun bambino che viva la tentazione di riordinare la sua camera!!!
E attenzione a non confondere la tentazione con il desiderio di qualcosa: se per il mio compleanno desiderio un bel libro, quella non è una tentazione.
La spiegazione migliore di che cos’è una tentazione me l’ha data, qualche anno fa’, Bruno, un bambino che allora aveva otto anni.
Stavamo parlando della tentazione e lui mi ha detto: “Secondo me la tentazione è come il vasetto della nutella nella credenza di casa mia.”
Siccome mi sembrava una frase un po’ strana, gli ho chiesto di spiegarmi meglio.
“A casa mia – ha cominciato a dire Bruno – teniamo la nutella sul ripiano più in alto, dentro alla credenza, sopra lo sportello del frigorifero. La mamma l’ha messa lì, se no io andavo sempre a mangiarla e mi veniva il mal di pancia. È un ripiano proprio in alto e anche la mamma, per arrivarci, deve salire sopra la sedia.”
Fin qui avevo capito, ma ancora non vedevo cosa c’entrasse la tentazione!
“Un giorno – ha continuato Bruno – sono rimasto da solo a casa e me ne sono andato in cucina. Guardavo lo sportello della credenza e sapevo che lì dentro c’era la nutella. Ne avevo proprio tantissima voglia e ho pensato che se salivo anche io sulla sedia forse ci arrivavo a prenderla”. Qui Bruno ha sospirato e poi ha ripreso: “Ho provato, ma nemmeno sulla punta dei piedi ci arrivavo. Allora ho pensato che se mettevo la sedia sopra il carrello che abbiamo in cucina, potevo arrivare fino al vasetto. Lo sapevo che era pericolosomettere la sedia sopra il carrello, lo sapevo che non avrei dovuto mangiare la nutella senza il permesso della mamma, ma avevo troppa voglia! Così ho messo la sedia sul carrello e poi sono salito sulla sedia… Ma avevo appena preso in mano il vasetto, quando il carrello si è mosso, ho perso l’equilibrio e sono caduto! Ho fatto proprio un volo, il vasetto si è rotto in mille pezzi ed io mi sono slogato un polso. L’ho dovuto tenere steccato per venti giorni!”
Quando ho ascoltato il racconto di Bruno ho capito che aveva proprio ragione: quel desiderio di prendere a tutti i costi la nutella era stato proprio una vera tentazione. Infatti Bruno sapeva che era pericoloso arrampicarsi in quel modo, sapeva anche che era una cosa che non doveva fare, ma il desiderio è stato più forte e lui si è ritrovato per terra con il polso slogato e il vasetto rotto!
Bruno poteva dire di no, lasciar perdere, visto che le cose le capiva molto bene, ma invece si è arrampicato sulla sedia.
Guardate che di tentazioni ne abbiamo tutti e non solo per la nutella! Sono sicura che se chiedessi a voi, ognuno mi saprebbe fare un buon esempio di una tentazione che ha dovuto affrontare. E di fronte ad ogni tentazione possiamo sempre decidere di dire no e cacciarla via!
Ci consola sapere che anche Gesù ha sperimentato la tentazione.
Siccome lui, che è Dio, ha voluto essere in tutto come noi, proprio in ogni cosa, ha vissuto anche lui la tentazione. E vediamo un po’ come si comporta il nostro Maestro, di fronte alle tentazioni.
Abbiamo letto nel Vangelo di Matteo che mentre è nel deserto, Gesù affronta il tentatore. Il diavolo non si fa vivo subito, sapete? È furbo!
Lascia passare il tempo e intanto Gesù aspetta: “Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame.”
È a questo punto, quando Gesù è più debole, dopo tanta solitudine e tanto digiuno, che il tentatore gli si avvicina. Lo fa con gentilezza e gli fa una proposta: “Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane.”
Se uno non mangia da tanti giorni, certo che sente il desiderio del pane! Certo che è attirato dall’idea di avere del buon pane fresco!
Ma Gesù sa che non è una cosa buona pretendere i miracoli per la nostra comodità. Per cui gli risponde: “Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.
Il tentatore non si arrende facilmente e prova un’altra strada, fa un altro tentativo: “Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”.
Cambia argomento, il diavolo, ma vuole da Gesù la stessa cosa: vuole che faccia un miracolo su misura! Certo che ci farebbe piacere poter ottenere la soddisfazione di ogni nostro capriccio, persino la pretesa di lanciarci nel vuoto senza correre rischi! Ma Gesù non ci sta e, visto che nel tentarlo il diavolo ha fatto riferimento alla Parola di Dio, il Signore gli risponde per le rime: “Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo.”
È testardo, il diavolo! Non si arrende facilmente!
Anche se per due volte è stato vinto da Gesù, ugualmente fa un ultimo tentativo: “Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai”.
Possedere tutti i regni del mondo, tutto il potere del mondo: è un desiderio che molti hanno nel cuore! La voglia di essere i più ricchi, i più potenti, i più temuti! Avere tutto ai propri piedi, essere i re del mondo… E che cosa chiede in cambio il diavolo? Vuole essere adorato!
Ma Gesù sa perfettamente che l’unico che possiamo adorare è Dio! Adoriamo solo Dio che è amore! Lui, e nessun altro!
Il Maestro di Nazareth dice no alla tentazione, non si lascia vincere dal nemico e risponde con forza, cacciandolo via: “Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”.

Adesso ci fermiamo un istante in silenzio, per fermare bene nel cuore e nella mente quello che abbiamo ascoltato.
Mi sembra molto chiara l’indicazione che la Scrittura ci ha dato per questa prima settimana di Quaresima: avere gli occhi aperti, riconoscere le tentazioni che possiamo incontrare, ricordarci che possiamo dire di no e scacciarle via con forza, per vivere come Gesù.

Commento a cura di Daniela De Simeis

 

Omelie.org – autori vari
Commento Matteo 4,1-11 

Introduzione. La Chiesa all’inizio del cammino quaresimale mette davanti a ciascuno di noi due scenari contrapposti: il paradiso e il deserto.
Nel primo, per mezzo del fattore “T”, cioè la tentazione intesa come “prova”, si consuma il primo peccato della storia ( = il peccato originale); nel secondo invece ci viene data la possibilità di orientare qualunque “prova” della vita verso il bene.
Due scenari contrapposti dunque: il paradiso e il deserto:
1) Nel primo, protagonista perdente, ma indiscusso è l’uomo suggestionato dal demonio.
2) Nel secondo, protagonista assoluto e vincente è Cristo Gesù Figlio di Dio.
3) Il “feeling“, che accomuna entrambi: l’uomo e Cristo, è il “fattore T” o tentazione intesa come prova.
Dalla tentazione a cui ciascuno di noi è facilmente esposto, dipende la nostra progressiva crescita nel bene o nel male.
Per questo alla luce dell’odierna Parola di Dio, sono d’obbligo alcune importanti considerazioni sul “fattore T” cioè sulla tentazione intesa come “prova“.

A) Che cos’è in pratica la tentazione?
Risposta. E’ ogni sollecitazione della volontà, quindi della nostra libertà interiore a compiere:
1) un atto di virtù: in tal caso la tentazione ci orienta o ci rafforza nel bene
2) oppure un atto contrario alla virtù: in tal caso la tentazione ci istiga o ci consolida nel male.
E’ chiaro che il soggetto principale della tentazione è sempre l’uomo in quanto tale, cioè come essere libero e razionale; mentre fattori concomitanti nel:
a) bene sono: Dio, la Madonna, i Santi, le persone oneste ecc.
b) male sono invece: il demonio, le nostre passioni interne ( = vizi capitali), persone e circostanze equivoche ecc.
Inoltre c’è da tener presente che, tanto nella lingua ebraica, quanto in quella greca ( = Periasmό s) nel termine “tentazione” si vuole evidenziale il carattere specifico di “prova da sostenere“.
Perciò possiamo dire che:
a) Prima del peccato originale, la tentazione intesa come prova, l’ha permessa Dio all’uomo perché questi potesse “in piena libertà” crescere nella fedeltà, amicizia e comunione con Dio.
b) Dopo il peccato originale, la tentazione intesa come prova, resta soggetta alle forti suggestioni interne delle passioni e a quelle esterne del maligno e del mondo circostante, che cercano di deviarle verso il male, piuttosto che verso il bene.
c) Con la venuta del Messia promesso nella persona di Gesù Figlio di Dio, la tentazione rimane, ma con la differenza che siamo messi in grado di superarla facilmente, anzi addirittura di farne uno strumento di crescita spirituale e di fedeltà a Dio.
Stando così le cose, possiamo dire allora che, dopo il peccato originale, la tentazione essenzialmente è una prova che si risolve nel:
a) bene, se riusciamo a seguire le vie di Dio e non quelle del mondo e dei nostri capricci.
b) male, qualora invece ci lasciassimo accalappiare dagli impulsi delle nostre passioni e dai trabocchetti del maligno.
Riflessione. Che dire dunque di questa problematica realtà che è la tentazione nella trama della nostra vita quotidiana?
Lasciamo la parola all’autorevole testimonianza del Santo Padre Benedetto XVI, che commentando il Vangelo di oggi scrive:< La natura della tentazione è quella di rimuovere Dio, che, di fronte a tutto ciò che nella nostra vita appare più urgente, sembra secondario, anzi addirittura superfluo e fastidioso. Di qui nasce la malizia intrinseca ad ogni tentazione: quella di mettere ordine da soli nel mondo, senza Dio, contando solo sulle proprie forze e capacità (cfr. Il mito di Icaro).
Ne consegue che si riconoscono vere e utili solo le cose reali (il pane, il potere, il piacere, l’avere ecc.), mentre Dio è inutile, perché considerato un’illusione.
Alla luce di questa considerazione possiamo capire che, se nella tentazione il diavolo ci fa apparire Dio, illusorio o superfluo, è chiaro allora, come l’uomo d’oggi possa fare a meno di Lui e cerchi di dedicarsi e di puntare nella vita di ogni giorno solo a ciò che è reale e immediato.

B) Qual’ è la prospettiva della tentazione?
Risposta. La stessa che il maligno ha fatto balenare ai nostri progenitori, quando disse loro :< Dio sa che, quando voi ne mangiaste (dell’albero) si aprirebbero i vostri occhi ediventereste come Dio, conoscendo il bene e il male>. (1ª lett.).
Ecco dunque la prospettiva di ogni tentazione: quella del segmento, che pensa di poter fare a meno della Retta, cioè quella dell’uomo che crede di piegare la volontà infinita di Dio alla sua debole e limitata volontà umana. Cosa veramente ridicola oltre che assurda!

C) Quale la dinamica della tentazione?
Risposta. La medesima che ci viene descritta sempre nella prima lettura con rara perizia psicologica:
< la donna vide che l’albero ( = la prospettiva di diventare una “first lady” fuoriclasse) era:
1) buono da mangiare, tale da azionare la leva del “piacere
2) gradito agli occhi, tale da azionare la leva dell’ “avere
3) desiderabile per acquistare saggezza, tale da azionare la leva del “potere
prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito…>. (1ª lett.).
Riflessione. Una dinamica perfetta questa, capace di scatenare la triplice concupiscienza scaturita dal peccato originale e che S. Giovanni denuncia in questi termini:< Tutto quello che è nel mondo: la concupiscienza della carne, la concupiscienza degli occhi, la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo e il mondo passa con la sua concupiscienza>. (1 Gv. 2,16-17).
La stessa triplice concupiscienza che nello scenario del deserto Gesù decisamente ha respinto e sconfitto per noi nella terna di tentazioni a cui ha voluto sottoporsi liberamente per insegnare a noi come si affrontano senza paura, ma anzi con frutto, tutte le tentazioni possibili, altrimenti – come ha detto qualcuno – “Tutto è tentazione per chi la teme”(La Bruyere, nei ” I caratteri”).

D) Quali le conseguenze della tentazione?
Risposta. La conseguenza madre dalla quale scaturiscono tutte le altre, è quella dell’uomo che, dopo il suo peccato di origine si rende conto di essere “nudo” cioè:
1) Metafisicamente limitato e quindi soggetto a qualunque debolezza fisica, morale, spirituale, culturale e sociale.
2) Teologicamente tagliato fuori dall’amicizia e dalla comunione con Dio, dal momento, che, a tentazione consumata nel male, nel suo cuore esplode. (cfr. Mc. 7,20-23)
a) il DNA della discordia e della divisione ( vedi la frantumazione in atto nei rapporti familiari e di coppia)
b) il DNA dell’odio e della guerra, autentica miccia capace di suscitare guerre, delitti, violenze, sopraffazioni senza fine come la storia purtroppo dimostra.

Conclusione. Dinanzi a questo stato di cose che fare? A noi credenti non resta, che prendere atto della pericolosità della tentazione, ma non per deprimerci, bensì per combatterla, come il Signore più volte nel Vangelo ci suggerisce, mediante la vigilanza, lapreghiera e la penitenza: strumenti squisitamente quaresimali. E se questo non bastasse S. Paolo ci ricorda che mai nessuno è tentato al di sopra delle sue forze, e per di più, come l’Apostolo, ognuno di noi può sempre dire:< Tutto posso in Colui che mi dà forza>. (Fil. 4, 13).

Commento a cura di mons. Remo Bonola

 

Il pane della domenica
Tentato come noi e vincitore per noi 

Gesù digiuna per quaranta giorni nel deserto

“Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia sentire compassione per le nostre miserie. Anzi, il nostro sommo sacerdote è stato messo alla prova in tutto, come noi, ma non ha commesso peccato”: così, in appena un versetto, la Lettera agli Ebrei riassume tutte le prove e tentazioni di Gesù, anzi tutta la sua vita (4,15), che – si legge nella Imitazione di Cristo – fu “tutta croce e martirio”. “Leggevamo ora nel vangelo – commenta s. Agostino – che il Signore Gesù fu tentato dal diavolo nel deserto. Certamente Cristo fu tentato dal diavolo, ma in Cristo eri tentato anche tu. Perché Cristo prese da te la sua carne, ma da sé la tua salvezza, da te la morte, da sé la tua vita, da te l’umiliazione, da sé la tua gloria, dunque prese da te la sua tentazione, da sé la tua vittoria”.

1. Dunque Gesù fu tentato come noi e per noi: ma, interpretato così, il mistero delle sue tentazioni non finisce di sbalordire: come è possibile che subito dopo essere stato consacrato Messia d’Israele al Giordano, Gesù venga condotto proprio dallo Spirito nel deserto per essere “provato” e proprio dal tenebroso “principe di questo mondo” (Gv 12,31)? Non ha forse il Messia la vittoria garantita sui nemici di Dio? E allora perché questa umiliazione di venire gettato dallo Spirito di Dio nelle grinfie dello spirito del male? Certo che è umiliante per lui tutto questo, e per noi non è solo sconcertante: è scandaloso. Per non assuefarci allo sbigottimento che ci provoca questo vangelo, forse ci può aiutare rileggere il dialogo del grande Inquisitore dei Fratelli Karamazov: “Ma vedi codeste pietre, per questo nudo e rovente deserto? Convertile in pani e dietro a te l’umanità correrà come un branco di pecore, dignitosa e obbediente, se anche in continua trepidazione che tu ritragga la mano tua e vengano sospesi loro i tuoi pani. Ma tu non hai voluto privare l’uomo della libertà, e hai rifiutato la proposta: perché dove sarebbe la libertà – hai ragionato tu – se il consenso fosse comprato col pane?”.
Dostoevskij ci aiuta a capire come le tre tentazioni – quella della facile prosperità, quella dell’ambigua popolarità e l’ambizione del potere mondano – in fondo si riassumono in una sola: percorrere una strada messianica non secondo Dio, ma secondo gli uomini. Ma c’è di più: le tentazioni non solo spingono Gesù fuori della rotta che dal Giordano porta verso il Calvario, quindi fuori dal piano di Dio, ma lo inducono a strumentalizzare Dio al proprio bisogno di sicurezza e di affermazione. Più tardi Gesù moltiplicherà veramente i pani nel deserto, ma non per sé. E raggiungerà veramente la gloria, ma attraverso lo scandalo del Golgota. E compirà veramente miracoli, prodigi e segni, ma non per una vana esibizione di potenza. Il suo essere Figlio di Dio non si manifesterà nell’avere, nel potere, nell’apparire, ma nell’umile servizio, nel dono di sé, nella croce. E si noti ancora: Gesù non viene sollecitato da Satana a scegliere fra Dio o il potere, fra Dio o il denaro. Bensì: raggiungi il potere, e poi, una volta raggiunto, usalo pure a gloria di Dio. La tentazione è quindi seducente, subdola, molto sottile.
“In Cristo eri tentato anche tu”, ci ripete s. Agostino. In Cristo siamo tentati anche noi. In fondo la posta in gioco di ogni tentazione è sempre la fede, e quindi il bivio a cui la prova conduce è sempre l’alternativa: o la fede o l’idolatria. L’autorealizzazione a spese degli altri, l’autogratificazione a tutti i costi, insomma l’autolatria, sempre e comunque, diventano inesorabilmente miti abbaglianti ai quali sacrificare tutto; idoli vani che rubano al cuore dell’uomo l’adorazione dovuta a Dio solo: “Vattene, Satana! Sta scritto: Adorerai solo il Signore Dio tuo”. Vattene, Pietro! Tu ragioni come gli uomini, tu non la pensi secondo Dio. Apri gli occhi, Francesco, figlio di Pietro di Bernardone: smettila di adorare te stesso!

2. Nessuno di noi è esente dal fascino ambiguo dell’autolatria. Ma se è vero che il diavolo è più furbo dei santi, potremmo farci aiutare da Vittorio Bachelet per renderci conto che le nostre tentazioni sono molto più sottili di come forse noi siamo portati a immaginarle.
Rileggendo alcuni suoi scritti alla luce di questo vangelo, se ne possono ricostruire queste tre, che si presentano particolarmente allettanti.
Una prima tentazione a cui siamo inevitabilmente soggetti è quella dell’attivismo. In uno scritto giovanile del 1958, Vittorio metteva in guardia da quella che Pio XII aveva efficacemente chiamato “l’eresia dell’azione”: “l’azione, cioè per l’azione, sia pure partendo dai migliori propositi; il fare, l’agire, l’organizzare, il moltiplicare iniziative, assillati solo dalla necessità di un successo visibile delle cose che si fanno”, e quindi considerare inutili o per lo meno accessorie la liturgia, la formazione, la riflessione culturale. Il mezzo per superare questa tentazione Vittorio l’additava nella “contemplazione sulle strade”. Nella relazione alla seconda Assemblea dell’ACI del 1973, affermava: “Particolarmente nei grandi momenti di svolta della civiltà, quando le carte di navigazione costruite dall’esperienza non servono più gran che per un cammino del tutto nuovo, è più ancora necessario orientarsi facendo riferimento alle stelle del cielo”. Senza la contemplazione rischiamo di cadere in un grosso abbaglio: confondere Dio con le opere per Dio. Il cristiano è uno che si adopera per Dio e per il suo regno, per la Chiesa e per la grande causa dell’evangelizzazione, ma rimane uno che ha scelto Dio, non le iniziative o le attività, neanche le più sante tra quelle che pure vengono intraprese per lui.
Una seconda tentazione da cui Vittorio ci ha messo e continua a metterci in guardia, è la tentazione dell’individualismo. Intervenendo nella Settimana sociale di Pescara (1964), affermava: “I giovani vivranno in una società diversa da quella in cui hanno vissuto coloro che dovrebbero educarli al senso del bene comune; anzi, probabilmente vivranno in una società molto diversa da quella in cui oggi hanno cominciato a vivere”. Le cose dei nostri giorni gli danno ragione. In una società in cui spesso riesce a vincere il più forte, in una Chiesa in cui non poche volte si fa tanta fatica a convergere, in una comunità in cui si è tentati di far prevalere lo spirito di parte o al massimo si arriva a fare la somma algebrica dei pareri e degli interessi, ma non la sintesi, occorre ricordare che il bene comune non è l’alternativa, ma “la garanzia del bene personale, familiare e associativo”, come affermato dal Concilio e ribadito dal Compendio della Dottrina sociale della Chiesa (cfr. GS 75; Comp. 61).
Una terza tentazione a cui noi credenti, non meno degli altri, siamo esposti è quella dell’efficientismo. Per costruire cieli nuovi e nuova terra non possiamo mai dimenticare che il materiale più pregiato è quello di scarto, perché “la pietra scartata dai costruttori, è divenuta testata d’angolo”. Nella relazione alla sua ultima Assemblea da Presidente uscente dell’ACI, Vittorio affermava: “Che la povertà dei mezzi non spaventi nessuno. ‘La debolezza dei mezzi umani è forza agli occhi di Dio’ (Ch. de Foucauld). (…) Come cristiani o come associazione ecclesiale non possediamo né sicurezze né privilegi, ma solo quella libertà che è propria dell’uomo amato da Dio e l’impegno a costruire il mondo in modo degno di questa vocazione”.
Cominciare questa Quaresima nel ricordo del nostro fratello Vittorio è una grazia grande che non possiamo e non vogliamo permetterci di sprecare.

Commento di mons. Francesco Lambiasi
tratto da “Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi”
Ave, Roma 2007

 

Messa Meditazione
Il deserto delle tentazioni 

Lettura
La Quaresima che abbiamo appena iniziato, è un cammino con Cristo per accogliere e sperimentare la grazia della salvezza che ci ha meritato con la sua vita, morte e resurrezione. Il vangelo ci riporta oggi le tentazioni che Gesù subisce dal maligno, nei quaranta giorni di preghiera nel deserto. Egli è un esempio nella sua lotta contro il maligno.

Meditazione
Il Signore si reca nel deserto che, nella Bibbia, rappresenta il luogo dell’incontro con Dio, ma anche il luogo della prova. Le tre tentazioni di Gesù non sono tre prove qualsiasi, ma sono rappresentative di tutte le tentazioni o prove cui Egli si è sottoposto nella sua vita e specialmente di quelle che lo colpiranno sulla croce. Sono anche il modello di tutte le tentazioni alle quali è sottoposto il credente. La prima tentazione riguarda il pane, cioè i problemi della sussistenza quotidiana: il cibo, gli affetti, il lavoro. Gesù viene tentato di vivere la figliolanza di Dio in modo egoistico, usandola come potenza che risolve miracolosamente i problemi quotidiani. È la tentazione a fare meno di Dio, come era stato per Adamo. La seconda tentazione è nella Città Santa e il diavolo si serve di una parola di Dio, interpretandola a modo suo. Si propone una manifestazione spettacolare che pieghi Dio ai desideri dell’uomo, anziché far intraprendere il cammino della vera fede, quella che si affida al Dio fedele, rimanendo saldi nella prova. La terza tentazione, infine, riguarda la sete di potere. La risposta di Gesù è il suo stile di vita in cui veramente serve Dio solo. Egli dichiarerà che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita. Il vangelo mostra le tentazioni più radicali dell’uomo e soprattutto quella di non voler essere figlio di Dio nel modo in cui lo è Gesù. Voler vivere senza Dio, negandolo o deformandone il volto, spezzare la relazione amorosa con Lui, non affidarsi alla sua paternità, arrogandosi i suoi diritti e progetti. È interessante notare anche come vengono espresse le tentazioni da parte del maligno: non in maniera infida, ma in maniera suadente. La Chiesa in questo tempo ci ricorda le parole di Gesù «Convertitevi e credete al vangelo» e ci indica gli impegni importanti della Quaresima: la preghiera e la penitenza, la parola di Dio e la carità, la mortificazione e l’amore ai poveri. Questo è il “digiuno” che ci aiuta a fare un’esperienza forte del Signore e che ci apre all’amore concreto che sa aiutare il prossimo.

Preghiera
Signore, aiutami ad usare bene questo tempo della quaresima per poterne trarre il massimo profitto, nel nome di Gesù Signore nostro.

Agire
Cercherò di scoprire i miei “punti deboli”, chiedendomi dove e quando la mia fiducia in Dio vacilla.

Commento a cura di Cristoforo Donadio – P. Antonio Izquierdo, LC

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don Stefano Varnavà
 

Le tentazioni che Gesù subisce sono un esempio, l’emblema, il riferimento delle tentazioni che ciascuno di noi può subire nella sua vita. Tentazioni che vengono dal corpo e attraverso il corpo: “Dì a queste pietre che diventino pane…”, e tentazioni che arrivano attraverso lo spirito, la psiche dell’uomo: “Se sei Figlio di Dio buttati giù poiché sta scritto i Tuoi Angeli ti sorreggeranno con le loro ali…”.

Da ultimo la tentazione diretta all’anima: “Tutte queste cose ti darò se prostrandoti mi adorerai”.

A questo punto dobbiamo cercare di capire bene che cos’è l’anima, che cos’è lo spirito e che cos’è il corpo ( perché, continuando a presupporre di sapere, ci si accorge poi che le idee chiare non sono poi così chiare…).

L’anima è una scintilla di Dio, è una creazione di Dio, è una creazione fatta non da una materia preesistente, non cioè dalla polvere del suolo come per il corpo, ma da Se stesso, come una madre genera il corpo del figlio suo partendo da se stessa.

L’anima è una scintilla di Dio che viene infusa nel corpo al momento del concepimento. L’anima è il punto di riferimento di Dio, essa è (se possiamo permetterci di usare queste parole) un po’ il nostro Paradiso terrestre alla cui guardia ci sono degli Angeli che non permettono a Satana o ad altri di entrare.

Dio manda le Sue ispirazioni alla nostra anima e Satana non le vede, non le conosce. Satana può conoscere i nostri pensieri, può conoscere le nostre azioni, ma l’intimo della nostra anima non lo può conoscere, a meno che non si sia noi stessi intenzionati a manifestarglielo.

La nostra anima, se lo spirito e il corpo sono in sintonia con lei, rende continuamente gloria a Dio in una gioia infinita, e…. continua sempre a rendere gloria a Dio, ma in un’agonia senza fine, se lo spirito e il corpo non sono in sintonia con lei, perché in preda all’influenza del male.

Pascoli diceva: “C’è in noi un fanciullino che rimane sempre vivo, ma che tante volte viene schiacciato da alcuni aspetti della nostra vita”. Questo è l’anima!

L’anima, questa parte divina che c’è in noi, ha sempre bisogno di rivolgersi a Dio. Quando l’uomo dorme, la sua anima, anche se lontana da Dio, può riposare perché non subisce l’azione del corpo. Se poi, l’uomo è in grazia, loda ancora più splendidamente il suo Dio, perché il suo corpo, anche nel riposo, è in perfetta sintonia con Lui.

Se lo spirito dell’uomo, che è tra l’anima e il corpo, è disponibile, è uno Spirito Santo, l’anima diffonde le sue radiazioni di Luce e avviene un continuo scambio tra l’anima e lo spirito, e ognuno riceve luce, splendore, chiarezza, fortezza e potenza dall’altro.

Se invece lo spirito è negativo perché si è venduto a Satana e ai suoi accoliti, l’anima vigile si richiude in se stessa per proteggersi e resta nel suo stato primitivo senza possibilità di espansione (come il talento sotterrato) e nella spaventosa sofferenza di non poter partecipare alla generazione di altre anime. Difatti quando l’anima si espande diventa partecipe della creazione di altre anime come se fosse già inserita nell’anima universale. Questa è l’anima!

Parliamo ora dello spirito.

Fino ad oggi, parlando dell’uomo, non è stato dato un gran peso allo spirito, perché generalmente identificato con l’anima, invece spirito e anima sono due cose ben diverse.

Il dualismo anima-corpo non rispecchia la struttura trinitaria dell’uomo, che in un certo qual modo è fatto ad immagine di Dio, e non mette in risalto neanche la parte dell’anima che è la vera immagine di Dio.

Lo spirito dell’uomo è una realtà viva e vera, la cui scintilla viene accesa da Dio nel momento della nascita, ma la cui crescita (qui sta la differenza con l’anima) è affidata a ciascuno di noi.

L’uomo ha il potere di alimentare e far crescere in sè questa stupenda scintilla che è il suo spirito.

L’uomo ha questo dovere e questa possibilità perché lo spirito è suo (tutto suo). Il corpo viene dato all’uomo dai genitori, ma lo spirito è suo e lo fa crescere e lo porta alla pienezza della Luce, o delle tenebre, con l’azione continua della sua volontà.

Lo spirito è il vero “io” dell’uomo, io che racchiude la psiche, con tutto quello che comporta perché espressione di tutto il suo essere: è attraverso lo spirito che l’uomo si esprime.

Da svegli, lo spirito è presente in tutto ciò che compie il corpo assorbendone l’influenza, respirando luce o tenebra, ma quanto l’uomo dorme, il suo spirito rielabora tutte le attività del giorno trasformandole in luce se ha assorbito realtà di luce, o in tenebre se ha assorbito realtà di tenebre. Questo è lo spirito!

Che cos’è il corpo?

Il corpo è stato creato da Dio in materia perfetta, perché tutto ciò che esce dalle mani del Padre è perfetto.

Il corpo dell’uomo è stato formato con la terra. “Adam” la parola ebraica dalla quale deriva il nome del primo uomo significa: viene dal suolo: il Signore Dio plasmò l’uomo con la polvere del suolo (Genesi).

Il corpo è un “mezzo”, è una “parola”. A

A questo punto arriviamo alle tentazioni.

La prima tentazione fatta a Gesù avviene attraverso il corpo, stimolando il corpo: il pane per il pane: “Se sei Figlio di Dio dì a questi sassi che diventino pane”.

Attenzione però che la tentazione non consiste nel fatto che i sassi possano diventare pane perché Gesù ha già fatto altre volte la moltiplicazione dei pani.

Bisogna comprendere una cosa importantissima: la sensazione (prodotta dai due istinti di sopravvivenza che sono quello della nutrizione (la fame) e quello della riproduzione) se usata come fine a se stessa è sbagliata; la sensazione di questi due istinti deve essere sorretta e motivata dallo spirito.

L’istinto di nutrizione: non il pane per il pane! La nutrizione deve diventare una espressione dello spirito oltre che del corpo, deve essere una consapevolezza di solidarietà con la natura: dobbiamo arrivare a pensare che cosa è quello che mangiamo e quanto è costato in lavoro, salute, preoccupazione a tante persone per produrlo e per procurarlo.

Il pane (il cibo) deve diventare consapevolezza di solidarietà, ma nello stesso tempo rendimento di grazie a Dio che attraverso la natura, ogni giorno, ci dà il nutrimento: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano…”.

L’altro istinto: la riproduzione. La sensualità e la sessualità devono essere non solo sensazioni, ma segni; devono essere la manifestazione dello spirito e del cuore dell’uomo che attraverso il corpo parlano ed ascoltano, donano e ricevono da un altro spirito e da un altro cuore, considerati come tali, e non solo come un corpo o un oggetto.

In questo consiste il discorso della sessualità, discorso che se non è capito diventa tentazione. La sessualità sorretta dallo spirito non è tentazione.

Oggi siamo stimolati in maniera eccessiva, sia per quanto riguarda la nutrizione (vediamo in televisione quanti prodotti ci vengono offerti….) sia per quanto riguarda la riproduzione (nudi provocanti…), dimenticando così la Parola di Dio che è equilibratrice e stimolatrice del nostro spirito che, altrimenti, davanti alle sensazioni si assopirebbe, proprio come quando (avanti negli anni) dopo mangiato viene il “coccolo” togliendo qualsiasi capacità di studio o di lavoro.

Bisogna fare attenzione che il nostro spirito non si assopisca, lasciando così libero il nostro corpo di guidarci ciecamente in base alle sensazioni fisiche; sensazioni che poi diventano una ricerca di nuove e sempre più stimolanti sensazioni: vedi l’ubriachezza: si vuol andare troppo avanti nel bere…., vedi la droga: si vuol andare avanti nell’ebbrezza dei sensi e si arriva alla droga.

Il Signore ci dice: attenti, la sensazione non deve essere fine a se stessa; la sensazione deve essere l’espressione di uno spirito e di un cuore.

Ultima tentazione: “Gettati giù!”.

Sfidare le leggi della natura, la forza di gravità! Non si può sfidare impunemente la forza di gravità! Si possono fare tutti gli “slalom” voluti, qualsiasi discesa libera, ma…. più il pendio è ripido e maggiori sono le possibilità di caduta; Questo discorso vale anche per la velocità!

Gettati giù: tentazione che abbraccia molti campi.

Ci sono le strutture chimiche e nucleari, la manipolazione. Si creano delle nuove sostanze che poi non si riesce ad eliminare. Si creano addirittura dei nuovi germi che poi non si riescono più a controllare…. Si producono delle reazioni nucleari le cui scorie poi non sono eliminabili e… inquinano.

Gettati giù: sfidare le leggi di natura sperando che il Signore venga a mettere una pezza o a preservarci dalle conseguenze. Questa è la tentazione dei nostri giorni!

L’uomo crede di essere il creatore e invece è un inventore: cerca e… trova delle cose, ma… la creazione è una cosa ben diversa.

Sfidare le leggi della natura…., o peggio, sfidare le Leggi personali di Dio: i Comandamenti. Dio nei Suoi Comandamenti ha messo tanti “non” per dei motivi ben precisi.

“Io amo la trasgressione…., io sono fatto per andare contro corrente…., io voglio lasciare le idee precedenti e affrontarne delle altre….”: il nuovo per il nuovo! Attenzione, il nuovo per il nuovo non è sempre sicuro.

“Tutte queste cose io ti darò se prostrandoti mi adorerai”. L’adorazione molte volte è strisciante.

Noi non ce ne accorgiamo ma, a volte, siamo dei falsi adoratori.

Ci sono vari tipi di falsa adorazione, la più diffusa è quella di mettere una creatura al primo posto, al posto di Dio: “Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio di fronte a me”.

Nessuna creatura può essere il nostro Dio perché, in caso contrario, riponiamo le nostre speranze in una creatura come noi. Tante persone innamorate pensano al loro “amore” come se questo fosse Dio, cioè la persona più bella, più intelligente…., ma, invece, è solo una creatura umana, una creatura che non si è proclamata Dio ma che tu hai fatto Dio e che alla fine ti deluderà perché non è come tu la volevi o la pensavi!

Ciascuno di noi è un uomo, ciascuno di noi è una creatura con i suoi sbagli, i suoi difetti, quindi nessuna creatura deve idealizzare, o meglio idolatrare, un’altra creatura.

Non parliamo poi degli idoli dello spettacolo: ragazzi che considerano i loro idoli come degli dei.

Altra facile idolatria: i figli! Quanti genitori idolatrano il figlio: ciò che dice il figlio è legge! Si fa tutto per lui: ci si priva dei soldi, di sicurezze sociali e finanziarie…. Idolatria mal riposta perché la maggior parte dei genitori che hanno “adorato” il figlio si ritrovano poi all’ospizio! E’ la stessa Bibbia che dice: “Non concedere ad altri il potere su di te finché sei vivo; non dare agli altri le tue cose finché sei vivo”! A volte per eccessiva generosità si regala ai figli, ai nipoti…, e poi?

Ma l’idolatria peggiore è idolatrare se stessi: credersi dei “padreterni”!

Oggigiorno c’è la mania del “super uomo” davanti al quale tutti si devono inchinare, ubbidire….

“Tutte queste cose io Ti darò se prostrandoti mi adorerai”, ma Gesù gli rispose: “Vattene Satana, sta scritto: adora il Signore Dio tuo e a Lui solo rendi culto”.

Siamo immersi nel rito dei culti: il culto dell’immagine, del “festival”, dei concorsi, ma… a Lui solo rendi culto.

Queste sono le tracce che il Signore ci indica per la Quaresima: ciascuno di noi faccia seriamente l’esame di coscienza per poter “scacciare” tutta la “polvere” che si annida in noi e che poi genera le “tarme” con conseguenti sorprese….

In questa Quaresima cerchiamo di analizzare noi stessi affinché le tentazioni di Gesù siano per noi una strada per evitare le nostre tentazioni: tentazioni al corpo, tentazioni allo spirito, tentazioni all’anima.

 

padre Romeo Ballan
Le tentazioni di Gesù e del missionario 

Riflessioni
La celebrazione della Quaresima “segno sacramentale della nostra conversione” (orazione colletta), ripropone con forza i temi fondamentali della salvezza, e quindi della missione: il primato di Dio, il suo piano d’amore per l’uomo, la redenzione che ci viene offerta nel sacrificio di Cristo, la lotta permanente fra peccato e vita di grazia, i rapporti di fraternità e di rispetto con i propri simili e con la creazione… Sono temi vitali che riguardano non solo i cristiani, ma ogni essere umano.

Le tentazioni di Gesù (Vangelo) sono un’altra forma di epifania, o manifestazione della Sua personalità spirituale. Assieme alle Beatitudini, anche le tentazioni sono elementi autobiografici che aiutano a comprendere il personaggio Gesù: le Sue preferenze, criteri, scelte, rinunce, metodi… Il giardino dell’Eden (I lettura) e il deserto (Vangelo) sono due scenari pieni di presenza divina: è in quel giardino che “il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo”, facendone “un essere vivente” (v. 7); ed è nel deserto che lo Spirito condusse Gesù, “per essere tentato dal diavolo” (v. 1). Con la sua astuzia, il tentatore era riuscito ad ottenere un certo risultato nella caduta del primo Adamo, ma, ci assicura S. Paolo (II lettura), la rivincita di Dio è stata più forte, per la grazia di Cristo, il nuovo Adamo, riversata “in abbondanza su tutti” (v. 15).

Alcuni, per falsa misericordia o pudore, tendono a svalutare la portata delle tentazioni con cui il Cristo si è realmente scontrato; le ritengono indegne o impossibili per il Figlio di Dio. Invece, sono state, per Gesù, tentazioni vere, non un gioco-finzione; vere prove, come lo sono per il cristiano e per la Chiesa. “Se Cristo non avesse vissuto la tentazione come vera tentazione, se la tentazione non avesse significato nulla per lui, uomo e messia, la sua reazione non potrebbe essere un esempio per noi, poiché non avrebbe a che vedere con la nostra. Sarà esemplare soltanto quando, avendo affrontato realmente la tentazione, egli l’avrà superata dal suo interno. Non ci interessa una commedia o un esercizio stilistico!” (C. Duquoc). Gesù è stato provato in ogni cosa, come noi, escluso il peccato; perciò è in grado di venire in aiuto a chi è nella prova (cfr Eb 2,18; 4,15).

Gesù si è veramente interrogato sulle possibili scelte di metodo e di cammino per realizzare la Sua missione di Messia. Le vie possibili erano almeno tre: il profitto, il prestigio, il potere. Tutte e tre con un denominatore comune: la strumentalizzazione delle cose, di Dio e dell’uomo. Ognuna delle tre tentazioni rappresenta un modello di messia: – 1. un“riformatore sociale” (ossia, il profitto: convertire le pietre in pane per sé e per tutti avrebbe garantito un successo popolare); – 2. un “messia miracolistico” (il prestigio: un gesto appariscente, sia pur manipolando Dio, avrebbe assicurato spettacolarità; – 3. un“messia del potere”, (il potere: basato nel dominio su persone e cose).

Sono tre modelli di messia -falsi, o, per lo meno, equivoci- che minacciano anche la missione dei discepoli e della Chiesa di ogni tempo e luogo. A volte si è creduto che potere, denaro, dominio, super-attivismo, presunta superiorità etnica o culturale… fossero vie evangeliche ed apostoliche. Per il missionario sono tentazioni permanenti. Ripieno della forza dello Spirito, Gesù supera le tentazioni: opta per la Parola di Dio come unico alimento capace di saziare totalmente il cuore dell’uomo (v. 4); si fida del Padre e del suo piano (v. 7); sceglie di rispettare il primato di Dio, l’unico degno di ricevere la riverente adorazione dell’uomo (v. 10). Al raggiungimento di tali obiettivi mira anche la pratica quaresimale del digiuno, della preghiera e dell’elemosina. Se queste pratiche sono vissute in spirito di condivisione e di missione, contribuiscono grandemente a quella moderazione e sobrietà che sono vie indispensabili per la salvezza dell’umanità. (*) Le tentazioni di Gesù erano “tre scorciatoie per non passare attraverso la croce” (Fulton Sheen), ma Gesù accetta la croce, con amore e muore perdonando. Così ha vinto! Così ci ha salvato!

Parola del Papa
(*) “Non si può dire che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt’altro.
I conflitti per la supremazia economica e l’accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale. C’è bisogno di una speranza più grande, che permetta di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti (cf enciclica Spe salvin. 31)… Se c’è una grande speranza, si può perseverare nella sobrietà. Se manca la vera speranza, si cerca la felicità nell’ebbrezza, nel superfluo, negli eccessi, e si rovina se stessi e il mondo. La moderazione non è allora solo una regola ascetica, ma anche una via di salvezza per l’umanità. È ormai evidente che soltanto adottando uno stile di vita sobrio,accompagnato dal serio impegno per un’equa distribuzione delle ricchezze, sarà possibile instaurare un ordine di sviluppo giusto e sostenibile. Per questo c’è bisogno di uomini che nutrano una grande speranza e possiedano perciò molto coraggio”.
Benedetto XVI
Omelia nella Epifania del Signore, 6.1.2008

Sui passi dei Missionari
– 10/2: B. Luigi Stepinac (1898-1960), arcivescovo di Zagabria (Croazia), difensore della fede, della libertà religiosa e della dignità umana sotto il regime comunista in Iugoslavia.
– 10/2: Memoria della morte del Papa Pio XI (Achille Ratti, +1939), che diede un grande impulso all’attività missionaria, con numerose iniziative e importanti documenti.
– 11/2: Madonna di Lourdes (apparizioni nel 1858). – Giornata Mondiale del Malato.
– 12/2: S. Saturnino, sacerdote, e 48 laici nordafricani martiri (+304, ad Abitine, Cartagine), che dichiararono davanti al proconsole romano: “Senza la domenica non possiamo vivere”.
– 14/2: SS. Cirillo, monaco (+Roma 869), e Metodio, vescovo (+885), due fratelli, nati a Salonicco; divennero evangelizzatori dei popoli slavi e danubiani. Sono com-patroni d’Europa.
– 15/2: S. Claudio La Colombière (1641-1682), sacerdote gesuita francese, promotore della devozione al Cuore di Cristo.
– 15/2: Memoria del P. José de Acosta (+1600), missionario gesuita spagnolo in Perú, studioso e difensore della cultura indigena; ebbe un ruolo importante nel III Concilio Limense (1582-1583).
– 16/2: B. Giuseppe Allamano (1851–1926), sacerdote italiano, fondatore degli Istituti dei Missionari e delle Missionarie della Consolata (Santuario mariano di Torino).

don Ricciotti Saurino
Danger! 

Se la vita è amore e libertà, questa non può essere vissuta senza il pericolo di perderla. Anzi, il rischio è la misura della libertà e dell’amore.
Un amore senza scelta è imposizione e una scelta senza rischio non è vero amore. Il vero amore si dimostra nel superamento delle prove, quelle che spesso chiamiamo “tentazioni”.
E la storia è, purtroppo, una continua tentazione, un continuo scegliere tra ciò che piace e ciò che è bene, tra ciò che affascina e ciò che è conveniente, tra ciò che solletica e ciò che è giusto.
Sul nostro percorso si affacciano molte diramazioni che si presentano con il fascino della comodità, della scorciatoia, del “che male c’è?”, e che hanno l’apparenza di essere nostre alleate, ma che poi si rivelano ingannatrici.
A volte pensiamo che sarebbe più bello e meno faticoso vivere senza dover decidere, ma saremmo privati della gioia di una scelta e saremmo rinunciatari della nostra libertà e dell’espressione d’amore.
E quanti indecisi barcollano come ubriachi privi di volontà, senza rendersi conto che ogni titubanza è una mancanza d’amore, mentre la fedeltà alla propria scelta è il fiore più bello dell’amore.
Nessuno uomo che ama è immune dalla prova.
Se poi consideriamo che anche la fede è atto di amore libero, neppure nella vita di fede siamo immuni da questa prova. Anzi, essa, a volte, è permessa da Dio stesso, perché non c’è amore senza rischio e non c’è vera fede senza il pericolo costante di affievolirla, di perderla o di barattarla.
Ecco perché lo Spirito sottopone Gesù alla prova di fedeltà, come sottopone ciascuno di noi. Non è la sfida di un sadico, è piuttosto un esercizio di irrobustimento, come quello dell’allenatore che non si commuove al sudore e al fiatone dell’allievo.
E più cresce la nostra fede, più si fa sottile e subdola la tentazione. La prova rafforza l’uomo, gli chiarisce l’intenzione, ravviva l’obiettivo.
Il deserto è il luogo ideale per i chiarimenti personali: per il silenzio che smaschera ogni menzogna e ambiguità, per la scarsità delle cose necessarie che, invece, porta a favorire i compromessi, per la paura di isolamento che fa sperimentare di non essere più niente per gli altri, di non valere più, e che invita a salire sul carro di chi si proclama o si presenta come vincitore, per l’esperienza della morte che spinge a giocare il tutto per tutto e quindi a sfidare perfino Dio.
Sono le nostre tentazioni, compagne inseparabili dell’uomo di ogni tempo e di ogni età.
Il bisogno materiale: quella frenesia che prende tutti a danno della crescita nello spirito e che costringe spesso a ritmi frenetici calpestando e mortificando i momenti di calore familiare e d’incontro con Dio.
– Antonio non ha mai tempo, perché ha sempre qualcosa da fare. Per lui il tempo è denaro, è produzione, è attività. Le giornate sono sempre molto brevi e il riposo, la famiglia, la chiesa sono cose da fannulloni. S’accorgerà mai che “Non di solo pane vive l’uomo”?
La sacra magia: “se Dio c’è, deve concedermi ciò che chiedo! Un Dio ha senso se esaudisce, se è utile, se mi ascolta; non ho bisogno di un Dio da riverire!”
– Giuseppe è alla ricerca di un Dio-mammella. Fino a poco tempo fa girava santuari e monasteri convinto di ottenere la guarigione. Oggi si dichiara ateo e sta contattando altre religioni con la speranza di conoscere un Dio più bravo che lo esaudisca. Forse ancora non si è convinto che Dio non è la sua persona; fino a quando ignorerà il “Non tentare il Signore Dio tuo”?
La fame di dominio: quell’accumulo da formichina previdente che diventa piano piano ingordigia da Paperon de’ Paperoni, per la quale non bastano più le ampie braccia e gli stracolmi forzieri e la ricchezza è l’unico scopo della vita.
– Angela ha finalmente ottenuto quello che voleva vendendo la sua dignità per una pelliccia, un collier e un guardaroba zeppo di abiti elegantissimi.
E’ soddisfatta e si bea aprendo le ante del suo armadio, però non brucia incenso perché attenuerebbe l’odore del suo “parfume” preferito.
Ma il suo cuore è lì. Sarà tanto difficile farle capire: “Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto”?
La storia delle tentazioni porta anche il mio nome, e se non me ne accorgo è perché convivo con esse o perché è da molto tempo che mi guardo bene dall’addentrarmi in un deserto rivelatore.
La quaresima potrebbe essere il tempo giusto per isolarmi ed immergere nella mia vita la cartina di tornasole.

don Gianluca Peschiera (ragazzi)
Tempo per diventare più testimoni 

Il tempo di quaresima si apre con un invito alla lucidità: siamo pertanto invitati a guardare meglio la nostra storia personale e comunitaria. Cosa è più importante? Dove siamo tentati di scegliere qualcosa per cui, in verità, non vale la pena?
Quaresima perciò come tempo opportuno per riscoprire ciò che conta nella vita, tempo dell’essenziale, dell’assolutamente prioritario. E le varie pratiche che in essa sono suggerite non hanno altro scopo che farci riscoprire lucidamente il senso dell’esistenza e renderci testimoni migliori di Gesù.

Dal Vangelo secondo Matteo (4,1-11)
Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».
Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede».
Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non tentare il Signore Dio tuo».
Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai». Ma Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto».
Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano.

In molti film per ragazzi si può assistere al divertente episodio in cui il protagonista vede apparire un angioletto ed un diavoletto in miniatura, che sussurrandogli nelle orecchie cercano di convincerlo ad agire secondo l’uno o l’altro stile.
Gesù vive una situazione simile. Le proposte diaboliche sono allettanti, cercano di svegliare delle necessità e, soprattutto, puntano ad un obbiettivo preciso: dividere (diavolo vuol dire proprio colui che separa, divide!) Gesù dal Padre.
Gesù, che ha una missione da compiere per la salvezza degli uomini, è provocato cioè a rinunciare alla meravigliosa fiducia che ha nei riguardi di Dio-Padre.
Ma si può ancora parlare di fiducia se si ricercano delle conferme, delle contropartite?
Solo quando è gratuita e nel clima d’amore la fiducia acquista un senso: impegna, affascina, da forza.
Impegna perché fidarsi è un sacrificio, e solamente qualcosa che “è costato” ha valore. Affascina perché ci mette a contatto con i nostri limiti, e porta a sfidarci. Dà forza perché una sfida vinta conferisce sempre un’importante carica di energia.
Ragazzi sfidatevi, fidatevi di qualche amico, senza chiedere nulla in cambio, la vostra amicizia farà un salto di qualità. Ragazzi… fidatevi di Dio, sapere di abbandonarsi a lui vi farà sentire amati!

Un commento per ragazzi
Tra Gesù e il diavolo c’è una bella lotta sull’interpretazione della Bibbia: tutto si gioca sullo “sta scritto”. C’è infatti una sostanziale differenza di motivazione. Il Signore si è fatto uomo perché vuole compiere l’opera del Padre, cioè vuol far vedere a tutte le persone la grandezza e la bellezza di essere… persone umane! E la Parola di Dio in questo ti aiuta molto.
Il diavolo invece vuole distruggere la creatura più amata da Dio e fa di tutto per mettere i bastoni tra le ruote al suo progetto: strumentalizza, per i suoi loschi fini, perfino la sacra scrittura che, in effetti, conosce a memoria. Ma gli manca qualcosa al diavolaccio: gli manca lo Spirito! E’ proprio Lui, lo Spirito Santo che ha ispirato ogni pagina della Bibbia: se la si sa a memoria, ma non hai lo steso Spirito, non ci capisci nulla! Cioè non c’è la motivazione autentica, senza la quale non si comprende.
In Gesù, invece, lo Spirito Santo scorre con un flusso vitale. Infatti Gesù va nel deserto “… condotto dallo Spirito”. E’ forte allora, non è debole! E’ un’osservazione importante, come per il popolo di Israele che è tentato nel deserto dopo che era “forte” della liberazione dall’Egitto.
E’ la storia di ognuno di noi: dopo aver fatto una scelta impegnativa, dopo esserci rafforzati… siamo tentati. La tentazione è un segno di fortezza, mentre quando si diventa deboli, quando una cosa vale l’altra, quando si tira avanti senza distinguere il vero dal falso, non è un buon segno, ma semmai un segnale di intontimento…
Cosa vuol dire la prima tentazione della fame? Il deserto ti fa sentire i bisogni in modo molto più forte. Pensa al bere o al mangiare… A che cosa serve Dio rispetto ai bisogni “primari”, quelli legati alla stessa sopravvivenza? La tentazione sarebbe: Dio deve risolverli! Ma Gesù ci richiama ad un fatto: ciò che è decisivo non è la soddisfazione dei bisogni, ma a partire da quale cornice si mettono. Esempio: quando nasce un bambino è giusto collocare la risposta ai bisogni del piccolino nel contesto di una coppia di sposi che si vogliono bene, che hanno desiderato un figlio, atteso e ora gioiscono al poter essere genitori.
Gesù ci dice che l’orizzonte più corretto per mettere dentro i nostri bisogni – anche quelli primari – è la Parola di Dio. E, da questa cornice, nascerà la risposta più vera: siamo figli dei nostri genitori, ma anche di Dio-Padre, chiamati al rispetto e all’amore, responsabili di quanto ci è stato donato.
La seconda tentazione ci porta al tempio, nel cuore dell’esperienza religiosa: una forte esperienza religiosa, non dovrebbe dare un qualche vantaggio, uno sconto sulle difficoltà della vita?
Gesù rivela la demoniaca origine di tale infiltrazione: non cambiare i connotati a Dio che non è il basamento su cui noi ci mettiamo in mostra.
Con Gesù, Dio stesso non ha fatto il privilegiato, come è possibile che l’opera di Dio faccia dei privilegiati?!?
La terza siamo sul monte, il luogo dell’incontro tra Dio e l’uomo all’insegna dell’alleanza. Qua si instaurano i rapporti di potere. Ma se le trame umane sono spesso rapporti di forza, in posizioni ora di vantaggio per alcuni, ora di svantaggio per altri, il rischio per Gesù è quello di inserirsi nella storia sposando questa logica, e quindi fare la parte del dominatore.
Ma Dio è ben altro: Dio fa’ gli uomini liberi chinandosi su di loro e non si può scambiare questo servizio come un dominio. Dio serve tutti, ma non è schiavo di nessuno!
Il quadretto conclusivo mostra come il vincere sulle tentazioni è un anticipo della Pasqua, il traguardo cui punta la nostra vita e la quaresima stessa.

L’ANGOLO DELLE CURIOSITA’: IL DIGIUNO
Il digiuno non è solo dire di no alla carne, ai dolci o a qualcos’altro: lo si fa per dire “sì” a qualcosa che è di più! Per esempio: l’aiuto al fratello bisognoso vale più dell’ avere io tanto da mangiare e niente lui. Digiuno per condividere quello che ho, magari in abbondanza.
La televisione, il computer sono mezzi belli e potenti, ma valgono meno dell’amicizia: proviamo in questa settimana a rinunciare alla tivù e al computer, che rischiano di isolarci dagli altri, per dedicare più tempo all’amicizia, magari andando a trovare chi è ammalato, chi non ha amici ed è più solo.

CPM-ITALIA Centri di Preparazione al Matrimonio (coppie – famiglie)
 

LAVABO – Il sacerdote, terminata la preparazione dei doni che sono stati portati, si inchina in mezzo all’altare e sottovoce prega: “Umili e pentiti accoglici, o Signore, ti sia gradito il nostro sacrificio che oggi si compie dinanzi a te”.
E’ significativo il plurale usato in questa invocazione.
E’ la Chiesa che prega, è ogni membro, ogni fedele presente che invoca, il sacerdote raccoglie tutte quelle voci, più che le voci, i sentimenti di ciascun fedele (umiltà, pentimento, offerta)e li presenta al Padre. La Chiesa educa in ogni occasione alla unità delle diversità, alla collaborazione della alterità, dei carismi: pregare insieme mantenendo la propria personalità, la propria figura di creatura immagine del Padre.
Terminata tale orazione il sacerdote compie l’atto simbolico esteriormente, di lavarsi le mani, ma vero e reale interiormente, dicendo sottovoce: ” lavami, Signore, da ogni colpa, purificami da ogni peccato.” E’ bello ricordare che agli inizi dell’era cristiana i primi discepoli uniti agli apostoli celebravano: “la cena del Signore”.
La consacrazione del pane e del vino avvenivano all’interno della cena, così come aveva fatto Gesù (vedere Atti e lettere degli Apostoli) in quella realtà il celebrante aveva veramente bisogno di lavarsi le mani per pulirle del cibo profano toccato precedentemente e i di asciugarle con il “manipolo”.
Oggi è la pulizia interiore, della mente, del cuore, dello spirito, che il presbitero, ancora una volta, chiede, con atto di umiltà, si riconosce inadeguato a compiere il memoriale delle azioni compiute da Gesù nell’ultima cena, si affida, nuovo Adamo, all’amore misericordioso, paziente e fedele di Dio che libera e salva ogni figlio dalla morte del peccato.
Pregate fratelli. (continua)

…GESU’ FU CONDOTTO DALLO SPIRITO NEL DESERTO…
…DOPO AVER DIGIUNATO QUARANTA GIORNI E QUARANTA NOTTI, EBBE FAME…(Mt 5,1)

L’uomo all’inizio di questo terzo millennio fa una strana esperienza, si potrebbe dire esperienza di ambiguità.
Si accorge di non avere più certezze ideologiche, filosofiche, religiose, di relazioni e di essere quindi nella necessità e nella opportunità di uscire, riflettendo e interrogandosi, dai dubbi, incertezze, precarietà, contemporaneamente si sente incapace di porsi in ascolto, esaminare il suo stile di vita e metterlo in gioco, discutendo con se stesso e con gli altri, con il prossimo.
Non ha tempo, non ha voglia di fermarsi ed esaminare i problemi che lo disorientano, lo angustiano e che lo lasciano intimamente insoddisfatto nonostante le mille attrazioni e proposte che la società invia con i messaggi pubblicitari. Si potrebbe dire che più di vivere “sopravvive” nella quotidianità più banale, superficiale, ricca di vane parole e di boriosa e vanitosa arroganza, vuol essere autosufficiente nella sua singolare individualità e poi si accorge di dipendere e compromettersi con gli altri per una vera o presunta realizzazione dei suoi sogni e speranze. Vive nelle sue abitudini sempre più consolidate che non sono certezze ma routine adatta e adattata allo stile di vita che è meno conflittuale con la mentalità, le abitudini della “massa anonima”. Guarda lo spettacolo del mondo che i mass media trasmettono e vi si adatta, non reagisce, è soffocato da un senso di fatalismo, non ha speranza e volontà di cambiare se stesso e gli altri. Drammi, delitti, maremoti, gare di solidarietà, raccolta di fondi, occupano lo spazio di un mattino e poi…cadono nel dimenticatoi, tutto è provvisorio dalla vita di famiglia alla vita sociale e di fede, manca il “per sempre”.
Gesù si ritira nel deserto.
Capacità e disponibilità di uscire dal chiasso e dal fracasso della città con tutti i mille tentacoli dell’attivismo, del correre, dell’affannarsi. Uscire fisicamente o spiritualmente, per un tempo più o meno breve o lungo, diventare liberi dalla tirannia del tempo e degli impegni. La libertà è sempre un rischio, ma vale la pena di correrlo, per esaminarsi, per irrobustirsi ed uscire dalla fragilità ed all’orgoglio di credersi arbitri del proprio destino e accorgersi che si è schiavi di tanti falsi messianismi politici, sociali, spettacolari, di credere ai miracoli delle vincite ai giochi milionari, del potere, dell’arrivismo.
Un periodo di digiuno fisico e da distrazioni, quaranta giorni.
Il digiuno purifica l’organismo e la mente, alleggerisce il fisico e il cuore da tante scorie, rende più agili e più disponibili, apre gli occhi dell’immaginazione, fa sognare, sperare, credere.
E’una umanità nuova che esce da digiuno della quotidianità, vede e capisce di poter far fronte alle lusinghe del potere ( pane dai sassi), dell’orgoglio, dell’autorità (comanda gli angeli), della ricchezza (regni e gloria del mondo).
Vincere, dopo averle esaminate, le tentazioni, digiunare da certi appetiti mondani, non significa disprezzare i beni che sono dono del Padre ma usarli in modo adeguato saggio e degno perché il Padre sa ciò di cui il figlio ha veramente bisogno e lo aiuterà a realizzare una vera vita “umana personale e sociale” mandando “i suoi angeli a servirlo”.

…LA GRAZIA DI DIO E IL DONO CONCESSO IN GRAZIA DI UNO SOLO, GESU’ CRISTO, SI SONO RIVERSATI IN ABBONDANZA SU TUTTI GLI UOMINI…( Rm 5,15b)

Andare nel deserto è uscire dalla schiavitù dell’Egitto, dalla schiavitù che la cultura del “superfluo” ha propagandato e che ha inquinato uomini e natura.
Peccare ha anche il significato di mancanza, scarsità ( poca precisione, informazione, immaginazione, ecc.) anche l’eccesso, la dipendenza dal superfluo è peccato in senso opposto. L’uomo moderno è combattuto tra i due poli esterni, solo la grazia di Dio con la sua sovrabbondanza aiuta a superare e vincere il peccato, Gesù ha aperto la strada alla realizzazione del disegno del Padre che vuole ogni uomo felice, capace di realizzare un vissuto ben più grande di quanto possano darne i beni passeggeri che durano un solo istante e poi passano e lasciano la bocca amara, ha dato senso e significato alla vita che non finisce.

…PERDONACI, SIGNORE: ABBIAMO PECCATO…CREA IN ME UN CUORE PURO… ( SAL 50)

Chiedere sempre al Dio della carità, Dio che ama i figli come amano un papà e una mamma, perdono per la mancanza di capacità e di volontà di vedere la realtà con cuore puro, libero da interessi e vantaggi egoistici, chiedere sempre perdono nei momenti opportuni e inopportuni, essere perseveranti.

…SI APRIREBBERO I VOSTRI OCCHI E DIVENTERESTE COME DIO, CONOSCENDO IL BENE E IL MALE…ALLORA SI APRIRONO GLI OCCHI E SI ACCORSERO DI ESSERE NUDI…(Gn 3,4.7)

Adamo, (in ebraico adam = umano; hadamah = della terra) è l’uomo di sempre di ieri e di oggi, di sempre.
La parola di Dio è eterna e spiega, in tutti i tempi, la fragilità e la superbia dell’uomo/donna, umanità.
E’ fragile perché crede con facilità a tutte le vane promesse che i venditori di fumo e di sogni vendono a caro prezzo, è superbo perché avendo ricevuto dentro di se una scintilla di infinito sapere e di eternità vuole conseguirle da solo senza nessun aiuto.
Gesù, nuovo Adamo, insegna con la sua vita, morte e risurrezione, che si raggiunge il “fine” desiderato affidandosi a Dio Padre: “Padre nelle tue mani affido il mio spirito”. (Lc 23,46)
Passano i secoli, i millenni, l’uomo continua a vestirsi interiormente, a nascondersi a se stesso, agli altri, a Dio. Ha paura di farsi vedere come realmente è. Più sale in alto nella scala sociale, più si copre con paludamenti esteriori e interiori.

REVISIONE DI VITA
1. Resisto o cedo alle proposte di egoismo, potere, superbia?
2. Qualche volta faccio “almeno” digiuno del superfluo?
3. Quale verità mi insegna Gesù che “opera, agisce, parla, insegna” in nome e per conto del Padre che lo ha inviato?
4. Sono sincero/a con moglie/marito/figli e il prossimo o mi “nascondo”, ho paura di far vedere i miei veri sentimenti, desideri, speranze?

Commento a cura di Michele Colella

Agenzia SIR
 

Sant’Agostino confessava, anche per esperienza personale, che “vincere l’abitudine è una dura battaglia”. Vale certamente anche per noi in un tempo che ha smarrito il concetto di “tentazione” perché scompare il concetto stesso di peccato nell’opinione della nostra gente. Sempre Agostino, commentando le tentazioni del Signore, faceva notare che “Cristo fu tentato dal diavolo nel deserto, ma in Cristo eri tentato tu… Così egli prese da te e fece sua la tentazione, affinché per suo dono tu ne riportassi vittoria. Riconoscilo! Egli avrebbe potuto tener lontano da sé il diavolo; ma, se non si fosse lasciato tentare, non ti avrebbe insegnato a vincere quando tu sei tentato”.

L’uomo, di fronte a sé, ha le cose, le persone, Dio. È sempre con uno di questi tre ambiti che egli confronta la propria vita. E questi sono anche i luoghi della seduzione che può avere solo due esiti: la vittoria o la caduta. Anche le tentazioni di Gesù, raccontate nel Vangelo di oggi, corrispondono alle tre avidità: delle cose, delle persone, di Dio. L’uomo è vinto quando è succube degli idoli dell’avere, del potere e dell’apparire, della ricchezza e dell’arroganza. Tre vie che ci separano dagli altri e mettono in antagonismo i fratelli fra loro. Gesù ha preso un’altra strada, rispetto a quella suggerita dal diavolo, ossia da colui che divide e contrappone.

Ignazio di Loyola, esperto di strategie militari e spirituali, distingueva tra la strategia di Satana e quella di Cristo: “La prima è brama di ricchezze, di onore e di orgoglio, la seconda è desiderio di povertà, umiliazione e umiltà”. Non sempre le tentazioni sono grossolane, ma sempre ovvie, nel senso che corrispondono al pensare umano, mai a quello di Dio. Così la prima. “Dì a queste pietre che diventino pane”: l’assoluto non è il bisogno economico, la ricchezza, l’avere. Il pane non viene dalle pietre, ma dalla condivisione. Così la seconda. “Se sei Dio, gettati giù”: all’esibizione di forza e all’orgoglio Gesù contrappone la signoria di Dio e l’abbandono fiducioso nelle sue mani. Così la terza. “Ti darò tutto se ti prostrerai davanti a me”: il demone del potere e dell’arroganza sono la maschera tragica del vero volto di Dio. Gesù è Re, ma la sua regalità si manifesta sulla croce e lì si mostra anche il vero volto del Padre. Così Bonhoeffer: “La croce è la distanza infinita che Dio ha posto tra se stesso e ogni nostra immagine religiosa di lui”.

Il messaggio delle tentazioni non è consolatorio, ma impegnativo. Alla fine ci viene chiesto di pronunciare un giudizio irrevocabile: “Vattene, Satana!”. In principio di Quaresima ci è chiesto di scegliere Dio. E di respingere l’accusatore, colui che dopo ogni caduta, ci inchioda alla colpa. Alziamogli contro la voce: “Vattene, Satana!”.

Una parola sul rapporto fra i cristiani e la politica. Gesù non ha voluto essere un politico. È chiarissimo che le tentazioni del demonio, specie la terza, erano la proposta di un messianismo politico e Gesù le ha respinte. A Gesù è stato preferito Barabba, proprio perché Barabba rispondeva meglio a un messianismo politico, teocratico, rivoluzionario. Gesù invece annuncia e introduce la presenza regale e salvifica di Dio, il suo amore onnipotente e misericordioso che viene nella storia e del quale possiamo riconoscerne la presenza nella vita di ogni giorno.

Nel deserto, dove avvengono le tentazioni, è facile smarrire la via, perché mancano dei punti di riferimento e il vento sposta la sabbia e cancella ogni traccia; i miraggi, che travisano la verità delle cose, ingannano; nel deserto la vita è assente, perché tutto è avvolto dall’aridità mortale provocata dalla mancanza di acqua. Il deserto può non essere soltanto un luogo, molto spesso rappresenta una condizione di vita, una precisa metafora. Abbagliati dai lustrini a buon mercato, diventiamo incapaci di cogliere la verità di noi stessi e di quanto ci accade intorno. Ma il deserto è anche il luogo privilegiato per incontrare Dio e per ritrovare sé stessi. Questa quaresima sarà tempo di grazia se andremo a scuola della Parola di Dio. E la profezia di Osea sarà nostra: “Ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore”. Il deserto, alla voce di Dio, rifiorisce.

Commento a cura di don Angelo Sceppacerca

don Marco Pedron
Quanto profonde sono le tue radici 

Inizia la Quaresima, il tempo che ci conduce e che ci prepara alla grande festa dei cristiani: la Pasqua.
Quaresima vuol dire quaranta giorni. A noi questo numero non dice assolutamente niente, ma per un ebreo aveva un senso profondo: Saulo regnò per 40 anni e così Salomone; il diluvio durò 40 giorni e gli ebrei stettero nel deserto 40 anni; Mosè rimase nel Sinai 40 giorni; Gesù fu condotto nel tempio dopo 40 giorni, predicò 40 mesi, resuscitò dal sepolcro dopo 40 ore.
Allora: il 4, il 40 sono i numeri dell’uomo, del cammino, del passaggio, della trasformazione, del divenire, del lottare per diventare qualcosa di diverso; sono i numeri della conversione. Il 3 non va più bene, bisogna andare oltre, e arrivare al 4. Nella vita si raggiunge un equilibrio, si trova un ordine, una collocazione e una stabilità nei rapporti, nella propria fede e nella propria profondità. Ma viene un momento in cui la vita ci chiama ad andare oltre: l’equilibrio raggiunto prima ora non va più bene e mi devo mettere di nuovo in cammino, sulla strada; mi devo inoltrare verso un ulteriore e più forte equilibrio. Il 3 adesso non basta più, non va più bene e devo vivere il 4, cioè quello che c’è oltre, dopo, l’equilibrio di prima e che adesso non basta più.
Nella vita è sempre così. Si è giovani, fidanzati, si ha un equilibrio stabile, forte, radicato: è il 3! Ma poi ci si sposa e viene il 4. Cioè: la vita ci chiama a trovare nuovi equilibri, nuovi rapporti, nuove profondità, nuovi motivi e nuovi valori. Poi vengono i figli e bisogna ristabilire il rapporto di coppia. Poi i figli crescono e bisogna ritrovare nuovi e più solidi equilibri, perché quelli di prima non vanno più bene e non reggono più. E così la vita, vivendola, ci plasma, ci forma e ci converte. E’ così per ogni uomo: si vivono delle cose e vanno bene, ma poi la vita ci in-vita a sondare e a vivere altri aspetti, a sviluppare altre dimensioni, a estrarre altre risorse. Allora ciò che prima ci bastava, ciò che prima andava bene adesso non va più bene, non basta più. Bisogna scendere oltre. Bisogna andare oltre. Allora non dovremmo avere paura dei momenti di crisi, quando cioè sentiamo che siamo insoddisfatti: non è che ciò che abbiamo vissuto sia stato sbagliato, è che adesso dobbiamo vivere dell’altro e ci viene chiesto di metterci in cammino.
Molte persone di fronte alla crisi temono che tutto sia finito, ma non così, perché si tratta di trovare nuovi, più forti e più veri equilibri. E se la paura di fare questo è troppo forte allora si resiste e si cerca di non cambiare. Ma quando ci blocchiamo, quando tentiamo di fossilizzare la realtà, quando proviamo a farci andare ancora bene quello che una ci andava bene ma che oggi appare superato, allora nasce la nevrosi. Le persone nevrotiche si rifiutano di crescere, di lasciare che la Vita le conduca a vivere ciò che devono vivere. E’ il bambino che non vorrebbe crescere, che teme di diventare grande, che ha paura di lasciare.
Quando dovevo entrare in seminario il mio problema (ed era un problema serio per me) era che non avrei più giocato a scacchi con i miei amici. Nel profondo avevo paura di lasciare le mie sicurezze e i miei riferimenti.
Evolvere fa veramente paura; ma diventare grandi è bello perché si ha la sensazione di essere vivi, di fidarsi della Vita, di essere protagonisti di ciò che si fa e di essere più forti della paura che dice: “Resta qui, non andare”.
Quando siamo insoddisfatti non dovremmo tanto dire: “Oddio cosa sta succedendo?”, ma: “Cosa sono chiamato a vivere di nuovo?”.
Allora, se io vivo così, lasciando che ad ogni fase i vecchi equilibri si rompano perché altri di nuovi e più veri si costruiscano, così facendo io vivo una continua quaresima, conversione e purificazione.

Il vangelo racconta di 3 tentazioni. Sono una rielaborazione dell’evangelista, un tentativo di dire cos’è la tentazione. E’ un materializzare qualcosa che non si può dire, un avvenimento interiore. Sono costruite secondo un genere letterario del tempo, l’haggadà e nel loro insieme dicono 3 cose.
1. Gesù fu un uomo libero: poteva scegliere il bene e poteva scegliere il male. Poteva scegliere la via della non-violenza, della misericordia, della libertà, e poteva scegliere la via del fascino, del successo, del potere. E’ stata una lotta anche per lui, è stato difficile anche per lui, è stata una tentazione anche per lui il fascino del successo, del potere, della gloria, ma lui ha scelto la via della non-violenza e della misericordia. Gesù fu un uomo come me e come te. Non ebbe privilegi particolari o speciali, non fu preservato dalla fatica, dal dubbio, dalla ricerca. Anche lui incontrò il male, l’oscuro, l’ignoto, il limite che abita ogni uomo.
2. Ogni uomo è luce e ogni uomo è ombra. E chi non vuol essere ombra non è neppure luce, perché dove c’è luce, c’è ombra. Dove c’è l’uomo c’è bene e c’è male. Riconosci il tuo bene e riconosci il tuo male.
3. Le tentazioni mostrano dov’è radicato il mio cuore. Mostrano quanto profonde sono le mie radici. Il cuore di Gesù era radicato in Dio.
La parola tentazione è, per noi, un termine ambiguo nel nostro linguaggio.
Per noi vuol dire essere spinti a commettere un peccato, essere spinti verso il proibito, l’immorale e cadere. Ma per la Bibbia “peirasmos”, tentazione, vuol dire “mettere alla prova, fare un test”, non per farti cadere, non perché tu commetta il male, ma per vedere cosa c’è dentro il tuo cuore. La Bibbia (Dt 8,2) dice: “Ricordati che il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi 40 anni nel deserto è stato per metterti alla prova e sapere quello che avevi nel cuore”.
La tentazione ti mostra cos’hai dentro. Forse non era fede era solo una forte salute. Forse non era amore era solo attaccamento. Forse non era amore era solo gelosia. Forse non era vero quello che hai detto ma solo un tuo senso di inferiorità. Forse non era sicurezza era solo che non avevi conflitti.
Quando Dio non fa come noi vogliamo, diciamo: “Non credo più in Dio”. Ecco la tentazione. E, invece, lo stimolo dovrebbe essere quello di trovare un Dio più vero e non il Dio magia, il Dio “bacchetta magica” che ti accontenta sempre. Quando mio figlio frequenta più gli amici che casa mia noi diciamo: “Quando crescono ti ripagano sempre così”. E, invece no. Purifica il tuo amore possessivo, “tutto per me”, in amore più libero. Quando il figlio trova le prime ragazze la madre dice: “Non troverai nessuna come tua madre”. E, invece no (ne troverà magari anche di meglio!): purifica il tuo amore geloso. Quando dici “sempre nero” di qualcuno e la tua mente è fissata su quella persona che è per te il peggior demonio del mondo, forse è solo perché tu vorresti essere come lui e, siccome non lo sei e lo vorresti tanto, lo devi abbassare e ridurre alla tua altezza per sentirti alla pari. Ma è meglio che ti guardi dentro. Quando c’è un contrasto e tu vai in crisi e dici: “Tutte a me capitano”, forse è il momento buono per imparare a sopportare le frustrazioni, le delusioni e le difficoltà inevitabili della vita.
Ogni tentazione, ogni difficoltà, ogni contrasto, ogni dubbio ci rivelano per quello che realmente siamo. Chi rifiuta la tentazione cadrà nella tentazione.

Gesù, dice il brano del vangelo, “fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo”. Non si può sbagliare: è lo Spirito, è Dio stesso che conduce Gesù nel deserto, che lo conduce perché sia tentato dal diavolo. Perché?
All’inizio della storia (Gn 3,1-19) viene raccontato il mito di Adamo ed Eva. Adamo (l’umanità, ogni uomo maschio o femmina che sia) deve sposare Eva (la parte feconda, la parte dell’uomo che genera). In questo racconto viene descritta la grande legge dell’uomo: ognuno deve piano piano, gradualmente, sposarsi, acquisire le proprie risorse, generare dalla propria terra (Adamo vuol dire terra, suolo) la propria fecondità. Ognuno, insomma, è un seme che lavorando su di sé può portare frutto, svilupparsi e diventare fecondo. Ognuno è terra, polvere, suolo, che con il lavoro può generare e fruttificare. La maledizione di Dio è nient’altro che ciò che l’uomo deve sempre fare e che ha già rifiutato una volta: l’uomo dovrà lavorare sulla propria terra (sulla propria vita) con il sudore della fronte. Cioè crescere, svilupparsi, divenire uomo, sarà sempre faticoso e doloroso, sarà sempre un travaglio e un parto. La prospettiva dell’uomo è chiara (è la grande legge della vita): per diventare fecondi, felici, per sposare Eva (cioè la parte creativa, feconda, generatrice di noi) l’uomo deve faticare. Ad un certo punto, però, l’umanità incontra il serpente e la sua grande tentazione. Il serpente propone un’illusione, una scappatoia. Se l’uomo mangia del frutto dell’albero della conoscenza non sarà più necessario compiere questo lavoro e fare questa fatica. L’uomo diverrà all’istante quello che invece deve compiere e raggiungere con tanta fatica. E sappiamo com’è andata. L’uomo (l’umanità) ha ceduto alla tentazione e ha mangiato la mela.
Della mela si dice che ai suoi occhi era “buona da mangiare” (godimento), “desiderabile alla vista” (possesso), “preziosa per riuscire, per acquistare saggezza” (potenza): sono le tre tentazioni del vangelo di oggi a cui anche Gesù è stato sottoposto e a cui tutti dobbiamo essere sottoposti. Satana si rivolge a Cristo e gli dice: “Cambia queste pietre in pane” (godimento); “prostrati davanti a me e ti darò tutti i regni di questo mondo” (possesso); gettati giù dal tempio e i tuoi angeli interverranno” (potenza). Ma Gesù non cede alla tentazione, Gesù non scavalca la legge dell’umanità della crescita e dello sviluppo. E quando l’uomo accetta la legge del divenire, dello sviluppo, allora ottiene proprio quello che cerca: “Gesù se ne andava con la potenza dello Spirito (potenza); la sua fama si diffuse per tutta la regione (possesso); insegnava nelle sinagoghe ed era glorificato da tutti (godimento)” (Lc 4,14-15).
Serpente, nahas, vuol dire anche “steccato, barriera”. Solo se l’uomo rifiuta il serpente, solo se l’uomo rifiuta la grande tentazione del “tutto e facile; del tutto e subito” allora potrà superare lo steccato e continuare per la sua strada. Crescere, svilupparsi, divenire fecondi, felici, essere qualcosa di vero sarà per ogni uomo fatica e dolore. Far nascere un figlio è fatica, dolore, travaglio e doglie del parto. Ma così per “ogni figlio”, per qualsiasi cosa di prezioso, di grande, di vero: sarà fatica, sudore e pianto. Non ci si può sottrarre a questa legge. Non c’è nessuna soluzione facile, nessuna ricetta magica nessuna fortuna che cada giù dal cielo. Se vuoi costruirti devi faticare, piangere e sudare. E’ stato così anche per Gesù. Allora: doveva Gesù andare nel deserto? Dovevano Adamo ed Eva incontrare il serpente? Sì dovevano: non si può andare oltre questo steccato, oltre questo deserto, non si può costruire nulla se non ci accetta la fatica di plasmare la propria terra, la propria interiorità, la propria vita, questa mia vita.
La Grande Tentazione è: “Non voglio faticare per vivere; non voglio accettare il dolore del cambiamento; non voglio accettare il male del rinascere; non voglio star male; non voglio essere così (terra su cui lavorare)”. La grande tentazione dell’uomo è quella di mangiarsi in un colpo solo ciò che dev’essere acquisito nel tempo.

Tutte e tre le tentazioni sono legate da un’espressione sibillina: “Se sei figlio di Dio (la prima e la seconda); se ti prostri (la terza)”. Se…
Satana ci insinua il dubbio del passato: “Se fossi stato; se avessi agito così; se fossi nato da un’altra parte; se le cose fossero andate diversamente; se non fosse successo che; se avessi conosciuto altre persone; se avessi avuto un’altra famiglia; se fossi nato in un altro paese”.
Ci insinua il dubbio facendoci vedere ciò che non esiste: “Se sono figlio di Dio perché mi capita tutto questo? Se fossi importante; se fossi un altro; se fossi diverso; se avessi quella fortuna; se fossi migliore; se gli altri fossero migliori; se potessi; se fossi; se avessi”. Ci insinua il dubbio sul futuro: “Se mi capiterà quella cosa; se sarò fortunato; e se mi capitasse quella sventura?; e se le cose cambiassero?; e se accadrà che?; e che ne sarà di me?; ce la farò?; e se non mi accetteranno?”. Ci insinua il dubbio sulle persone: “Se gli altri facessero; se gli altri fossero diversi allora anch’io; se avessi più tempo; se il mondo fosse diverso; se la gente fosse più buona; se tutti fossero onesti; se non ci fosse quella persona; se avessi un altro capo; se incontrerò la persona giusta”. Ci insinua il dubbio su di noi: “Se avessi più fede allora farei/andrei; se avessi un altro carattere; se non fossi così timido allora sì che potrei; se le cose mi girassero diversamente; se fossi più buono; se sapessi parlare; se avessi delle qualità; se avessi studiato di più”.
“Se” ti fa vedere qualcosa che non c’è, che non esiste, che non è. Se tu lasci entrare il dubbio (“se”) su ciò che è stato, tu ti attacchi a quello che avrebbe potuto essere o che avresti potuto essere ma che non è mai stato, cioè, non è mai esistito. E’andata solo così. “Se” è voler essere diversi, di più, di quello che siamo. E, invece, noi siamo questi. Ecco il peccato: non accettare di essere quello che si è e desiderare di essere qualcosa che non si è in modo facile. La paura ti fa fare quello che non faresti mai se solo avessi un po’ di fiducia. Il diavolo ti fa vedere quello che non c’è, l’irrealtà, l’illusione: “Se…”.

La prima tentazione riguarda il potere (per godere): “Se sei figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane”. Insinua il dubbio che se uno avesse, allora sì che godrebbe, sarebbe felice, qualcuno. L’avere dà una sensazione di potere. Ma avere delle cose non ci fa più forti come persone. Ci fa più pieni, più ingozzati di cose ma non cambia nulla del nostro cuore. La tentazione dice: “Se avrò questo… allora sì che sarò”. Povero illuso!
Il potere del lavoro: “Lavoro perché se avrò tanto allora potrò godermelo, sarò felice e sarò a posto”. Guardate come la gente accumula, sfrutta e sgomita. E chi più ha, più lavora. Il potere del denaro: “Ho bisogno di affetto, me lo compro”. Puoi comprarti tutte le donne del mondo ma non l’amore. Puoi avere tutte le auto del mondo o le case o la terra ma non puoi comprarti la felicità. Il potere politico: “Posso gestire le cose e le persone”. Puoi dare ordini a destra e a sinistra, ma tutto il tuo potere non ti dà più amicizie, né più persone con cui confidarti, né più persone che ti vogliano bene. Il potere del genitore: “Posso gestire i figli, comando, ordino”. Puoi manipolare e gestire (cioè rovinare) la vita dei tuoi figli; ne avrai l’ubbidienza ma non l’amore. Il potere delle chiese: “Noi sappiamo; chi fa così bene, altrimenti…”. Puoi far paura alle coscienze delle persone e anche imprigionarle, ma non avrai persone di fede, solo uomini corrosi dalla paura. Il potere della pubblicità che narcotizza, manipola le persone solo per uno scopo: vendere. Il potere del sesso che diventa pretesa, dominio, violenza: usi e ab-usi dell’altro ma non avrai amore .

La seconda e la terza tentazione mettono in dubbio chi è Dio (un Dio fedele di cui non dubitare) e chi è Gesù (un uomo libero, figlio di Dio, che non si inchina a nessuno): “Se sei figlio di Dio buttati giù, tanto lui manderà i suoi angeli”. “Prostrati a me, venditi a me, inchinati a qualcosa e tutto sarà tuo”.
Molte persone sono religiose, adorano Dio, lo amano, gli credono fermamente e sono radicate nella fede purché… Purché questo non le metta in contrasto con la famiglia e con l’ambiente circostante; purché non le costringa a fare scelte dolorose e difficili; purché non implichi l’inimicizia, la diversità, l’impopolarità; purché non le costringa a cambiare carattere, idee, lavoro, amicizie; purché le faccia sempre dormire la notte e non crei domande tormentanti; purché si possa mantenere la faccia di amici di tutti e di brave persone; purché non le costringa a schierarsi, ad esporsi, a mettersi pubblicamente in gioco, a mettere paletti e confini alle situazioni; purché non le metta contro l’autorità, i genitori o i politici di turno; purché non tocchi il conto in banca, la casa in montagna e i privilegi di cui godono; purché le cose vadano come prima; purché l’immagine di sé rimanga inalterata e non vengano fuori “altarini” o pecche o mancanze personali; purché Dio non interferisca su quello che hanno in mente di fare, su ciò che hanno già pianificato, su quello che hanno già deciso per sé, per i propri figli e per gli altri; purché Dio non scombini i loro piani… Veramente adorano Dio, solo con qualche piccola riserva.
Amano Dio purché… solo se…
Fidati di Dio e digli… solo: “Sì”.

Pensiero della Settimana

La grande tentazione è di voler evitare la tentazione.

padre Gian Franco Scarpitta
La riscoperta dell’uomo 

Afferma Lois Evely che la colpa di Adamo non consistette nel voler essere simile a Dio, cosa fra l’altro anche legittimata dalla Scrittura e appropriata aspirazione dell’uomo, ma quella di volersi ergere alla pari di Dio per determinare da se stesso la propria vita. Il suo fu insomma un peccato di protervia e di arroganza, poiché volle, da creatura, vantare i diritti che di fatto appartengono al creatore disponendo di se stesso nel modo del tutto autonomo e indipendente e pretendendo di sostituirsi inesorabilmente a Dio nella progettazione del proprio avvenire. L’uomo che si eleva al rango della divinità nel tentativo di appropriarsi della sua stessa onnipotenza, le caparbietà e la presunzione di prerogative che non appartengono alla sua natura e la volontà di sproporzionato dominio su se stesso e sulla massa, tale è stata la colpa di Adamo meritevole di condanna.
Il peccato di Adamo sussiste anche oggi, nella fattispecie dell’uomo contemporaneo che ha già inteso più volte manipolare l’equilibrio della natura e manomettere il corso dell’evoluzione e della genetica e adesso pretende addirittura di creare letteralmente se stesso, visto che in questi giorni la cronaca ci informa che in futuro l’essere umano potrebbe non essere più indispensabile per la procreazione: l’embrione potrebbe essere formato anche in laboratorio attraverso l’elaborazione delle cellule dello spermatozoo. Anche ammesso che una tale soluzione sia fattibile, non si può che deplorare tale assurda convinzione dell’umanità di volersi sostituire alla natura stessa manipolando a proprio piacimento il ciclo biologico della nascita e della vita umana e determinate scelte di presunta autoaffermazione non possono che apportare immancabili delusioni e disfatte, perché prima o poi si resta sempre vittime del proprio falso orgoglio. La natura non consoce sconfitta, anche se lascia un po’ di alito alla presunzione dell’uomo. L’umanità proclive a determinare se stessa nel mondo circostante la si riscontra tuttavia anche nelle opzioni di peccato in ordine all’etica corrente del “così fan tutti” e del disordine della sessualità e del guadagno facile nonché delle false sicurezze sui beni di consumo che non di rado ingenerano violenza, odio, morte e distruzione.
In tutti i casi è detestabile la concezione di un uomo che voglia farsi esso stesso Dio per determinare la propria vita autonomamente senza confidare in nessun altro aiuto che non sia quello della materia e dell’empiria scientifica.
Ma le letture di oggi, mentre condannano l’Adamo peccatore e inconsulto, esaltano la figura di Colui che è il restauratore dell’umanità priva di buonsenso e di obiettività etica: il nuovo Adamo Gesù Cristo, che viene ad apportare la novità di vita e a risollevare l’umanità dalla sua caduta: come Dio incarnato e partecipe della natura umana medesima, Cristo è il solo che possa costituire il nuovo Adamo ponendosi in antitesi all’uomo vecchi con le sue azioni per invitarci a rivestire il nuovo “per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore” (Col 3, 10 – 11) e lo fa mostrando di essere affermato nella comunione con il Padre e nella sottomissione alla Sua volontà per il servizio degli altri, in primo luogo umiliandosi egli stesso alla stregua dei peccatori. Cristo infatti, sebbene forte del suo potere sul cosmo e sul maligno, accetta di abbassarsi al punto da affrontare senza riserve le tentazioni del diavolo in una condizione del tutto ostile e per nulla garante come quella del deserto, nella quale sperimenta precarietà e indigenze anche materiali ed è costretto a molteplici sforzi di rinuncia: in una situazione del genere, nella quale qualunque altro sarebbe potuto soccombere alle insidie allettanti del maligno, Cristo afferma che è possibile tenergli testa e uscire vittoriosi dalle sue accattivanti proposte.
La rinuncia dei quaranta giorni del deserto (numero simbolico che indica un tempo prolungato di sofferenza e di deperimento) è utile affinché si possa sperimentare che solo nella lotta e nella mortificazione si può identificare se stessi come uomini pronti a sfidare il proprio tempo nell’incontro con gli altri per il rinnovamento del proprio essere e del proprio agire, e che la vera edificazione della persona risiede nel previo annientamento e nella rinuncia che sono il preambolo della gloria; soprattutto rende coscienti della nostra precarietà e della necessità di dover familiarizzare con Dio senza presumere di poter fare a meno di Lui poiché solo nella dipendenza da Dio e nella comunione dialogica con lui si qualifica la vera umanità che si distrugge nella perfidia della presunzione e della vana autorealizzazione. La prova del deserto è quindi anche per noi un’opportunità per comprendere l’importanza di Dio come alternativa al diavolo. Del resto, se leggiamo attentamente il testo messo a raffronto con il parallelo di Marco, scopriremo che a condurre Gesù nel deserto era stato proprio lo Spirito Santo. Il che spiega tutto.
Nonostante non se ne renda conto e non lo accetti, l’uomo non può rivestire i panni di Adamo, ma ha bisogno del Nuovo Adamo che è il Dio che ci viene incontro in Gesù Cristo e il nostro secolo è appunto il tempo del deserto epocale nel quale le tentazioni ci tartassano da ogni parte e nel quale siamo chiamati ad esercitare la costanza e la vigilanza per non cadere in tranelli insinuosi, e per estensione è il teatro della nostra lotta contro il peccato e contro la malizia dalla quale è possibile uscire vittoriosi ed esaltati.
Nel bel mezzo di tutte queste urgenze, la Quaresima si qualifica come tempo privilegiato per l’uomo generalmente inteso, oltre che per il cristiano poiché è il tempo della riscoperta della propria dignità per l’affermazione della propria persona attraverso la necessaria esperienza del deserto e dell’abbandono, luoghi importanti di incontro con l’Assoluto per la riscoperta di se stessi. Il “deserto” è il luogo della privazione e della moritficazione ma al contempo si qualifica come occasione della scoperta di Dio e della comunicazione con Lui libera e spontanea nel riconoscimento della nostra vanità e della nostra pochezza perché sapendoci nulla possiamo essere tutto.

don Marco Pratesi
La terza dimensione 

Il celebre passo della Genesi illumina una zona cupa e misteriosa dell’esperienza umana: il peccato. Ciò che qui si descrive è la radice e l’essenza di ogni peccato. Per provare a comprenderne qualcosa, concentriamoci sulla proposta del serpente: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male» (3,4-5).
Il peccato è dunque un volere essere come Dio, ma senza Dio; lontano da lui, perché di lui non ci si fida, in quanto sentito ostile, geloso del suo, desideroso di tenerci in stato di inferiorità, e perciò inaffidabile. Dentro ogni peccato agisce una tale immagine di Dio, che è quella del serpente.
Più di preciso, questo attraente “essere come Dio” si presenta come un “aprire gli occhi” e “conoscere il bene e il male”, ciò che pare una “saggezza” (3,6). Qui non è più questione dell’immagine di Dio, ma dell’immagine dell’uomo: chi è l’uomo “adulto” e “maturo”? In fondo il serpente pone questa domanda: “è dignitoso per voi vivere ad occhi chiusi, fidandovi del comandamento di Dio; o non è più giusto e degno toccare con mano direttamente da voi che cosa sia sicuramente bene e che cosa male?”.
Qui “conoscenza” – è quasi superfluo ricordarlo – significa esperienza. L’uomo non vuole direttamente fare il male, soltanto “verificare di persona” che cosa sia effettivamente il bene e il male. Questa però è una pretesa insensata, perché per sperimentare insieme questi due poli etici egli dovrebbe poter stare al di fuori dell’uno e dell’altro, come in una terza dimensione, che di fatto non esiste se non nella sua fantasia già sedotta dal serpente. Non si dà affatto conoscenza/esperienza del bene o del male senza che ci si debba ad essi consegnare, senza che ci si debba da essi lasciar cambiare. Il serpente sa bene che, qualora l’adam cada in questo tranello, sarà già troppo tardi: l’uomo si troverà già irretito nella dinamica del male. Solo Dio può avere conoscenza del male senza lasciarsi guastare, senza diventare cattivo; per l’uomo conoscere il male significa lasciarsi trascinare nella sua corrente.
Conoscere insieme il bene e il male significa in pratica l’arbitrario ritenersi “al di là del bene e del male”. In tale posizione, l’uomo si sente davvero come Dio, e in un certo senso lo è: stabilendo autonomamente il bene e il male, è divenuto creatore e distruttore dei valori, più in alto di essi. Ciò che gli è sfuggito, e gli sfugge, è che in questo modo non si è venuto affatto a trovare oltre il bene e il male, ma semplicemente nel male. Forse proprio questa mancanza di lucidità ha fatto sì che il peccato delle origini abbia avuto effetti devastanti ma non definitivi. L’uomo può ancora imparare che occorre consegnarsi al bene e alla volontà di Dio, fidandosi di lui, e che questo è sufficiente. È sufficiente conoscere il bene, senza conoscere il male. “Indicami, Signore, la via dei tuoi decreti, e la seguirò sino alla fine” (Sal 119,33).

I commenti di don Marco sono pubblicati dal Centro Editoriale Dehoniano – EDB nel libro Stabile come il cielo.

Suor Giuseppina Pisano o.p.
Commento Matteo 4,1-11 

«… Dio sa, che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio…»

La Liturgia della Parola di questa prima domenica di Quaresima, ci ripropone il racconto della tentazione originaria, tentazione che sempre accompagna la vita di ogni uomo: “diventerete come Dio”, la follia dell’onnipotenza, dalla quale la Storia è stata ed è, ancora, inquinata.

Il racconto della tentazione delle origini, è una narrazione fatta per immagini, narrazione ricca di simboli, che stanno ad indicare la drammaticità dell’esperienza umana, posta, sempre, di fronte alla scelta; in questo caso, posta di fronte alla scelta fondamentale: o con Dio, o contro di Lui.

La pagina della Scrittura che rievoca la creazione, ci parla di un Dio che è Padre provvidente, un Dio amico, che parla con l’uomo, che gli dà delle indicazioni, che mette dei paletti, ad indicare il giusto cammino dell’esistenza: “… il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio, fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi, graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita, in mezzo al giardino, e l’albero della co-noscienza del bene e del male “; di quest’ ultimo, l’uomo non avrebbe dovuto cogliere i frutti.

È Dio stesso il principio della vita, di ogni vita, ed è sempre Lui, il principio primo ed assoluto del bene, e della vita morale, che da esso consegue; questo, Egli rivela all’uomo, con quella simbolica proibizione a mangiare di quell’unico “albero”.

Ma, qualcuno insinua nell’uomo il sospetto; è colui che, nel racconto è raffigurato come un serpente, strisciante ed ambiguo, è il ” diavolo” colui che divide, che crea opposizione, e che come Giovanni scrive: “era omicida, fin dal principio, e non si mantiene nella verità, perché la verità non è in lui… poiché è menzognero, e padre della menzogna..” (Gv.8,44)

Così, l’uomo si trova, da sempre, come di fronte ad un bivio, che è la libera, drammatica scelta, tra la fiducia nel Dio Creatore, Padre ed amico, e chi, o quanto, insinua i il dubbio, che lo stesso Dio, il quale parla per custodire e promuovere la vita, sia solo un tiranno, un nemico della felicità dell’uomo.

La Storia Sacra ci dice, che Adamo, splendida immagine del suo Dio, cedette alla tentazione di farsi Dio di se stesso, ma in ciò non trovò la felicità, né l’onnipotenza sperata, bensì, allorché gli si aprirono gli occhi, sia lui, che la donna che il Signore gli aveva messo a fianco, “… si accorsero di essere nudi”

L’uomo senza Dio, anzi, l’uomo contro Dio, non può che scoprire e sperimentare tutta la propria “nudità”, che è povertà del limite, che è angoscia del dubbio, che è tenebra di ignoranza, che è dura fatica dell’esistenza.

Ma Dio, che, come scrive Caterina da Siena, è innamorato della sua creatura, mandò, nella “pienezza dei tempi”, un “ponte” da quel cielo, ormai chiuso, e quel ponte è il suo Figlio, Gesù di Nazareth, Verbo incarnato e Redentore.

Il Vangelo di questa domenica, ci parla appunto di Gesù, il nuovo Adamo, il Messia, promesso, desiderato ed atteso, che, come uomo, è tentato dal Satana, il quale, usa, ancora una volta, la forma del dubbio: «Se sei Figlio di Dio…», e lo ripete per ben tre volte.

Il Tentatore, fa balenare davanti agli occhi dell’uomo Gesù, la suggestione di un messianismo terreno, che soddisfa’, quasi prodigiosamente, le necessità di tutti coloro, e non sono pochi, che si accontentano dell’immediato, e non sanno guardare oltre, persone che non aspirano a nient’altro che alla propria immediata sicurezza temporale; è la sfida di Satana: «Se sei Figlio di Dio, di’ che questi sassi diventino pane».

Ma Cristo, pur nello sfinimento del prolungato digiuno, risponde: «Sta scritto: non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».

C’ è, poi, la tentazione di un messianismo miracolistico, quasi che la missione del Figlio di Dio si debba realizzare con gesti strepitosi, degni di un grande taumaturgo: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro il sasso il tuo piede”».

Ma, ancora, Gesù risponde, non con parole sue, ma con la Parola ispirata da Dio: «Sta scritto anche: non tentare il Signore, Dio tuo».

Infine, ecco la terribile suggestione del messianismo politico, quello sperato e sognato dai più, in Israele; il potere politico, il dominio sugli altri, che qualcuno ha definito “idolatria implacabile”, quella, che ben conosciamo, attraverso le vicende della storia passata, e recente: “gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e poi disse: «Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai»”.

Il Figlio di Dio conosce perfettamente la sua missione di Salvatore, e, come uomo, resistendo a Satana sceglie l’adempimento della volontà del Padre: “facendosi obbediente, scrive Paolo, sino alla morte, e alla morte di croce” (Fil.2,8)

È questo, il senso di quell’ultima definitiva risposta di Gesù, a colui che lo tentava, Lui, il Figlio di Dio, proclama, ancora una volta con forza, il comandamento del Padre: «Adora il Signore Dio tuo, e a lui solo rendi culto.»

È nella Parola di Dio, dunque, la nostra luce e la nostra forza, e Gesù, che per noi ha voluto subire la tentazione, ce ne dà testimonianza, Lui, che è il Verbo eterno fatto uomo, Lui, nel quale possiamo contemplare il volto stesso del Padre.

Il Vangelo di questa prima domenica di Quaresima, è un po’ lo specchio della nostra vita, fatta di scelte continue, che possono anche costituire ” tentazione”, e nessuno ne è esente; ma mentre ci mette di fronte questa componente dell’esistenza, il Vangelo, offre al nostro sguardo la Via, il Ponte, che è Gesù, fedele alla volontà del Padre, attento alla sua Parola, Parola da amare e da vivere, Parola che ci salva.

Così, la Parola di Dio, sia il centro vivo del nostro cammino quaresimale: una Parola da accogliere, da custodire nella mente e nel cuore, una Parola da approfondire e contemplare, una Parola, da vivere e proclamare.

Sr Maria Giuseppina Pisano o.p.
mrita.pisano@virgilio.it

Messa Meditazione
Digiuno, preghiera ed elemosina 

Lettura
Inizia oggi la Quaresima: un tempo forte dello Spirito, un’occasione privilegiata per camminare davvero nelle vie di Dio. La proposta di Gesù per questo tempo di preparazione alla Pasqua riguarda tre pratiche tipiche di chi voglia rinvigorirsi spiritualmente: l’elemosina, la preghiera, il digiuno; tre grandi ali per chi vuole davvero aprirsi all’azione di Dio.

Meditazione
Nel brano odierno Gesù indica tre “pratiche” concrete – elemosina, preghiera e digiuno – che non sono esaurienti, in un cammino religioso, ma qualificano la nostra relazione con Dio, con gli altri e con noi stessi. L’elemosina, di cui Gesù ci parla, significa aprire il nostro cuore alla Carità, sapendo privarci di qualcosa di nostro, non di ciò che ci risulta superfluo, per condividerlo con i fratelli: offrire il nostro tempo e i nostri talenti a favore di chi ci sta accanto, stando vicini e offrendo consolazione e coraggio a chi è solo, ammalato, o sta attraversando una situazione difficile; dedicare qualche ora della nostra settimana al volontariato, al servizio in Parrocchia; ricomporre rapporti troncati a motivo di incomprensioni… La seconda “pratica” quaresimale è la preghiera. In genere, sono due le situazioni in cui ci ritroviamo: la prima è quella che ci porta ad avere un rapporto con la preghiera legato alla “pratica”, ovvero alla recita, troppo spesso meccanica, di parole e di frasi che le nostra labbra emettono senza che il cuore vi abbia alcuna influenza. La preghiera non è altro che intimo dialogo con Dio, è parlare con Lui, dire a Lui tutto ciò che siamo e abbiamo, chiedendo conforto, aiuto, protezione, grazia… La terza pratica quaresimale è il digiuno. È opportuno che ciascuno, secondo coscienza, trovi la forma di digiuno più adeguata alla propria persona, tenendo fisso l’obiettivo che il digiuno è privazione di qualcosa o di alcune cose per capire la necessità di Dio nella nostra vita. Digiuniamo, allora, dai vizi, dal soffermarci troppo davanti alla televisione, da qualche lettura non edificante, da un divertimento sfrenato, dal pettegolezzo, dal giudicare le persone, dal trattare i fratelli come se fossero nostri servi, cominciando, in particolare, dalla nostra famiglia, per dedicare magari un po’ di tempo in più alla preghiera, alla lettura e alla meditazione della Parola di Dio, al dialogo con chi ci sta accanto, con chi ha bisogno… purché tutto giovi alla nostra edificazione nei confronti di Dio, affinché possiamo crescere nell’Amore.

Preghiera
Mi si aprono davanti giorni importanti di cammino, Signore. Tu che sei la mia pace, fammi luce affinché viva un’interiorità limpida, trasparente ai tuoi occhi.

Agire
Oggi cercherò un tempo per raccogliermi nel silenzio e presentare a Dio le mie preoccupazioni, affidandole con fede alla sua misericordia.

Commento a cura di Cristoforo Donadio – P. Antonio Izquierdo, LC

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Monaci Benedettini Silvestrini
Gesù digiuna nel deserto ed è tentato 

L’episodio delle tentazioni di Gesù nel deserto è narrato nei Vangeli. Per capire a fondo l’episodio pensiamo che è lo stesso Gesù che permette al diavolo di tentarlo nella sua umanità. Gesù si mostra in questa lotta come vero Dio e vero Uomo, completo e perfetto. Gesù, proprio come ogni uomo ha voluto sperimentare la sofferenza e la fame. Il diavolo, pensando che i limiti dell’uomo non siano altro che debolezze da sfruttare, ha ritenuto questo il momento favorevole per tentare il Figlio di Dio. Il diavolo vorrebbe condurre Gesù su un piano completamente umano per ridurre il suo messianesimo ad una questione di solo prestigio e di ambizione personale. Seguiamo la risposta di Gesù che ci mostra la sua vera umanità nei suoi limiti vissuta anche nella sofferenza. Egli però non cede alle tentazioni ed usa la Parola di Dio come arma vincente. Riflettiamo su questo punto per scoprire quanto sia ancora attuale questo brano del Vangelo e quanto le tentazioni possono insegnarci nella vita quotidiana. Talvolta le difficoltà e le sofferenze diventano così insopportabili da risultare difficile la loro accettazione. Il confronto con Gesù ci sembra arduo: Egli è il Figlio di Dio, nel quale lo Spirito Santo opera nella pienezza della sua divinità. Noi, d’altra parte, ci sentiamo piccoli, indifesi ed incapaci a reagire con la stessa determinazione di Gesù. Guardiamo in profondità l’episodio e scopriamo che Gesù vince per la sua umanità, capace però di scoprire i veri valori della vita. Una umanità che non vede solo il proprio interesse, per la soddisfazione egoistica dei propri bisogni, ma che riconosce nell’esistenza un mandato divino al quale riferirsi. Nello scoprire i nostri limiti non cadiamo nella tentazione dello sconforto ma affidiamoci a Gesù per scoprire il vero valore dell’umanità. Con Gesù, scopriamo nella Parola di Dio la fonte per la nostra vita, nel superare le difficoltà contingenti, aprendoci all’azione di grazia che rinnova i nostri cuori.

 

 

Published in: on marzo 14, 2011 at 7:47 am  Lascia un commento  
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