Omelie giorno 12 Marzo 2011

Sabato dopo le Ceneri

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Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio.

Come vivere questa Parola?
Il discorso avviato ieri circa la natura del digiuno accetto al Signore, si esemplifica ulteriormente con questo passo di Isaia proposto oggi alla nostra riflessione. Non si tratta più semplicemente di una encomiabile attenzione ai bisogni materiali degli indigenti. Qui l’accento cade su quell’afflizione interiore ben più pesante della carenza di cibo e di indumenti. Il brano vi punta con due sottolineature: non essere tu a procurarla opprimendo il tuo prossimo e insinuando malignità sul suo conto fino a scadere nella stessa calunnia. Cioè rimuovi il male dalla tua vita. Ma non basta: versa sui cuori affranti il balsamo della comprensione, della vicinanza, dell’affetto. In una parola: fatti fratello del tuo prossimo! È un modo concreto di assumere vitalmente il messaggio di amore che Cristo è venuto a trasmetterci, non solo con la parola e con l’esempio di una carità estesa a tutti, ma con il dono supremo della vita. E questo perché tutti, proprio tutti, potessero accedere a quel di più di vita e di gioia che ne aveva motivato l’incarnazione.
Allora la tenebra, di cui sempre permane qualche traccia in ognuno di noi, verrà fugata dalla sfolgorante luce del Risorto, reso presente dal nostro piegarci a lenire le piaghe di chi si trova in qualsiasi genere di afflizione.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, farò passare dinanzi al mio sguardo interiore quanti conosco afflitti da qualche pena. Mi chiederò che cosa posso fare per loro e invocherò dal Signore la luce e l’aiuto per non essere a mia volta tra coloro che seminano pianto.

Rendimi, Signore, strumento della tua misericordia e del tuo amore. Che sparga intorno a me soltanto semi di bontà e comprensione.

La voce di una beata dei nostri giorni
Fate che chiunque venga a voi se ne vada sentendosi meglio e più felice.
Beata Teresa di Calcutta

Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
“Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori”

Come vivere questa Parola?
Questa parola di Gesù è l’ultima pennellata di una scena di grande movimento. Levi è un pubblicano, uno di quei ricchi che ingrossavano le loro tasche facendo gli aguzzini, cioè estorcendo tasse imposte ingiustamente dall’oppressore: il governo di Roma. È lì, incollato al banco delle imposte. Gesù lo vede e lo chiama. Lui, subito, lascia tutto e lo segue. Levi è così contento della chiamata che imbandisce un grande banchetto a casa sua. Gli invitati? Gente del suo stampo, non certo a posto con la legge di Dio e degli uomini. Gesù è lì in mezzo coi discepoli. È ora nel mirino dello sguardo perplesso e malevolo dei grandi di quel tempo: farisei e scribi. Scocca, come freccia avvelenata, la domanda: perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori? La risposta di Gesù non solo è perentoria ma addirittura sconvolgente. Si tratta di capire che egli non sta in mezzo alla gente alla maniera di un re, di un grande capo per esercitare un potere sovrano: il giusto a favore di un popolo di giusti. No! È venuto per accollarsi il peso e la sporcizia del peccato di molti e, questo è importante! è venuto a chiamare a conversione.
Nel mio cammino quaresimale dunque non è che io debba sentirmi “giusto”, “a posto”, con intemerata coscienza. Anzi, proprio il far finta di essere a posto mi assimila ai farisei e al loro perbenismo rifiutato da Gesù.
Gesù è venuto per me, se mi riconosco capace di peccare. È venuto per me e per tutti quelli che ammettono di aver bisogno di redenzione, di perdono. Però attenzione! Chiama tutti a convertirsi.

Signore, impedisci in me il quietismo spirituale, la situazione di stallo. Dammi sincerità di cuore per ammettere i miei falli, e grande, assoluta fiducia nel credere che alla mia pochezza corrisponde il tutto del tuo amore che salva.

La voce di un vescovo martire.
Cristo cominciò a predicare il Vangelo con un invito alla penitenza, e questa è anche la sostanza della predicazione della Chiesa: «Fate penitenza, convertitevi, lasciate le cattive strade». Quanto è necessario, in questa ora, abbandonare le strade dell’odio, della calunnia, della vendetta, dei cuori malvagi, e dire: «Convertitevi»… Conversione dai peccati che ognuno ha nel suo cuore. Io porto i miei peccati, come anche ciascuno di voi. Chi di noi qui presenti non è peccatore? Chiediamo perdono al Signore, convertiamoci, lasciamo la cattiva strada.
Oscar Romero



Eremo San Biagio
Commento su Is 58,9-11

Dalla Parola del giorno
Così dice il Signore: “Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il pntare il dito e il parlare empio, se offrirai il pane all’affamato, se sazierai chi è digiuno, allora brillerà tra le tenebre la tua luce, la tua oscurità sarà come il meriggio”.

Come vivere questa Parola?
Isaia è considerato uno tra i maggiori profeti dell’Antico Testamento, forse il più grande. Egli è un Evangelista! Un predicatore dell’Antico Patto che più di tutti gli altri profeti si avvicina al Nuovo Testamento. Le sue profezie riguardanti il Messia, appaiono tra le più chiare predizioni concernenti i tempi messianici.
Gesù stesso lo cita nel suo intervento alla Sinagoga di Cafarnao aggiungendo proprio al brano odierno la parola “oggi”, cioè la conferma di un’attualizzazione di ciò che era stato annunziato nei tempi lontani. In quel momento, quello che ha predetto il profeta diventa costitutivo della figura del Cristo.
Il capitolo 58 dell’odierna liturgia, inoltre, pone l’enfasi sul digiuno. Il vero digiuno che Dio gradisce non è quello praticato dagli Israeliti, la vera devozione consiste nello spezzare le catene della malvagità, nello sciogliere i legami dell’oppressione, nel dividere il pane con gli affamati, dare un tetto a chi non l’ha e coprire chi è nudo!
Il vero digiuno consiste in opere di giustizia, di misericordia e di carità! I veri ambiti di conversione sono la carità fraterna e un vero senso di onestà nei riguardi degli emarginati e la santificazione del giorno del Signore, in questi tempi piuttosto disatteso. L’itinerario ascetico del cammino quaresimale ci ripropone, invece, la santificazione della domenica. In questo giorno, pasqua settimanale, è proprio del cristiano dedicare tempo alla preghiera e alla Parola. E, in tal modo, proclamare la signoria di Dio sulla propria esistenza e nel proprio cuore.

Oggi, in un momento di preghiera più prolungata, affiderò al Signore la mia vita e gli chiederò di venire ad abitare nella mia casa, che cercherò di rendere accogliente attraverso la cura dei più poveri e il digiuno che a lui piace.

Le parole di un biblista
Potremmo riformulare la lieta notizia di Gesù in questi termini: Dio ama ogni uomo, senza differenze, dunque ogni uomo conta, ogni uomo è prezioso. Non ci sono di fronte a Dio emarginati, anzi gli ultimi sono per lui i primi. Una notizia, questa, che rende di colpo ingiustificate tutte le emarginazioni che noi costruiamo di continuo, e che dà ai poveri e agli esclusi una dignità capace di scuoterli, capace di infondere dignità e speranza.
Bruno Maggioni

Eremo San Biagio
Commento Is 58,9-10

Dalla Parola del giorno
Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se offrirai il pane all’affamato, se sazierai chi è digiuno, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua oscurità sarà come il meriggio.

Come vivere questa Parola?
La Parola ci sta accompagnando in questo cammino di essenzialità che è la quaresima. Paragonata alle stagioni verrebbe forse, in modo pregiudiziale, di identificarla con l’autunno: tempo in cui la natura si prepara a morire. Invece la quaresima è una stagione primaverile, non solo perché vi coincide cronologicamente, ma anche perché in quaresima, come in primavera siamo chiamati a ‘sfrondare’ le piante da tutti i rami inutili, da tutto quel frondeggiare dispersivo che porterebbe ad una impazzita fioritura senza frutto.
Cosi è per la nostra vita spirituale. C’è una potatura irrimandabile: bisogna cioè “togliere di mezzo l’oppressione” nelle nostre relazioni, la prevaricazione, la concorrenza; bisogna cessare di “puntare il dito” condannando sempre gli altri; bisogna ancora purificare il nostro linguaggio da un certo frasario non rispettoso della nostra fede in Dio e della dignità della persona umana.
E c’è poi da aprirsi al sole della carità: dare il pane all’affamato e saziare chi è digiuno. Fiorire in amore, insomma, come i mandorli e i peschi in primavera.
Non accumulare solo per me e per i miei, ma amministrare e condividere i beni insieme a tutti. Quanto meno sono i partecipanti alla mensa della distribuzione delle risorse che io gestisco, tanto più io contribuisco all’impoverimento della terra e dell’umanità.

Oggi, nei mio rientro al cuore, ringrazierò per questa Parola così provocatoria e stimolante e farò una verifica della mia vita. Farò un piccolo esercizio molto pratico: punterò il dito e osserverò la mia mano. Un dito è puntato verso gli altri, tre lo sono verso di me. Rifletterò e pregherò:

Vieni Spirito di Verità, illumina la mia mente e il mio cuore perché impari a ‘lasciar cadere’ (potare) ciò che non è secondo l’amore, secondo l’immagine e somiglianza tua che è in me.

La voce di un grande monaco
Il padre Pambone chiese al padre Antonio: “Che debbo fare?”. L’anziano gli dice: “Non confidare nella tua giustizia, non darti cura di ciò che passa, e sii continente nella lingua e nel ventre”.
Abbà Antonio

Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori.

Come vivere questa Parola?
Gesù ha chiamato Levi, l’esattore delle tasse. L’ha visto seduto al banco di lavoro e gli ha detto semplicemente: ” Seguimi!” La risposta è immediata, dinamica: egli, “lasciando tutto”, si alza e lo segue. Non solo. Levi dà un grande banchetto in cui invita il Maestro, i discepoli e una gran folla di gente. Tra i commensali, le solite malelingue, invece di ringraziare chi li ha ospitati e ammirare la prontezza della sequela di un pro-fessionista della finanza ad abbandonare il suo posto di prestigio e potere, lo indicano, indirettamente, come peccatore.
La risposta di Gesù alle loro insinuazioni malevole li lascia senza parole: ” io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi”. Ciò è coerente con tutte le sue scelte fatte finora. Ha chiamato come apostoli gente rozza e semplice; ha guarito i lebbrosi noncurante dell’impurità legale; ha perdonato i peccati al paralitico; ha salvato la prostituta dal linciaggio. Ed ora invita un uomo ritenuto doppiamente indegno, perché sfruttatore di mestiere e collaboratore dei romani.
Ma Levi è stato sedotto dall’amore. La misericordia del Figlio di Dio ha incrociato la sua esistenza e lui si è alzato. Qui l’evangelista usa il verbo greco anastά s, lo stesso verbo usato per la risurrezione di Gesù.
Oggi il Maestro passa ancora per le nostre strade e ci chiama. Forse non siamo pronti come Levi a lasciare ciò che ci tiene lontani da lui. Ci è difficile riconoscere le nostre colpe, la pigrizia nel bene, il compromesso di fronte a scelte che ci scomodano. Ma Lui continua a chiamare e: ” Se noi acconsentiamo- scrive Simone Weil- Dio depone in noi un piccolo seme e se ne va. Da quel momento, a Dio non resta altro da fare, e a noi nemmeno, se non attendere. Dobbiamo soltanto non rimpiangere il sì nuziale. Non è facile come sembra, perché la crescita del seme, in noi, è dolorosa. Inoltre, per il fatto stesso che accettiamo questa crescita, non possiamo fare a meno di distruggere ciò che potrebbe intralciarla, di estirpare le erbe cattive, di recidere la gramigna”.

Nei momenti di silenzio, dirò a Gesù: ” Vieni ancora a chiamarmi. Non privarmi delle tue annunciazione, nonostante le mie ripetute lentezze”.

La voce di un contemplativo
Nessun uomo può rapire la misericordia del Signore: è inviolabile perché abita nell’alto dei cieli, presso Dio.
Silvano del Monte Athos

Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se offrirai il pane all’affamato, se sazierai chi è digiuno, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua oscurità sarà come il meriggio.

Come vivere questa Parola?
Eccoci accompagnati dalla Parola su questo sentiero quaresimale che tanto somiglia al sentiero primaverile. Guai a non togliere (= a non potare) i rami inutili e di frondeggiare dispersivo in questa stagione! E guai, se a primavera, tenessimo ermeticamente chiuse le case al sole, così tepido, lieto e “terapeutico”. Così è per la nostra vita spirituale. C’è una potatura irrimandabile; bisogna cioè “togliere di mezzo l’oppressione” nella normalità dei nostri rapporti interpersonali; bisogna cessare di puntare il dito così facilmente propenso a condannare gli altri; bisogna ancora ripulire il nostro parlare da un frasario non rispettoso della nostra fede in Dio e della dignità dell’uomo. E c’è poi da aprirsi al sole della carità. Quello infatti che è nelle mie mani io lo amministro come un bene da condividere anche con gli altri, e non me ne sto murato vivo nella preoccupazione di accumulare beni per me e per i miei cari, insensibile all’affamato, all’afflitto.

Oggi, nel mio rientro al cuore, ringrazierò per questa Parola così stimolante e piena di luce: In effetti, se la metto in pratica col tuo aiuto, Signore, la mia tenebra di tristezza, di scontento, di ripiegamento su di me, “sarà come il meriggio”.

La voce di un antico Padre
La gioia che viene dal Signore è più forte di quella che viene dalla vita. Chi lo capisce non guarda a sofferenze, pur di acquistarla. Perché l’amore è più soave della vita, più soave del miele e del miele filato, è alimento di una conoscenza che è dote di un’anima vigorosa.
Isacco di Ninive

Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio e spezzerai il tuo pane all’affamato (…); brillerà tra le tenebre la tua luce (…) allora troverai la delizia nel Signore.

Come vivere questa Parola?
La mia luce sta nel far evolvere il mio potenziale d’amore in forza dell’amore di Gesù che – dice il Vangelo odierno – non è venuto a chiamare i giusti ma i peccatori perché si convertano.
Così il cammino quaresimale si rivela come passaggio dalla tenebra dell’opprimere me stesso e gli altri alla luce del sapermi amato e chiamato ad amare. Il mio dito, tanto facilmente puntato contro i difetti degli altri, si volge verso i miei. Non per irritarmi e deprimermi, ma per “processare” l’egoismo, radice di ogni male, e lasciar brillare la mia luce che è la determinazione ad amare come Gesù mi ha amato.
Così il Signore diventa una Presenza spesso percepita, nella fede speranza e carità, dentro il cuore: vera gioia che “nessuno potrà rapire”.

Mi eserciterò oggi a “puntare il dito” su uno dei miei difetti (ad esempio una certa pigrizia spirituale) che m’impedisce di rompere quelle barriere che mi ostacolano l’apertura, il dono di me agli altri.
La voce di un Antico Padre
Opera sempre il bene secondo la tua possibilità, e quando ti è data l’occasione di scegliere il più, non volgerti pigramente verso il meno. Perché è detto che chi si volge indietro non è adatto per il Regno dei cieli.
Marco l’Asceta

Paolo Curtaz

Matteo non si aspettava salvezza, né la meritava. Troppi compromessi, troppe rinunce alla legalità nella sua vita per osare tanto. La vita per lui era diventata, ormai, potere e denaro, timore e rispetto da parte degli altri. La sua durezza, l’alto muro eretto per difendere la propria vita si schianta in un attimo, si sbriciola quando vede nello sguardo del Nazareno amore, rispetto, verità. Matteo era abituato agli insulti di chi pagava, attraverso di lui, l’iniqua tassa imposta da Roma imperiale. Collaborazionista e ladro, non temeva il disprezzo dei suoi amici. No, non meritava alcuna compassione. E, invece, ne riceve. E l’inatteso, e l’inaudito, come sempre, scatena la gioia, produce il brivido: Matteo si scioglie, lascia tutto, fa festa; come Abramo rischia tutto, ma sa di scommettere sul giusto. Amico che leggi: quando finalmente ti lascerai raggiungere e amare dal Signore? Quando la smetterai di concepire la fede come una specie di tributo da offrire ad una lunatica e sconosciuta divinità? Troppe volte ci avviciniamo a Dio come quando compiliamo la dichiarazione dei redditi: meno si dichiara e meno si paga! No, amici, qui è di luce che si parla, di tenerezza e di serenità, di pace e di conversione. Dio mi viene a stanare per offrirmi amore, Dio soffre come un amante ferito quando non viene ricambiato, Dio mi cerca e mi aspetta. La Quaresima ci è necessaria per fare il punto della nostra vita interiore. Per quanto tempo fuggiremo l’unica cosa che davvero ci può rendere felici?

Paolo Curtaz
Commento Luca 5,27-32

Matteo non si aspettava salvezza, né la meritava. Troppi compromessi, troppe rinunce alla legalità nella sua vita per poter osare tanto. La vita per lui era diventata, ormai, potere e denaro, timore e rispetto da parte degli altri. E invece la sua durezza, l’alto muro eretto per difendere la propria vita si schianta in un attimo, si sbriciola quando vede nello sguardo del Nazareno amore, rispetto, verità. Matteo era abituato agli insulti di chi pagava, attraverso di lui, l’iniqua tassa imposta da Roma imperiale. Collaborazionista e ladro, non temeva lo sprezzo dei suoi amici. No, non meritava alcuna compassione. E, invece, ne riceve. E l’inatteso, e l’inaudito, come sempre, scatena la gioia, produce il brivido: Matteo si scioglie, lascia tutto, fa festa; come Abramo rischia tutto, ma sa di scommettere sul giusto.
Amico che ascolti: quando finalmente ti lascerai raggiungere e amare dal Signore? Quando la smetterai di concepire la fede come una specie di tributo da offrire ad un’ipotetica e sconosciuta divinità? Troppe volte ci avviciniamo a Dio come quando compiliamo la dichiarazione dei redditi: meno si dichiara e meno si paga! No, amici, qui è di luce che si parla, di tenerezza e di serenità, di pace e di conversione. Questo Dio che ti viene a stanare per offrirti amore, questo Dio che soffre come un amante ferito quando non viene ricambiato, è lì che mi aspetta. Per quanto tempo fuggiremo l’unica cosa che davvero ci può rendere felici?

Tu passi, Signore, e continuamente ci chiami a far festa con te. Non importa il nostro passato, non importa la nostra povertà. Tu passi, Signore e ci chiami a far festa con te.

Monaci Benedettini Silvestrini
Il banchetto del peccatore

Non si può digiunare quando lo sposo è con noi, abbiamo sentito ieri. La sua presenza, il suo intervento nella vita di Levi, un pubblicano disprezzato da tutti, ha significato la sua conversione. Il banchetto organizzato per il Signore nella sua casa è un momento di festa e di doverosa gratitudine. Gesù è intervenuto come medico a sanare una vita e s’intravede già in tutto ciò un preannuncio della Pasqua, un annuncio del suo sacrificio sulla croce e contemporaneamente la gioia della risurrezione dal peccato per un povero pubblicano. Levi è un vero risorto, perché strappato dalla schiavitù del peccato e rinato a vita nuova. Vengono così infrante le barriere che i scribi e i farisei, chiusi nel loro falso puritanismo, avevano eretto verso il mondo degli impuri e dei peccatori. Gesù invece viene a convincerci che la sua missione privilegia proprio i malati e i peccatori, tutti noi che in questo periodo di confronto e di conversione veniamo a scoprire, con più evidenza, le nostre umane debolezze, che ci abbatterebbero se la speranza della redenzione e del perdono si spegnesse in noi. Ci convinciamo ulteriormente che, pur venendo dalla triste esperienza del peccato, stiamo per sperimentare ancora in noi i frutti della redenzione e vediamo ravvivata la fede, la certezza di una vita nuova in Cristo. Possiamo già approntare i primi preparativi per il banchetto e per le festa, ci separano solo quaranta giorni dalla Pasqua. Anche in padre misericordioso, al ritorno del figlio perduto, gli corse incontro, lo baciò e, dopo averlo rivestito degli abiti migliori, fece preparare per lui un grande banchetto.

Monaci Benedettini Silvestrini
Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori

La liturgia di oggi ci presenta la chiamata di Levi, che sarà poi l’evangelista ed apostolo Matteo. Egli è un pubblicano, oggi lo chiameremmo un esattore delle tasse; oltretutto, lavora per i romani, i nemici mal sopportati. La chiamata di Levi si presenta ai nostri occhi per la rapidità dell’azione. Rapidità che si manifesta in due aspetti che si incrociano tra loro in quel momento sorprendente che unisce Gesù, il Figlio di Dio, con l’uomo Levi. Vi è l’immediatezza dell’agire Divino che penetra nella storia con il suo Tempo eterno. Vi è, poi, la risposta pronta e generosa dello stesso Levi. La sua chiamata si presenta, anche alle nostra coscienze, nel riconoscere in Gesù l’unico nostro salvatore. Nella chiamata di Levi possiamo leggere la storia di ciascuno di noi. La fede ci suggerisce che la nostra storia non è una successione di eventi che si susseguono l’un l’altro senza scopo. In Cristo leggiamo la storia, la nostra storia, come storia di salvezza e conversione. Gesù è venuto per la nostra conversione e proprio perché possiamo trovare, nella nostra storia, l’agire di Dio, azione dello Spirito Santo. Ogni chiamata è storia di conversione come ogni volta che Dio chiama fa appello ai nostri cuori per ricevere una risposta immediata e generosa.

padre Lino Pedron

L’essenza del cristianesimo non è una dottrina, ma la persona di Gesù. Egli rivolge ad ogni uomo l’invito: “Seguimi” (v. 27).
Levi lascia tutto e segue Gesù. Non è un atto di rinuncia fine a se stesso. E’ il gesto di uno che ha scoperto il vero tesoro nel campo della sua vita, di chi ha trovato la perla preziosa (cfr Mt 13).
Gesù mangia con Levi e i suoi amici. Dio diventa nostro commensale e noi diventiamo un’unica famiglia con lui. Egli chiama a questo banchetto gli esclusi e i peccatori. La sua cena non è riservata ai “puri”. Proprio per questo essi rifiutano di parteciparvi e brontolano.
Gesù si immerge nel mondo dei peccatori per far sorgere in esso la conversione. La sua missione è di salvare i peccatori, come quella del medico è di guarire i malati.
Il guaio dei farisei di tutti i tempi è di non voler capire che la salvezza è dono dell’amore di Dio e non merito dell’uomo. Ciò che salva l’uomo non è il suo amore per Dio, ma l’amore gratuito di Dio per lui.

padre Lino Pedron
Commento su Luca 5,27-32

L’essenza del cristianesimo non è una dottrina, ma la persona di Gesù. Egli rivolge ad ogni uomo l’invito: “Seguimi” (v.27).

Levi lascia tutto e segue Gesù. Non è un atto di rinuncia fine a se stesso. E’ il gesto di uno che ha scoperto il vero tesoro nel campo della sua vita, di chi ha trovato la perla preziosa (cfr Mt 13).

Gesù mangia con Levi e i suoi amici. Dio diventa nostro commensale e noi diventiamo un’unica famiglia con lui. Egli chiama a questo banchetto gli esclusi e i peccatori. La sua cena non è riservata ai “puri”. Proprio per questo essi rifiutano di parteciparvi e brontolano.

Gesù si immerge nel mondo dei peccatori per far sorgere in esso la conversione. La sua missione è di salvare i peccatori, come quella del medico è di guarire i malati.

Il guaio dei farisei di tutti i tempi è di non voler capire che la salvezza è dono dell’amore di Dio e non merito dell’uomo. Ciò che salva l’uomo non è il suo amore per Dio, ma l’amore gratuito di Dio per lui.

don Luciano Sanvito
Lasciare tutto…

“Seguimi…”.
Seguire il Signore Gesù cosa cambia per me, in questo momento?
…O forse anch’io mi sento giusto e non peccatore, e non ammalato?
Quale segno c’è nella mia vita per cui io possa dire: lo sto seguendo?

Ma sopratutto: cosa sto lasciando indietro, nella scelta per Lui?
Forse ho scelto Lui, ma tutto quanto resta attaccato a me, con me.
Levi ha lasciato…materialmente, certo.
Io?
Cosa lascio dei miei attaccamenti?
Cosa sto lasciando dei miei possedimenti?
Cosa sto relativizzando di ciò che possiedo?

Lasciando tutto…
Che cosa mi resta attaccato addosso che mi impedisce ancora di essere pienamente al seguito di Gesù?
Lasciare tutto…
Cosa significa per me?
Gesù non mi chiede di lasciare i miei impegni, le mie attività, le persone e i miei affetti…ma mi chiede: cosa lasci in queste realtà di te stesso?
Lascio tutto per Lui, o lascio tutto di me in queste cose della vita?

La risposta la trovo in quel banchetto dove Levi sta con Gesù.
Io mi trovo a banchettare con Gesù o sopratutto con gli amici miei?

a cura dei Carmelitani
Commento Luca 5,27-32

1) Preghiera

Guarda con paterna bontà, Dio onnipotente,
la debolezza dei tuoi figli,
e a nostra protezione e difesa
stendi il tuo braccio invincibile.
Per il nostro Signore Gesù Cristo…

2) Lettura del Vangelo

Dal Vangelo secondo Luca 5,27-32
In quel tempo, Gesù vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi!” Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.
Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla di pubblicani e d’altra gente seduta con loro a tavola.
I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: “Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?”
Gesù rispose: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi”.

3) Riflessione

• Il Vangelo di oggi presenta lo stesso tema su cui abbiamo riflettuto a Gennaio nel vangelo di Marco (Mc 2,13-17). Solo che questa volta ne parla il Vangelo di Luca ed il testo è ben più corto, concentrando l’attenzione sulla scena principale che è la chiamata e la conversione di Levi e la conversione che ciò implica per noi che stiamo entrando in quaresima.
• Gesù chiama un peccatore ad essere suo discepolo. Gesù chiama Levi, un pubblicano, e costui, immediatamente, lascia tutto, segue Gesù ed entra a far parte del gruppo dei discepoli. Subito Luca dice che Levi ha preparato un grande banchetto nella sua casa. Nel Vangelo di Marco, sembrava che il banchetto fosse in casa di Gesù. Ciò che importa è l’insistenza nella comunione di Gesù con i peccatori, attorno al tavolo, cosa proibita.
• Gesù non è venuto per i giusti, ma per i peccatori. Il gesto di Gesù produsse rabbia tra le autorità religiose. Era proibito sedersi a tavola con pubblicani e peccatori, poiché sedersi a tavola con qualcuno voleva dire trattarlo da fratello! Con il suo modo di fare, Gesù stava accogliendo gli esclusi e li stava trattando da fratelli della stessa famiglia di Dio. Invece di parlare direttamente con Gesù, gli scribi dei farisei parlano con i discepoli: Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori? E Gesù risponde: Non sono i sani che hanno bisogno del medico; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi!” La coscienza della sua missione aiuta Gesù a trovare la risposta e ad indicare il cammino per l’annuncio della Buona Novella di Dio. Lui è venuto per riunire la gente dispersa, per reintegrare coloro che erano stati esclusi, per rivelare che Dio non è un giudice severo che condanna e respinge, bensì un Padre/Madre che accoglie ed abbraccia.

4) Per un confronto personale

• Gesù accoglie ed include le persone. Qual è il mio atteggiamento?
• Il gesto di Gesù rivela l’esperienza che ha di Dio Padre. Qual è l’immagine di Dio di cui sono portatore/portatrice verso gli altri mediante il mio comportamento?

5) Preghiera finale

Signore, tendi l’orecchio, rispondimi,
perché io sono povero e infelice.
Custodiscimi perché sono fedele;
tu, Dio mio, salva il tuo servo, che in te spera. (Sal 85)

Messa Meditazione
Al banco delle imposte…

Lettura
Gesù dopo aver guarito un paralitico, si trova per strada e, mentre cammina, incontra un pubblicano di nome Levi. È un peccatore “riconosciuto”, e potrebbe essere da tutti considerato non adatto al Vangelo. Ma per Gesù non c’è nessuno inadatto al Vangelo, neppure il peggiore dei peccatori. Appena lo vede, Gesù lo chiama ed egli, subito, come hanno fatto i primi discepoli, si alza, lascia il suo banco e si mette a seguire Gesù.

Meditazione
È una gioia grande essere guardati e chiamati da Gesù, perché i suoi occhi e la sua voce dicono un amore senza confini, eterno, fedele. Levi ne ha fatto l’esperienza, non dopo la conversione, ma mentre ancora si trovava al banco delle imposte, impegnato in un lavoro poco pulito. Ha capito quello che poi avrebbe compreso san Paolo: “Dio dimostra il suo amore per noi perché, mentre eravamo peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,8). Questo mentre, così importante, non è stato accettato dai farisei e dagli scribi. Si domandavano: “com’è possibile che un maestro nella fede ami una persona ancora immersa nel suo peccato?”. E non era poi difficile, per loro, fare il passo successivo: “Allora ama il peccato”. Al contrario, Gesù con Levi ha mostrato l’atteggiamento di Dio, che non ci ama nonostante il peccato, ma ci ama nel nostro peccato, per portarcene fuori. Levi l’ha intuito e per questo prepara un grande banchetto: vuol celebrare la misericordia del Signore. L’errore dei farisei non consisteva, quindi, solo nel giudicare i pubblicani, ma nel definire quale doveva essere il modo di fare di Dio: aspettare il cambiamento per dare amore. Spesso il nostro sguardo su noi stessi e sul prossimo non assomiglia a quello di Cristo, ma a quello degli scribi. Vediamo il peccato solo come ciò che ci separa da Dio e non come una realtà – che è parte di noi, perché nessuno può dirsi sano –, nella quale il Signore non teme di entrare per guarire. In questo caso, Dio non sa aspettare: gli basta un cuore disponibile, anche se ancora malato, per entrare. Come diceva qualcuno: Dio non ci ama perché siamo buoni, ma ci rende buoni perché ci ama.

Preghiera
Donami, Signore, di fare l’esperienza di Levi, donami di capirti nella verità, di percepirmi amato, voluto, cercato da te sempre e di non aspettare di cambiare per buttarmi tra le tue braccia.

Agire
Metto a confronto la mia vita con quella di Levi e lascerò che il suo coraggio di abbandonare tutto per il Signore mi interpelli. Programmerò quindi i miei tempi e modalità di preghiera per questa Quaresima.

Commento a cura di Cristoforo Donadio – P. Antonio Izquierdo, LC

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Published in: on marzo 12, 2011 at 10:44 am  Lascia un commento  
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