Omelie vangelo 11 Marzo 2011

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Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Il digiuno che voglio non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora.
Come vivere questa Parola?
Oggi è il profeta Isaia a introdurci più profondamente nel cammino quaresimale, un cammino che prevede il digiuno, cioè l’autodelimitazione dei propri bisogni anche legittimi, ma mette in guardia da una pratica che si riducesse al solo aspetto esteriore.
Porre un freno alle proprie pulsioni e bisogni imponendosi digiuni mirati, cioè scelti in relazione a quanto riconosciamo che in noi va ridimensionato, sfrondato, potato, è indispensabile quanto gli argini che delimitano il corso del fiume le cui acque, normalmente benefiche e fecondatrici, possono, per improvvise piene, provocare anche dannose inondazioni.
Ma attenzione! Non è l’argine che conta, bensì il bene comune che si vuole garantire. Fuori dell’immagine: non è sul digiuno in sé che si deve puntare ma sull’attenzione al fratello verso cui devono essere convogliati quei beni materiali e spirituali che ci sono stati donati proprio in vista della condivisione e quindi dell’incremento della comunione.
Cuore della quaresima è allora la virtù regina della carità: vero ponte capace di unirci a Dio e ai fratelli.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, mi chiederò quale sia l’argine che devo erigere per controllare la piena dei miei moti e delle mie passioni così che tutto il mio essere sia posto al servizio dei fratelli.

La voce di un grande
In tutta umiltà mi sforzerò di essere buono, amante del vero, onesto e puro; […] di cercare di veder sempre del bene nel mio prossimo […] e di essere un fratello per tutti i miei fratelli.
Gandhi

Movimento Apostolico – rito romano

Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro?
Non c’è vero insegnamento, vera predicazione, vero ammaestramento se non si entra nella cittadella fortificata dei pensieri umani, che sempre si appropriano della verità della fede e della religione e la riducono a menzogna, falsità, stoltezza, incongruenza, totale vanità e inutilità. Nell’Antico Israele regalità e sacerdozio, paladini e custodi della purezza della fede, secondo il profeta Isaia, erano divenuti “cani muti incapace di abbaiare”: “Voi tutte, bestie dei campi, venite a mangiare; voi tutte, bestie della foresta, venite. I suoi guardiani sono tutti ciechi, non capiscono nulla. Sono tutti cani muti, incapaci di abbaiare; sonnecchiano accovacciati, amano appisolarsi. Ma questi cani avidi, che non sanno saziarsi, sono i pastori che non capiscono nulla. Ognuno segue la sua via, ognuno bada al proprio interesse, senza eccezione. «Venite, io prenderò del vino e ci ubriacheremo di bevande inebrianti. Domani sarà come oggi, e molto più ancora»” (Is 56,9-12).
Viene Gesù ed anche Lui trova un disastro veritativo in mezzo al suo popolo, perpetrato da guide cieche, incapaci di educare e formare nella retta e santa conoscenza della volontà di Dio. Sempre la volontà dell’uomo ha il sopravvento sulla volontà di Dio, quando le guide del popolo sono prive della Parola del Signore ed esse stesse intente a costruire una religiosità artificiale che non dona speranza di salvezza.
Allora gli si avvicinarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno.
Gesù è venuto per far risplendere nel mondo la Parola del Padre suo. Questa Parola di luce è regolatrice secondo verità di ogni rapporto che l’uomo ha con Dio, con se stesso – anima, spirito, corpo – con i suoi fratelli, con l’intero creato. Se si porta una persona nella Parola, la si porta nella verità di tutte le sue relazioni, anche con quella del suo corpo, che deve essere sempre servito con temperanza e sobrietà. Ma non per un giorno o due durante il corso della settimana, bensì per tutti i giorni della propria vita. Sempre temperanza e sobrietà devono essere virtù del corpo. Chi vive secondo la Parola sa che deve fare della sua vita un ininterrotto atto di amore, carità, compassione verso i suoi fratelli anche attraverso le cose materiali. La materia, necessaria al corpo, può essere data in un solo modo: attraverso la virtù della rinuncia. Noi rinunciamo al di più e ad ogni inutilità perché i fratelli abbiano il necessario e l’indispensabile. La rinuncia è il digiuno perpetuo di ogni discepolo di Cristo Signore.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, aiutaci a fare della nostra vita una costante oblazione per il nostro Dio. Angeli e Santi del Cielo, sosteneteci in questa volontà.

don Luciano Sanvito

Invitati al banchetto
Il digiuno esprime la mancanza non del cibo, ma dello sposo con il quale e per il quale si mangia il cibo.
Il tempo del digiuno si accompagna con il tempo della lontananza dello sposo, della sua assenza, della sua ricerca, della sua mancanza, della sua incomprensione, della sua uccisione.
Ma se questo tempo è relativo, è anche significativo il fatto di non digiunare: richiamando la sua venuta, la sua presenza, la sua appartenenza, la sua apparizione, la sua condivisione, la sua unione alla nostra vita.
La Chiesa dosa in modo equilibrato il digiuno e la comunione festante, ad indicare che se è vero che l’umanità accoglie il Cristo nella fede, è anche umanità in attesa della sua venuta, della sua rivelazione piena.
Lo sposo c’è e non c’è, dunque; c’è nella fede, non c’è nell’attesa.
C’è nella presenza dei segni, non è ancora presente in visione piena.
Il banchetto verso la Pasqua si attiene alle due dimensioni: quella della presenza e quella dell’assenza, ricordando a noi stessi che digiuno e banchetto gioioso sono le due fasi del progresso umano e spirituale della storia.
La coscienza dell’essere con noi di Dio ci autorizza a far festa, ricordandoci però anche che il segno del digiuno richiama la non appartenenza piena della sua presenza alla storia, suscitando così nel credente il senso dell’essere al banchetto dello sposo come un invitato.

Monaci Benedettini Silvestrini

Il digiuno e lo sposo
Il digiuno è una pratica religiosa antica, che con scopi e modalità diverse, tende sempre a mortificare i sensi dell’uomo per affinare lo spirito e renderlo più pronto ad immergersi nel soprannaturale. Lo praticavano anche i discepoli di Giovanni Battista e dei farisei. Non facevano altrettanto quelli di Cristo e ciò suscita ancora una volta le critiche dei soliti nemici di Cristo, sempre pronti a spiare ogni eventuale irregolarità secondo il loro ottuso metro di giudizio. Sono però gli stessi discepoli di Giovanni a porre l’interrogativo: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». È illuminante la risposta di Gesù: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno». Gesù è lo sposo, egli, con la sua venuta tra noi, ha celebrato le nozze solenni con la nostra umanità incarnandosi e divenendo uno di noi. Egli è l’Emmanuele, il Dio-con-noi. Non ci può essere motivo di gioia più grande, perché in quelle nozze è già racchiusa la nostra redenzione, il nostro festoso ritorno alla casa paterna, l’abbraccio affettuoso del Padre celeste al figlio ritrovato. È vero che il culmine della festa avverrà in un mattino radioso di Pasqua con la gloriosa risurrezione di Cristo, ma è lecito dire che già la sua nascita e la sua presenza tra noi ci autorizzano a gioire ed esultare. Lo fanno anche gli angeli di Dio alla sua nascita, intonando l’inno del Gloria. Con due esempi illuminanti lo stesso Signore ci fa comprendere il totale rinnovamento che egli sta operando a nostro favore. In lui si sta realizzando, quasi alla lettera, una profezia antica, proferita da Isaia: «Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre che copriva tutte le genti. Eliminerà la morte per sempre; il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto; la condizione disonorevole del suo popolo farà scomparire da tutto il paese, poiché il Signore ha parlato». Quando poi lo sposo ci sarà tolto per la violenza della crudele passione e morte e a causa del peccato, allora sì, avremo giorni e motivi di lutto, di pianto e di digiuno. È il digiuno che ancora la chiesa ci propone quando l’attesa dello sposo ci pone in atteggiamento penitenziale e di interiore rinnovamento.

Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
“Gesù disse loro: possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno.”
Come vivere questa Parola?
Può sembrare un insegnamento contraddittorio. Ma dunque il digiuno, per Gesù, non ha ragion d’essere? Non è così. Il Signore vuol portarci a comprendere che i suoi seguaci sono chiamati a raggiungere quella pienezza della gioia che sarà nel “dopo” dell’eternità. È la sua persona, il suo “esserci” che illumina anche la questione che fa problema in questo momento. È la sua presenza che “plenifica” l’esistenza. Non a caso Gesù si arroga un’identità che già nei profeti era apparsa come l’identità di Dio: quella dello sposo. Non ha forse strettoun’alleanza sponsale Iddio col suo popolo? I profeti hanno previsto il relazionarsi di questa alleanza col tempo in cui sarebbe venuto in terra il Messia. Eccolo qui, è Gesù in persona: sposo di Israele, sposo di ogni uomo che compie la volontà di Dio. Ma in che senso il testo dice che lo sposo sarà tolto? L’espressione riguarda il fatto che Gesù è stato presto “tolto di mezzo” e sottoposto a una passione e a una morte crudele. Il digiuno dei suoi seguaci è la loro partecipazione, in qualche misura, a questo mistero che è un “toglier di mezzo” ma redentivo per noi. E questa partecipazione chiaramente non si può paragonare a una festa ma piuttosto a un digiuno. Non sarà comunque un segno di lutto ma di attesa e di radicale apertura a Dio, dal quale aspettiamo tutto.
Nella nostra vita c’è un momento di dolorosa assenza dello sposo-Signore. È tempo propizio al digiuno. E c’è un tempo in cui balena, a sprazzi, la gioia che sarà piena in cielo. È tempo di godere spiritualmente.
Signore Gesù, fammi cantare la vita, ora lamentando la tua assenza, ora esultando nel sentimento della tua presenza. Fammi cantare la vita!
La voce di un Padre della Chiesa
Anche il nostro Signore pianse su Lazzaro, quantunque sapesse che sarebbe risorto; con quelle sue lacrime volle manifestare il suo amore, come con la risurrezione di lui volle mostrare la sua onnipotenza. Così mostrate anche voi in questi giorni la vostra tristezza, perché in questi giorni il dolore della dipartita è più forte, più profondo, e deve manifestarsi più del consueto.
Isacco di Antiochia

padre Lino Pedron

Le parole di Gesù e le sue prese di posizione suscitano perplessità e dissenso nei farisei e nei discepoli di Giovanni. Essi digiunavano per affrettare la venuta del Messia e per disporsi ad accoglierlo.
I discepoli di Gesù sono convinti che il Messia è già con loro e quindi vivono il tempo della festa, non del digiuno. Più tardi lo Sposo sarà loro tolto (allusione alla morte di Gesù) e allora digiuneranno.
Il digiuno cristiano è rivolto al passato, in quanto commemora la morte di Gesù, ma è rivolto anche al futuro, in quanto attende l’avvento del regno di Dio. La comunità cristiana è radunata sotto la croce di Cristo in attesa di radunarsi con lui nella gloria della risurrezione e della vita eterna.

Paolo Curtaz

Durante il tempo di quaresima, al venerdì, ci è chiesto un piccolo e innocuo segno, una piccola sottolineatura per riportarci all’essenziale: mangiare di magro. In passato questa tradizione era rivolta soprattutto alle persone ricche che si potevano permettere la carne, per vedere, almeno per un giorno, cosa significa tirare avanti con la polenta… Oggi questo invito lo possiamo concretizzare con la scelta di dedicare il venerdì al digiuno. Il suggerimento è quello di percepire la fame: fame di Parola, di senso, di autenticità. Un cuore sazio non si percepisce con autenticità, ecco allora la proposta del digiuno. Digiuno simbolico, dalla TV, dalla fretta, ma anche digiuno autentico dall’eccesso di cibo che, ricordiamocelo, appesantisce il nostro ciclo energetico. Un digiuno per qualcosa, però. Spegnere il televisore per giocare con mio figlio, rinunciare al filetto per aiutare un povero, digiunare dal pettegolezzo per guardare agli altri con lo sguardo di Dio. Al centro ci dev’essere la carità, come suggerisce san Paolo riguardo alla sua rinuncia di mangiare la carna immolata agli idoli per non scandalizzare i deboli…

Eremo San Biagio

Commento su Is 58,6-7
Dalla Parola del giorno
Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire chi è nudo?
Come vivere questa Parola?
Già nel Primo Testamento, i profeti erano ispirati da Dio nell’annunciare la sua volontà, nell’intuirne il messaggio più profondo.
Nel brano odierno, Isaia denuncia la falsa autenticità di preghiera e di astinenze in cui l’esteriorità e la superficialità non esprimono un vero desiderio di Dio, e nascondono ingiustizie sociali. Occorre sensibilità nei confronti dei poveri e degli indigenti per essere esauditi dal Padre: “Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà. Allora lo invocherai e il Signore ti risponderà; implorerai aiuto ed egli ti dirà: Eccomi, se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio”Dio è sempre vicino al penitente umile, coraggioso e leale, che invoca: Signore, sciogli le mie catene inique.
Sappiamo che il digiuno e l’astinenza della carne sono pratiche universali, seguite da tutte le religioni fin dai tempi più antichi, e valide anche oggi. I Musulmani, per esempio, fanno digiuno nei giorni del Ramadan, durante il quale non mangiano, né bevono, fino allo spuntar del sole.
Sempre di più, e per diversi motivi, le persone si impongono qualche forma di digiuno come mezzo adatto per controllarsi, e dominarsi. È pure apprezzato dagli sportivi.
Per i cristiani è un atto di purificazione. Anche quest’anno, la comunità ecclesiale, attraverso il messaggio del Papa in occasione della Quaresima, ha colto il vero significato del digiuno e delle pratiche ascetiche, con un riferimento a Cristo e un orientamento di solidarietà. Tale è la prospettiva di una santità evangelica, che si alimenta della Parola di Dio. Il legame con Cristo Salvatore è il punto di partenza per un impegno morale autenticamente evangelico. Da qui nascono, di conseguenza, comportamenti sociali e tanti gesti eroici, per esempio: Teresa di Calcutta, Massimiliano Kolbe, fino ai tanti altri odierni martiri e testimoni che non hanno esitato a scegliere sempre i valori essenziali.
Nei momenti di silenzio di oggi, mi domanderò: Qual è la forma di digiuno che pratico? E se non ne pratico nessuna, qual è la forma che potrei praticare? Il digiuno, come può aiutarmi a prepararmi meglio per la festa della pasqua? E chiederò allo Spirito di illuminare la mia mente e la mia vita per seguire la via del Signore.
Dal Salmo 50


Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia;
nella tua grande bontà cancella il mio peccato.
Lavami da tutte le mie colpe,
mondami dal mio peccato.

Monaci Benedettini Silvestrini

L’amore è più del digiuno
L’osservanza della penitenza vale come segno e volontà della conversione del cuore, in particolare nell’amore concreto che condivide con gli altri i propri beni. Il profondo rinnovamento del nostro spirito è tale se incide nelle nostre scelte della vita. Il Vangelo di oggi parla proprio del fatto che i discepoli di Gesù non digiunano, perché hanno compresso che c’è qualcosa, o meglio Qualcuno, che vale più del digiuno e con il quale fare festa: il Signore Gesù. Del resto, quando Lui non sarà più visibilmente presente con loro, essi dovranno digiunare, cioè essere suoi testimoni fedeli nella sofferenza e nelle persecuzioni. Il nostro digiuno, ci suggerisce il vangelo, è in relazione con la passione di Cristo. Egli ci invita ad adorare Dio in spirito e verità. Il digiuno per un cristiano è l’occasione per testimoniare la forza dello spirito. Non è credibile uno che parli di vita spirituale e poi si faccia “giocare” dalla gola. In un libro antichissimo, del secondo secolo, intitolato “Didaché – La dottrina degli Apostoli”, si consiglia ai cristiani di non digiunare negli stessi giorni in cui digiunano gli ebrei, ma il venerdì, in ricordo della passione di Gesù. E’ dunque un rapporto personale con Lui che ci ispira quando ci incamminiamo per una via di privazioni, di mortificazione, di sforzi ascetici. Ed evidentemente, se ci uniamo alla passione di Gesù, è molto difficile che possiamo inorgoglirci dalle nostre mortificazioni. La passione di Cristo non si realizza su un semplice sacrificio rituale, ma su un atto di misericordia. La sua passione è nello stesso tempo obbedienza al Padre e gesto di estrema carità, solidarietà con tutti noi. Nella sua passione, Cristo scioglie le nostre catene di ingiustizia, di egoismo, di superbia, di orgoglio… Egli condivide il pane con l’affamato, con il bisognoso. Attingiamo da Cristo vera carità, e i nostri cuori si apriranno agli altri; la nostra carità sarà davvero una buona Quaresima, perché saremo attenti più agli altri che a noi stessi, saremo più disponibili, più comprensivi, più buoni…

a cura dei Carmelitani

Commento Matteo 9,14-15

1) Preghiera
Accompagna con la tua benevolenza,
Padre misericordioso,
i primi passi del nostro cammino penitenziale,
perché all’osservanza esteriore
corrisponda un profondo rinnovamento dello spirito.
Per il nostro Signore Gesù Cristo…

2) Lettura del Vangelo
Dal Vangelo secondo Matteo 9,14-15
In quel tempo, giunto Gesù all’altra riva del lago, nella regione dei Gadareni, gli si accostarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: “Perché, mentre noi e i farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?”.
E Gesù disse loro: “Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno”.

3) Riflessione
• Il vangelo di oggi è una versione abbreviata del vangelo che abbiamo già meditato a Gennaio, quando ci venne proposto lo stesso tema del digiuno (Mc 2,18-22), ma con una piccola differenza. La liturgia di oggi omette tutto il discorso sul rammendo nuovo su un panno vecchio e del vino nuovo in un vecchio otre (Mt 9,16-17), e concentra la sua attenzione sul digiuno.
• Gesù non insiste nella pratica del digiuno. Il digiuno è un’usanza molto antica, praticata in quasi tutte le religioni. Gesù stesso la praticò per quaranta giorni (Mt 4,2). Ma lui non insiste con i discepoli per fare lo stesso. Li lascia liberi. Per questo, i discepoli di Giovanni Battista e dei farisei, che erano obbligati a digiunare, vogliono sapere perché Gesù non insiste nel digiuno.
• In quanto allo sposo, sta con loro e quindi non hanno bisogno di digiunare. Gesù risponde con un paragone. Quando lo sposo sta con gli amici dello sposo, cioè, durante la festa delle nozze, loro non hanno bisogno di digiunare. Gesù si considera lo sposo. I discepoli sono gli amici dello sposo. Durante il tempo in cui lui, Gesù, sta con i discepoli, è la festa delle nozze. Verrà un giorno in cui lo sposo non ci sarà più. Allora, possono digiunare se così vogliono. In questa frase Gesù allude alla sua morte. Sa e si rende conto che se continua lungo questo cammino di libertà, le autorità religiose vorranno ucciderlo.
• Il digiuno e l’astinenza della carne sono pratiche universali e ben attuali. I mussulmani hanno il digiuno del Ramadan, durante il quale non mangiano, né bevono, fino allo spuntar del sole. Sempre di più, e per diversi motivi, le persone si impongono qualche forma di digiuno. Il digiuno è un mezzo importante per controllarsi, e dominarsi, ed esiste in quasi tutte le religioni. E’ anche apprezzato dagli sportivi.
• La Bibbia fa molto riferimento al digiuno. Era una forma di penitenza per giungere alla conversione. Mediante la pratica del digiuno, i cristiani imitavano Gesù che digiunò quaranta giorni. Il digiuno tende a raggiungere la libertà di mente, il controllo di sé, una visione critica della realtà. E’ uno strumento per mantenere libera la mente e per non lasciarsi trasportare da qualsiasi vento. Grazie al digiuno, aumenta la chiarezza di mente. Ed è un mezzo che aiuta a curare meglio la salute. Il digiuno può essere una forma di identificazione con i poveri che sono obbligati al digiuno tutto l’anno e raramente mangiano la carne. Ci sono anche coloro che digiunano per protestare.
• Anche se oggi il digiuno e l’astinenza non si fanno più, l’obiettivo alla base di questa pratica continua inalterato ed è una forza che deve animare la nostra vita: partecipare alla passione, morte e risurrezione di Gesù. Dare la propria vita per poterla possedere in Dio. Prendere coscienza del fatto che l’impegno con il Vangelo è un viaggio senza ritorno, che esige perdere la vita per poterla possedere e ritrovare tutto in piena libertà.

4) Per un confronto personale
• Qual è la forma di digiuno che pratichi? E se non ne pratichi nessuna, qual è la forma che potresti praticare?
• Il digiuno, come può aiutarmi a prepararmi meglio per la festa della pasqua?

5) Preghiera finale
Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia:
nella tua grande bontà cancella il mio peccato.
Lavami da tutte le mie colpe,
mondami dal mio peccato. (Sal 50)

Paolo Curtaz

La pratica del digiuno è – purtroppo – una pratica dimenticata e guardata con un certo sospetto dal nostro mondo incapace di rinunce. Probabilmente la ragione consiste proprio nel non vedere la ragione ultima di una rinuncia come il cibo. Eppure il digiuno, in tutte le religioni, ha un valore profondo, valore di rimando all’essenziale oltre che – come hanno scoperto in tempi recenti le scienze mediche – di purificazione dell’organismo e di alleggerimento della mente. Il vangelo di oggi ci richiama al senso cristiano del digiuno che è quello dell’attesa dello sposo, di una visione nuziale della quaresima, come tensione al ritorno nella gloria del Signore Risorto. La vicinanza con altre culture, come quella islamica e il rigidissimo digiuno del Ramadan ci richiama al valore della condivisione di questo gesto: anche il sultano del Barhein per un mese sperimenta la sofferenza del mendicante. Il digiuno cristiano, nei nostri tempi, ha assunto forme diverse, non necessariamente legate al cibo. Il venerdì, giorno di memoria della passione del Signore, può essere giorno di digiuno dalla televisione per stare a giocare con i figli o per leggere un buon libro, propongo sempre alle coppie di dedicarsi una sera a settimana a fare i fidanzatini, digiunando dall’abitudine e così via. Anche un’attenzione al cibo, una rinuncia per rimarcare che non è lo stomaco o la linea a comandare la nostra vita, può essere un modo per sottolineare l’essenziale. L’importante, amici, è lo stile, il richiamo, la tensione verso lo sposo.

Eremo San Biagio

Commento su Is 58,6
Dalla Parola del giorno
Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?
Come vivere questa Parola?
In questo periodo quaresimale la Parola che la Chiesa ci propone ci invita ripetutamente all’impegno dell’ascesi, di cui è tipico il digiuno.
Il digiuno, tuttavia, come ogni sforzo ascetico, lungi dall’essere una presa di posizione contro il corpo, anche se mediante una certa astensione dai cibi si è condotti a dominarne le propensioni viziose della gola, dell’ira, della lussuria ecc., è intimamente legato a due realtà: quella del primato dell’amore e quella della Passione e Morte di Gesù.
Quanto al rapporto col mistero di Gesù che soffre e muore per la nostra liberazione basta pensare che nell’insegnamento degli Apostoli, (Istruzioni raccolte in un antichissimo libro del Il secolo: Didaché) si raccomanda ai cristiani di digiunare il venerdì, giorno della morte del Signore, per ‘essere’ a Lui più intimamente uniti.
Quanto al rapporto con la carità, col primato dell’amore, lo stesso Isaia nella lettura di oggi ce ne indica il nesso. Il digiuno consiste nello “sciogliere le catene, togliere i legami, rimandare liberi, spezzare ogni giogo”.
Oggi, nel mio rientro al cuore, esaminerò il significato che io do al digiuno: potrebbe nascondere una preoccupazione per il mio corpo (attenzione del peso) rivestita di slancio ascetico; potrebbe essere un esercizio di volontà finalizzato a conseguire uno scopo di autocontrollo; potrebbe essere un modo per dedicare il tempo della preparazione e consumazione dei pasti ‘a far compagnia’ a Gesù. Il criterio di discernimento? Le parole di Isaia: se cioè l’amore, la carità per il fratello e la sorella sono a fondamento del mio digiunare.
La voce di un antico Padre
L’uomo che si è liberato dal giogo delle passioni che lo opprimono non fa più distinzione tra connazionali e stranieri, credenti e non credenti, schiavi o liberi. Essendo liberato interiormente, ha buone disposizioni verso tutti.
Massimo il Confessore

Messa Meditazione

Il digiuno dei discepoli
Lettura
I brevi versetti del vangelo di oggi ci presentano l’incontro fra Gesù e quelli che erano discepoli di Giovanni, i quali conducevano una vita austera rispetto a quella dei discepoli di Gesù. Al Maestro viene dunque chiesto di spiegare l’atteggiamento fatto di gioia e letizia dei suoi discepoli. Costoro sanno che Gesù è il Messia, e la sua presenza viva in mezzo a loro è fonte solo di profonda gioia del cuore.
Meditazione
In questo tempo di quaresima, la Chiesa ci invita al “digiuno”. Una pratica a cui si attribuisce normalmente una funzione ascetica e impetratoria che il passo evangelico della liturgia odierna non nega, ma integra in un contesto a più largo respiro. Sullo sfondo un tema biblico ricorrente: quello del banchetto nuziale. Si parla di “lutto”, di “giorni in cui lo Sposo sarà tolto”, è vero. Ma noi sappiamo che dietro l’immagine c’è la promessa di una pienezza verso cui il popolo di Dio è incamminato. È la dinamica del “già e non ancora” che pone in stato di attesa. Lo Sposo è già tra noi ma la festa nuziale avrà il suo compimento solo alla fine dei tempi. Il digiuno è allora giustificato, ma ha il sapore della “vigilia”. È come la veglia, carica di desiderio e di gioiosa certezza, della sposa che quasi anticipa la luce del grande giorno delle nozze. Nell’invito al digiuno, è sottesa la sollecitazione a “risvegliarci” dallo stordimento provocato dalle mille proposte di soddisfazioni immediate, che rischiano di far scadere l’attesa. Il digiuno ci permette di inoltrarci nel deserto, il luogo biblico degli appuntamenti di Dio, sperimentando che “non di solo pane vive l’uomo”. Sì, il digiuno deve permetterci di riscoprire quella “fame” di Dio che ogni uomo si porta dentro e che nulla può tacitare. Ecco perché il digiuno è strettamente connesso con l’esigenza della conversione, che è appunto un “volgersi nuovamente verso Dio”. E anche qui, prima ancora che di distacco dal peccato, si tratta di apertura all’amore. Se amo Dio, necessariamente mi sento spinto ad amare i fratelli, e il peccato non ha più presa su di me.
Preghiera
Tu non gradisci il sacrificio e, se offro olocausti, non li accetti. Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, tu, o Dio, non disprezzi (dal Salmo 50).
Agire
Mi impegnerò attraverso il digiuno e l’astinenza a riscoprire il profondo desiderio di Dio, per rendermi conto che Lui solo può soddisfare il mio cuore inquieto, finché non avrò tutto orientato a Lui come Signore unico ed esclusivo nella mia vita.
Commento a cura di Cristoforo Donadio – P. Antonio Izquierdo, LC

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Monaci Benedettini Silvestrini

Una domanda lecita dei discepoli di Giovanni
Il brano evangelico che liturgia ci propone oggi, si sviluppa attorno ad una domanda che i discepoli di Giovanni pongono a Gesù. Proprio questi discepoli hanno notato una differenza di comportamento tra di loro e i farisei, da un lato e i discepoli di Gesù, dall’altro. Sembra che Gesù ammetta per i suoi discepoli una pratica meno severa ed esigente di quanto non sia concesso ad altri. Con questa domanda in realtà i discepoli di Giovanni sembra che vogliano sottintendere la necessità di applicare una norma di giustizia non rispettata. La risposta di Gesù si pone ad un altro livello ed invita alla fede anche i discepoli di Giovanni. La differente pratica che è stata notata, deve essere letta alla luce della fede in Gesù. Il discepolato che richiede lo stesso Gesù non è meno esigente; seguire Gesù significa accettare la sua Passione, per partecipare alla sua Resurrezione. Gesù invita quindi a volgere il suo sguardo su di Lui per comprendere il comportamento dei suoi discepoli. L’insegnamento per noi può riposare proprio in questo non credere; che essere discepoli di Gesù sia nostro merito o una questione di privilegio. È l’opportunità che il Signore ci offre per dare senso pieno alla nostra vita, riconoscendo in Lui il vero Sposo.

Monaci Benedettini Silvestrini

Tu capisci, Signore, il cuore penitente
Isaia denuncia la falsa autenticità di comportamenti superficiali di preghiera e di astinenze in cui l’esteriorità e la superficialità non esprimono un vero desiderio di Dio, e nascondono ingiustizie sociali. Occorre sensibilità nei confronti dei poveri e degli indigenti per essere esauditi dal Padre: “Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà Allora lo invocherai e il Signore ti risponderà; implorerai aiuto ed egli ti dirà: Eccomi, se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio”.(Isaia 58, 9). In questa prospettiva si canta il ritornello del salmo 50: “Tu capisci, Signore, il cuore penitente”. Dio è sempre vicino al penitente umile, coraggioso e leale, che invoca: “Signore, sciogli le mie catene inique” (Isaia 58, 6). La Quaresima invita al coraggio della verità degli atti e delle scelte. Il testo di Matteo asserisce indirettamente la presenza del Messia; pertanto i discepoli non possono essere imprigionati dal digiuno giudaico; Cristo infatti ha inaugurato la “nuova giustizia”. La comunità ecclesiale capisce il vero significato del digiuno e delle pratiche ascetiche, con un riferimento Cristologico e un orientamento di solidarietà. Tale è la prospettiva di una santità evangelica, che si alimenta della Parola di Dio. Il legame con Cristo Salvatore è il punto di partenza per un impegno morale autenticamente evangelico, ispirato dallo Spirito di verità, che nutre anche il comportamento sociale e suscita tanti gesti eroici, per esempio: Teresa di Calcutta, Massimiliano Kolbe, fino ai tanti altri odierni martiri e testimoni che non hanno esitato a scegliere sempre i valori essenziali.

Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire chi è nudo?

Come vivere questa Parola?
Il popolo di Israele è tornato dall’esilio, ma l’entusiasmo dei primi giorni di libertà e di dimora nella propria terra si cambia in delusione. Sopravvengono nuove difficoltà di riadattamento e anche il cielo sembra chiuso. Dio e più lontano. Incominciano ad affiorare pratiche superstiziose, riti puramente esteriori. Allora il profeta corregge la rotta del popolo chiarendo quali sono i gusti di Yhwh. Colui che ha liberato la Sua gente dalla schiavitù, che ha condotto il suo popolo nel deserto è Signore della vita e vuole un digiuno che sia espressione di giustizia e solidarietà.
Il Padre di tutti, che “fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi” non accetta sacrifici falsi, che nascondono gravi ingiustizie sociali.
Il digiuno che piace a Dio, i cui gusti non sono cambiati neppure nel secondo millennio, è quello che serve a liberare i più poveri, che spinge a condividere le proprie ricchezze con chi non ne ha, a prestare attenzione ai migranti, sradicati dalle loro terre e dalle loro culture, che sa essere casa per i senza dimora e divenire protezione per i rifugiati. Queste opere di misericordia sono l’anima del digiuno, che ci rende sobri per regalare ad altri un po’ di benessere, la soluzione di alcuni problemi. Non tutti possiamo operare direttamente in strutture di aiuto, ma lo stile della nostra vita e la sensibilità nei confronti delle sofferenze altrui ci insegnano i modi per dare il nostro piccolo contributo.
Nella pausa di silenzio che mi regalerò in questa giornata, mi rivolgerò al Signore così:
Fa’ che io ti conosca intimamente, o Dio, e rivelami i tuoi gusti di giustizia e di solidarietà. Ti chiedo, in questa Quaresima, di insegnarmi a digiunare da quello che ti dispiace e che mi distrae da te. Rendimi affamato della tua Parola.

Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno.

Come vivere questa Parola?
In questo tempo di quaresima, la Chiesa ci invita al “digiuno”. Una pratica a cui si attribuisce normalmente una funzione ascetica e impetratoria che il passo evangelico della liturgia odierna non nega, ma integra in un contesto a più largo respiro. Sullo sfondo un tema biblico ricorrente: quello del banchetto nuziale. Si parla di “lutto”, di “giorni in cui lo Sposo sarà tolto”, è vero. Ma noi sappiamo che dietro l’immagine è la promessa di una pienezza verso cui il popolo di Dio è incamminato. È la dinamica del “già e non ancora” che pone in stato di attesa. Lo Sposo è già tra noi ma la festa nuziale avrà il suo compimento solo alla fine dei tempi. Il digiuno è allora giustificato, ma ha il sapore della “vigilia”. È come la veglia, carica di desiderio e di gioiosa certezza, della sposa che quasi anticipa la luce del grande giorno delle nozze. Nell’invito al digiuno, è sottesa la sollecitazione a “risvegliarci” dallo stordimento provocato dalle mille proposte di soddisfazioni immediate, che rischiano di far scadere l’attesa. Il digiuno ci permette di inoltrarci nel deserto, il luogo biblico degli appuntamenti di Dio, sperimentando che “non di solo pane vive l’uomo”. Sì, il digiuno deve permetterci di riscoprire quella “fame” di Dio che ogni uomo si porta dentro e che nulla può tacitare. Ecco perché il digiuno è strettamente connesso con l’esigenza della conversione, che è appunto un “volgersi nuovamente verso Dio”. E anche qui, prima ancora che di distacco dal peccato, si tratta di apertura all’amore. Se amo Dio, necessariamente mi sento spinto ad amare i fratelli e il peccato non ha più presa su di me.
Oggi, nella mia pausa contemplativa, porterò lo sguardo sullo “Sposo” che è il cuore della quaresima, Colui che “attendo”. Nella luce positiva dell’attesa nuziale imposterò quindi il cammino di questo “tempo favorevole”.
Sia ogni giorno riempito dall’attesa di te, mio unico Sposo e Signore, ricercato ed amato nelle trame del quotidiano.

La voce di un teologo
Il digiuno è l’espressione del desiderio, della speranza: è come se la fame passasse in secondo piano, quando si è in attesa dell’amato, quando si veglia nella notte. Tempo in cui c’è bisogno di riscoprire il profondo desiderio di Dio, scoprire che Lui solo può soddisfare il nostro cuore inquieto, che non troverà pace finché non avremo scoperto che è solo Dio al di sopra di tutto, e finché non avremo tutto orientato a Lui come Signore unico ed esclusivo nella nostra vita.
Bruno Forte

La voce di un maestro di spiritualità ortodossa
L’ascesi (oggi) sarebbe piuttosto il riposo imposto, la disciplina della calma e del silenzio nella quale l’uomo ritrova la facoltà di concentrarsi nella preghiera e nella contemplazione, anche in mezzo a tutto il frastuono del mondo; ma soprattutto la facoltà di percepire la presenza degli altri.
P. Evdokimov

Monaci Benedettini Silvestrini

Quando sara’ tolto lo sposo, gli invitati digiuneranno
La gara dei più bravi, sprovvisti di umiltà e di esperienza! Ecco come si presentano i discepoli di Giovanni di fronte ai loro correligionari. Si scandalizzano perché mentre essi digiunano, i discepoli di Gesù non digiunano. La risposta di Gesù è molto eloquente: egli sta inaugurando il tempo del fidanzamento, delle nozze, già prefigurato e cantato dei profeti, in cui ai tanti attestati di amore di Dio verso il suo popolo, si frappongono i tanti adulteri del popolo che segue le divinità dei popoli circostanti. I discepoli di Gesù non possono digiunare perché lo Sposo è con loro. Il comportamento dei discepoli di Giovanni mostra invece che essi ancora non sanno vedere in Gesù il Messia e non sanno che il regno di Dio è gioia e pace nello Spirito. E’ quel famoso tesoro trovato nel campo, che per averlo, per acquistarlo, gioiosamente, si vende tutto. Ne fa eco l’anima esultate di Francesco: “E’ tanta la gioia che mi aspetto, che ogni pena mi è diletto”. Ma su questa festosa comunità incombe, nell’esodo della vita, la minaccia della violenza. Verranno giorni nei quali lo sposo sarà tolto con violenza ai suoi amici e questi saranno nella desolazione e nel pianto. Comunque il digiuno, pur non caratterizzando l’esistenza cristiana in quanto questa è vissuta sempre con lo Sposo risorto, ha una doverosa valenza ascetica di purificazione e di dominio di sé, specialmente in questo cammino comunitario quaresimale per essere più disponibile al servizio di Dio e del prossimo. Inoltre la privazione del cibo e di altre cose, o un loro uso più frugale, è un modo auspicabile per poter disporre almeno del superfluo a vantaggio di chi è sprovvisto di tutto.

Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Non è questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire chi è nudo, senza distogliere gli occhi dalla tua gente?

Come vivere questa parola?
La liturgia odierna richiama la nostra attenzione sulla dimensione relazionale del digiuno cristiano. È l’assenza dello Sposo, ci dice Gesù, a motivare tale pratica. È la presa di coscienza che lentamente ci si è allontanati da lui, preferendo al desco nuziale quello che ci veniva imbandito su altre mense. Sì, il digiuno si radica qui, in questo vuoto che lascia emergere la nostalgia di Dio. L’Unico che possa saziare la nostra “fame” di autenticità, di gioia, di realizzazione. È un digiuno che dice allontanamento da tutto ciò che non è Lui per possedere ed essere posseduti da Lui. È un digiuno, quindi, che affonda le sue radici nell’AMORE e produce frutti di amore. Non c’è che da diffidare di un digiuno che non si traduca in atteggiamenti di disponibilità a Dio e di attenzione all’altro. È Isaia a puntualizzare soprattutto quest’ultimo aspetto. Il vero digiuno, egli dice, non è togliersi il pane di bocca, ma privarsene per sfamare l’indigente; non è praticare una forma di ascesi, che potrebbe anche gratificarci, ma mortificare quegli appetiti disordinati che sono alla radice delle varie forme di oppressione; non è imporsi una rinuncia con lo sguardo compiaciuto rivolto al nostro “progresso spirituale”, ma l’attenzione all’altro in cui riconoscere i tratti del fratello. La pratica quaresimale del digiuno si schiude allora sull’orizzonte sconfinato della carità.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, rileggerò il passo di Isaia, lasciandomi da esso interpellare circa l’autenticità dei miei “digiuni”

Non permettere. Signore, che io mi assida da solo al banchetto della vita senza preoccuparmi della fame dei miei fratelli e sorelle.

 

La voce di un Padre della Chiesa
Il nostro vero digiuno non sta nella sola astensione dal cibo; non vi è merito a sottrarre alimento al corpo se il cuore non rinuncia all’ingiustizia e se la lingua non si astiene dalla calunnia.
Leone Magno

Paolo Curtaz

La pratica del digiuno è – purtroppo – una pratica dimenticata e guardata con un certo sospetto dal nostro mondo incapace di rinunce. Probabilmente la ragione consiste proprio nel non vedere la ragione ultima di una rinuncia come il cibo. Eppure il digiuno, in tutte le religioni, ha un valore profondo, valore di rimando all’essenziale oltre che – come hanno scoperto in tempi recenti le scienze mediche – di purificazione dell’organismo e di alleggerimento della mente. Il vangelo di oggi ci richiama al senso cristiano del digiuno che è quello dell’attesa dello sposo, di una visione nuziale della quaresima, come tensione al ritorno nella gloria del Signore Risorto. La vicinanza con altre culture, come quella islamica e il rigidissimo digiuno del Ramadan, ci richiama al valore della condivisione di questo gesto: anche il sultano del Barhein, per un mese, sperimenta la sofferenza del mendicante. Il digiuno cristiano, nei nostri tempi, ha assunto forme diverse, non necessariamente legate al cibo. Il venerdì, giorno di memoria della passione del Signore, può essere giorno di digiuno dalla televisione per stare a giocare con i figli o per leggere un buon libro, propongo sempre alle coppie di dedicarsi una sera a settimana a fare i fidanzatini, digiunando dall’abitudine e così via. Riguardo al cibo, compatibilmente all’impegno lavorativo (non è cioè il caso di svenire in ufficio!), possono essere proposte varie forme di digiuno: dal salto della cena per partecipare ad una veglia di preghiera, versando il corrispettivo della cena, alla simpatica abitudine di consumare, durante il venerdì, l’equivalente della calorie che consuma – ad esempio – un etiope (è un po’ complesso, ma qualche amico preparato su queste cose si trova sempre!). Attenti alla vecchia e buona consuetudine del venerdì di magro: nato in un’epoca in cui solo i ricchi mangiavano carne tutti i giorni e perciò venivano invitati alla condivisione con verità, oggi rischia di essere anacronistico, costando molto di più il pesce della carne! L’importante, amici, è lo stile, il richiamo, la tensione verso lo sposo. Tutto ciò che ci può ricordare questa tensione è bene accetto agli occhi di Dio…
Signore, noi oggi digiuneremo per ricordarci che ci stiamo preparando ad una festa di nozze. Rendi autentico e solidale il nostro digiuno, senza ipocrisia ed esteriorità.

padre Lino Pedron

Commento su Matteo 9,14-15

Le parole di Gesù e le sue prese di posizione suscitano perplessità e dissenso nei farisei e nei discepoli di Giovanni. Essi digiunavano per affrettare la venuta del Messia e per disporsi ad accoglierlo.

I discepoli di Gesù sono convinti che il Messia è già con loro e quindi vivono il tempo della festa, non del digiuno. Più tardi lo Sposo sarà loro tolto (allusione alla morte di Gesù) e allora digiuneranno.

Il digiuno cristiano è rivolto al passato, in quanto commemora la morte di Gesù, ma è rivolto anche al futuro, in quanto attende l’avvento del regno di Dio. La comunità cristiana è radunata sotto la croce di Cristo in attesa di radunarsi con lui nella gloria della risurrezione e della vita eterna.

Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?

Come vivere questa Parola?
In questo periodo quaresimale la Chiesa, anche con la scelta dei testi liturgici, ci esorta all’impegno dell’ascesi, di cui è tipico il digiuno. Però ci aiuta anche a capire in profondità come il digiuno e ogni sforzo ascetico non devono essere una presa di posizione contro il corpo, anche se mediante una certa astensione dai cibi si è condotti a dominarne le propensioni viziose (della gola, dell’ira, della lussuria ecc.). Il digiuno e ogni sforzo ascetico sono intimamente legati a due realtà: quella del primato dell’amore e quella della Passione e Morte di Gesù. Quanto al rapporto col mistero di Gesù che soffre e muore per la nostra liberazione basta pensare che nella Didaché (= Dottrina degli Apostoli, un libro antichissimo del II secolo) si dice ai cristiani di non digiunare negli stessi giorni degli ebrei, ma di venerdì, giorno della morte del Signore. Quanto al rapporto con la carità, lo cogliamo anche in questa pericope di Isaia. E’ significativo l’invito a sciogliere le catene, togliere i legami, rimandareliberi, spezzare ogni giogo.

Oggi, nella mia oasi contemplativa, mi chiederò: per caso non sono io stesso incline a colpevolizzarmi, a tenermi dentro nodi e legami di un cattivo rapporto con me stesso di cui non accetto limiti e altro? Per ama-e gli altri devo spezzare tutto quello che m’impedisce di amare bene anzitutto me stesso: in Dio, nel suo amore. E’ quanto chiederò al Signore, in fiduciosa preghiera.

La voce di un antico Padre
L’uomo che si è liberato dal giogo delle passioni che lo opprimono non fa più distinzione tra connazionali e stranieri, credenti e non credenti, schiavi o liberi. Essendo liberato interiormente, ha buone disposizioni verso tutti.
S. Massimo il confessore

Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
(…) il digiuno che io voglio – dice Dio -: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi (…), dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa il misero (…) senza distogliere gli occhi dalla tua gente.

Come vivere questa Parola?
Anche il digiuno, se è rapportato all’interiorità, ha senso. Diversamente può diventare formalismo, legalismo, masochismo, orgoglio spirituale: cose opposte all’amore.
Digiunare però è un impegno ascetico importante. Come potare un albero. Poto l’albero perché diventi rigoglioso e fruttifichi. Così digiuno (= faccio dell’ascesi) per irrobustirmi spiritualmente. Il che significa, in concreto, aprirmi sempre più nelle mie capacità profonde di amare.
Il digiuno del cristiano poi è in stretta relazione con Gesù che, nel Vangelo di oggi, si dice “Sposo” la cui Presenza è gioia nuziale.
Nella vita di Gesù il momento della Passione e della Morte (liberazione e vita per me!) è vertice di altissimo amore.
Anche il mio digiuno acquista senso di amore, se lo immergo nel suo Mistero sempre attuale.
“Digiunate il venerdì –consigliava la Didaché, antichissimo libro cristiano del sec.II –. Digiunate in memoria della Passione del Signore Gesù”. Così mi è chiaro il nesso. Gesù ha spezzato e sciolto ogni mio laccio con la forza d’amore della sua Passione. Anch’io spezzo i lacci “dell’ego” che soffocano le mie profonde possibilità di amare.

Oggi mi eserciterò nell’unirmi a Gesù crocifisso sciogliendo i lacci che mi avviluppano “all’ego”. Concretamente mi dedicherò all’ascolto di qualche persona, privandomi di qualcosa che possa farle piacere.




Published in: on marzo 11, 2011 at 6:54 am  Lascia un commento  
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