Omelie giorno 8 Marzo 2011

Martedì della IX settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

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Omelia (06-06-2006)
mons. Vincenzo Paglia

La giornata di Gesù continua ancora. Questa volta sono i farisei e gli erodiani che gli si avvicinano. E gli pongono la questione del tributo a Cesare. Fin dall’inizio si nota la loro doppiezza. Essi adulano Gesù per poi tendergli un tranello. Ma non è con la furbizia che ci si accosta al Vangelo. La parola di Gesù non si compra con le proprie astuzie o con raggiri. Essa è chiara e buona, senza infingimenti e sotterfugi. Gesù non accetta la falsità e sposta la questione. Se nella moneta c’è l’immagine di Cesare sia ridata a lui. Ma bisogna altresì ridare a Dio tutto ciò che ha la sua impronta, la sua immagine. È su questo che Gesù chiede la decisione: date a Dio quel ch’è di Dio. E l’uomo è di Dio, perché è nell’uomo che è iscritta l’immagine di Dio. L’uomo, ogni uomo, anche il più piccolo e indifeso, appartiene a Dio e a Dio deve tornare. C’è un primato assoluto di Dio sulla vita dell’uomo che va difeso ad ogni costo. Come pure si deve rispetto alla società civile e alle sue leggi. Questa pagina evangelica deve aiutare al rispetto e alla tolleranza, sapendo però che nessuno può ferire e umiliare la vita dell’uomo. Solo Dio è Padre e Signore di tutti.


Omelia (08-03-2011)
Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Dove sono le tue elemosine? Dove sono le tue buone opere? Ec-co, lo si vede bene da come sei ridotto!

Come vivere questa Parola?
“Beato l’uomo che teme il Signore”, cioè nutre verso di lui l’amore reverenziale del figlio verso il padre di cui riconosce la bontà anche in quanto gli chiede. Per questo i suoi comandi non risultano gravosi, ma amabili e sorgente di gioia. Con questo versetto si apre il salmo che, nella liturgia odierna, segue la lettura del brano tratto dal libro di Tobia, l’uomo giusto che, sebbene duramente provato nella sua fedeltà, non si ribella né abbandona la via di giustizia che ha intrapreso. C’è chi lo deride, mentre la moglie lo insulta, chiamando in causa proprio la sua generosa dedizione.
È l’atteggiamento di chi legge la storia con la categoria del premio e del castigo e quindi resta scandalizzato di fronte all’imprevedibile modo di agire di Dio. Se è giusto – si dice – perché si comporta così? Se è buono perché permette certe cose? Come coniugare insieme la sua onnipotenza, bontà e giustizia con queste realtà? Forse non esiste o si disinteressa dell’uomo. Tanto vale guardarsi le spalle da soli e fare i furbi. Come tutti d’altronde!
Il problema è che Dio non è un’agenzia di assicurazioni contro gli infortuni della vita. La via del dono che ci addita non è per camminare tranquilli ma per raggiungere la perfetta statura di Cristo – per esprimerci con una frase paolina – cioè per realizzarci in pienezza quali suoi figli. E questo non può essere che motivo di gioia, anche quando c’è da pagare di persona.
Oggi, nella mia pausa contemplativa, sosterò a considerare il mio atteggiamento nei riguardi di Dio per liberarlo da possibili proiezioni di mie attese personali.

Sostieni la mia fede, Signore, perché nella prova non venga meno e nella prosperità non confonda la tua vera immagine con quella che io mi sono fatto di te.

La voce di un dottore della Chiesa
Devi dire con gli apostoli: Signore, aumenta la nostra fede (Lc 17,5), perché qualcosa di questa fede ti appartiene, ma quello che tu per mezzo di essa ricevi dal Signore, è immenso.
Cirillo di Gerusalemme

 

Omelia (08-03-2011)
Movimento Apostolico – rito romano
Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio

I “guardiani” della Legge non sopportano che Gesù smascheri la loro falsa religiosità e la loro fede fondata sul nulla. È intollerabile per loro che Lui possa insegnare la purezza della volontà di Dio e dichiarare impuro il loro lavoro di formazione nelle cose sante di Dio. Sono due mondi inconciliabili: l’uno non può esistere con l’altro. Loro temono che Gesù stia per cancellarli.
Questa verità così la esprime Caifa nel Sinedrio, quando egli stesso orienta verso la decisione che Cristo Gesù debba essere ucciso: “Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione». Ma uno di loro, Caifa’, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!». Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo” (Gv 12,47-53).
Questa decisione è l’atto finale. È una decisione di autorità. Prima invece si voleva trovare un capo d’accusa fondato su una falsa dottrina di Gesù, un insegnamento contro la Legge o contro la tradizione dei padri. Oggi Gesù è provocato perché si pronunci su un argomento assai scottante e cioè sulla relazione da tenere con i Romani occupanti. È giusto o ingiusto pagare i tributi a Cesare? È questa una domanda senza risposta umana, fatta però in modo da esigere una risposta. Leggiamo il testo e capiremo.
Se Gesù non fosse stato perennemente mosso dallo Spirito Santo, la sua vita in mezzo a quel mondo religioso sarebbe durata solo pochi giorni. La luce celeste lo avvolge e dalla sapienza divina risponde. La frase: “Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio”, lungo il corso dei secoli è stata variamente interpretata. Chi vuole la vera, esatta, divina, eterna, unica interpretazione deve mettersi in contemplazione della vita di Cristo Gesù. Da quando Lui è venuto al mondo ha dato a Cesare anche il suo corpo. Lo ha fatto nascendo A Betlemme per editto di Cesare. L’ha fatto morendo sulla croce per sentenza di Cesare.
Di Cesare è il nostro corpo e tutti i beni di questo mondo. Di Dio è la volontà alla luce della quale noi dobbiamo sempre camminare. Di Dio è l’anima che gli appartiene per decreto eterno, perché sua attuale creazione e dono all’uomo. Di Dio è la più alta e sana moralità. Tutte queste cose sono di Dio e a Lui sempre si devono dare. La Passione di Gesù è illuminante al riguardo. Leggendo ognuno saprà come agire, vivere, relazionarsi con Cesare e con Dio.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, tu hai dato a Dio tutto il tuo corpo, il tuo spirito, la tua anima e sei rimasta vergine in eterno. Angeli e Santi, aiutateci a capire.

Omelia (01-06-2010)
Movimento Apostolico – rito romano
Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio

Oggi Gesù ci dice di rendere a Cesare quello che è di Cesare e quello che è di Dio, a Dio. La confusione nasce nei cuori e nelle menti quando si tratta di stabilire ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio. È giusto allora chiedersi: cosa è esattamente di Cesare e cosa è realmente, veramente, sostanzialmente di Dio?
Di Dio è il cuore dell’uomo, la sua mente, i suoi pensieri, il suo spirito, la sua anima, i suoi desideri, la sua volontà. Lo spirito dell’uomo non può mai appartenere a nessuna creatura, sia essa visibile o invisibile, umana o angelica, di materia o di spirito.
Tutto ciò che non è spirito nell’uomo appartiene a Cesare: tutte le cose di questo mondo, compreso il nostro stesso corpo. Anche la terra appartiene a Cesare e gliela si dona con atto di vera oblazione, vero sacrificio, vera privazione.
Nel dono Gesù è il vero modello. Egli ha fatto della sua vita una duplice donazione: a Dio e a Cesare, dalla nascita fino alla morte. Egli a dato a Cesare anche il suo corpo per essere crocifisso. A Dio invece ha reso il suo spirito puro, santo, immacolato. A Cesare Gesù non diede mai la sua mente, il suo cuore. Gli diede invece il corpo perché ne facesse un olocausto di amore sull’altare della croce.
Il cristiano è chiamato all’imitazione perfetta di Cristo Gesù. L’imitazione inizia dai pensieri, dalla conoscenza, dalla saggezza, dall’intelligenza, dal sano e santo discernimento. L’imitazione inizia dal sapere ciò che è Dio e ciò che è di Cesare.
A Dio si deve l’osservanza dei Comandamenti. Si deve una vita intessuta di Beatitudini e di ogni altra sua Parola. Si deve un’obbedienza perfetta al Vangelo. Si deve una fede pura e santa alla sua volontà manifestata. Si deve il nostro cuore e la nostra anima.
Ogni altra cosa di questo mondo non appartiene al cristiano. È già di Cesare e Cesare se la può prendere quando vuole. Anche il nostro corpo è di Cesare e glielo si deve dare, rimanendo noi sempre nell’osservanza dei Comandamenti e nella più grande e solenne obbedienza alla sua volontà.
Tutto ciò che è di Cesare, prima che di Cesare, è di ogni uomo per obbligo eterno di carità, amore, compassione, misericordia, pietà. All’uomo lo si deve donare con gioia, per amore, per risollevarlo e infondergli speranza, offrendogli la certezza che il Signore non lo ha abbandonato. All’uomo, prima che a Cesare, appartiene tutta la vita del cristiano e lui la deve vivere come servizio di carità e di solidarietà verso tutti i suoi fratelli di fede e di non fede, di santità e di non santità.
Tutto questo il cristiano lo potrà realizzare, se è interamente libero, ed è interamente libero, se il suo cuore è pieno solo di Dio, della sua verità, carità, amore.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, otteneteci dal Cielo la grazia di un sano e santo discernimento per sapere in ogni istante ciò che è di Dio e ciò che è di Cesare.
Angeli e Santi del Cielo, aiutateci a fare della nostra vita un vero sacrificio di amore.

Omelia (01-06-2010)
Monaci Benedettini Silvestrini
Il tributo a Cesare

Gesù parla come uno che ha autorità e le sue parole scuotono e inquietano le coscienze, soprattutto quelle dei capi religiosi del tempo, che vedono insidiato il loro «potere» e il loro prestigio. Davvero la parola di Dio penetra come una spada a doppio taglio e ferisce se non è accolta con docilità e accolta con amore. Ecco la ragione delle trame che i nemici del Cristo ordiscono contro di lui, obbligandolo a schierarsi su delicate e controverse problematiche politiche, che si agitavano in quell’epoca. Gesù invita alla coerenza i suoi interlocutori ricordando loro che la sudditanza a Cesare è un dato di fatto, perché accettano la sua moneta. La sentenza finale è di quelle che in modo indelebile si sono impresse nella mente di tutti ed è diventata la regola d’oro che armonizza i rapporti tra stato e chiesa: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». Rimane in ogni caso sempre vero che bisogna obbedire prima a Dio che agli uomini. Nessuna autorità o norma umana può, infatti, prevalere su Dio cui spetta il primato assoluto. I conflitti dei nostri giorni riguardano ancora sostanzialmente gli stessi problemi di sempre: o il confronto con quanto Dio ci ha rivelato o il cammino solitario e pericoloso dei poteri umani che reclamano un’autonomia ed un’indipendenza totale, non tanto dalla Chiesa, ma da Dio stesso.

Omelia (01-06-2010)
Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Gesù disse loro: Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio.

Come vivere questa Parola?
I capi dei sacerdote, gli scribi e gli anziani mandano alcuni farisei ed erodiani da Gesù per coglierlo in errore. Essi aprono il discorso con complimenti insinceri e poi pongono la domanda-trabocchetto: “È lecito o no pagare il tributo a Cesare?”. Sembra un semplice interrogativo ma contiene tante sottigliezze per i giudei di allora.
La risposta può mettere Gesù in imbarazzo o con i Romani o con il popolo. Ma conoscendo la loro ipocrisia, Gesù evita il tranello: “Portatemi un denaro: voglio vederlo”. Poi chiede di chi sono l’immagine e l’iscrizione sul denaro. “Di Cesare” rispondono. Segue la risposta di Gesù che cogli tutti di sorpresa e mette gli interlocutori in ammirazione di lui: “Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio”.
Gesù dà un criterio decisivo per la vita cristiana: c’è un solo Signore, il primato è di Dio. Egli è l’origine di ogni autorità e da questo principio scaturisce la libertà dell’uomo e ogni autorità umana.

Nella mia pausa contemplativa, alla luce dello Spirito Santo rifletto sulla mia vita cristiana per comprendere se vivo veramente con questa prospettiva:Dio al primo posto. Non è facile e non si può dare per scontato. Richiede amore e volontà di ricominciare giorno per giorno, con attenzione soprattutto alle piccole cose.

Signore, io mi abbandono a te. Fa di me ciò che ti piace. Qualunque cosa tu faccia di me, ti ringrazio. Sono pronto a tutto, accetto tutto, purché la tua volontà si compia in me e in tutte le tue creature.

Un santo sacerdote e fondatore
Noi siamo in Dio più della pupilla del nostro occhio. Egli ci porta nel grembo, come una donna porta il bambino che ha concepito. Dio è la casa dove abitiamo sempre senza poterne uscire; Egli è la nostra vita, il nostro cibo poiché è lui che ci fa vivere e ci nutre più di quanto una madre nutre il suo bambino.
S. Andrea Uberto

Omelia (02-06-2009)
Paolo Curtaz

Si cerca una scusa per mettere in difficoltà il Signore, allora come oggi. Gli si tende tranelli, lo si sottopone a giudizio, sempre. Dio è il grande inquisito della nostra modernità, il grande accusato, il bersaglio di un’umanità che biasima Dio per la sua inefficienza e, così facendo, si lava le mani dai propri crimini. Pagare o no il tributo a Cesare? Collaborare con l’invasore? Gesù non può ammetterlo. Rifiutarsi? E, così, diventare capo di un movimento di insurrezione. No, Gesù non vuole essere tirato per la giacchetta (come spesso accade!) da una o dall’altra parte. E, così, libero, adulto, maturo, li mette in difficoltà: chiede ai propri accusatori una moneta dell’odiato imperatore. E loro, con disarmante semplicità, la estraggono dalle proprie tasche: sono ribelli nelle parole, avidi nel portafoglio. E Gesù commenta: Dio, Cesare, ognuno ha un suo ruolo. Mai prendere Cesare per Dio. Mai ridurre Dio a un qualunque Cesare della storia! Difficile equilibrio da mantenere, per noi discepoli del risorto, sempre tentati di fuggire il mondo o di plasmarlo a nostra immagine. Gesù osa, alza il tiro: il mondo ha una sua logica, una sua autonomia, una dignità che gli proviene dall’essere creato. Rispettiamola

Omelia (02-06-2009)
Eremo San Biagio
Commento su Tb 2,14

Dalla Parola del giorno
“Tobi rimase saldo nel timore di Dio e rese grazie al Signore tutti i giorni della sua vita.”

Come vivere questa Parola?
Tobi, nonostante il severo divieto del re, continua a dar sepoltura ai suoi connazionali, vittime della violenza. Gli stessi parenti e vicini lo irridono, non riuscendo a capire perché si esponga tanto. Più volte, infatti ha rischiato di essere messo a morte, ma per lui la legge di Dio e l’amore per la sua patria sono più forti di tutto.
Ci si attenderebbe che Dio lo prendesse sotto la sua particolare protezione, mettendolo al sicuro da eventi negativi. E invece, proprio a lui, e per si più dopo un ennesimo atto di carità, tocca la sventura di diventare cieco. La cosa viene notata e sottolineata negativamente da chi lo circonda: “Dov’è la tua speranza per la quale facevi elemosine e seppellivi i morti?.
Una spina nella carne che rende ancor più penosa la già terribile prova. Tobi è immerso nel buio più totale: quello dovuto alla sua cecità e quello proveniente dalla cecità di chi gli vive accanto. La prova è totale!
In questo abisso di amarezza e di dolore, rifulge più limpida che mai la sua fede. Non solo non impreca, non pone domande al cielo, non si ribella, ma “rende grazie al Signore”.
Siamo ai vertici della fede. Altro che un Dio tappabuchi, a cui ricorrere nei momenti di difficoltà!
Questo è credere, senza bisogno di ulteriori prove, che Dio è amore. Credere che, comunque vadano le cose, dietro c’è una mai smentita volontà di salvezza. Fidarsi e affidarsi con gioiosa riconoscenza.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, passerò il tempo a rendere grazie al Signore, senza neppure nominare i tanti motivi che lo giustificano: sono solo la punta dell’iceberg.

Grazie, grazie Signore, per quello che sei per me.

La voce di una grande mistica
Tutto sarà bene, e tutto sarà bene, ed ogni sorta di cosa sarà bene.
Giuliana di Norwich

Omelia (03-06-2008)
Paolo Curtaz

È una bella domanda, davvero, quella posta dai farisei. Sottintende molte questioni spinose: la collaborazione con l’invasore romano, il rapporto della religione con l’autorità civile, la questione morale delle tasse, c’è di che imbastire un bel talk-show in prima serata! Peccato che dietro, però, si nasconde la perfidia e l’inganno, il desiderio di mettere in palese difficoltà e contraddizione il Rabbì di Nazareth. No, non gliene importa nulla delle tasse, ai farisei, al solito si arrangeranno, faranno, come noi, i furbetti per pagarne meno, si lamenteranno al bar sport del governo di turno. Succede un sacco di volte anche a me: persone che pongono scottanti questioni etiche e teologiche che, tristemente, nascondono veemenza e pregiudizio. Allora non resta che dare risposte inutili a domande inutili, rifugiarsi in un comodo sorriso di circostanza dicendo: «Non conosco bene l’argomento», come argomentare con chi non vuole sentire? La riposta che Gesù da, invece, è folgorante e gravida di conseguenze: «Date a Cesare ciò che è di Cesare». Cioè: siete capaci a valutare le cose terrene da soli; un cristiano non conosce magicamente la soluzione ai problemi quotidiani del cittadino, è chiamato ad affrontarli con la logica del Vangelo, confrontandosi con gli altri. Per poi dare a Dio ciò che gli compete, cioè l’essenziale: il cuore, l’amore, la fede

Omelia (03-06-2008)
Monaci Benedettini Silvestrini
Voler cogliere in fallo la Verità

Le parole di Cristo, anche quelle velate nelle parabole, spesso arrivavano come dardi infuocati sugli scribi e sui farisei; non riuscivano ad ignorare le pesanti accuse che Gesù rivolgeva loro e, cosa ancora peggiore, si sentivano screditati nel loro ruolo agli occhi della gente. Cresceva invece la stima per Gesù, che parlava con autorità e confermava con i miracoli il suo annuncio. La loro risposta è una trama subdola che gli ordiscono contro: cominciano con il pensare di poterlo cogliere in fallo su argomenti particolarmente spinosi e controversi per poi accusarlo e screditarlo. Spesso i loro maldestri tentativi cadono nel vuoto e si ritorcono contro se stessi. Che assurdo per noi esseri limitati e miopi, pretendere di giudicare e condannare la verità di Dio! La luce fioca di una candelina fumigante vorrebbe competere con il faro di luce che illumina il mondo. Rischiamo anche noi di associarci agli scribi e agli erodiani, quando, non paghi della fede, vorremmo squarciare i cieli o addirittura pretendere di dettare norme a Dio. E’ quella atavica presunzione a smuoverci, quella che abbiamo già messo in atto con il primo peccato e che ancora bolle dentro di noi. La verità va accolta con semplicità e purezza di cuore, con devota gratitudine nella consapevolezza che Gesù è la verità, la incarna nella sua persona umano divina, la testimonia con tutta la sua vita e ce la propone come via di salvezza. Quelle verità, rivelate a noi, ci aprono ad un rapporto di fedeltà a Dio e ci orientano nella giustizia anche nel nostro mondo. Esse non sono mai contrarie al bene dell’uomo, sia nella sua dimensione soprannaturale che nelle vicende quotidiane della vita. Soltanto la prevaricazione, il potere, la brama del denaro e le svariata forme di ingiustizia temono le verità di Dio. E’ sempre vero che la menzogna non ama la verità, l’ingiustizia non ama la giustizia, la prepotenza non ama la solidarietà, gli errori non amano la verità. Questi sono i motivi che hanno scatenato nel corso dei secoli le peggiori e più violente persecuzioni; a queste ragioni si sono attaccati e si attaccano ancora tutti coloro che rifiutano e contestano le verità divine. Suonano come acuto rimprovero e coloro che le vivono e le propongono debbono essere messi a tacere. Noi credenti non abbiamo nulla a temere, non per la nostra forza, ma per la forza della verità, che, perché sgorgata dal cuore di Dio, contiene la sua stessa forza.

Omelia (08-03-2011)
Eremo San Biagio
 

Dalla Parola del giorno
Dove sono le tue elemosine? Dove sono le tue buone opere? Ec-co, lo si vede bene da come sei ridotto!

Come vivere questa Parola?
“Beato l’uomo che teme il Signore”, cioè nutre verso di lui l’amore reverenziale del figlio verso il padre di cui riconosce la bontà anche in quanto gli chiede. Per questo i suoi comandi non risultano gravosi, ma amabili e sorgente di gioia. Con questo versetto si apre il salmo che, nella liturgia odierna, segue la lettura del brano tratto dal libro di Tobia, l’uomo giusto che, sebbene duramente provato nella sua fedeltà, non si ribella né abbandona la via di giustizia che ha intrapreso. C’è chi lo deride, mentre la moglie lo insulta, chiamando in causa proprio la sua generosa dedizione.
È l’atteggiamento di chi legge la storia con la categoria del premio e del castigo e quindi resta scandalizzato di fronte all’imprevedibile modo di agire di Dio. Se è giusto – si dice – perché si comporta così? Se è buono perché permette certe cose? Come coniugare insieme la sua onnipotenza, bontà e giustizia con queste realtà? Forse non esiste o si disinteressa dell’uomo. Tanto vale guardarsi le spalle da soli e fare i furbi. Come tutti d’altronde!
Il problema è che Dio non è un’agenzia di assicurazioni contro gli infortuni della vita. La via del dono che ci addita non è per camminare tranquilli ma per raggiungere la perfetta statura di Cristo – per esprimerci con una frase paolina – cioè per realizzarci in pienezza quali suoi figli. E questo non può essere che motivo di gioia, anche quando c’è da pagare di persona.
Oggi, nella mia pausa contemplativa, sosterò a considerare il mio atteggiamento nei riguardi di Dio per liberarlo da possibili proiezioni di mie attese personali.

Sostieni la mia fede, Signore, perché nella prova non venga meno e nella prosperità non confonda la tua vera immagine con quella che io mi sono fatto di te.

La voce di un dottore della Chiesa
Devi dire con gli apostoli: Signore, aumenta la nostra fede (Lc 17,5), perché qualcosa di questa fede ti appartiene, ma quello che tu per mezzo di essa ricevi dal Signore, è immenso.
Cirillo di Gerusalemme

Omelia (08-03-2011)
Movimento Apostolico – rito romano
Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio

I “guardiani” della Legge non sopportano che Gesù smascheri la loro falsa religiosità e la loro fede fondata sul nulla. È intollerabile per loro che Lui possa insegnare la purezza della volontà di Dio e dichiarare impuro il loro lavoro di formazione nelle cose sante di Dio. Sono due mondi inconciliabili: l’uno non può esistere con l’altro. Loro temono che Gesù stia per cancellarli.
Questa verità così la esprime Caifa nel Sinedrio, quando egli stesso orienta verso la decisione che Cristo Gesù debba essere ucciso: “Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione». Ma uno di loro, Caifa’, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!». Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo” (Gv 12,47-53).
Questa decisione è l’atto finale. È una decisione di autorità. Prima invece si voleva trovare un capo d’accusa fondato su una falsa dottrina di Gesù, un insegnamento contro la Legge o contro la tradizione dei padri. Oggi Gesù è provocato perché si pronunci su un argomento assai scottante e cioè sulla relazione da tenere con i Romani occupanti. È giusto o ingiusto pagare i tributi a Cesare? È questa una domanda senza risposta umana, fatta però in modo da esigere una risposta. Leggiamo il testo e capiremo.
Se Gesù non fosse stato perennemente mosso dallo Spirito Santo, la sua vita in mezzo a quel mondo religioso sarebbe durata solo pochi giorni. La luce celeste lo avvolge e dalla sapienza divina risponde. La frase: “Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio”, lungo il corso dei secoli è stata variamente interpretata. Chi vuole la vera, esatta, divina, eterna, unica interpretazione deve mettersi in contemplazione della vita di Cristo Gesù. Da quando Lui è venuto al mondo ha dato a Cesare anche il suo corpo. Lo ha fatto nascendo A Betlemme per editto di Cesare. L’ha fatto morendo sulla croce per sentenza di Cesare.
Di Cesare è il nostro corpo e tutti i beni di questo mondo. Di Dio è la volontà alla luce della quale noi dobbiamo sempre camminare. Di Dio è l’anima che gli appartiene per decreto eterno, perché sua attuale creazione e dono all’uomo. Di Dio è la più alta e sana moralità. Tutte queste cose sono di Dio e a Lui sempre si devono dare. La Passione di Gesù è illuminante al riguardo. Leggendo ognuno saprà come agire, vivere, relazionarsi con Cesare e con Dio.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, tu hai dato a Dio tutto il tuo corpo, il tuo spirito, la tua anima e sei rimasta vergine in eterno. Angeli e Santi, aiutateci a capire.

Omelia (01-06-2010)
Movimento Apostolico – rito romano
Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio

Oggi Gesù ci dice di rendere a Cesare quello che è di Cesare e quello che è di Dio, a Dio. La confusione nasce nei cuori e nelle menti quando si tratta di stabilire ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio. È giusto allora chiedersi: cosa è esattamente di Cesare e cosa è realmente, veramente, sostanzialmente di Dio?
Di Dio è il cuore dell’uomo, la sua mente, i suoi pensieri, il suo spirito, la sua anima, i suoi desideri, la sua volontà. Lo spirito dell’uomo non può mai appartenere a nessuna creatura, sia essa visibile o invisibile, umana o angelica, di materia o di spirito.
Tutto ciò che non è spirito nell’uomo appartiene a Cesare: tutte le cose di questo mondo, compreso il nostro stesso corpo. Anche la terra appartiene a Cesare e gliela si dona con atto di vera oblazione, vero sacrificio, vera privazione.
Nel dono Gesù è il vero modello. Egli ha fatto della sua vita una duplice donazione: a Dio e a Cesare, dalla nascita fino alla morte. Egli a dato a Cesare anche il suo corpo per essere crocifisso. A Dio invece ha reso il suo spirito puro, santo, immacolato. A Cesare Gesù non diede mai la sua mente, il suo cuore. Gli diede invece il corpo perché ne facesse un olocausto di amore sull’altare della croce.
Il cristiano è chiamato all’imitazione perfetta di Cristo Gesù. L’imitazione inizia dai pensieri, dalla conoscenza, dalla saggezza, dall’intelligenza, dal sano e santo discernimento. L’imitazione inizia dal sapere ciò che è Dio e ciò che è di Cesare.
A Dio si deve l’osservanza dei Comandamenti. Si deve una vita intessuta di Beatitudini e di ogni altra sua Parola. Si deve un’obbedienza perfetta al Vangelo. Si deve una fede pura e santa alla sua volontà manifestata. Si deve il nostro cuore e la nostra anima.
Ogni altra cosa di questo mondo non appartiene al cristiano. È già di Cesare e Cesare se la può prendere quando vuole. Anche il nostro corpo è di Cesare e glielo si deve dare, rimanendo noi sempre nell’osservanza dei Comandamenti e nella più grande e solenne obbedienza alla sua volontà.
Tutto ciò che è di Cesare, prima che di Cesare, è di ogni uomo per obbligo eterno di carità, amore, compassione, misericordia, pietà. All’uomo lo si deve donare con gioia, per amore, per risollevarlo e infondergli speranza, offrendogli la certezza che il Signore non lo ha abbandonato. All’uomo, prima che a Cesare, appartiene tutta la vita del cristiano e lui la deve vivere come servizio di carità e di solidarietà verso tutti i suoi fratelli di fede e di non fede, di santità e di non santità.
Tutto questo il cristiano lo potrà realizzare, se è interamente libero, ed è interamente libero, se il suo cuore è pieno solo di Dio, della sua verità, carità, amore.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, otteneteci dal Cielo la grazia di un sano e santo discernimento per sapere in ogni istante ciò che è di Dio e ciò che è di Cesare.
Angeli e Santi del Cielo, aiutateci a fare della nostra vita un vero sacrificio di amore.

 

Omelia (01-06-2010)
Monaci Benedettini Silvestrini
Il tributo a Cesare

Gesù parla come uno che ha autorità e le sue parole scuotono e inquietano le coscienze, soprattutto quelle dei capi religiosi del tempo, che vedono insidiato il loro «potere» e il loro prestigio. Davvero la parola di Dio penetra come una spada a doppio taglio e ferisce se non è accolta con docilità e accolta con amore. Ecco la ragione delle trame che i nemici del Cristo ordiscono contro di lui, obbligandolo a schierarsi su delicate e controverse problematiche politiche, che si agitavano in quell’epoca. Gesù invita alla coerenza i suoi interlocutori ricordando loro che la sudditanza a Cesare è un dato di fatto, perché accettano la sua moneta. La sentenza finale è di quelle che in modo indelebile si sono impresse nella mente di tutti ed è diventata la regola d’oro che armonizza i rapporti tra stato e chiesa: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». Rimane in ogni caso sempre vero che bisogna obbedire prima a Dio che agli uomini. Nessuna autorità o norma umana può, infatti, prevalere su Dio cui spetta il primato assoluto. I conflitti dei nostri giorni riguardano ancora sostanzialmente gli stessi problemi di sempre: o il confronto con quanto Dio ci ha rivelato o il cammino solitario e pericoloso dei poteri umani che reclamano un’autonomia ed un’indipendenza totale, non tanto dalla Chiesa, ma da Dio stesso.

Omelia (01-06-2010)
Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Gesù disse loro: Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio.

Come vivere questa Parola?
I capi dei sacerdote, gli scribi e gli anziani mandano alcuni farisei ed erodiani da Gesù per coglierlo in errore. Essi aprono il discorso con complimenti insinceri e poi pongono la domanda-trabocchetto: “È lecito o no pagare il tributo a Cesare?”. Sembra un semplice interrogativo ma contiene tante sottigliezze per i giudei di allora.
La risposta può mettere Gesù in imbarazzo o con i Romani o con il popolo. Ma conoscendo la loro ipocrisia, Gesù evita il tranello: “Portatemi un denaro: voglio vederlo”. Poi chiede di chi sono l’immagine e l’iscrizione sul denaro. “Di Cesare” rispondono. Segue la risposta di Gesù che cogli tutti di sorpresa e mette gli interlocutori in ammirazione di lui: “Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio”.
Gesù dà un criterio decisivo per la vita cristiana: c’è un solo Signore, il primato è di Dio. Egli è l’origine di ogni autorità e da questo principio scaturisce la libertà dell’uomo e ogni autorità umana.

Nella mia pausa contemplativa, alla luce dello Spirito Santo rifletto sulla mia vita cristiana per comprendere se vivo veramente con questa prospettiva:Dio al primo posto. Non è facile e non si può dare per scontato. Richiede amore e volontà di ricominciare giorno per giorno, con attenzione soprattutto alle piccole cose.

Signore, io mi abbandono a te. Fa di me ciò che ti piace. Qualunque cosa tu faccia di me, ti ringrazio. Sono pronto a tutto, accetto tutto, purché la tua volontà si compia in me e in tutte le tue creature.

Un santo sacerdote e fondatore
Noi siamo in Dio più della pupilla del nostro occhio. Egli ci porta nel grembo, come una donna porta il bambino che ha concepito. Dio è la casa dove abitiamo sempre senza poterne uscire; Egli è la nostra vita, il nostro cibo poiché è lui che ci fa vivere e ci nutre più di quanto una madre nutre il suo bambino.
S. Andrea Uberto

Omelia (28-03-2010)
don Luciano Sanvito
Ridare identità

RIDARE L’IDENTITA’ DI OGNI REALTA’ NELLA PROPRIA ORIGINE

Ritornare all’origine di tutte le cose non è tornare indietro, ma recuperare l’originario luogo dove ogni realtà ritrova la propria identità.
Questo vale per tutte le cose, e vale altresì per la persona umana.

Vedere di che pasta siamo fatti, e vedere di che cosa una realtà è costituita, non è solo ricerca materiale e scientifica, ma diventa un’analisi dell’identità naturale di ogni cosa.

Questo cammino che potremmo definire di “RIFORMAZIONE” di tutte le realtà, di fronte all’odierna deformazione sempre più in atto, ci fa essere sempre uniti alla sorgente di ogni cosa, rispettandone non solo l’identità sua, ma anche l’uso e il rapporto con noi, nei nostri confronti.

Sapere il valore e di chi è una realtà, nella natura diventa una modalità di rapporto sereno e non conflittuale con quella realtà e attraverso di essa.

L’uso giusto e sereno di un denaro dipende dalla coscienza del suo valore e della sua appartenenza all’origine.
Se non ho chiara questa identità naturale, quel denaro viene usato male, svalorizzato per me o contro me o contro gli altri.

Se l’identità è chiara, diventa per me uno strumento naturale per la vita.

RIDARE VALORE ALLA MONETA DIVENTA VALORIZZARE IL MIO IO

Omelia (02-06-2009)
Paolo Curtaz

Si cerca una scusa per mettere in difficoltà il Signore, allora come oggi. Gli si tende tranelli, lo si sottopone a giudizio, sempre. Dio è il grande inquisito della nostra modernità, il grande accusato, il bersaglio di un’umanità che biasima Dio per la sua inefficienza e, così facendo, si lava le mani dai propri crimini. Pagare o no il tributo a Cesare? Collaborare con l’invasore? Gesù non può ammetterlo. Rifiutarsi? E, così, diventare capo di un movimento di insurrezione. No, Gesù non vuole essere tirato per la giacchetta (come spesso accade!) da una o dall’altra parte. E, così, libero, adulto, maturo, li mette in difficoltà: chiede ai propri accusatori una moneta dell’odiato imperatore. E loro, con disarmante semplicità, la estraggono dalle proprie tasche: sono ribelli nelle parole, avidi nel portafoglio. E Gesù commenta: Dio, Cesare, ognuno ha un suo ruolo. Mai prendere Cesare per Dio. Mai ridurre Dio a un qualunque Cesare della storia! Difficile equilibrio da mantenere, per noi discepoli del risorto, sempre tentati di fuggire il mondo o di plasmarlo a nostra immagine. Gesù osa, alza il tiro: il mondo ha una sua logica, una sua autonomia, una dignità che gli proviene dall’essere creato. Rispettiamola.

Omelia (02-06-2009)
Eremo San Biagio
Commento su Tb 2,14

Dalla Parola del giorno
“Tobi rimase saldo nel timore di Dio e rese grazie al Signore tutti i giorni della sua vita.”

Come vivere questa Parola?
Tobi, nonostante il severo divieto del re, continua a dar sepoltura ai suoi connazionali, vittime della violenza. Gli stessi parenti e vicini lo irridono, non riuscendo a capire perché si esponga tanto. Più volte, infatti ha rischiato di essere messo a morte, ma per lui la legge di Dio e l’amore per la sua patria sono più forti di tutto.
Ci si attenderebbe che Dio lo prendesse sotto la sua particolare protezione, mettendolo al sicuro da eventi negativi. E invece, proprio a lui, e per si più dopo un ennesimo atto di carità, tocca la sventura di diventare cieco. La cosa viene notata e sottolineata negativamente da chi lo circonda: “Dov’è la tua speranza per la quale facevi elemosine e seppellivi i morti?.
Una spina nella carne che rende ancor più penosa la già terribile prova. Tobi è immerso nel buio più totale: quello dovuto alla sua cecità e quello proveniente dalla cecità di chi gli vive accanto. La prova è totale!
In questo abisso di amarezza e di dolore, rifulge più limpida che mai la sua fede. Non solo non impreca, non pone domande al cielo, non si ribella, ma “rende grazie al Signore”.
Siamo ai vertici della fede. Altro che un Dio tappabuchi, a cui ricorrere nei momenti di difficoltà!
Questo è credere, senza bisogno di ulteriori prove, che Dio è amore. Credere che, comunque vadano le cose, dietro c’è una mai smentita volontà di salvezza. Fidarsi e affidarsi con gioiosa riconoscenza.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, passerò il tempo a rendere grazie al Signore, senza neppure nominare i tanti motivi che lo giustificano: sono solo la punta dell’iceberg.

Grazie, grazie Signore, per quello che sei per me.

La voce di una grande mistica
Tutto sarà bene, e tutto sarà bene, ed ogni sorta di cosa sarà bene.
Giuliana di Norwich

Omelia (03-06-2008)
Monaci Benedettini Silvestrini
Voler cogliere in fallo la Verità

Le parole di Cristo, anche quelle velate nelle parabole, spesso arrivavano come dardi infuocati sugli scribi e sui farisei; non riuscivano ad ignorare le pesanti accuse che Gesù rivolgeva loro e, cosa ancora peggiore, si sentivano screditati nel loro ruolo agli occhi della gente. Cresceva invece la stima per Gesù, che parlava con autorità e confermava con i miracoli il suo annuncio. La loro risposta è una trama subdola che gli ordiscono contro: cominciano con il pensare di poterlo cogliere in fallo su argomenti particolarmente spinosi e controversi per poi accusarlo e screditarlo. Spesso i loro maldestri tentativi cadono nel vuoto e si ritorcono contro se stessi. Che assurdo per noi esseri limitati e miopi, pretendere di giudicare e condannare la verità di Dio! La luce fioca di una candelina fumigante vorrebbe competere con il faro di luce che illumina il mondo. Rischiamo anche noi di associarci agli scribi e agli erodiani, quando, non paghi della fede, vorremmo squarciare i cieli o addirittura pretendere di dettare norme a Dio. E’ quella atavica presunzione a smuoverci, quella che abbiamo già messo in atto con il primo peccato e che ancora bolle dentro di noi. La verità va accolta con semplicità e purezza di cuore, con devota gratitudine nella consapevolezza che Gesù è la verità, la incarna nella sua persona umano divina, la testimonia con tutta la sua vita e ce la propone come via di salvezza. Quelle verità, rivelate a noi, ci aprono ad un rapporto di fedeltà a Dio e ci orientano nella giustizia anche nel nostro mondo. Esse non sono mai contrarie al bene dell’uomo, sia nella sua dimensione soprannaturale che nelle vicende quotidiane della vita. Soltanto la prevaricazione, il potere, la brama del denaro e le svariata forme di ingiustizia temono le verità di Dio. E’ sempre vero che la menzogna non ama la verità, l’ingiustizia non ama la giustizia, la prepotenza non ama la solidarietà, gli errori non amano la verità. Questi sono i motivi che hanno scatenato nel corso dei secoli le peggiori e più violente persecuzioni; a queste ragioni si sono attaccati e si attaccano ancora tutti coloro che rifiutano e contestano le verità divine. Suonano come acuto rimprovero e coloro che le vivono e le propongono debbono essere messi a tacere. Noi credenti non abbiamo nulla a temere, non per la nostra forza, ma per la forza della verità, che, perché sgorgata dal cuore di Dio, contiene la sua stessa forza.

Omelia (03-06-2008)
Eremo San Biagio
Commento su 2Pt 3,12.14

Dalla Parola del giorno
Fratelli, attendete e affrettate la venuta del giorno di Dio… Nell’attesa di questi eventi, cercate d’essere senza macchia e irreprensibili davanti a Dio, in pace.

Come vivere questa Parola?
La prima comunità cristiana attendeva e invocava con insistenza il ritorno di Gesù:“Maranatha! Vieni, Signore Gesù!”, cantava con giubilo durante le adunanze liturgiche. Era un’attesa carica di gioia di speranza di desiderio!
Finalmente quei “cieli nuovi e terra nuova” promessi da Gesù saranno una condizione stabile, non insidiata più dal male che è dentro e fuori del cuore umano. S. Pietro quindi esorta a vivere questa attesa nell’impegno di una vita pura, senza macchia, avendo cura della pace che è premessa e condizione, per i singoli e per i popoli, di una qualità d’esistenza buona e lieta.
San Pietro ci invita, inoltre, non solo ad attendere, ci esorta altresì ad “affrettare la venuta del giorno di Dio”, come?
Attraverso la predicazione, la testimonianza, la preghiera.
La predicazione del Vangelo ha caratterizzato e caratterizza la vita del discepolo: donare la Parola ai fratelli attraverso l’annuncio diretto è compito di quanti fanno dell’evangelizzazione la loro chiamata e la loro missione.
La testimonianza è possibile a ciascuno di noi, a tutti coloro che seguendo Gesù fanno del comandamento dell’amore la legge di ogni relazione autentica.
La preghiera è quell’invocazione costante che parte dal cuore della Chiesa tutta, dal cuore di ciascuno di noi ogni volta che ripetiamo la preghiera che Gesù ci ha insegnato: “Venga il tuo Regno…”

Oggi, nella mia pausa contemplativa, rinnoverò l’impegno di una vita pura e senza macchia e pregherò: Signore Gesù, donaci apostoli e testimoni del Vangelo, sostieni i missionari e gli evangelizzatori, dona a tutti noi il tuo Spirito di fortezza per continuare a lavorare incessantemente perché finalmente sorgano “cieli nuovi e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia”.

La voce di una grande evangelizzatrice dei tempi moderni
Ecco la grande attrattiva del tempo moderno: penetrare nella più alta contemplazione e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo. Vorrei dire di più: perdersi nella folla, per informarla del divino, come s’inzuppa un frusto di pane nel vino. Vorrei dire di più: fatti partecipi dei disegni di Dio sull’umanità, segnare sulla folla ricami di luce e, nel contempo, dividere col prossimo l’onta, la fame, le percosse, le brevi gioie. Perché l’attrattiva del nostro, come di tutti i tempi, è ciò che di più umano e di più divino si possa pensare: Gesù e Maria, il Verbo di Dio, figlio d’un falegname, la Sede della Sapienza, Madre di casa.
Chiara Lubich

Omelia (05-06-2007)
don Luciano Sanvito
Giusti tributi

A Cesare quello che è di Cesare,
a Dio quello che è di Dio.

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Il mondo lo si vive bene con tutte le sue realtà annesse e connesse proprio quando lo viviamo tributandogli la giusta misura, non evadendo la tassa dell’essere nel mondo, non esagerando nell’appropriarci delle realtà terrene.
La giusta misura dell’appartenenza al mondo ci fa pagare e riscuotere il tributo per essere degni di essere accettati e di accettare a nostra volta il mondo e tutte le sue realtà.
La giusta misura dell’appartenenza al Regno di Dio ci fa essere partecipi nel giusto valore, senza venir meno nel pagare con la vita, né esagerando nell’esaltare un Regno di Dio, ma testimoniando la situazione del Regno di Dio in noi con estrema naturalezza.
Questo è il tributo del Regno di Dio, ricevuto da noi e da donare a Lui.

La cittadinanza equilibrata tra i due Regni: della terra e del cielo, ci fa essere, come dice la lettera a Diogneto:…”nel mondo ma non del mondo”, in quanto paghiamo il tributo e lo riscuotiamo in beni sia in uno che nell’altro dei Regni nei quali ci troviamo a vivere.

Dare a Cesare è un dovere, che ci fa essere pienamente noi stessi; dare a Dio è un diritto, che fa essere pienamente Dio in noi.
MA SE NON DIAMO, SIAMO ANCORA IN BALIA DI NOI STESSI

Omelia (05-06-2007)
Monaci Benedettini Silvestrini
E’ lecito o no pagare il tributo?

Oggi ci lasciamo guidare nella celebrazione da un grande martire: S. Bonifacio nato in Inghilterra nel 673. Fu monaco a Exeter. Creato Vescovo, fu inviato dal papa Gregorio II in Germania dove riorganizzò la vita ecclesiastica, celebrò sinodi, codificò gli adattamenti del diritto ecclesiastico romano alla cultura nordica, fondò l’Abbazia di Fulda, centro di formazione alla vita monastica. Fu assassinato dai Frisoni (Paesi Bassi) il 5 giugno 754. E’ protettore della Germania. La prima lettura ci presenta ancora la storia di Tobi. Egli vive nella sua cecità che accetta con animo forte e fiducioso. Questo non gli impedisce di mostrarsi a volte inopportuno con la moglie Anna che deve andare a lavorare fuori casa per tirar avanti la famiglia. Le è stato regalato un capretto. Tobi rimane sospettoso: pensa che sia stato rubato. Chiede insistentemente alla moglie di restituirlo al padrone… Lei indispettita dai sospetti infondati del marito, lo rimprovera aspramente rinfacciandogli l’inutilità delle sue opere buone, dal momento che il Signore ha permesso che fosse ridotto alla cecità. Sospetti, indelicatezze non primi né ultimi nella vita coniugale… Maggior fiducia e comprensione nelle relazioni reciproche non nocerebbero per la concordia dei coniugi di ieri, di oggi e di domani. Il Vangelo ci presenta ancora una volta il contegno astuto dei nemici del Signore: E’ lecito o no pagare il tributo a Cesare? Gesù comprende l’inganno e si fa mostrare una moneta. “Di chi è questa immagine e l’iscrizione?”, domanda. –”Di Cesare” rispondono. E Gesù pronuncia quella sentenza diventata proverbiale: “Rendete a Cesare ciò che di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. Egli ci insegna così a contribuire allo sviluppo della società civile con il nostro apporto personale senza pretendere che altri paghino per noi, d’altra parte però di riconoscendoci creature di Dio e quindi debitrici a lui del dono della vita e della grazia, di riservare a Lui e Lui solo l’adorazione, la lode, il ingraziamento per quello che siamo e abbiamo.

Omelia (05-06-2007)
Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Tobi, che fin dalla fanciullezza aveva temuto Dio e osservato i suoi comandamenti, non si lamentò contro il Signore per la disgrazia della cecità che lo aveva colpito. Anzi, rimase saldo nel timor di Dio e rese grazie al Signore tutti i giorni della sua vita.

Come vivere questa Parola?
Tobia, l’uomo che “temeva più Dio che il re”, proprio tornando dal suo pietoso e rischioso compito di seppellire gli uccisi, diviene vittima di un banale incidente che lo rende cieco. I parenti e i vicini lo deridono, la moglie esasperata lo insulta. Tutto gli si rivolta contro quasi a convalidare le scettiche parole di chi preferisce seguire la logica del mondo. È un risvolto imprevisto che spiazza non solo i suoi contemporanei, ma anche noi, spettatori di un comportamento divino che ci scandalizza, ogni volta che ci imbattiamo in “Tobia”. Sì, più o meno coscientemente ci attendiamo che Dio sia sempre lì, pronto a intervenire, ad allontanare il dolore la prova. Ci sarà capitato talvolta di cogliere, in occasione di catastrofi o di stragi, l’assurda espressione: Ma Dio dov’era? Un Dio tappabuchi, che deve farsi avanti a fermare la mano omicida, o a porre riparo là dove scelte insane hanno creato disastri ecologici. Tobia batte un’altra strada. La sua fiducia in Dio-Amore non viene scossa, anzi sembra rafforzarsi e purificarsi. Non si chiede: perché proprio a me? Non si lamenta. Di più “rende grazie al Signore”. Nel suo atteggiamento la consapevolezza che Dio è Dio, il “totalmente altro” che non possiamo costringere nei nostri ristretti parametri. Anche là dove la mente deve inchinarsi ammettendo il proprio limite, permane però salda una certezza fondamentale: Dio è Amore, Dio mi ama. E dell’Amore ci si fida. All’Amore non si resiste. All’Amore ci si cede incondizionatamente. Questo è credere!

Oggi, nella mia pausa contemplativa, proverò a mettermi nei panni di Tobia. Richiamerò qualche prova (piccola o grande che sia) che mi sono trovato a vivere e cercherò di rileggerla ponendomi dal suo punto di vista.

Donami, Signore, di non scandalizzarmi di te, ma di lasciarmi conquistare dal tuo amore che si manifesta anche nella prova.

La voce di un padre della Chiesa
Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio». Non vi è disgrazia, non vi sono catastrofi, non vi sono dolori, per quanto inauditi siano, che, quando si soffrono per amor di Dio, non si trasformino in corona di gloria e di speranza.
Oscar Romero

Omelia (06-06-2006)
Monaci Benedettini Silvestrini
A Cesare cio’ che e’ di Cesare, e a Dio cio’ che e’ di Dio

Troviamo in questo passo del Vangelo una delle frasi più celebri di Gesù: “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. Sappiamo quale fu l’occasione di questa frase: volevano solo farlo parlare per metterlo alla prova. Meschinità umana! La risposta di Gesù, vero maestro, amante dell’uomo, offre una soluzione così sapiente e così pratica per la vita, al di fuori di ogni polemica, tanto che gli oppositori “Rimasero ammirati di lui”. La proprietà di Dio è la persona umana, che porta l’immagine divina per l’opera della creazione. Ecco a chi apparteniamo, a chi rendere culto. Da questa verità fondamentale si dipanano tutti gli altri rapporti nella società, pur diversi, ma non in contrapposizione. Gesù dirà a Pilato, che gli minacciava la sua determinante autorità, “Non avresti autorità su di me, se non ti fosse concessa dall’alto”. Tutta la vita di Gesù è stata un ossequio al Padre e nelle cose umane non ha avuto nessun percorso preferenziale, anzi… In questa circostanza a Gesù fanno una domanda politica. Egli da una risposta religiosa. Cercano di invischiarlo in una questione nazionale, ma egli si richiama al regno di Dio. La dominazione straniera anche per lui è un’ingiustizia, perché ama la sua patria e lo dimostra col pianto che fa sulla vicina distruzione di Gerusalemme. Solo in questo momento gli preme distinguere e valutare, sotto la pressione dell’ambigua richiesta, la sovranità dei due ruoli, civile e religioso. Lasciamo che lo Spirito ci illumini secondo la nostra situazione concreta. Troveremo tutti come dare di più a Dio, ciò che è di Dio, come dare meglio a Cesare ciò che è di Cesare.

Omelia (06-06-2006)
Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio.

Come vivere questa Parola?
Un giorno Gesù aveva detto: “Non potete servire due padroni”. Ora sembra contraddirsi e quasi autorizzare una dicotomia a livello pratico. È un po’ quanto si verifica ancora oggi: in chiesa si rende culto a Dio con nuvole d’incenso e a casa sul lavoro a scuola ci si adegua all’andazzo comune “facendo i furbi”. Nulla di più contrario alla mentalità biblica che vede l’uomo come un tutto unitario in cui materiale e spirituale sono inscindibili. Tanto meno si può pensare di attribuire a Gesù una così assurda bipartizione. Torniamo allora alla confusione dei due poteri che ha contrassegnato tanti secoli? L’espressione di Gesù non ci autorizza neppure a questo. Si tratta di recuperare quell’unificazione e quella linearità interiore che tutto riporta al suo centro. Per il credente non esiste Dio e, a fronte, l’idolo di turno. Accogliere Dio quale unico Signore della propria esistenza è impegnarsi a riportare tutto a lui, anche il proprio impegno familiare, sociale, politico. E Dio, certamente, non autorizza il disordine e l’anarchia. Il cristiano riconosce e obbedisce all’autorità debitamente costituita, si impegna per il progresso dell’umanità, ma senza idolatrare nessuno, senza svendere la propria coscienza. Anzi, là dove vedesse conculcati quei valori che negano all’uomo la sua dignità, egli ha il dovere di “rendere a Dio ciò che è di Dio”, e quindi di battersi perché a ogni uomo sia garantita una qualità di vita conforme al suo essere “immagine di Dio”.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, rivedrò il mio “credere”: sono nella linea dell’adesione religiosa segnata da formalismo o nella linea della fede che pone al centro Dio?

Perdona, Signore, tutte le volte che non ho dato a Dio ciò che è di Dio, sotto il pretesto di dare a Cesare ciò che è di Cesare, dimenticando che solo tu sei il garante della libertà e della dignità dell’uomo.

La voce dei primi secoli
I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per costumi. Abitano nella propria patria, ma come pellegrini; partecipano alla vita pubblica come cittadini, ma da tutto sono staccati come stranieri; ogni nazione è la loro patria, e ogni patria è una nazione straniera. Obbediscono alle leggi vi-genti, ma con la loro vita superano le leggi.
Discorso a Diogneto

Omelia (04-06-2002)
Eremo San Biagio
Commento su 2Pt 3,14

Dalla Parola del giorno
Nell’attesa di questi eventi, cercate d’essere senza macchia e irreprensibili davanti a Dio, in pace.

Come vivere questa Parola?
L’attesa riguarda le realtà ultime, quando questa nostra storia finirà, come il fiume che si getta nelle onde di un oceano infinito. E in questo oceano non ci sarà più dolore, non ci sarà più morte. Emergeranno “cieli nuovi e terra nuova” dove la giustizia (ossia la santità, l’armonia del vivere) sarà una condizione stabile, non insidiata di continuo da chi prevarica sugli altri. S.Pietro quindi esorta a vivere questa attesa nell’impegno di una vita intemerata, avendo cura della pace che è premessa e condizione, per i singoli e per i popoli, di una qualità d’esistenza buona e lieta. Siccome questa pace è sempre una scommessa non facile per il nostro modo d’essere “sbilanciato” tra l’aspirazione alla concordia e l’essere tentati a prevaricare sugli altri, S.Pietro ci rassicura. Sì, “la magnanimità del Signore è da ritenersi salvezza per noi”, in quanto, ricorrendo di continuo a lui, otteniamo forza per essere fermi nel fare il bene, costruendo in noi e attorno a noi la pace.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, mi soffermerò proprio a considerare quanto il Signore sia magnanimo nei miei riguardi: quanto preziosi siano i suoi doni di grazia e di amore. E io, come rispondo? Sono pacificato in cuore? Ho atteggiamenti di rispetto e misericordia, parole e tratti benevoli verso tutti? O devo modificare qualcosa che è impedimento alla pace in me e attorno a me?

La voce di un innamorato di Cristo
Un po’ di buona volontà è tutto quello che ci vuole, per guadagnare questo cielo che Gesù vincola all’umiltà, al fatto di farsi piccoli, di prendere l’ultimo posto, di obbedire, alla povertà dello spirito, alla purezza del cuore, all’amore alla giustizia, allo spirito di pace, ecc…
Charles de Foucauld

Omelia (07-03-2000)
Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Secondo la promessa di Dio noi attendiamo nuovi cieli e una terra nuova nei quali avrà stabile dimora la giustizia.

Come vivere questa Parola?
Sempre la speranza teologale è stata una dimensione caratteristica del cristiano. Ma in questa nostra società, ansiosamente protesa ai beni terreni, diventa particolarmente necessario essere assidui e pacifici coltivatori dell’attesa dei “cieli nuovi e terra nuova” che, oltrepassato il valico della morte, ci permetteranno di godere di Dio e, in Lui, di una giustizia che sarà pienezza di ogni bene e assenza di qualsiasi male.
Come realizzare questa attesa?
Pietro risponde con l’esortazione a vivere senza peccato, irreprensibili e in pace tra noi.

Oggi mi eserciterò a sfidare qualsiasi difficoltà, malumore e nervosismo, ripetendomi quel che, con sorridente sapienza, diceva San Giovanni Bosco: “Un pezzo di Paradiso aggiusta tutto!”
E lo farò col cuore certo che “la magnanimità di Dio” io posso ritenerla a favore della mia salvezza (cfr. 2Pt. 3,15).

La parola degli Antichi Padri
La luce della grazia genera la fede, la fede genera la consolazione della speranza e la speranza fortifica il cuore.
Isacco di Ninive

Published in: on marzo 8, 2011 at 5:28 am  Lascia un commento  
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