Omelie giorno 6 Marzo 2011

IX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

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don Mario Campisi (Omelia del 06-03-2011)

Audio commento – Ma sarà vera roccia?

Per essere sintetici al massimo, possiamo riassumere le parole “roccia” così: riconoscersi e accettarsi creature, rifiutando ogni tentazione di potere sugli altri, e impegnandosi a costruire con tutti, anche con coloro che non possono o non vogliono contraccambiare, un rapporto di giustizia, di pace, di lealtà, di misericordia, di generosità e gratuità.Clicca qui per scaricare il commento in formato MP3.

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don Nazareno Galullo (giovani) (Omelia del 06-03-2011)

Basta con queste parabole vecchie!!! Noi costruiamo col cemento armato!

Ma chi è quel matto che costruisce una casa sulla sabbia??? Ovviamente solo un matto, perché io non costruirei mai una casa sulla sabbia. Onestamente noi del XXI secolo siamo abbastanza intelligenti per capire che la casa va costruita sulla roccia. E che sulla roccia non c’è nulla da temere, né venti, né piogge, niente di niente.
Però, adesso mi viene un dubbio: perché mai Gesù fa un paragone del genere.

Mi sono sforzato e alla fine ci sono arrivato: Gesù fa questo esempio non per dire come e dove costruire le case, ma per far capire che sono poco intelligenti quelli che le costruiscono sulla sabbia.
Mi viene in mente a questo punto un tratto di costa dove ci sono cae costruite sulla sabbia, in particolare sul Gargano: qualche anno fa dei signori che avevano abusivamente costruito questa casa “al mare” (praticamente un garage di 20 metri quadri proprio sul mare…) si vantavano di avere “una villa sul mare”.
Beh, che dirvi: una grande mareggiata e glu glu glu… e la casa non c’è più. Era talmente “sul mare” che ora è “nel mare”. Era costruita sulla sabbia.

Ebbene Gesù sa che ci sono stati (già ai suoi tempi) e ci sarebbero stati ai nostri tempi “personaggi” che avrebbero costruito sulla sabbia. E perciò il paragone regge.

Veniamo a noi. Perché Gesù dovrebbe essere attuale con questa “parabola”?
Costruire sulla roccia: Gesù parla di questa realtà per dire quanto è intelligente e bravo chi fa la volontà di Dio, del Padre.
Deduzione: se faccio la volontà di Dio sono come uno che ha costruito la casa sulla roccia. Intelligente e furbo e soprattutto uno che “non crollerà mai”, o meglio, la cui “costruzione” non crollerà mai.
Quindi mi chiedo, chiediamoci: che cosa costruisco con la mia vita? Su quale roccia sto costruendo la mia vita?
E ancora: la mia vita “insegue” la volontà di Dio?
Ma qual è la volontà di Dio?

Fare la volontà di Dio viene talvolta presentato come un “rassegnarsi”. Per esempio: un gran lutto è “volontà di Dio”, rassegniamoci, oppure insegniamo gli altri a rassegnarsi, tanto Dio lo sapeva.
Orbene, carissimi amici… e qui sta il bello: la rassegnazione non è da Dio. Dio non ci ha dato esempi di rassegnazione. Gesù sulla croce non è un rassegnato, ma è uno che dà una virata “perdonando” i suoi uccisori.
Maria sotto la croce non è una rassegnata, ma è addolorata.

Direte voi: hanno fatto la volontà di Dio. Sì, certo. Ma la volontà di Dio non è mica una pianificazione del nostro futuro, quasi fossimo dei burattini con i fili e Lui che dall’alto comanda???? NOOOOOOOOOOOO.
Rinunciate a questa visione egoistica di Dio. La volontà di Dio era che suo Figlio salvasse l’umanità che, a causa della libertà dono di Dio era corrotta… e sarà questa “umanità” che lo mette a morte.

La volontà di Dio è quindi questo sguardo lungo. Dio non ha messo nella sua volontà la voglia di far morire gli uomini con un incidente stradale ma la sua volontà è la vita. Siamo noi poi che “blocchiamo” la vita con una condotta a volte sbagliata, e qualche volta sono addirittura gli eventi…
…e Dio…accetta queste situazioni perché la sua volontà è salvarci e portarci a lui.

Fare la volontà di Dio: fare cioè quella cosa che più piace a lui e forse tante volte non piace a noi.

Diciamoci la verità: a noi, a molti, non piace fare la volontà di Dio….ma solo perché si pensa a un Dio “Manovratore”….
Iniziamo a pensare all’amore di Dio….un AMORE GRANDE GRANDE!

Dio vi benedica. Alla prox.🙂

don Marco Pedron (Omelia del 06-03-2011)

Qualunque vento è….

Le parole del vangelo di oggi chiudono il Discorso della Montagna (5-7). Matteo è l’evangelista che più di tutti mette in guardia i suoi lettori dai falsi profeti. Prima di questo vangelo infatti dice: “Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci” (7,15). Mt dice: “Attenti, il pericolo non sta solo fuori ma anche dentro”. Non tutti quelli che vi parlano di Dio vengono da Dio; non tutti quelli che sono “di Dio” vengono da Dio. State attenti.
Perché dice questo? In Israele vi erano i profeti di corte. Erano funzionari dei potenti di turno e stipendiati da loro. Ma poiché la loro vita era sostenuta dai potenti, loro stessi sostenevano i potenti. Godendo presso il popolo di autorità divina, cosa facevano? Coprivano “religiosamente”, cioè con giustificazioni religiose e teologiche, tutte le malefatte, gli orrori e le ingiustizie dei potenti.
Contro i profeti di corte si scagliarono i (veri) profeti di Israele. Ezechiele disse (Ez 22,28): “I loro profeti hanno come intonacato tutti questi delitti con false visioni e oracoli fallaci e dicono: “Così parla Dio, il Signore”, mentre in realtà non ha parlato affatto”.
E quando i falsi profeti di corte sostennero di allearsi con l’Egitto per scrollarsi di dosso il giogo dei Babilonesi, il profeta Geremia (voce unica e inascoltata) predicò il contrario (quello cioè di non opporre resistenza ai Babilonesi; Ger 42,11) ma non fu ascoltato. E quali furono le conseguenze? Le conseguenze furono tragiche: Gerusalemme presa, il tempio distrutto, il popolo deportato (Ger 52).
E questo ci ricorda che non basta dire: “Ma io ho fatto quello che mi è stato detto!; ma a me hanno detto così; ma la chiesa dice questo; ma c’è scritto così!”. Non ci si può giustificare: bisogna verificare di persona chi lo dice e se è attendibile ciò che dice.
Ci sono tre bambini che giocano: Marco e Matteo (di tre anni) e Luca fratello di Matteo (cinque anni). Marco ha in mano un suo giocattolo e Matteo glielo prende con forza e glielo rompe. Marco allora ci sta male e si riprende il giocattolo (chiaramente usa un po’ di forza ma senza far del male a Matteo). Matteo, perso il suo giocattolo, va nella stanza vicina dove ci sono le mamme che parlano in lacrime: “Marco mi ha dato le botte; Marco mi ha preso il giocattolo e mi ha fatto male”. Arriva Luca e dice: “Sì, è vero, l’ho visto anch’io che Marco gliele ha date!”. La mamma di Marco, allora, si alza e sgrida Marco. Ma non era vero! Non erano andate così le cose!
1. Bisogna sempre verificare. 2. Non è detto che la maggioranza abbia ragione.
E che criterio utilizzare per riconoscere i veri profeti da quelli falsi? Perché non sarà semplice vedere la differenza; perché sarà facile confondersi; perché un falso profeta non vuole essere riconosciuto; perché un falso profeta – forse – neppure lui sa di essere “falso” ma si crede anzi un vero profeta.
Gesù dà un criterio semplice: “Dai loro frutti li riconoscerete” (7,16). Ma i frutti non sono “le opere”, le cose fatte. Perché forse alcuni di questi potranno addurre di aver fatto grandi cose: “Profetato in tuo nome, perfino scacciato demoni e compiuto miracoli” (7,21). Oggi potremmo dire: “Chiese piene; considerato un grande santo e una grande asceta; un uomo che pregava sempre, ecc.”. Non è detto! Forse, ma non è detto. State attenti!
Gesù dirà questa cosa proprio degli scribi e dei farisei: “All’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume” (23,27).
“Dai frutti li riconoscerete” è un criterio più profondo: “Se un albero è buono produce frutti buoni; se è cattivo, ovviamente produce frutti cattivi” (7,16-20). Cioè: se uno ha la vitalità dentro questa esce. Ma se non ce l’ha non esce e non la senti. Se uno ha un cuore grande, pieno d’amore vero, di rispetto, di non giudizio, lo senti, lo percepisci. E se senti durezza, giudizio, rabbia, intransigenza, semplicemente vuol dire che dentro è così.
Perché come uno è dentro così è fuori. Non si può dare ciò che non si ha. Non si può produrre ciò che non si è. Se sei un melo produci mele e se sei un ciliegio produci ciliegie. Così se dentro sei per-dono doni perdono, se sei pace doni pace, se sei elasticità doni elasticità, se sei apertura doni apertura. Non si può dare ciò che non si ha (che non si è). Quello che sei (albero) passa, esce (frutti).
Se dentro hai la vita, la trasmetti, ti esce dalla bocca, dagli occhi, dalle parole, dai gesti, da ciò che dici e da ciò che non dici, da ciò che fai e da ciò che non fai.

Gesù dice: “Non vi ho mai conosciuti, allontanatevi da me operatori di iniquità” (7,23). “Non vi ho mai conosciuti” è un “no” secco, radicale, deciso; non abbiamo nulla in comune.
“Operatori di iniquità”: in ebraico le iniquità (‘awen) sono designate le pratiche magiche (Nm 23,21.23; 1 Sam 15,23). Ecco cosa danno: seduzione, magia, illusione, abbagli, ma non c’è niente di vero.
Gesù dirà dei farisei e degli scribi: “All’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume” (23,27). Chi è morto non può passare la vita.
Il vero profeta, dice Gesù (che ha la Vita in sé), ti tira fuori la tua vitalità, ti aiuta ad essere più te stesso, più radicato, più autonomo, più libero; il vero profeta tocca le corde della tua anima e le fa risuonare.
Le parole del profeta ti aiuteranno a diventare una roccia, forte, a diventare te stesso e ad andare per la tua strada; un falso profeta vorrà conformarti, tenerti legato (in nome di Dio!), renderti dipendente a qualcosa.
Il vero profeta ti dirà: “Vai”, quello falso: “Resta”. Il vero: “Ascolta il tuo cuore, scegli e prenditi le tue conseguenze”, quello falso: “Ascolta me; si fa così! “. Quello vero: “Sii vero e fedele a te stesso”, quello falso: “Non si può fare quello che si vuole; ci vogliono i compromessi; bisogna adattarsi”. Quello vero: “Osa la tua vita”, quello falso: “Stai attento, meglio non rischiare troppo”. Quello vero: “In ogni caso io ci sono”, quello falso: “Te l’avevo detto, potevi pensarci prima”.
Il bellissimo libro “Il gatto e la gabbianella” termina proprio così: “Vola solo chi osa farlo”. Il vero profeta vuole farti volare anche se lo abbandonerai, perché non ha bisogno di te. Il falso ti tiene in gabbia perché invece lui sì che ha bisogno di te.
In una Diocesi c’è un sacerdote che i suoi confratelli chiamano “il matto”. Lui vive, disperso sui boschi, senza riscaldamento né luce. Forse è un po’ strano, eppure la gente va da lui e lui la accoglie. Non fa grandi cose o grandi discorsi, lui li ascolta, sa entrare nel loro cuore, non li giudica e riesce con il suo sorriso e con i suoi occhi luminosi dargli una speranza. Non tira fuori tanti discorsi religiosi, a volte neppure nomina “il Signore”, ma non è importante che lo nomini perché si respira che Lui è lì.
Una persona che è tornata mi ha detto: “Non ti parla di Dio: lo respiri!”. Con alcune persone è proprio così! Su di una casa di campiscuola c’è la frase: “Non cercare Dio, ci sei immerso!”. Ma se dentro hai la morte, puoi sforzarti di nascondere tutto questo, ma la passi, non c’è niente da fare.
Sono in auto con una persona. Questa persona mi parla dell’amore, della tolleranza, dell’integrazione delle culture. Poi “uno di colore” gli taglia la strada e lui istintivamente con una rabbia feroce: “Tornatevene a casa, sporchi negri!”. Poi si è scusato vedendo la mia faccia allibita: troppo tardi!
Sono stato ad un incontro dal titolo: “Far fiorire l’amore”. Si è parlato un sacco “dell’amore”. Poi una persona ha fatto una domanda sui divorziati e uno dei relatori, sottovoce (ma il microfono era acceso), ha detto: “Potevano pensarci prima!”. Ognuno passa quello che è; ognuno trasmette ciò che ha dentro: “La bocca parla dalla pienezza del cuore”.

E Gesù dice pure: “Attenti a quelli che dicono sempre “Signore, Signore””, a quelli che hanno sempre in bocca Dio e che lo tirano fuori da tutte le parti.
Mio nonno diceva: “La lingua batte dove il dente duole”. Come la lingua involontariamente torna a toccare il dente dolorante e ne risveglia subito il dolore, così pensieri o discorsi che tornano sempre sui soliti argomenti, che insistono sempre su certi temi ne rivelano, che lo vogliamo o no, un problema.
Avere in bocca “Dio” e parlare sempre di Lui non vuol dire essere suoi discepoli. Con il nome di Dio si può fare di tutto. I nazisti avevano l’iscrizione “Dio è con noi” nei loro elmi. Quando un genitore picchia suo figlio, lo fa – dice lui – sempre “per amore” (!?).
Dov’è la menzogna? Non “nel tuo nome”, ma “con il tuo nome”. Si può parlare di Dio o si può utilizzare “Dio” per i nostri scopi. Una storia narra di un frate missionario che arrivò nelle lontane terre dell’Asia. Qui si imbatté in una tribù che non credeva in Dio. Pensavano che ogni cosa fosse Dio; per cui, questi selvaggi, pregavano l’albero prima di tagliarlo; pregavano lo spirito del bue prima di ucciderlo; non uccidevano nessun animale se non per lo stretto necessario del cibo; rispettavano tutte le creature e tutte le culture, pur avendo la loro; erano felici e spesso di fronte al sole che scendeva o si alzavano cantavano al Dio Sole. “Ma – diceva il frate missionario – non hanno Dio”. Così li istruì lui. Gli spiegò la Bibbia e i dieci comandamenti; li costrinse a imparare il Padre Nostro e le preghiere; per fare la Comunione dovevano essere in grazia e professare al fede cattolica. Dopo alcuni anni tutti furono battezzati e tutti erano cristiani. Ma nessuno di loro fu più felice, come prima di conoscere Dio!

Poi Gesù continua dicendo: “Chiunque ascolta queste mie parole” (7,24). Ma quali parole? Sono le parole del Discorso della Montagna. Se le ascolti e le vivi (le metti in pratica), allora diventi saggio perché queste parole ti forgiano, ti plasmano, ti radicano. Allora le parole non sono più parole ma vita.
Se invece le ascolti ma non attecchiscono dentro di te, allora sei stolto. Allora le parole rimangono parole e alla prima difficoltà sarai spazzato via. Hai ascoltato il vangelo, hai letto la Bibbia, ma sono rimaste parole, non ti hanno modificato, non hanno prodotto niente in te, non ti hanno nemmeno scalfito: parole, fumo!
La differenza tra l’uomo saggio e quello stolto sta nel fatto che lo stolto solo “ascolta” le parole, mentre il saggio le “ascolta e le mette in pratica”.
Metterle in pratica vuol dire che queste parole lo trasformano, lo cambiano, diventano la sua vita. Perché il vangelo non è un libro di Dan Brown, ma un’opera di conversione. La Buona Nuova (eu-anghelion, vangelo=buona-nuova) vuole farci nuovi, altrimenti non è buona.
Il vangelo, come ti ha cambiato la vita? Te l’ha cambiata? Su cosa ti fa diverso? Cosa ti dà? Perché se il vangelo rimane un libro non serve a niente. Il vangelo è una persona (Gesù Cristo).
La domenica a messa, queste parole, ti entrano? Ti toccano? Ti emozionano? Producono qualcosa? Ti mettono in crisi? Ti aprono nuovi scenari? Ti danno luce? Insomma, succede qualcosa in te o no?

La prima roccia: il vangelo. Tornare al Gesù storico altrimenti facciamo filosofia su Gesù. La fede cristiana si basa sul vangelo: il resto dovrebbe venire da lì.
Ogni sera, quando il guru si sedeva per adorare, il gatto dell’ashram si cacciava fra i piedi degli oranti e li distraeva. Perciò egli ordinò che il gatto fosse legato durante l’adorazione serale. Dopo la morte del guru, il gatto continuò ad essere legato durante l’adorazione della sera. E quando il gatto morì, un atro gatto fu portato nell’ashram per essere debitamente legato durante l’adorazione serale. Qualche secolo dopo i discepoli eruditi del guru scrissero dei dotti trattati sul significato liturgico dell’usanza di legare un gatto durante l’adorazione. Vi fa ridere? C’è da piangere a pensare a tutto quello che facciamo semplicemente perché lo abbiamo sempre fatto o perché non ci poniamo la domanda se abbia ancora senso.
La Chiesa oggi, a volte, è troppo impegnata su riforme pastorali, liturgiche, sull’aggiornarsi e sull’essere al passo dei tempi. Buono, certo, ma se non si scopre e se non si conosce veramente chi era Gesù, cos’ha vissuto, fatto, sentito, allora rischiamo di annunciare un Gesù che non è evangelico.
C’è bisogno di riprendere in mano il vangelo, di conoscere storicamente chi fu Gesù, cosa fece e cosa visse. Perché pensiamo di saperlo, ma quando poi lo si fa’, le persone dicono: “Ma non sapevo tutto questo!”. Gesù può essere seguito solo se può essere amato. E il Gesù del vangelo non si può non amare perché è troppo figo, grande, intenso, divino, umano. Ma Gesù è un’altra cosa dall’idea che abbiamo su Gesù.
Il Gesù del vangelo non è come quello che noi abbiamo in testa. Gesù stesso dirà: “Beato colui che non si scandalizza di me” (11,6). Gesù non è nato a Betlemme e Maria non ha mai cantato il Magnificat; la moltiplicazione dei pani non è stata un miracolo di Gesù a partire da cinque pani e due pesci e Gesù non ha mai camminato sopra le acque; i miracoli di Gesù vengono dalla sua umanità più che dalla sua divinità (quindi sono qualcosa che tutti noi possiamo fare!) e le apparizioni sono visioni interiori e non esteriori, ecc.
Lo sapevate che Gesù è stato aggressivo, in certi giorni depresso, in altri felice da toccare il cielo; ha provato odio e sdegno; ha sbagliato e si è dovuto ricredersi; anche lui si è messo in fila per la conversione dei peccati nel fiume Giordano, anche lui è cresciuto nell’esperienza e conoscenza di suo Padre, ecc.?
In una notte nera alcuni uomini si imbatterono in qualcosa. Non si vedeva proprio nulla. Quando non c’è la luna nella savana non c’è nessuna luce, è buio pesto. Uno disse: è grande e stabile, qui siamo al sicuro, è certamente una roccia. Un altro disse: qui c’è un ramo lungo, è certamente un albero, mi metterò a dormire qui. Un altro disse: qui c’è qualcosa di morbido, è certamente un po’ di terra umida, io mi sdraierò qui. Tutti avevano conosciuto qualcosa, una parte, ma si erano fermati lì. Non avevano capito che quello era un grande elefante, che stanco della loro presenza, mentre loro dormivano, si alzò e li schiacciò.
Se non si conosce il vangelo, il Gesù della storia, si può dire di tutto su di lui, ma non è Lui.

La seconda roccia: le radici. Il vangelo è chiaro, quasi ovvio visto che lo sappiamo tutti: una casa sulla sabbia per definizione non può tenere. Non ha fondamenta, non ha radici, non ha radicamento: alla prima tempesta non terrà. La forza di un albero sta nelle sue radici. Non in ciò che si vede ma in ciò che non si vede. Nessun albero può essere più forte delle sue radici.
Nella mia via di Padova (via Facciolati), quand’ero piccolo, ogni tanto cadeva un albero. Alberi enormi, alti, possenti, imponenti, forti, ma dalle radici striminzite. A me sembrava strano ma era ovvio. Non ciò che sembra fuori, ciò che appare, ma ciò che uno è dentro, questo è decisivo nella vita. La forza è dentro.
Quanti matrimoni iniziano con i propositi (veri) migliori! Veramente gli sposi si amano e veramente farebbero di tutto per il partner; non c’è bugia in ciò che dicono, ma non c’è profondità. E così poi nel tempo, dopo qualche anno si spegne tutto e si “tira avanti”.
Quanti giovani passano per le parrocchie: animatori bellissimi, pieni di energia, di simpatia e di risorse. Ma basta una difficoltà, basta una delusione, al primo scontro lasciano. Non riescono a tenere, non hanno radicamento, risorse, per affrontare le tempeste della vita. E quando arrivano, sono neve al sole, foglie al vento.
Quante persone hanno iniziato cammini veri e profondi in maniera entusiastica: “Andrò fino in fondo; non lo mollerò mai; è la svolta della mia vita”. Ma non hanno resistito.
A certe persone potresti prevedere il futuro: non che tu sia chiaroveggente, ma semplicemente vedi. Se hai due litri di benzina è ovvio che non arriverai a Bologna. Lo sanno tutti. In certe situazioni non c’è carburante sufficiente per cui è semplicemente ovvio quel che succede.
Quando inizio qualcosa mi devo chiedere non solo se lo voglio, ma anche se ho la capacità di sostenere ciò che scelgo. Non solo se lo voglio ma anche se lo posso. Perché se le radici non sono profonde, anche se lo desidero in realtà non lo posso.
Ai nostri ragazzi non dobbiamo risparmiare le fatiche e le frustrazioni. La fatica dello studio ti radica che qualunque cosa ha bisogno di fatica, impegno e lotta. Oggi è lo studio, ma domani sarà la relazione con il partner o l’affrontare le proprie questioni.
Le frustrazioni dello stare insieme (invidie, gelosie, competizioni, separazioni, preferenze) non si possono evitare: i nostri ragazzi devono imparare a reggere la normale sofferenza delle relazioni. Perché altrimenti, se non sono radicati e forti, cosa capiterà quando la ragazza li lascerà? Che capiterà al primo tradimento? Che accadrà alla prima separazione?

Gli eventi per entrambe le case, sono gli stessi: “Cade la pioggia, straripano i fiumi, soffiano i venti”. Tutti noi dovremo affrontare dei venti contrari nella nostra vita. Nessuno di noi ne sarà sottratto.
Crisi personali: quello che prima ti andava bene, adesso non ti va più e ti fa angosciato o triste. Crisi di coppia: l’amore che prima ci riempiva il cuore adesso non ci riempie più. Crisi religiose: prima Dio era l’appiglio sicuro e adesso non lo senti più vicino, non ti fidi più neanche di Lui. Eventi difficili: perdi il lavoro, sbagli un investimento, vieni tradito dagli amici o dai parenti. Eventi luttuosi: ti muore il padre o la madre, il coniuge, un amico; una separazione, un divorzio. Alcune persone vivono sperando di essere preservate dalle intemperie della vita. Ma non è possibile. Anche se fai di tutto per evitare le tempeste (che vuol dire non vivere) saranno loro a raggiungerti. Gli eventi duri, difficili, dolorosi, ostici, sono le grandi occasioni, le opportunità, che abbiamo per crescere come persone oppure possono essere la disfatta della nostra vita.
Cos’è che fa la differenza nella difficoltà? Conta dove sei radicato. Conta cos’hai dentro. Conta se hai costruito sul “niente” (te la sei solo raccontata) o sulla roccia.
Un uomo a cinquant’anni si è accorto di aver vissuto una vita non sua. Lui amava la musica, l’arte e il pianoforte. Ma non ha mai sviluppato niente di tutto questo. Che si fa? La casa sulla sabbia dice: “Ormai, a cinquant’anni!? Nella prossima vita. Sarebbe stato bello…”. Invece lui è andato a scuola di pianoforte. Non sarà mai Ludovico Einaudi o Giovanni Allevi. Ma ogni anno, il giorno del suo compleanno, per i suoi amici, organizza un concerto di pianoforte. E siccome è diventato abbastanza bravo, quest’anno farà il concerto con un violino.
Non è ciò che succede fuori che è grave; è ciò che hai dentro che determina la drammaticità o meno di una cosa.
Il figlio quindicenne viene scoperto a “smerciare” spinelli e cocaina. La casa sulla sabbia dice: “E’ finito in brutte compagnie! (Possibile!) Che figlio disgraziato! Che vergogna! Ci vorrebbe la pena di morte per quelli che importano la droga, ecc.”. La casa sulla roccia dice: “C’è un problema, non facciamoci terrorizzare, affrontiamolo”. La casa sulla roccia viene scossa da una cosa del genere (e come non potrebbe!) ma non viene portata vita.
Anni fa due uomini sono rimasti chiusi, per sbaglio, in una cella frigorifera. Il primo è andato in panico: “Senti che freddo che fa’, moriremo assiderati, oddio”. E, infatti è morto assiderato. Il secondo, invece: “Ma non sento tanto freddo! E se non c’è freddo non moriremo affatto”. E, infatti, non morì perché la cella frigorifera era spenta.
Il problema non sono le tempeste della vita ma le nostre radici. Qualunque vento è pericoloso per chi non ha radici e qualunque bufera è affrontabile per chi ha radici. Non vivere evitando le tempeste (tanto non è possibile). Costruisciti radici forti e radicate e nessuna tempesta ti farà allora paura.
Una ragazza, in un villaggio di pescatori, restò incinta. I suoi genitori la picchiarono finché non confessò chi era il padre: “E’ stato il maestro zen che vive nel tempio fuori dal villaggio”. I suoi genitori e tutti gli abitanti del villaggio si indignarono. Una volta nato il bambino, accorsero al tempio e lasciarono il neonato ai piedi del maestro zen. Gli dissero: “Sei un ipocrita, questo bambino è tuo! Prendine cura!”. Il maestro zen si limitò a replicare: “Va bene! Va bene!”. E diede il bambino ad una donna del villaggio perché lo svezzasse e lo accudisse, facendosi carico delle spese. In seguito a questo fatto il maestro perse la propria reputazione, i suoi discepoli lo abbandonarono, nessuno andò più a chiedergli consigli, e questo durò per alcuni mesi. Quando la giovane vide tutto ciò, non sopportò questa situazione e raccontò a tutti la verità. Il padre del bambino non era il maestro, ma il figlio del vicino. I suoi genitori e tutti gli abitanti del villaggio, tornarono al tempio e si gettarono ai piedi del maestro zen. Implorarono il suo perdono e chiesero che restituisse loro il bambino. Il maestro restituì il bambino e si limitò a dire: “Va bene! Va bene!”.

Pensiero della Settimana

La verità vi libererà sconvolgendovi.
(Swami Beyondananda)

don Giovanni Berti (Omelia del 06-03-2011)

Cristiano: nonsoloparole…

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La casa sulla roccia… la casa sulla sabbia.
Non c’è apparente distinzione tra le due costruzioni, sembrano uguali, anzi lo sono forse, viste dall’esterno o ad una rapida visita interna.
La casa rispecchia la famiglia che l’abita, ne è il simbolo. E anche le famiglie in fondo, viste dall’esterno, sono uguali a tante altre, come quelle della pubblicità, in un apparenza esterna che nasconde però profonde diversità.
Mi viene in mente un simpatico finto-spot in stile “pubblicità progresso” dell’attrice comica Paola Cortellesi. In questo spot ironico sulla laicità “nuovo flagello” che ammala la società contemporanea, ad un certo punto vengono mostrate due foto di due famiglie numerose. All’apparenza sono identiche se non per i volti e i vestiti diversi. “Una di queste due famiglie è laica”, dice con voce seriosa la Cortellesi, “l’altra non lo è. Riuscite a distinguerle?”. Ovviamente la risposta è “no”. Con questo voleva far sorridere affermando ironicamente che i laici, “flagello” della società non più religiosa, si stanno insinuando nella nostra società e la ammalano di laicità.
Le due famiglie sono uguali e nessuno sa dire quale delle due è una famiglia cristiana e l’altra no. E’ forse dalle croci sul collo, dai quadri religiosi appeni in salotto o dalla frequentazione domenicale della messa che si può dire che la famiglia è profondamente religiosa? Uscendo dall’ironia del finto-spot, mi domando davvero che cosa fa delle nostre case delle case cristiane. E come pastore di una comunità parrocchiale, mi domando che cosa rende la mia parrocchia una comunità davvero evangelica secondo il progetto di Gesù. E infine chiedo a me stesso che cosa mi distingue da un laico, che cosa fa di me un vero discepolo che non solo si dice cristiano, ma lo è per davvero!
Non è certamente la gara a chi ha il campanile più alto, la processione più lunga o il maggior numero di messe domenicali a fare di una parrocchia una parrocchia esemplare rispetto ad un’altra.
“Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” dice con forza Gesù, al termine del suo lungo insegnamento sulla montagna delle beatitudini.
E aggiunge alla fine: “chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia…”.

Queste parole che se messe in pratica sono come roccia per la propria casa, sono quelle del vangelo, sono le parole che non sono rimaste vaghe e rimbombanti negli orecchi, ma sono scese nella vita concreta di Gesù stesso prima di tutto.
Lui per primo non è rimasto nei cieli, ma si è fatto carne, sangue, gesti e vita concreta! Gesù stesso ha scelto di fare la volontà del Padre suo che è nei cieli, ed è diventato modello di vita saggia, solidamente ancorata alla roccia dell’amore, pronta al sacrificio che produce vita.
Forse per molti contemporanei di Gesù la morte in croce è la prova che gli insegnamenti di questo maestro galileo erano instabili come la sabbia. Ma è vero il contrario. Questo ci insegna la fede, e su questa fiducia poggiamo la nostra casa, la nostra vita, le nostre famiglie e l’intera comunità cristiana.
Gesù ha mostrato la propria identità e origine non tanto con le parole, dicendo: “Signore Signore… sono io!!”, ma lo ha mostrato pian piano nella concretezza delle sue scelte e nella decisione di non sottrarsi alla morte in croce, segno concretissimo di amore suo e del Padre. Gesù ha accompagnato indissolubilmente gli insegnamenti ai gesti, le promesse ai fatti… Non aveva un cartellino o una crocetta sul bavero della veste che ricordasse chi era, ma glielo si leggeva chiaro nella vita.
Cosa mi distingue dunque da un non cristiano? Dalla roccia sulla quale poggio la mia vita, che è la scelta di far diventare vita concreta gli insegnamenti di Gesù, di fare come lui. Sento che è una scelta saggia, e conosco tanti che mi hanno testimoniato quanto sia saggio fare del Vangelo il programma di vita concreta, di oggi… di questo momento!

“Bella la preghiera che nella celebrazione della messa precede le letture, la colletta:
“O Dio, che edifichi la nostra vita
sulla roccia della tua parola,
fa’ che essa diventi il fondamento
dei nostri giudizi e delle nostre scelte,
perché non siamo travolti dai venti delle opinioni umane,
ma resistiamo saldi nella fede. ”

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padre Ermes Ronchi (Omelia del 06-03-2011)

Assomigliare a Gesù nel quotidiano

La gente ascoltava Gesù e capiva. Capiva che per entrare nel suo sogno (il regno dei cieli è il mondo co­me lui lo sogna) non serviva­no lunghe preghiere, né le formule esatte dei dottori in teologia: non chi dice Signo­re, Signore. Che bastava per­correre una strada più libera e viva: fare la volontà del Pa­dre. Volontà di Dio è la mia impotenza avvolta dalla sua onnipotenza, che nessun uo­mo sia solo, che ognuno fio­risca a immagine di Dio, che abbia compagni d’amicizia e di festa, che sia creativo, libe­ro e ostinato nell’amore.

Signore, abbiamo profetato nel tuo nome, scacciato demòni, compiuto prodigi. Ma io dirò loro: Non vi ho mai conosciuti. Voi non po­tete entrare.

Non entrano quelli che si vantano dei loro meriti, che si giustificano da sé, così indaf­farati nel fare, da aver di­menticato l’essenziale. L’es­senziale è dentro queste pa­role: non vi conosco. Dio cer­ca in me ciò che ben cono­sce: un riflesso almeno del suo amore.

Conoscere nella Bibbia è un verbo carico di potenza e di intimità, vuol dire incontra­re, toccare, stringere, evoca l’incontro dell’uomo e della donna quando si amano e ge­nerano vita.

Non vi conosco: avete procla­mato Cristo, avete venerato Dio, ma è rimasto esterno a voi, non c’è stato quel com­baciare profondo, quello «stringiti in me, stringimi in te» ( Testori), l’osmosi, lo scambio di vita.

Quanta gente straordinaria è lasciata fuori: profeti, esorci­sti, taumaturghi! Ma il Van­gelo non chiede cose ecce­zionali. Noi diciamo: beati i profeti. Lui ha detto: beati i poveri. Noi: beati quelli che fanno miracoli; Lui: beati quelli che fanno misericordia.

Non nello straordinario, ma nel quotidiano noi assomi­gliamo a Cristo, in un bic­chiere d’acqua fresca offerto, in un pezzo di strada fatto con chi ha paura, in una lacrima asciugata. In gesti come quel­li di Gesù: quante volte si fer­ma, solo perché qualcuno lo chiama. Si ferma e si gira, non lo vediamo mai proget­tare grandi opere, ma ascol­tare, imporre le mani, tocca­re occhi, orecchi, labbra, spezzare il pane, entrare nel­le case, sedere a mensa.

Vale per noi tutti: meno ope­re e più gesti.

E poi c’è il terzo momento del Vangelo: la parabola delle due case. Una fondata sulla roc­cia, l’altra sulla sabbia.

Chi non costruisce le sue re­lazioni sull’amore, costruisce sul nulla. Chi edifica sull’a­more non avrà una vita più facile, una famiglia senza pro­blemi: strariperanno fiumi, soffieranno venti per gli uni e per gli altri. Non una vita semplificata, ma una esi­stenza nella consistenza, con più gioia, con radici salde, che combaciano con la roccia, u­na debolezza ma avvolta d’onnipotenza.

padre Mimmo Castiglione (Omelia del 06-03-2011)

Uragani, speculazione edilizia e via!

Tante foglie, poca radice?
Solo apparenza? Confusione?
Per abbagliare gli occhi e disorientare?
I frutti? Assenti?
Come l’ipocrita che mostra ciò che manca dentro?
Che prega ritto altero e senza commozione?
Che dice d’obbedire d’andare a lavorare,
ed invece rinnega dopo, rifiutando di collaborare?
Negletti scandalizzano. Ciarlatani!
Non aver saputo aspettare operando costanti.
Come le ragazze stolte, che pigre senza odore,
consapevoli cadono vittime del torpore.

Tutto il resto, gli insegnamenti, le parole,
lasciano il tempo che trovano,
se tutto rimane tale e quale,
senza prospettiva, senza interesse né valore.
Non bastano i propositi, fioretti e miracoli,
o liberare dal maligno, guarire malattie,
annunciare o invocare il Nome.
Non sono sufficienti le intenzioni,
se poi si percorrono spaziose vie
che conducono alla perdizione,
impedendo l’accesso al Regno.

S’esorta dunque all’impegno, deplorando il rilassamento.
Volontà del Padre? Adempiere, eseguendo le parole.
Non si teme allora naufragio,
d’essere travolti dai flutti delle avversità,
d’essere investiti dall’onde delle prove.
Per chi aderisce solo superficialmente, rovina!
C’è poco da fare! È importante la scelta del terreno.
Colpisce la sua dottrina. La stessa di prima. Ma nel suo Nome!
Impressiona per come la dispiega, il modo.
Entusiasma la sua persona.

Per sette giorni s’interrompevano i rapporti tra il rabbino ed i discepoli inadempienti,
con la formula: io non vi ho mai conosciuti. Scomunicati!

Anche Gesù dice altrettanto a quanti dicono ma non fanno, ai disobbedienti,
a quanti non osservano il comandamento dell’amore, rifiutando di servire il prossimo.
Il Maestro invita i suoi a non disattendere, li esorta ad essere operatori!

Che delusione, che tristezza, esser trattati come degli estranei!
Aver pronunciato belle parole ed aver compiuto miracoli
non significa aver fatto la volontà del Padre!
Non basta il conoscere e l’agire, la gnosi ed il fare.
Si può essere condannati non per aver fatto le opere buone,
quanto piuttosto per esser stati distanti da Dio e non averlo accolto nel cuore.
Vantarsi di conoscere Dio e vanagloriosi esibire il proprio operato,
è ostentazione d’autosufficienza, presunzione ed arroganza.
Non si presenta la lista delle buone opere, credendo dia diritto al Regno.
Niente privilegi, nessuna garanzia. Quello che è importante è obbedire,
affidandosi, abbandonandosi, impegnandosi sulla parola del Maestro.

Una dannazione! Aver sprecato tempo, la propria vita,
illudendosi d’aver creato un rapporto, una relazione. Ed invece niente!
Non bastano certo le belle parole per esser certi d’essere in comunione.

Il Signore Gesù invita a non pronunciare il suo nome invano
credendo di fargli piacere, quando alle parole non seguono i fatti.
Come il servo obbedisce al suo padrone, così il discepolo
deve mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti dal Maestro, nuovo Mosè,
se vuole esserne davvero testimone, rendendo la parola efficace,
compiendo il bene. E questa è la volontà di Dio.

Non servirsi del Suo nome per buttarsi giù dal pinnacolo,
per dare spettacolo ed apparire, tentando il soccorso divino.
Ma rispettarlo, temerlo, accogliendolo nella mente e nel cuore,
nei pensieri e nei sentimenti, aderendogli nelle operazioni delle mani,
e non essere iniqui piegandolo all’amor proprio ed ai propri fini.

Ultime avvertenze! A conclusione del discorso della montagna
della pianura una lezione d’ingegneria, che a quanto pare,
in riferimento a ciò che è più importante, conta più dell’architettura.
In Palestina non c’era bisogno di fondamenta, le case bastava costruirle sulla roccia.

Si paragonano gli uomini agli edifici,
che all’apparenza possono apparire uguali, ed invece?!
Hanno valore quando nella prova reggono,
se resistono alle tormente, agli uragani.
Costruire sulla roccia non elimina le bufere!

Ascoltare mettendo in pratica è come costruire casa sulla roccia.
Passare illesi nel giudizio finale. Roba da saggi!
Alberi buoni producono frutti buoni.
Si estraggono cose buone dal tesoro di un cuore privo di cattiveria.
È da stolti, invece, lasciare che il sapere il parlare, sovrasti il fare l’agire.
È come edificare sulla sabbia. Tanto fumo e niente arrosto, potremmo dire.

L’invito dunque è d’esser sapienti. Non è necessario impressionare.
Edificare sulla pietra viva: il Cristo!
E non sulla sabbia delle inconsistenze e delle illusioni.
Non sul terreno sbriciolabile del sentimentalismo e delle mode,
o delle tradizioni e del folklore.
Non sulla rena della ricchezza e del potere
o sul fango della violenza e della sopraffazione.

E sulla Roccia poi, con le opere buone,
innalzare pareti che proteggano dal vento,
costruire il tetto per difendersi dal freddo.

PREGHIERA

Pietà di me Signore, scelgo la strada facile, che quasi mai è la migliore.
Affascinato dalle meravigliose facciate di palazzi senza fondamenta,
conscio della loro bellezza solo esteriore,
non mi faccio scrupolo d’entrare e risiedervi,
consapevole del crollo da un momento all’altro.

Pietà o Dio, se non ho posto nella mia mente le tue parole,
se non le ho tenute presenti nelle mie mani nelle azioni,
se non ho lasciato che illuminassero i miei desideri,
se le ho pronunciate senza che fosse coinvolto il cuore.
Pietà se più che fare ho preferito dire.

Pietà della mia incoerenza, della mia infedeltà.
Pietà della mia autosufficienza quando ho creduto di salvarmi da solo.
Pietà per aver rifiutato la tua buona notizia: il dono.
Pietà della mia arroganza e della mia presunzione.

O Dio, mia rupe, aiutami a costruire sulla tua parola.
I miei filatteri quasi mai sono stati veramente segni!
Possa aderire sempre alla tua volontà, credere in te,
averti come pendaglio tra gli occhi, punto di riferimento,
appoggiarmi il cuore, per essere erede della tua benedizione.

Ileana Mortari – rito romano (Omelia del 06-03-2011)

Non chi dice: Signore, Signore, ma chi fa la volontà del Padre

Siamo al termine del Discorso della Montagna matteano. L’evangelista tira le fila e mostra chiaramente come la proposta evangelica non vada assolutamente ridotta a un insieme di belle parole, ma necessiti di una coerente applicazione nella vita.

vv.21-22 “Signore, Signore (Kyrie, Kyrie, nell’originale greco)” è la formula, probabilmente di uso liturgico (cfr. il nostro Kyrie eleison), con cui la Chiesa primitiva esprimeva la sua professione e la sua fede nel Cristo glorificato. Matteo mette in guardia dal farne un motivo di sicurezza, un titolo di garanzia. Non si appartiene al Signore né si entra nel suo Regno, se ci si limita ad un culto esteriore; quanti cristiani, a tutt’oggi, si ritengono “a posto” perché hanno partecipato alla Messa della domenica?

Nel giorno del giudizio Gesù non riconoscerà costoro, respingerà da sé tutti quelli che rientrano nella categoria da Lui definita: “voi che operate l’iniquità!”. “Iniquità” traduce il greco “anomìa”, composto da “a” (alpha privativa) e “nomos”, cioè “senza la legge”, o, che è lo stesso, “contrario alla legge”; e la legge rivelata nel Discorso della Montagna, in Mt.7,12 (la famosa “regola d’oro”), è: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti”. E’ la legge dell’amore del prossimo, che va assolutamente e sempre osservata se non si vuole essere “operatori di iniquità-anomia”. E proprio questo è “fare la volontà del Padre che è nei cieli.” (v.21 b)

Così, al termine della pericope, l’espressione “queste mie parole” (v.24) non si riferisce solo alle ultime frasi pronunciate da Gesù, ma all’intero bellissimo Discorso della Montagna, in cui Matteo ha in pratica condensato tutto l’insegnamento di Gesù: il tema centrale è la “giustizia superiore” a quella di scribi e farisei, giustizia che sarà la carta di riconoscimento dei cittadini del Regno di Dio.

L’interpretazione della Torah va ora nella linea della spiritualizzazione e interiorizzazione della Legge stessa: Gesù radicalizza il significato dei precetti, cioè vuole che la nostra coscienza ne colga il senso più profondo, il valore essenziale, senza che ci limitiamo ad un’osservanza esteriore e superficiale.

Così ad esempio il 5° comandamento non riguarda solo l’omicida vero e proprio, ma anche colui che, con la collera interiore, la calunnia e l’ingiuria, l’offesa e la diffamazione, vorrebbe dentro di sè “togliere di mezzo” una persona che lo infastidisce.

In sostanza, nel “Discorso della Montagna” abbiamo una sorta di “Magna Charta”, una “carta costituzionale”, una sintesi di quello che devono essere il cristiano e la Chiesa.

Non è certo facile metterlo in pratica! Esso appare di primo acchito come una meravigliosa utopia, ma appunto un’utopia! Come può un comune mortale amare i nemici, perdonare le offese, non giudicare, non preoccuparsi per le necessità materiali, etc.?

Umanamente sembra impossibile. Ma Gesù per primo ha messo in pratica tutto ciò, dimostrando in concreto che, se è vero che porgere l’altra guancia, non richiedere la restituzione del proprio, perdonare indiscriminatamente…. è terribilmente difficile, è altrettanto vero che l’unico modo efficace per fermare la violenza è svuotarla dall’interno, eliminando ogni appiglio di rivalsa per l’avversario.

E come ha fatto Gesù ad attuare il Discorso? come potremo farlo anche noi? Il Vangelo ci indica una strada assolutamente nuova: sostituire al principio del “dare e avere” comunemente praticato, quello di una solidarietà disinteressata, di un amore fedele, gratuito e creativo, sempre disposto a concedere credito e fiducia e a sperare che l’altro (il “nemico”!) prima o poi si renda conto del suo errore e giunga a convertirsi.

Gesù ci chiede questo perché è solo un comportamento di tal genere che può rendere visibile l’amore di Dio invisibile; e soprattutto ci dona una reale possibilità di amare in questo modo, perché, se siamo in comunione con Lui, partecipiamo della realtà profonda dell’amore stesso di Dio, Padre misericordioso.

Mettere in pratica tutte queste parole è il comportamento proprio dell’ “uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia.” (v.24). Qual è il senso di questa bella metafora?

In genere costruire la propria abitazione simboleggia i nostri progetti più importanti (non si dice “costruire la propria vita”?) e qui Gesù invita a costruire sulla roccia.

Alle orecchie dei suoi ascoltatori, cui erano familiari le Scritture del Primo Testamento, questa parola “roccia” non era solo il 1° termine di un paragone, ma una designazione che evocava immediatamente Jahvè e la sua Parola:

“Ti amo, Signore, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore, mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio…” (Salmo 17/18, vv.2-3)

“A te grido, Signore, mia roccia….” (Salmo 27/28, v.1)

“…Sii per me una roccia di rifugio, un luogo fortificato che mi salva. Poiché mia rupe e mia fortezza tu sei…” (Salmo 30/31, vv.3-4; è il salmo responsoriale della liturgia odierna)

“Rupe di Israele” divenne perfino un titolo divino, per indicare in Dio la fonte della nostra fiducia e della nostra speranza.

La casa costruita sulla roccia è l’ascolto delle parole del Signore che diviene prassi:la casa è l’ascolto e la roccia è la prassi; la prassi poi consiste nel fare la volontà di Dio vivendo in concreto l’amore del prossimo, in un cammino segnato da creatività, discernimento e intelligenza, le quali rivelano “l’uomo veramente saggio” (cfr. v.24).

Del resto solo l’amore si iscrive nella dimensione dell’eterno, pure simboleggiato dalla roccia. Infatti, di tutto quello che nel corso degli anni avremo desiderato, inseguito, realizzato, posseduto, è certo che, se pure il più si dissolverà, nessun atto d’amore, anche se piccolo e nascosto, andrà perduto.

Published in: on marzo 6, 2011 at 7:54 am  Lascia un commento  
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