Omelie 7 Marzo 2011

Sante Perpetua e Felicita


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Omelia (07-03-2011)
Eremo San Biagio
 

Dalla Parola del giorno
Per la nostra festa di Pentecoste, […] avevo fatto preparare un buon pranzo […]. Dissi al figlio Tobia: «Figlio mio, va’, e se trovi tra i nostri fratelli deportati a Ninive qualche povero, che sia però di cuore fedele, portalo a pranzo insieme con noi.

Come vivere questa Parola?
Tobi, un giudeo la cui fede e il cui amore per Dio lo spinge ad esporre la propria vita pur di soccorrere i fratelli, non si sente di mettersi a tavola, in un solenne giorno di festa, dimentico di chi vive nell’indigenza e non potrà in quel giorno gioire anche concedendosi di saziare la fame. Manda quindi il figlio a cercare un povero da invitare a mensa. Lo sviluppo del racconto non fa’ che rafforzare questa immagine di fedele attento agli altri proprio perché credente.
La fede in Dio, quando è autentica e non una semplice vernicetta di occasione o un comodo rifugio, necessariamente rimanda ai fratelli, dinanzi alle cui necessità non si può rimanere indifferenti. È tutta la Sacra Scrittura a documentarlo, dalle parole veementi dei profeti a quelle degli apostoli, per fermarci solo ad alcuni esempi. Si tratta, in fondo, di assumere lo stesso atteggiamento di Dio, il Mise-ricordioso, che Gesù, sia con il suo esempio concreto sia con le parole, ci propone di imitare.
Quel “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo” (Es 3,7-8a) che troviamo nell’Esodo, ci interpella personalmente. Oggi sono io quel Mosè quel Tobi che è chiamato ad essere la mano provvidente di Dio che soccorre, lenisce, anche solo con l’affettuosa presenza e il partecipe ascolto, quando non si può fare di più.

Nella mia pausa contemplativa, cercherò di scavare in questa pagina edificante della Bibbia per cogliervi l’appello che Dio rivolge a me oggi.

Apri i miei occhi, Signore, sulle necessità dei miei fratelli. Sciogli la durezza del mio cuore perché in esso possa risuonare il grido di aiuto di chi geme non solo nella povertà materiale ma anche, e ancor di più, in quella spirituale.

La voce di un dottore della Chiesa
Il pane che a voi sopravanza è il pane dell’affamato; il vestito appeso nel vostro armadio è il vestito di colui che è nudo; il denaro che tenete nascosto (in banca) è il denaro del povero; le opere di carità che voi non compite sono altrettante ingiustizie che voi commettete.
San Basilio

Omelia (07-03-2011)
Movimento Apostolico – rito romano
? 

È questa la perenne tentazione dell’uomo: usurpare il posto a Dio, rendendosi autonomo, libero da ogni impegno morale e spirituale. Ma l’uomo è mortale, non è eterno; è finito, non è infinito; è carne, non è spirito; è creatura, non è Creatore; è umano, non divino. Non possiede le qualità di Dio. Può anche fingere di essere Dio, ma per un istante, poi necessariamente dovrà precipitare nell’abisso della sua natura che è di morte senza la vita che dovrà perennemente attingere dal suo Dio e Signore.
Il Creatore ha fatto l’uomo in una maniera singolare, unica: ha disposto che se lui vuole la vita, questa deve essere attinta perennemente in Lui. Come? Attraverso l’obbedienza alla sua Parola, ai sui Comandamenti, alla sua Legge. Questa disposizione è eterna, vale per ogni uomo che viene in questo mondo. Anche nell’eternità, la vita la si deve sempre attingere in Dio e Dio la dona solo ai suoi servi fedeli, a quelli cioè che sulla terra sono vissuti attingendo perennemente la vita in Lui.
Dio vuole questo frutto di obbedienza. Lo chiede. Lo esige. Lo pretende. Non ci sono deroghe a queste Legge e né sconti per nessuno. Dal più alto in responsabilità all’ultimo, al più semplice, più povero, più solo, tutti sono obbligati a questa legge divina. L’obbedienza al Signore è per noi vera caparra di vita sulla terra e nel cielo. L’uomo però si ribella, si rifiuta, si oppone, vuole vivere secondo la sua volontà. Dio vede che la sua creatura si incammina per sentieri di morte anche civile e sociale e non solo personale ed eterna, e manda i suoi profeti ad avvisarlo che sta percorrendo pericolose vie di morte. Cosa fa l’uomo ribelle e malvagio? Lapida, uccide, bastona, maltratta, disprezza, calunnia, distrugge i messaggeri di vita.
Dio mai si arrende nell’inviare profeti per chiamare l’uomo alla conversione. Ma la volontà dell’uomo è sempre la stessa: maltrattare e uccidere quanti Dio invia e manda. Anche Gesù è inviato dal Padre. Gesù però non è un profeta come tutti gli altri. Lui è il suo Figlio Unigenito, il suo Figlio eterno, il Figlio da Lui generato nell’eternità, che si è fatto carne nel seno della Vergine Maria. Cosa decide l’uomo malvagio, ribelle, crudele, superbo, arrogante? Decide di ucciderlo, così non dovrà più dare a Dio nessun frutto. Quale sarà il risultato di questa azione superba e malvagia? Quello di perdere il regno, la vigna, ogni altro bene storico che Dio gli ha donato. Dio lo aveva costituito suo strumento di salvezza per il mondo intero. Questa missione ora gli viene tolta e data ad un altro popolo perché la faccia fruttificare di buone opere di salvezza e di redenzione. Uccidendo il Figlio di Dio si è privato lui stesso di se stesso, morendo anche religiosamente, profeticamente, come strumento di Dio nel mondo.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli e Santi di Dio, fateci umili e sottomessi.

don Luciano Sanvito
Appropriarsi della vigna 

APPROPRIARSI DELLA VIGNA CHE IL SIGNORE CI HA AFFIDATO

Nella fede, l’appropriazione è facile tentazione.
Fare mia l’azione di Dio, la fede, la speranza e la carità.
Farli miei, viverli a mio modo, secondo le mie attitudini e atteggiamenti.
Il possesso della realtà data in dono per essere fruttificata snatura tutto.

Ecco che la fede diventa la mia fede, vissuta a modo mio.
Questo comporta un antagonismo con gli altri, e anche con Dio.
Nel nostro attribuire a noi la vigna, ecco che Dio appare contro il mio io.
Tutto quello che in questa realtà della fede a me non va viene scartato

Ma “la pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo”.
Dio riparte sempre da quello che è scartato da me, o evitato, o annientato.
Dio riprende lo scarto, l’eliminazione e la realtà accantonata da me.

Due considerazioni:
– mi approprio della fede e tutto si vanifica
– scarto le realtà di Dio e tutto si svalorizza
Quello che ottengo come soddisfazione da me stesso, di fronte a Dio non ottiene alcun valore e riconoscimento.
Riconoscere la realtà che Dio mi affida in dono è principio della verità.

OGNI REALTA’ SEPARATA DALL’AZIONE DI DIO E’ SOLO FALSITA’

Omelia (01-06-2009)
Paolo Curtaz
 

Gesù è alla fine della sua missione: si rende conto che la sua strategia non ha funzionato. Le folle lo hanno seguito, all’inizio, ma passato l’entusiasmo se ne sono andate: è troppo esigente questo Rabbì, e l’invasore romano è ancora al proprio posto. Forse aveva ragione l’avversario, nel deserto, all’inizio del ministero: l’uomo ha bisogno di miracoli, vuole un Dio da adorare, da servire, non un Dio che ti responsabilizza e ti chiede collaborazione. Gesù è sconfortato, davvero pensava di riuscire a convertire Israele e, con essa, l’umanità, mostrando il volto sorridente del Padre. Ma non è andata così, affatto. Con la stridente parabola dei vignaioli omicidi, Gesù profetizza la conclusione del suo percorso: gli i malvagi lo uccideranno, pensando, così, di diventare eredi. Fino in fondo andrà il Signore, fino all’ultima, tragica conseguenza delle sue parole, del suo agire: non fuggirà, non manifesterà la sua potenza, non griderà, né alzerà il tono. Ma si donerà, senza condizioni, si consegnerà nelle mani degli uomini per testimoniare la verità delle sue parole. Che, all’inizio di questa settimana, non lasciamo cadere neppure una delle parole del Maestro, noi che abbiamo la fortuna di lavorare nella sua vigna…

Omelia (01-06-2009)
Eremo San Biagio
Commento su Tb 1,2 

Dalla Parola del giorno
“Tobi, trovandosi in esilio non abbandonò la via della verità.”

Come vivere questa Parola?
Tobi, un pio israelita, conosce nella sua vita varie vicissitudini, tra cui la deportazione a Ninive, che lo costringe a vivere in un contesto pagano. Tutto lo spingerebbe ad abbandonare le tradizioni patrie, assimilandosi alla cultura circostante e abbracciandone la fede. Ma è proprio in questa situazione sfavorevole, che si rivela la qualità della sua adesione a YHWH. Egli “non abbandona la via della verità” e “teme Dio più che il re”. Una fede che va all’essenziale: non è passivo assenso a tradizioni assimilate superficialmente, ma adesione convinta a ciò che viene riconosciuto come “la verità”. Allora è in gioco la coscienza che non può scendere a facili compromessi.
L’ostilità dell’ambiente, il “tutti fanno così” non sono motivazioni valide, in grado di giustificare pavide dissimulazioni e comportamenti contraddittori. Certo, la coerenza nella vita richiede coraggio, capacità di pagare di persona, disponibilità ad affrontare la solitudine e l’irrisione. Un prezzo sicuramente alto, ma molto più alta è la posta in gioco.
La persona porta in sé la tensione verso il vero il bene e il bello. Nell’impegno ad autotrascendersi per conseguirlo modella il suo carattere, si svincola dall’appiattimento indotto dalle masse, diviene capace di orientare la propria vita. Si possiede, e quindi può cedersi a Dio e agli altri.
Il fatto che oggi la società non favorisca la ricerca della verità e l’opzione di fede se da un lato crea difficoltà, dall’altro può orientare verso un’adesione più consapevole e convinta. Sta a noi decidere se farci rimorchiare stancamente o prendere in mano il timone della nostra vita, alimentando in noi più “il timore di Dio” cioè la consapevolezza del suo onnipotente e onnipresente amore che ci avvolge, che non “il timore del re”, cioè delle proposte massificanti da cui siamo bombardati.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, mi lascerò afferrare dalla bellezza della Verità che voglio servire con tutto me stesso, anche a costo di pagare di persona. Riconfermerò la mia adesione totale a Colui che è la Verità e gli chiederò di rendermi coraggioso suo testimone.

Gesù, tu hai detto: Io sono la Via, la Verità, la Vita. Io credo in te e nella tua parola. Aiutami a non cedere alle suggestioni di chi tenta di offuscare la tua luce con proposte tanto allettanti quanto false.

La voce di un fondatore
Siamo sinceri. Perché non sempre rinnoviamo la società, perché non abbiamo sempre la forza di trascinare? Ci manca la fede, la fede calda! Viviamo poco di Dio e molto del mondo: viviamo una vita spirituale tisica, manca quella vera vita di fede e di Cristo in noi, che ha insita in sé tutta l’aspirazione della verità, e al progresso sociale; che penetra tutto e tutti, e va sino ai più umili lavoratori.
S. Luigi Orione

Omelia (02-06-2008)
Paolo Curtaz
 

Che farà il padrone? Gesù pronuncia sottovoce questa frase, lo sguardo abbassato, il tono della voce triste. Che cos’altro deve fare Dio per il suo popolo? Gli ha donato una splendida vigna, produttiva e attrezzata, feconda e perfetta. Lui ha fatto la fatica di piantarla, dopo avere dissodato col sudore della fronte l’arido terreno. Lui ha captato l’acqua scavando le viscere della terra. Lui ha costruito una recinzione per impedire alle volpi di saccheggiare il raccolto. Lui ha costruito una torre di guardia per conservare il raccolto e alloggiare gli operai. Poi l’ha affidata a degli affittavoli che, storditi dall’abbondanza del raccolto, si sono scordati di dare il compenso pattuito e si sono montati la testa. Che farà il padrone? Vuole conciliazione, anche se i propri servi vengono picchiati e, alla fine, è disposto a mandare il figlio che sarà malmenato e ucciso. Che farà? Gesù parla di sé ai propri assassini, chiede a loro di esprimere un giudizio, chiede al suo popolo di giudicare l’operato di Dio che ci ha messi in un Eden straordinario che noi uomini sfruttiamo come se fosse nostro, come se tutto fosse dovuto, con un’arroganza che irrita la natura stessa. Che farà? E i suoi uditori, ironia della sorte, sentenziano: punizione, rigore, morte. Già… ma non farà così. Il figlio, non alzerà il pugno, non userà violenza, è disposto a morire piuttosto che a colpire

Omelia (02-06-2008)
Monaci Benedettini Silvestrini
L’infedeltà dei prediletti 

Il buon Dio compie un atto di grande fiducia quando ci affida qualcosa di particolarmente prezioso per lui e di grandissima utilità per noi. I vignaioli della parabola odierna rappresentano innanzitutto una categoria di privilegiati, a cui il Signore ha affidato non una bella vigna, curata con la migliore solerzia, ma lo stesso suo popolo, amato e prediletto. Gesù sta evidentemente parlando dei capi religiosi del suo tempo e proietta la sua visione nella storia passata e futura. Vuole quindi coinvolgere tutti coloro, che scelti per essere guide sicure, hanno il privilegio e il compito di essere per tutti di fulgido esempio e di insegnare con la forza della parola di Dio e con l’esempio di una vita integra. L’infedeltà a tale compito è evidentemente di una particolare gravità: non solo si viene meno ad un mandato personale, frutto di una privilegio e di una predilezione, ma si coinvolge negli stessi errori molti altri, che anziché essere indotti al bene e alla verità, vengono trascinati nel male e nell’errore. Vengono disattesi perfino i frequenti richiami divini, anzi, l’apparente lontananza del Signore, accresce, non l’impegno e lo zelo, ma la più spavalda rilassatezza. Si giunge fino a far tacere le voci di coloro che in nome di Dio, lanciano i loro doverosi e pressanti richiami. Gesù così apostrofa la città santa in preda alla corruzione: “Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco: la vostra casa vi sarà lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più finché non direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”. Non c’è condanna peggiore del nascondimento di Dio dalla nostra vita. Non c’è amarezza più grande.per chi è in grado di comprenderlo, che dover costatare la perdita di un amore gratuito per una colpa contro quello stesso amore. Dio è costretto a dare al altri il compito e la missione che noi non abbiamo saputo adempiere: è il peggiore fallimento della vita. Noi ministri per primi, ogni fedele, si sente coinvolto in questa storia dove amore ed infedeltà s’intrecciano, dove la predilezione divina può diventare per l’umana perversione, motivo di ribellione, dove i beni di Dio li trafughiamo a nostro uso e consumo personale, dimenticandone la vera finalità. La reazione degli scribi e dei farisei è ancora assurda e perversa, la nostra sia una umile e fervente invocazione alla misericordia divina.

Omelia (02-06-2008)
Eremo San Biagio
Commento su 2Pt 1,2 

Dalla Parola del giorno
Grazia e pace sia concessa a voi in abbondanza, nella conoscenza di Dio e di Gesù Signore nostro.

Come vivere questa Parola?
Conoscere meglio Gesù Cristo, come ci esorta a fare S. Pietro nella sua seconda lettera, significa approfondire quanto concerne la sua persona e il suo messaggio. Non solo, significa riconoscerlo realmente come Signore, accettare la sua ‘signoria’ sulla nostra vita, una signoria caratterizzata dall’amore e della misericordia, dalla sovrabbondante giustizia: “la sua potenza divina ci ha fatto dono di ogni bene per quanto riguarda la vita e la pietà”,afferma S. Pietro.
C’è però un modo di accostarsi alla conoscenza di Gesù che è anche dono: “grazia e pace sia concessa…”, due atteggiamenti tanto necessari per il nostro cuore nella corsa delle giornate.
La grazia che ci rende capaci di stupore e meraviglia e ci fa sobbalzare il cuore di gratitudine! La pace che rende attenti, semplici e umili, aperti ad accogliere il dono che ci viene fatto, fuori da ogni presunzione e pretesa.
Sostenuti dalla grazia dentro un cuore in pace possiamo penetrare nella dinamica della vita nello Spirito e secondo lo Spirito. Scopriamo allora che tutto ci è stato donato e ci è donato per divenire “partecipi della natura divina”. Quale grande dignità e predilezione!

Oggi, nella mia pausa contemplativa, chiedo allo Spirito Santo di aiutarmi ad abbandonare ogni superficialità e presunzione nella mia fede, per arrivare a conoscere e a gioire del fatto che Dio “ci ha donato i beni grandissimi e preziosi che erano stati promessi”.
Pregherò con umile amore: Spirito d’Amore liberami dalla “corruzione che è nel mondo a causa della concupiscienza”, ossia della brama di possedere e dominare, donami la libertà che è frutto dell’Amore.

La voce di un grande Abate benedettino
Occorre sforzarsi di vivere sempre raccolti; ricondurre la propria anima a Dio e mantenerla; ritornare senza tregua al centro; lavorare e vivere davanti a Lui.
Dom Paul Delatte

Omelia (04-06-2007)
don Luciano Sanvito
Il nostro regno 

APPROPRIARMI DEL REGNO DI DIO RENDENDOLO REGNO MIO
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Ciò che Dio ci affida come suo da trasmettere, noi lo trasmettiamo a modo nostro e come realtà di nostro possesso.
Un esempio:
Gesù disse ai discepoli: siate simili ai bambini.
I discepoli dissero ai bambini: siate simili a noi!.

I vignaioli omicidi della parabola evangelica esprimono la realtà che spesso avviene nei nostri modi di vivere la situazione religiosa che ci viene affidata.
Anche noi spesso rendiamo nostro possesso quello che ci viene affidato, mostrando nella realtà del Regno non Dio, ma noi stessi.

Cibarsi del Regno di Dio ci fa essere maggiormente potenti, regnanti nel mondo dello spirito e nell’ambito religioso che ci era stato consegnato.
Il Regno di Dio, d’altronde, non si difende, e per noi risulta facile divorare quelle prelibate realtà che Dio fa passare nel mondo.

La tentazione dei vignaioli omicidi è proprio la nostra stessa tentazione.
Dietro il Regno appariva il suo Regnante, dietro di noi non appare niente.
Nessuno, oltre a noi, ci viene a punire e a recriminare, come invece succede nella punizione additata nella finale della parabola.
…UNA VOLTA CONSUMATO, CHE FINE FARA’ IL NOSTRO REGNO?

Omelia (04-06-2007)
Monaci Benedettini Silvestrini
Storia della vigna 

Durante la settimana ci accompagnerà la storia simpatica delle vicende di Tobi e del figlio suo Tobia. Sarebbe utile conoscere per intera questa vicenda come ce la offre la Bibbia. Ogni famiglia vi potrebbe trovare spunti di riflessione perché presenta situazioni molto simili a quelle che si è chiamati a vivere anche oggi. In questo primo brano Tobi viene presentato come un uomo timorato di Dio, sollecito nell’aiutare i poveri, rammaricandosi delle dolorose situazioni dei suoi connazionali. Contro le disposizioni dell’autorità, dà sepoltura ai connazionali giustiziati, lasciàti imputridire, per disprezzo sulla piazza. Ci troviamo a Ninive. Bell’esempio di un animo timorato di Dio e aperto verso il prossimo bisognoso. Il Vangelo ci presenta la storia della vigna. Dinanzi alla premura del padrone, di Dio, ci addolorano la crudeltà e l’egoismo dei vignaioli che si rifiutano di dare il dovuto fruttato ai servi inviati, che anzi vengono alcuni malmenati e altri anche uccisi… Non contenti, danno la morte anche all’erede, al figlio… per diventare padroni della vigna. Gesù applica questa parabola ai suoi connazionali che si rifiutano di riconoscerlo come inviato da Dio, il Messia a cui riserveranno la morte fuori della vigna, fuori di Gerusalemme. Ognuno di noi è vigna del Signore; siamo depositari di innumerevoli benefici che abbiamo il dovere di coltivare e custodire perché portino frutti di santità e di giustizia. Come coltiviamo la nostra vita? Con quale fedeltà offriamo al Signore i frutti delle lode, del ringraziamento per i doni ricevuti? Temiamo che il Signore non ci tolga la sua benevolenza per la durezza del nostro cuore. Altri più generosi potrebbero prendere il nostro posto… e noi essere cacciati…

Omelia (05-06-2006)
Eremo San Biagio
Commento su 2Pt 1,3-4 

Dalla Parola del giorno
La divina potenza ci ha donato tutto ciò che giova per la vita e la pietà […] affinché per mezzo di questo voi diventiate partecipi della natura divina, se fuggite la corruzione che esiste nel mondo.

Come vivere questa Parola?
Il tempo pasquale, con il suo forte richiamo all’opera redentiva di Cristo culminante nel dono dello Spirito, si è concluso. Riprende il tempo ordinario, interrotto con la quaresima. Ma attenzione! Non si tratta semplicemente di voltare una pagina del calendario per riprendere il cammino dal punto in cui era stato sospeso. Qualcosa deve essere cambiato nella nostra vita, se non altro la maggiore consapevolezza dei doni di grazia che ci sono stati elargiti dalla benevolenza di Dio e di cui i tempi forti della quaresima e di pasqua ci hanno permesso di fare rinnovata e-perienza. I beni promessi, e verso cui ci protendiamo nella speranza, sono già in nostro possesso, sebbene non ancora in pienezza. È qui, infatti, che si innesta quella dinamica che vede intrecciarsi il “già” del dono di Dio e il “non ancora” che appella al nostro impegno. Già siamo partecipi della natura divina, in quanto resi figli di Dio dal Battesimo, ma in forma, direi, embrionale. Una realtà incipiente, ricca di potenzialità, che deve svilupparsi verso la pienezza. È qui che si inserisce la nostra attiva collaborazione. Il dono della fede va coltivato con l’impegno di prendere le distanze da quanto ha sapore di corruzione e, al tempo stesso, di progredire nelle virtù, in un crescendo che chiama in causa tutta la realtà umana. Ed ecco l’intelletto sollecitato dall’esigenza di una conoscenza esperienziale di Dio, mentre i sensi, regolati dalla temperanza, vengono ricondotti a un esercizio armonico. Nella vigilanza su se stessi fiorisce la pazienza e, nell’attesa della piena manifestazione di Dio, la pietà. Lo sguardo purificato porta a ritrovare nell’altro i tratti del fratello e in noi cresce l’uomo nuovo, vera immagine di Dio-Amore.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, verificherò il mio impegno a “fuggire la corruzione del mondo” e a progredire verso la “pienezza della carità”.

Padre buono, che mi chiami a partecipare alla tua vita divina e me ne offri i mezzi con tanta larghezza, non permettere che io sperperi i tuoi beni e lasci illanguidire la mia vita nel non-amore.

La voce di un martire della Chiesa luterana
Una notte, un membro del Sinedrio venne da Gesù perché voleva conoscere che cosa dovesse fare per salvarsi. Gesù non disse: “Guarda, Nicodemo, non devi più mentire”, oppure: “Devi smettere di frodare”. Invece di lasciarsi andare a proibizioni singole, Gesù lo guardò e disse: “Nicodemo, devi rinascere a nuova vita”.
Martin Luther King

Omelia (05-06-2006)
mons. Vincenzo Paglia
 

Gesù, di fronte al rifiuto dei capi del popolo di accogliere la sua autorità sulla loro vita e su quella d’Israele, narra la parabola dei vignaioli omicidi. Gli ascoltatori sanno benissimo cosa sia la vigna: il popolo d’Israele. Spesso i profeti ne hanno parlato. E sanno anche chi è il padrone che l’ha piantata, custodita e coltivata: il Signore Iddio. Con un rapidissimo sguardo sulla storia del popolo d’Israele, Gesù si presenta come il figlio inviato per salvare la vigna. E la salva anche a costo di essere cacciato e ucciso. Con queste parole Gesù chiarisce agli ascoltatori da dove nasce la sua autorità: dall’amore di Dio per il suo popolo. E’ l’amore senza limiti che Gesù vive per il popolo di Dio che fonda la sua autorità e quella della sua Parola. Non è il ruolo che sostiene l’autorità di Gesù, bensì il suo amore e il servizio sino alla morte. È questa la legge che presiede la vita della comunità cristiana. E Gesù ne è la manifestazione più alta. Egli ama i suoi, quelli che il Padre gli ha dato, più della sua stessa vita. Per questo ha autorità sulla vigna. Cercarono di catturarlo, ma ebbero paura, scrive Marco. E’ per sottolineare che non sono loro a metterlo a morte; è Gesù stesso che si “consegna” perché la vigna non sia abbandonata, ma cresca e porti frutto. Come non accogliere un uomo che ama in una maniera così grande?

Omelia (30-05-2005)
Eremo San Biagio
 

Dalla Parola del giorno
Tobi, della tribù e della città di Neftali […] anche trovandosi in esilio non abbandonò la via della verità. (Tob 1,1-2)

Come vivere questa Parola?
Tobi è il Padre di Tobia, il protagonista del racconto sapienziale che porta il suo nome. E’ la figura dell’uomo integro che trascorre i suoi giorni correndo le vie della verità, della giustizia, non solo ma facendosi in qualche modo carico delle necessità dei fratelli.
Il contesto è quello dell’esilio in cui, da straniero e prigioniero, Tobi come la sua gente è angosciato e oppresso. La pagina odierna lo descrive quando, mentre già è seduto a mensa, avvertito che è stato ucciso un suo connazionale, a suo rischio e pericolo, va a prendere il cadavere, lo porta in casa sua e, a sera gli dà sepoltura.
L’atteggiamento di quest’uomo è esattamente l’opposto di quello descritto da Gesù nella parabola del Vangelo odierno. Tobi rischia la vita pur di realizzare un atto di pietà verso il prossimo; nella parabola i servi avidi, quando il padrone manda il loro figlio, dicono: “Uccidiamolo e l’eredità sarà nostra”.
Sono i due poli opposti attorno a cui l’uomo si gioca: quello di una vita improntata a verità, giustizia e bontà e quella all’insegna dell’egoismo. Quest’ultima conduce alla morte e semina morte; l’altra “spunta come luce per i giusti”. Lo stesso salmo responsoriale afferma: “Beato l’uomo che teme il Signore e trova grande gioia nei suoi comandi”.

Oggi, chiederò allo Spirito Santo che il mio vivere sia continua ricerca di verità e giustizia dentro una bontà che mi sproni a non tener conto del male ma ad amare tutti, senza prestarmi a critiche impietose e a maldicenze. Verbalizzerò:

“Gioisca il mio cuore che cerca i tuoi voleri”.

La voce di un anonimo maestro spirituale hassidico
“Ogni uomo è una lettera o parte di una lettera. Il libro è interamente scritto quando non manca nessuna lettera. Ogni uomo è chiamato a scrivere la sua lettera, a scriversi apportando un senso nuovo creativo di verità e di bene: il suo ”

Omelia (03-06-2002)
Eremo San Biagio
Commento su 2Pt 1,2 

Dalla Parola del giorno
Grazia e pace sia concessa a voi in abbondanza, nella conoscenza di Dio e di Gesù Signore nostro.

Come vivere questa Parola?
E’ significativo che, all’inizio della sua seconda lettera, S.Pietro auguri grazia e pace: due realtà tanto necessarie per il nostro cuore nella corsa delle giornate. Ma è ancor più notevole il suo dirci che questa grazia e pace siano correlate alla “conoscenza”. Così siamo aiutati a penetrare la dinamica di una vita nello Spirito e secondo lo Spirito. Non si ama infatti che quello che si conosce! E qui la “conoscenza” non è di cose qualsiasi come una scienza umana. Si tratta di una conoscenza che ci è concessa dall’Alto, dallo Spirito, se però in noi c’è apertura a Dio, rinuncia alle passioni e quella purità di cuore che ci permette di “vedere” e di “gustare quanto è buono il Signore”.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, chiedo allo Spirito Santo di abbandonare ogni superficialità nella mia fede, per arrivare a “conoscere” (e a gioire!) del fatto che Dio “ci ha donato i beni grandissimi e preziosi che erano stati promessi” perché diventassimo – dice ancora S.Pietro – “partecipi della natura divina”. E che cosa significa questo dono inaudito, se non l'”essere sfuggiti alla corruzione che, a causa della concupiscienza, è nel mondo, diventando addirittura partecipi dell’AMORE che è il modo d’essere di Dio? E’ questo amore accolto in noi, in opposizione all’egoismo e alla brama di possedere che genera corruzione, ciò che ci libera e ci realizza fin da questa vita.

La voce di un autore del V/VI secolo
Grazie alla benignità pacifica che è secondo Cristo, noi impariamo a non essere più in guerra con noi stessi, né fra di noi, né con gli angeli, ma a realizzare con essi le cose divine secondo la nostra possibilità, secondo la provvidenza di Gesù che opera tutto in tutti e che produce una pace ineffabile e predeterminata fin dall’eternità e che ci riconcilia a lui e attraverso di lui e in lui al Padre.
Dionigi Areopagita

Eremo San Biagio
Commento su 2Pt 1,2 

Dalla Parola del giorno
Grazia e pace sia concessa a voi in abbondanza nella conoscenza di Dio e di Gesù Signore nostro.

Come vivere questa Parola?
Una vita che si armonizzi nella grazia e nella pace è possibile se ci apriamo alla conoscenza di un Dio che infinitamente ci ama in Gesù-Salvezza.
San Pietro nella sua lettera insiste sulla conoscenza. “La potenza di Dio ci ha fatto dono di ogni bene…mediante la conoscenza di Colui che ci ha amati” (v.3). E ancora: “Mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza” (v.5-7).
Quando la Bibbia parla di conoscenza non è un fatto soltanto intellettivo. Dio non lo si incapsula in concetti, ma lo si raggiunge con la conoscenza unitiva del cuore purificato dal suo Spirito. Ed è la preghiera che ci ottiene la grazia e insieme l’impegno di una fede operante il bene. Come non passa la luce del sole da vetri opachi e sporchi, così la conoscenza di Dio non entra nel cuore opacizzato dal disordine delle passioni. Mentre è davvero solo il conoscere Dio in un modo unitivo con la forza dell’amore, che fa di Lui il sole della nostra vita, la fonte di una pace profonda.

Mi eserciterò oggi nel chiedere: “Purifica, o Signore, il mio cuore. Dammi di conoscere Te e il tuo Figlio Gesù”.

Il desiderio-preghiera di Gesù
Conoscano Te, o Padre, il solo vero Dio, e Colui che hai mandato, Gesù Cristo

Published in: on marzo 6, 2011 at 11:20 pm  Lascia un commento  
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