Om. 6 Marzo 2011

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mons. Antonio Riboldi (Omelia del 06-03-2011)

Costruire la vita sulla roccia della Parola di Dio

La Parola di Dio che abbiamo ascoltato è molto concreta ed esige da noi una risposta altrettanto precisa. Ci ricorda che dobbiamo tradurre la fede nelle opere; che non è suffi­ciente dire che Gesù è Signore per sentirci buoni cristiani, o fare solo alcune pratiche di pietà e di devozione. È necessario compiere la volontà di Dio, cioè mettere in pratica la sua legge. E per fare questo non servono le parole, non servono i ragionamenti, serve la testimonianza concre­ta e coerente.
Diceva Paolo VI: «L’uomo moderno ascolta più volen­tieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa per­ché sono testimoni». Mai come oggi, il mondo ha bisogno non di belle teorie ma di testimoni, di esperienze esemplari. E noi cristiani sia­mo chiamati a dare questa testimonianza con la nostra vita. Non è importante persuadere, quanto trasmettere la Parola di Dio e darne testimonianza con la vita. E Gesù nel brano del Vangelo di oggi ci ricorda che non si accontenta di una fede formale e di una religio­sità fatta di parole o di gesti e preghiere abitudinarie. Esige una fede solida, fondata sulla roccia sicura della sua Parola. Ma tutti i brani delle letture di oggi ci aiutano ad accogliere la Parola di Dio, ad amarla, a metterla in pratica. Il primo brano dal libro del Deuteronomio è una presentazione stupenda della bellezza e dell’importanza della Parola di Dio. “Porrete nel cuore e nell’anima queste mie parole; ve le legherete alla mano come un segno e le terrete come un pendaglio davanti agli occhi. Avrete benedizione se obbedirete ai comandi del Signore, maledizione se vi allontanerete dalla via che vi prescrivo. Avrete cura di mettere in pratica tutte le leggi e le norme che io oggi pongo dinnanzi a voi” Il vangelo è la parte conclusiva del Discorso della Montagna. In essa Gesù ci dà due grandi ammonimenti che riprendono e perfezionano le parole della prima lettura. Per i discepoli del Signore è tempo di fatti e non di parole. Gesù dice: se volete essere miei discepoli, fate la volontà del vostro Padre, Dio, realizzate il programma del discorso della montagna, che ho predicato con tutta la mia vita: pregare, volersi bene, sacrificarsi per chi ne ha bisogno, fare il nostro dovere anche quando costa, perdonare, amare anche i nemici, fidarsi di Dio anche quando le cose vanno male. Gesù chiede quindi non tanto di parlare, ma di fare. Fare significa lasciare che la Parola di Dio modelli la nostra maniera di pensare, e gli atteggiamenti di Gesù pieghino il nostro comportamento; significa lasciarsi convertire a poco a poco nelle scelte, sempre da rinnovare, della nostra vita; significa fermarsi, ogni tanto, per riflettere sulla qualità della nostra vita alla luce della fede; significa domandarsi come la parola di Dio ci conduce in mezzo ai problemi del mondo di oggi. Poi Gesù chiede ai suoi discepoli di costruire la propria vita sulla roccia della sua parola. Proprio al termine del suo Discorso, Gesù presenta un’immagine molto efficace. Chi ascolta la sua parola e la mette in pratica, edifica la sua casa (cioè la sua vita) sulla roccia. Nella bufera, resisterà. Chi ascolta la parola ma non la mette in pratica, edifica la sua vita su un terreno malfermo, insicuro; cederà nella tempesta. Costruire sulla roccia non significa sfuggire alle tempeste e ai torrenti devastatori bensì mettersi in posizione tale da uscirne imbattuti, seppure scossi. E’ proprio attraverso questi scossoni che camminiamo sulla strada di Dio: essi mettono a prova la nostra fede, ma la rafforzano. Tutte le prove, grandi e piccole, ci fanno sentire poveri davanti a Dio, e quindi bisognosi di Lui e della sua salvezza. E’ attraverso questi «momenti forti» della vita che Dio ci fa entrare sempre più nel suo Regno. La persona che costruisce la sua vita sulla parola di Gesù, è da lui chiamato «saggio». La vita sarà costruita sulla roccia nella misura in cui l’amore a Dio e l’amore all’uomo si fonderanno in noi in un unico amore. Potranno soffiare i venti dell’incredulità, dello scoraggiamento, della tristezza, dell’infedeltà… e la dimora che avremo tentato di costruire amandoci reciprocamente e amando il fratello, rendendo così presente Dio tra noi, resisterà. Altrimenti sarà facile alle prime difficoltà dire: non ci siamo capiti, ma che modo di pensare ha quello lì, ma non ne vale proprio la pena… e buttare tutto all’aria. Non è facile seguire Gesù; non ci dice che è un cammino semplice, ma egli stesso ci porge la sua mano dicendoci: sono con voi, coraggio! Comprendiamo quanto deve essere grande il nostro impe­gno. Più che considerarci cristiani perfetti, onesti, giusti, a parole, possiamo riconoscere le nostre debolezze e possiamo impegnarci a migliorare la nostra vita, perché ogni giorno abbiamo bisogno di convertir­ci, ogni giorno abbiamo bisogno della forza del Signore, di costruire la nostra vita su Lui, che è la nostra roccia

don Roberto Rossi (Omelia del 06-03-2011)

Costruire la vita sulla roccia della Parola di Dio

La Parola di Dio che abbiamo ascoltato è molto concreta ed esige da noi una risposta altrettanto precisa. Ci ricorda che dobbiamo tradurre la fede nelle opere; che non è suffi­ciente dire che Gesù è Signore per sentirci buoni cristiani, o fare solo alcune pratiche di pietà e di devozione. È necessario compiere la volontà di Dio, cioè mettere in pratica la sua legge. E per fare questo non servono le parole, non servono i ragionamenti, serve la testimonianza concre­ta e coerente.
Diceva Paolo VI: «L’uomo moderno ascolta più volen­tieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa per­ché sono testimoni». Mai come oggi, il mondo ha bisogno non di belle teorie ma di testimoni, di esperienze esemplari. E noi cristiani sia­mo chiamati a dare questa testimonianza con la nostra vita. Non è importante persuadere, quanto trasmettere la Parola di Dio e darne testimonianza con la vita. E Gesù nel brano del Vangelo di oggi ci ricorda che non si accontenta di una fede formale e di una religio­sità fatta di parole o di gesti e preghiere abitudinarie. Esige una fede solida, fondata sulla roccia sicura della sua Parola. Ma tutti i brani delle letture di oggi ci aiutano ad accogliere la Parola di Dio, ad amarla, a metterla in pratica. Il primo brano dal libro del Deuteronomio è una presentazione stupenda della bellezza e dell’importanza della Parola di Dio. “Porrete nel cuore e nell’anima queste mie parole; ve le legherete alla mano come un segno e le terrete come un pendaglio davanti agli occhi. Avrete benedizione se obbedirete ai comandi del Signore, maledizione se vi allontanerete dalla via che vi prescrivo. Avrete cura di mettere in pratica tutte le leggi e le norme che io oggi pongo dinnanzi a voi” Il vangelo è la parte conclusiva del Discorso della Montagna. In essa Gesù ci dà due grandi ammonimenti che riprendono e perfezionano le parole della prima lettura. Per i discepoli del Signore è tempo di fatti e non di parole. Gesù dice: se volete essere miei discepoli, fate la volontà del vostro Padre, Dio, realizzate il programma del discorso della montagna, che ho predicato con tutta la mia vita: pregare, volersi bene, sacrificarsi per chi ne ha bisogno, fare il nostro dovere anche quando costa, perdonare, amare anche i nemici, fidarsi di Dio anche quando le cose vanno male. Gesù chiede quindi non tanto di parlare, ma di fare. Fare significa lasciare che la Parola di Dio modelli la nostra maniera di pensare, e gli atteggiamenti di Gesù pieghino il nostro comportamento; significa lasciarsi convertire a poco a poco nelle scelte, sempre da rinnovare, della nostra vita; significa fermarsi, ogni tanto, per riflettere sulla qualità della nostra vita alla luce della fede; significa domandarsi come la parola di Dio ci conduce in mezzo ai problemi del mondo di oggi. Poi Gesù chiede ai suoi discepoli di costruire la propria vita sulla roccia della sua parola. Proprio al termine del suo Discorso, Gesù presenta un’immagine molto efficace. Chi ascolta la sua parola e la mette in pratica, edifica la sua casa (cioè la sua vita) sulla roccia. Nella bufera, resisterà. Chi ascolta la parola ma non la mette in pratica, edifica la sua vita su un terreno malfermo, insicuro; cederà nella tempesta. Costruire sulla roccia non significa sfuggire alle tempeste e ai torrenti devastatori bensì mettersi in posizione tale da uscirne imbattuti, seppure scossi. E’ proprio attraverso questi scossoni che camminiamo sulla strada di Dio: essi mettono a prova la nostra fede, ma la rafforzano. Tutte le prove, grandi e piccole, ci fanno sentire poveri davanti a Dio, e quindi bisognosi di Lui e della sua salvezza. E’ attraverso questi «momenti forti» della vita che Dio ci fa entrare sempre più nel suo Regno. La persona che costruisce la sua vita sulla parola di Gesù, è da lui chiamato «saggio». La vita sarà costruita sulla roccia nella misura in cui l’amore a Dio e l’amore all’uomo si fonderanno in noi in un unico amore. Potranno soffiare i venti dell’incredulità, dello scoraggiamento, della tristezza, dell’infedeltà… e la dimora che avremo tentato di costruire amandoci reciprocamente e amando il fratello, rendendo così presente Dio tra noi, resisterà. Altrimenti sarà facile alle prime difficoltà dire: non ci siamo capiti, ma che modo di pensare ha quello lì, ma non ne vale proprio la pena… e buttare tutto all’aria. Non è facile seguire Gesù; non ci dice che è un cammino semplice, ma egli stesso ci porge la sua mano dicendoci: sono con voi, coraggio! Comprendiamo quanto deve essere grande il nostro impe­gno. Più che considerarci cristiani perfetti, onesti, giusti, a parole, possiamo riconoscere le nostre debolezze e possiamo impegnarci a migliorare la nostra vita, perché ogni giorno abbiamo bisogno di convertir­ci, ogni giorno abbiamo bisogno della forza del Signore, di costruire la nostra vita su Lui, che è la nostra roccia

don Roberto Seregni (Omelia del 06-03-2011)

Fondamenta

Questa sera ho incontrato i ragazzi di I e II superiore. I misteriosi sentieri dello Spirito hanno fatto in modo che il tema proposto per il nostro incontro avesse come centro proprio il brano di Vangelo della prossima domenica.
Suor Lety presenta il testo, lo commenta e poi cerchiamo attualizzazioni e spunti per il confronto.
Che vuol dire – oggi – costruire sopra fondamenta solide?
Che vuol dire ascoltare e mettere in pratica la Parola?
Cosa è sabbia e cosa è roccia?

Nella geniale narrazione di Gesù, sono contrapposti due progetti di costruzione, due uomini alle prese con le fondamenta stesse della loro casa.
Proprio in questa scelta, in questo discernimento, sta la distinzione evangelica tra saggezza e stupidità, tra prudenza e stoltezza.
Chi costruisce sulla roccia è chi ascolta la Parola e la mette in pratica, cioè sceglie Gesù come roccia sicura su cui costruire la sua vita: questa è saggezza.
Chi costruisce sulla sabbia è chi ascolta la Parola ma non la mette in pratica, cioè costruisce la sua vita senza fondamenta sicure, allo sbaraglio: questa è stupidità.
La parabola di Gesù contrappone, dunque, due atteggiamenti: ascoltare e fare, ascoltare e non fare. Proprio su questo, dice il Rabbì di Nazareth, si misura l’autenticità, la verità della fede.
L’entusiasmo non basta.
L’effervescienza spirituale non porta a nulla.
Le sterili manifestazioni esteriori lasciano il tempo che trovano.
La solidità della fede si decide nelle scelte domestiche, nella quotidianità riletta a partire dal Vangelo, in scelte coraggiose sostenute dalla forza della preghiera.

Ripenso ai volti dei meravigliosi ragazzi con cui ho condiviso questa serata. Mi ha commosso la franchezza con cui alcuni di loro hanno cercato di calare questa Parola nella loro vita.
Ascoltare e mettere in pratica la Parola di Gesù è non vergognarci di essere qui; è dire senza paura che alla domenica andiamo a Messa e un paio di pomeriggi alla settimana li passiamo in Oratorio; è rispondere con un sorriso a chi ci prende in giro perché andiamo a sciare con il don; è non vergognarci che settimana prossima salteremo un allenamento per andare alla Messa del mercoledì delle Ceneri…

Grazie ragazzi, mi avete aperto il cuore.

E per te, amico lettore, cosa vuol dire ascoltare e mettere in pratica la Parola?

Buona settimana
don Roberto

mons. Gianfranco Poma (Omelia del 06-03-2011)

Colui che fa la volontà del Padre entrerà nel Regno dei cieli

Nella domenica IX del tempo ordinario, leggiamo il brano conclusivo del “discorso della montagna” (Matt.7,21-27): il discepolo di Gesù, che è chiamato a lasciare tutto ciò che intralcia il cammino della realizzazione della propria esistenza per seguire Lui ed entrare con Lui nel Regno di Dio, è posto con estrema chiarezza di fronte all’urgenza di una scelta radicale, cioè: dire Si o No a Gesù. “Io dico a voi…”: occorre decidere. “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel Regno dei cieli”: la coscienza è posta di fronte ad una alternativa netta, l’impegno è assoluto. Tutte le espressioni usate sono chiarissime: o si entra o si rimane fuori.
Abbiamo già potuto sottolineare la preoccupazione pedagogica del Vangelo: il Vangelo di Matteo è stato chiamato dal Card. Martini il “Vangelo del catechista” proprio perché si presenta come una guida sintetica e completa per l’educatore che vuole condurre alla maturità il credente che ha già compiuto il primo passo ed ha già aderito alla fede. Nel brano che oggi leggiamo, punto di arrivo del discorso, Matteo usa la sua raffinatezza pedagogica, per condurci a verificare la serietà della nostra adesione a Cristo.
Dopo aver insistito sulla necessità di una decisione chiara per Cristo, Matteo sente il bisogno di precisare ulteriormente gli elementi che caratterizzano l’identità cristiana. “Non tutti coloro che mi dicono: “Signore, Signore”, entreranno nel Regno dei cieli”. Gesù intende portare così l’ultimo tocco al richiamo rivolto al suo discepolo la cui giustizia deve superare quella degli scribi e dei farisei. Gli scribi sono addetti allo studio attento della Legge: presso l’ebraismo la teologia è in realtà sempre un commento della Torah. Anche a questo proposito Gesù non nega la bontà dello studio degli scribi e della loro religiosità, ma la “porta al pieno compimento”. “Non tutti coloro che mi dicono…” non è sufficiente essere degli scribi perfetti, per entrare nel Regno dei cieli; non è sufficiente essere dei raffinati teologi, non è sufficiente appartenere a gruppi di preghiera, non è sufficiente ripetere preghiere. E’ sempre possibile illudersi di credere. “Ma chi fa la volontà del Padre mio, quello che sta nei cieli…” Gesù vuole portare a “compimento” anche la giustizia dei “farisei”: questi sono persone particolarmente impegnate nella applicazione pratica della Legge, ritengono che la loro giustizia, la loro giusta relazione con Dio, consista nella esecuzione perfetta della Legge, espressione della volontà di Dio. Gesù ai suoi discepoli chiede di essere operatori della “volontà del Padre mio, quello che sta nei cieli”. Sta qui la grande novità che Gesù propone ai suoi discepoli: andare oltre la volontà di Dio espressa nella Legge, per essere operatori della “volontà del Padre” che Gesù chiama “Padre mio che sta nei cieli”. Gesù è il Figlio che ha rivelato la volontà misteriosa del Padre. E’ una interpretazione riduttiva pensare che Gesù contrapponga il “dire” al “fare” e pensare che Gesù voglia privilegiare il “fare”: Gesù chiede ai suoi discepoli di essere operatori della volontà del Padre, ma per essere tali, occorre prima cercarla. Solo chi è prima “uditore della Parola del Padre” entra nella sua volontà e ne diventa “operatore”. Ai suoi discepoli, Gesù chiede di ascoltare Lui, (“Avete udito che è stato detto agli antichi…ma io dico a voi”): è Lui la Parola di Dio che nel suo farsi carne rivela la volontà del Padre. Essere “uditori” di Gesù significa aprirsi a Lui con tutta la propria umanità, seguire Lui, vivere con Lui la sua dimensione filiale e condividere con Lui la dimensione fraterna. Studiare Gesù, cercare Gesù, pregare Gesù è la via per essere con Lui figli che in ogni momento accolgono la volontà del Padre e la rendono viva nella concretezza della storia che a loro è data di vivere.
E Gesù mette in guardia dal rischio di cadere in un raffinato fariseismo che troppo facilmente identifica la “volontà di Dio” con il fare le cose pur buone che la “nostra” volontà (ma non la volontà del Padre) ci spinge a fare. Anticipando il giorno nel quale egli si presenterà come giudice, in realtà per avvertirci già adesso sul discernimento da operare per “fare la volontà del Padre”, Gesù proclama: “In quel giorno, molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome, non abbiamo scacciato demoni? E nel tuo nome, non abbiamo fatto molti prodigi?” Ma allora io dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuto. Allontanatevi da me, operatori malvagi”. Pronunciare profezie, scacciare demoni, fare prodigi nel nome di Cristo, non è forse “fare” bene? Ma quanto è facile strumentalizzare il nome di Cristo e fare cose buone solo per noi: all’origine di ogni nostra scelta personale o ecclesiale Gesù ci invita a chiederci se stiamo facendo la volontà del Padre o la nostra.
Il “discorso della montagna” si chiude con la duplice parabola, in positivo e in negativo, con la quale Gesù invita ancora una volta alla scelta: Certamente Matteo ha di fronte a sé una comunità colta, attenta ad ascoltare le parole di Gesù: è così facile anche oggi dire belle parole, studiare teologia, fare belle liturgie…Matteo sprona la sua comunità: l’uomo sapiente è quello che sa ascoltare talmente le parole di Gesù, che ne è totalmente afferrato, tanto che la sua vita le rende visibili a tal punto che le opere sono il farsi concreto della Parola di Dio. Essere uditori e operatori della Parola di Dio, significa essere costruttori del “Corpo di Cristo” che è la Chiesa, che vive della vita di Dio, l’Amore, che è ben altro dall’efficientismo del nostro affannarci. Il realismo di Gesù è ben lontano dal nascondere quanto l’uomo sapiente si trovi immerso in una situazione che gli è avversa: contro di lui si scatenano tutti gli elementi, dal cielo, dalla terra, dai fiumi, ma, come una casa costruita sulla roccia, non cade. Sottolinea con enfasi, Gesù: “è costruito sulla roccia”, e la roccia è la Parola di Dio, è Gesù stesso, è Lui morto e risorto. Non così è per lo stolto: egli “ascolta” la Parola, ma non si lascia afferrare da essa; in lui la Parola rimane infeconda. Costruisce la casa, ma su se stesso, con un suo progetto, con materiali suoi, sulla sabbia. Non può reggere di fronte alla durezza della storia una casa costruita sulla sabbia: “cade, e la sua rovina è grande”.
Si conclude così il grande “discorso della montagna”, con una vena di amarezza: Matteo ha di fronte a sé la situazione in cui si trova la prima comunità cristiana. E’ stupenda la pienezza di vita che Gesù offre al suo popolo: ma molti non hanno il coraggio di affidarsi alla sua Parola, non accolgono il “compimento” che egli è venuto a portare. Si affaticano a costruire sulla sabbia, hanno paura della forza della storia: è così bello lasciarsi afferrare da Colui che ha una Parola nuova, con l’autorità che gli scribi non hanno!

Wilma Chasseur (Omelia del 06-03-2011)

Tra il dire e il fare.. solo il mare?

Filo conduttore di questa domenica: due vie. Prima lettura: Mosè presenta al popolo o la
benedizione o la maledizione: a scelta, come sempre! Perché come sempre, l’uomo rimane libero di scegliere il bene o il male. Ma se sceglie il bene sarà nella benedizione, mentre se sceglie il male sarà nella maledizione.

1/ Quale via?

Siamo sempre, senza via di scampo, davanti alla nostra libertà. Che fatica avere sempre a che fare con quest’arma a doppio taglio. Ma la fatica è l’unica via alla felicità. Anche sul vocabolario, prima viene fatica e poi viene felicità… E il Signore si guarda bene dal togliercela questa libertà che ci fa sudare sette camicie, perché è proprio esercitandola che facciamo funzionare il nostro “a immagine e somiglianza”. E poi, dopo tanto faticare, ci otterrà la corona di gloria.
Eccovi una parabola molto efficace a questo riguardo. C’era una volta un grande saggio che aveva il dono della cardiognosia (conoscenza dei cuori) e nessuno era mai riuscito a ingannarlo. Un giorno un tizio che si credeva un sapientone, ma in realtà era uno stolto, studiò uno stratagemma, secondo lui infallibile, per cogliere in fallo il grande saggio. Pensò: mi presenterò a lui con le mani dietro la schiena con un uccellino tra le mani e gli chiederò: “L’uccellino che ho in mano è morto o vivo? “Se mi risponde che è morto lo farò volare e se mi dice che è vivo lo stringerò fra le mani e glielo mostrerò morto. Si presenta dunque al grande saggio e gli fa la fatidica domanda: l’uccellino che ho tra le mani è morto o vivo? Il grande saggio risponde: “Sarà ciò che tu vuoi”. Ecco la grande impresa: l’uccellino è il nostro destino che dipende dalla nostra libertà: se facciamo il male lo soffochiamo, se facciamo il bene voliamo…

2/ Tra il dire e il fare…

Anche nel Vangelo ci vengono presentate due vie, o meglio, un’alternativa: dire o fare. “Non chi dice Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio”. Altro che solo il mare di mezzo, tra il dire e il fare; qui c’è di mezzo addirittura la nostra salvezza eterna.
Dire e fare; anche qui niente via di scampo: o facciamo ciò che Lui ci dice (“chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica”…), o, al minimo soffio di vento, crolliamo a terra (e anche sottoterra), con la casa costruita sulla sabbia.
Ma come fare per costruire la casa sulla roccia? O meglio: chi è la roccia? Qui ci viene in soccorso il salmo responsoriale che nel ritornello ci ricorda “Sei tu Signore, la roccia che mi salva” (Salmo 30). Poniamo dunque tutta la nostra fiducia e la nostra speranza sull’unico che non ci verrà mai a mancare: potrà anche mancarci il terreno sotto i piedi, ma DIO rimane sempre sopra le nostre teste quindi non sparirà mai.

3/ Quale punto d’appoggio?

Dobbiamo diventare degli acrobati del salto in alto: avere il nostro punto d’appoggio al soffitto e non più sul pavimento. I santi sono proprio quelli che non hanno più come punto d’appoggio il pavimento, ma il soffitto. Quindi può anche venir loro a mancare il terreno sotto i piedi, ma non per questo crollano perché sono saldamente appoggiati al soffitto. “Dio solo non delude mai”, diceva suor Amata la mia insegnante di quinta elementare (e non l’ho mai più dimenticato!). Ecco un tassello sul quale ho costruito la casa… E voi? Dove siete andati a prendere i mattoni rocciosi, non friabili, sui quali poggiare la vostra casa?

don Alberto Brignoli (Omelia del 06-03-2011)

Le credenziali che contano

Mentre scrivo queste poche e povere parole di commento al Vangelo domenicale, guardo dalla finestra della stanza della casa parrocchiale dei miei confratelli che mi ospitano. Gratuitamente, e meglio di ogni agenzia di viaggio, mi offre una meravigliosa e impagabile vista sulla città di La Paz, un vero e proprio formicaio di case abbarbicate su pareti da pendenze impercorribili che definire “di roccia” è una menzogna, ma è pure esagerato definirle “di sabbia”. Magari fossero almeno di sabbia… forse il caso avrebbe almeno permesso loro di non cadere rovinosamente come hanno fatto, qualche chilometro più avanti di qui, sotto il peso di piogge torrenziali che in questi giorni non danno tregua al Sud America, trascinando più a valle tutto ciò che trovano davanti, e lasciando senza casa (o meglio, senza nulla) oltre quattromila persone già di per sé prive del minimo necessario per vivere.
La storia si ripete, in differenti epoche dell’anno, in diverse parti del mondo (forse che la nostra Italia può dirsi priva di queste tragedie?), effetto delle calamità naturali, di una natura che certamente non può essere controllata per quanto possa essere prevista; ma molto spesso anche di un’incuria, di una leggerezza umana che pur di costruire e di guadagnare approfitta della natura laddove sa di non poterlo fare, eppure insiste nel farlo, convinta che “tanto qui non succederà nulla”, e che comunque la sua intelligenza vale molto più delle leggi della Natura.
Già, la tracotante intelligenza umana: quella per cui ci permettiamo di fare tutto, di progettare tutto, di pensare tutto, di stabilire tutto, di giudicare tutto, di giustificare tutto, di avere un criterio per tutto, di rivendicare tutto, di avanzare pretese per tutto… alla fine, anche per Dio.
Al punto che nella vita di fede pensiamo di poter risolvere tutto con due o tre “regolette”, con due o tre formule, con due o tre piccole osservanze a comandamenti da esibire a Dio come si esibiscono i documenti in regola di fronte a una pattuglia di agenti di polizia sulla strada per avere il lasciapassare e poi via!, avanti per la nostra strada!
Magari lamentandoci pure con quel Dio che ogni tanto ci fa perdere tempo e ci fa fare una verifica del nostro cammino (come sarà nei prossimi giorni, iniziando la Quaresima), mettendo un freno alla nostra pretesa di essere padroni della terra e del cielo, anche di quel Cielo che ha le fattezze di un Regno e che si apre ai piccoli, a coloro che senza avanzare pretese fanno la volontà di Dio.
E il nostro lamento non sempre è supplica: anzi, è soprattutto rimostranza, è mugugno, è pretesa. Pretendiamo che ci venga aperta la porta del Regno al solo grido di “Signore, Signore!”, mentre costruire la nostra casa su quella roccia che è Dio è molto, molto di più.
“Di più in che senso?”, diremmo noi. “Signore, vuoi che tiriamo fuori i nostri titoli, vuoi che ti facciamo vedere che sappiamo fare di più? Vuoi che ti diciamo cosa abbiamo fatto per te? Ti spaventeresti, e ci apriresti subito la porta, se sapessi che noi abbiamo parlato di te al mondo, e che abbiamo compiuto le opere ascetiche più grandi e i sacrifici più immani pur di non cedere alle tentazioni del demonio, e che le cose che abbiamo fatto, e le opere che abbiamo costruito aiutando i più poveri sono i nostri ‘prodigi’, le nostre migliori credenziali, per convincerti che siamo davvero ‘dei tuoi’, altro che storie!”.
E sentirsi dire: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, operatori di iniquità!”, nemmeno quello sembra farci prendere coscienza che nella vita ciò che conta di fronte a Dio è ben altro, perché poi il giorno dopo saremmo ancora a lì a tentare di scassinare la porta del Regno dei Cieli per entrarvi a costruire di nuovo cose di sabbia, inutili, futili, dannose!
Ciò che conta di fronte a Dio è ben altro. Ciò che conta è un cuore che cerca lui, e nessun’altra cosa. Ciò che conta è costruire la nostra vita su di lui, che è l’unica roccia, e non sulle nostre convinzioni, sulla nostra obbedienza a regolette facili e a precetti sterili che servono solo a farci sentire la coscienza a posto.
Perché – siamo onesti e guardiamoci dentro – lo sappiamo bene: piogge torrenziali, venti impetuosi e fiumi in piena sono sempre lì in agguato a dirci la precarietà della nostra vita, delle nostre pretese, dei nostri sprazzi di orgoglio, della nostra tracotanza, della nostra ricerca di benessere, di piacere, di materialismo, di ricchezza, di potere… tutte cose che non contano nulla e che sono peggio che sabbia, di fronte ai drammi dell’esistenza e alla precarietà del nostro essere.
Che cosa sono i nostri “Io, Signore, ho fatto questo e quest’altro” di fronte a due giovani vite spezzate e ritrovate morte, non in capo al mondo, ma tra le sterpaglie dei campi e dei boschi dietro le nostre case e le nostre fabbriche?
Che cosa valgono i nostri “Io, Signore”, di fronte al dramma di due famiglie la cui tenace speranza termina (magari terminasse…) in angoscia?
Che cosa contano i nostri “io” di fronte a case andate in rovina veramente per colpa dell’insensatezza umana?
Che cosa sono le nostre pretenziose credenziali sbattute in faccia a Dio, rispetto ai drammi di un popolo bombardato e massacrato perché grida ed esige libertà?
Sabbia… solo un pugno di sabbia.
Come è di sabbia una vita di fede basata su titoli e credenziali da esibire a Dio senza preoccuparsi di fare la sua, non la nostra volontà.
Sono poste davanti a noi, oggi, benedizione e maledizione, giustizia per mezzo della Legge e giustizia per mezzo della Fede, sabbia e roccia: su cosa vogliamo costruire la nostra vita?

mons. Roberto Brunelli (Omelia del 06-03-2011)

Le parole e i fatti

Tra i volumi che affollano le biblioteche, forse nessuno è tanto complesso quanto la Bibbia. Composto da 73 libri di vario genere, scritti da mani diverse nell’arco di centinaia di anni per lettori di un mondo via via cambiato, ne riflette tutte le, quanto meno apparenti, contraddizioni, sicché hanno avuto gioco facile quanti – non riconoscendolo quale Parola di Dio – si sono proposti di demolirne la credibilità. Gli onesti invece riconoscono la Bibbia simile a un Bildungsroman, un “romanzo di formazione” che segue ed educa la crescita del protagonista (in questo caso, un intero popolo), guidandolo passo passo a superare i propri limiti sino ad acquisire la maturità di un adulto, che cerca di risolvere conflitti e contrasti approfondendone le motivazioni.
Un esempio delle presunte contraddizioni della Bibbia è offerto dalle letture di oggi. Nel vangelo (Matteo 7,21-27) Gesù ammonisce: “Non chiunque mi dice ‘Signore, Signore’ entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio”. E si spiega con un paragone: “Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande”.
Le cronache recenti hanno offerto numerosi esempi di situazioni simili: case costruite sul greto dei fiumi, su instabili pendii o addirittura sulle spiagge marine, spazzate via dai normali fenomeni della natura che sarebbe stato facile prevedere. Ma ovviamente Gesù si riferiva alla “casa” che è la vita dell’uomo, presente e futura, e la “roccia” su cui edificarla è lui, rappresentato in terra dal prescelto cui cambiò significativamente il nome: “Beato te, Simone figlio di Giona. Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa” (Matteo 16,17-17). Pietro: nella lingua originale Cefa’, che significa roccia, pietra, su cui si regge quella Chiesa che nessuna forza avversa potrà mai distruggere.
La propria casa sicura, tornando al vangelo odierno, non è dunque quella di chi proclama la fede a parole, ma di chi opera nei fatti secondo la volontà di Dio, entro la Chiesa. Può stupire pertanto l’affermazione della seconda lettura (Romani 3,21-28): gli uomini, tutti peccatori e perciò separati da Dio, sono resi giusti davanti a Lui in virtù della redenzione; il sacrificio del Cristo lava i peccati di chi crede in lui; in sintesi, “L’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere”. Qualcuno in passato ne ha dedotto che non conta come ci si comporta; si può anche agire male: basta credere in Gesù Cristo, e la vita eterna è assicurata. Deduzione aberrante: anche sul piano dei rapporti umani, a prescindere dalla religione, si esige la coerenza; nessuno stima chi dice una cosa e ne fa un’altra. Tanto più agli occhi di Dio! Può far comodo ritenerlo, ma in realtà l’affermazione dell’apostolo non è affatto in contrasto con quelle di Gesù riportate sopra: se la fede che si dichiara è autentica, i fatti saranno con essa coerenti. Un’altra pagina della Bibbia (Giacomo 2,14.18) chiede: “A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere?” E con un tocco di ironia aggiunge che a chi parlasse così si potrebbe obiettare: “Tu hai la fede e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede”.

don Luca Orlando Russo (Omelia del 06-03-2011)

“… ha costruito la sua casa sulla roccia”

Leggendo questo brano del vangelo mi è venuto d’istinto di notare che Gesù non specifica se c’è una differenza tra colui che consapevolmente dice e non fa e chi dice e non fa dopo aver promesso a se stesso sinceramente di fare del proprio meglio, anche se i risultati non sono eccellenti. A chi di noi, infatti, non è capitato di veder smentita, proprio da se stesso, quella parola che con sincerità ha annunziato, pregato e celebrato. Nel mio ministero mi capita di dover incoraggiare persone che, coscienti dei propri limiti, vorrebbero rinunziare ad annunciare la parola del Signore. Il problema della coerenza con quanto si annunzia e si celebra è presente in tutti, nessuno può ergersi a maestro di coerenza e la storia della spiritualità cristiana ci insegna che i santi hanno sempre dichiarato, con umiltà, di essere i primi peccatori.
Alla luce di questa semplice considerazione mi sono chiesto se Gesù con le parole che chiudono l’impegnativo discorso della montagna non abbia voluto esortarci a riflettere sulla divisione tra il cuore e le labbra, divisione che impone ad ogni uomo una dose di umiltà massiccia e ci invita a non confidare sulle nostre povere forze. Anche a Gesù deve essere capitato di incontrare molti uomini e donne che, nel loro relazionarsi, si ponevano qualche metro al di sopra degli altri per il solo fatto che sapevano tanto di teologia e sapevano anche annunziarlo con tanta abilità, da apparire agli occhi dei loro ascoltatori vicini a Dio. Per fortuna, ci ricorda Gesù, l’appartenenza al regno dei cieli non dipende da quello che sappiamo, ma da quello che poi concretamente operiamo. Il mio vecchio parroco, ormai passato a miglior vita, mi diceva sempre di ricordarmi che i demoni ne sanno più di chiunque di teologia e, se volessero, potrebbero profetare molto meglio di qualunque battezzato, anche dei più grandi predicatori di cui è piena la storia della Chiesa.
La conclusione interessante, a mio parere, delle parole di Gesù è l’averci fornito con esse un criterio eccellente per fare discernimento nella nostra vita spirituale: guardare a quello che concretamente realizziamo, sono solo i frutti che dicono la bontà dell’albero.
Da queste parole ne usciamo con le ossa rotte se pensavamo che belle preghiere o belle parole potessero bastare per sentirci in comunione con Dio. Per costruire la nostra casa sulla roccia ed essere al sicuro quando ci troveremo ad affrontare le avverse condizioni della vita non ci resta che riconoscere la nostra incoerenza, chiedere umilmente perdono e la forza dell’amore per agire guidati dalla carità.
Signore, ci capita di commettere l’errore di identificarci più con le nostre parole che con le nostre azioni, ma tu ci hai insegnato che un uomo vale non per quello che dice, ma per quello che fa. Colma tu la distanza tra quanto conosciamo, ma non sappiamo ancora tradurre in gesti concreti di amore.
Buona domenica e buona settimana!

Agenzia SIR (Omelia del 06-03-2011)

Commento su Mt 7,21-27

Fare la volontà del Padre non dipende dal cosa si fa – si trattasse anche di scacciare demoni o fare miracoli! – ma dal come lo si fa. È volontà del Padre ascoltare le parole di Gesù e metterle in pratica. Per noi oggi è come dire: vivere la messa, dalla Parola alla missione, dall’ascolto all‘ite: andate!

Impressiona la frase di Gesù – “Non vi ho mai conosciuti!” – anticipo di quella del giudizio finale che separerà gli agnelli dai capri. Gli apostoli sono impressionati da quello che dice il Signore; anche loro non lo conoscono?

Fare la volontà del PadreFare le parole ascoltate da Gesù e, tra queste, torna forte alla memoria il “Fate questo in memoria di me”, il pane eucaristico, sacramento di salvezza e di totale comunione fraterna, massima parola e tangibilità della bellezza della vita cristiana. Il credente che entra nel Regno dei cieli è uno che ascolta e obbedisce alla parola, umile e operoso. Questa è la spiegazione di una parabola sorprendente: quando ascoltare e fare sono uniti, la casa resiste a tutte le prove perché sotto ha roccia; se si separa l’ascolto dal fare, allora essa è fragile perché poggia sull’inconsistenza della sabbia.

Anche queste parole impressionano la folla che ascolta Gesù e resta stupita del suo insegnamento: egli infatti insegnava come uno che ha autorità, e non come i loro scribi.Anche papa Benedetto XVI colpisce quando spiega le parole di Gesù. Proprio su questo Vangelo, ha scritto ai giovani in vista della Giornata mondiale di Madrid: “Costruite la vostra casa sulla roccia, come l’uomo che ha scavato molto profondo. (…) Non credete a coloro che vi dicono che non avete bisogno degli altri per costruire la vostra vita! Appoggiatevi, invece, alla fede dei vostri cari, alla fede della Chiesa, e ringraziate il Signore di averla ricevuta e di averla fatta vostra!”.

La fede dei padri. E delle nonne, come quella che entrò in chiesa tenendo per mano il nipotino. Cercò con lo sguardo il lumino rosso che segnalava il tabernacolo del Santissimo. Si inginocchiò e cominciò a pregare. Il bambino girava gli occhi dalla nonna al lumino rosso, dal lumino rosso alla nonna. Ad un certo punto sbottò: “Ehi, nonna! Quando viene verde usciamo, eh?”. Quel lumino non diventerà mai verde. Continua a ripetere senza posa: “Fermati!”. Questa è la roccia.

commento a cura di don Angelo Sceppacerca

don Luigi Trapelli (Omelia del 06-03-2011)

Vivere la parola

La domanda che spesse volte ci poniamo è questa: “Come fare per entrare nel regno dei cieli?”.
Gesù risponde in modo puntuale.
Non basta invocare o pronunciare mille parole, bisogna fare la volontà del Padre.
E’ agire sullo stile di Gesù, vero volto del Padre.
La tentazione di fermarsi ad un cristianesimo fatto di parole, è molto forte.
In fondo, sembra sufficiente dire qualche preghiera o partecipare alla Santa Messa, per sentirsi a posto.
Ma ogni invocazione ha senso, se io vivo quello che dico.
Gli ebrei usano il termine Dabar.
Significa che Dio agisce sia in parole e sia in opere.
Anzi, Gesù prima agiva e poi parlava.
Quale grande insegnamento per noi oggi e per i fiumi di parole che pronunciamo!!
Possiamo scacciare i demoni, profetare, compiere prodigi, ma il Signore ci potrà cacciare via.
Ci siamo scordati di mettere in atto tale Parola.

Gesù ci invita ad una scelta precisa.
O costruiamo la casa sulla roccia o sulla sabbia.
O creiamo qualcosa di solido, ascoltando la Parola e mettendola in atto, o tutto cade.
O la nostra esistenza si fonda su valori autentici, o rischiamo di essere subito in crisi.

Il Vangelo non ci dice quali sono i pilastri per costruire la casa sulla roccia, ma ne esemplifico quattro.

a) In primo luogo la preghiera vissuta come ascolto assiduo della Parola di Dio.
b) L’esperienza forte della fraternità e della condivisione, in un contesto di carità.
c) Creare rapporti profondi e solidi, che mirino alla conoscenza non superficiale di chi abbiamo di fronte.
d) Puntare a comunità cristiane e civili nei quali le persone non si sentano sole, ma accolte e benvolute.

In questi giorni il caso di Yara Gambirasio, la povera ragazza uccisa nelle campagne del bergamasco, ci ha tutti straziati.
Ci domandiamo perché possano accadere episodi simili e perché Dio possa permettere questo come altri strazianti dolori.
Costruire la casa sulla roccia di una Parola che è eterna e che dovremmo mettere in pratica, ci aiuta a dare un significato all’esistere.
Laddove invece non si costruisce nulla o vi è sabbia, tutto scompare in fretta e l’umanità sperimenta la costante fragilità.

Il Signore possa guidare i nostri cuori ad una conversione perenne e ci insegni a parlare meno e ad agire un po’ di più.
Per diventare testimoni viventi della Sua Parola!

Eremo San Biagio (Omelia del 06-03-2011)

Dalla Parola del giorno
Gesù disse ai suoi discepoli: “Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore’, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.”

Come vivere questa Parola?
La preghiera è come l’aria per la vita spirituale. Non puoi farne a meno. E guai se ti lasci andare alle derive dell’attivismo, fosse pure inzuppato di sante intenzioni!
Però la preghiera non è un macinar parole su parole ma il buon grano e il suo farsi vita. E quale vita? Quella che coincide col compiere, momento per momento, la volontà di Dio. Gesù è venuto a darcene splendido esempio. Unito al Padre nel pensiero e nel cuore, ne è stato testimone operando il bene. Lui, che ha voluto perfino soggiacere alla terribile tentazione per essere in tutto come noi (fuorché nel peccato) ci ha insegnato quel che più conta. Perché impalcarsi a registi della propria vita, alienandosi da Dio e tentando un’autonomia fuori della sua volontà, coincide con l’autodistruzione. Mentre ciò che Dio vuole per noi è la solidità di un progetto che è salvezza per noi. Proprio come la solidità della roccia su cui poggia la prima casa della breve parabola del vangelo odierno.
Nel Regno dei Cieli non si entra solo alla fine della vita ma, in serenità di fondo, in cuore di speranza e in clima di gioia si entra già ora. Appena uno decide di addestrarsi e discernere, momento per momento, ciò che è chiamato a fare per piacere a Dio, il Suo Regno che è amore pace gioia bontà e ogni altro vero bene, s’instaura nel profondo e s’irradia poi intorno a lui.

Signore, dammi sempre di intendere quello che tu vuoi da me e che la tua parola e le mediazioni di essa mi chiarificano. E dammi volontà forte per compiere quello che mi chiedi.

La voce di un grande Papa
Non abbiate paura, cari amici, di preferire le vie ‘alternative’ indicate dall’amore vero: uno stile di vita sobrio e solidale, relazioni sincere e pure, l’interesse profondo per il bene comune. Non abbiate paura di apparire diversi e di venire criticati per ciò che può apparire perdente e fuori moda.
Giovanni Paolo II

Omelie.org – autori vari (Omelia del 06-03-2011)
COMMENTO ALLE LETTURE
a cura di don Gianni Caliandro

* Dio ci ha resi giusti gratuitamente, perché ci ama, non per i nostro meriti. E questo non dipende dalle opere che facciamo obbedendo alla Legge, anche se è la Legge stessa divina, ma è un dono di Dio che passa nelle nostre vite attraverso la fede che abbiamo in Lui. Ecco il grande messaggio che Paolo oggi fa risplendere davanti ai nostri occhi, nel brano della lettera ai Romani che leggiamo (II lettura). Del resto, Paolo ha passato tutta la vita a viaggiare per poterlo dire a tutti, ha camminato e parlato in ogni luogo gli sia stato possibile, per diffondere questo che possiamo ritenere il cuore di tutto il suo messaggio, e che egli ripete tante volte anche nelle sue lettere, in tanti modi e secondo diverse angolature. Oggi siamo invitati a mettercene in ascolto nuovamente, e diremmo come se fosse la prima volta: Dio ci ha trattati da giusti anche se non lo siamo, e questa è una grazia, un regalo, un amore.
* Se pensiamo ai nostri rapporti personali, forse possiamo trovare qualche traccia di questo modo di agire di Dio, che può sembrare così paradossale. Quante volte, nella relazione con le persone che amiamo, e che ci amano, accade che facciamo qualcosa, assumiamo un atteggiamento, o decidiamo di reagire in un modo piuttosto che un altro, e questo senza che l’altra persona se lo meriti? Può restare insieme una coppia senza che ora l’uno ora l’altro scelgano di offrirsi amore, premura e attenzione, anche nei momenti della vita in cui uno dei due non se lo merita? Può resistere un’amicizia senza che, almeno qualche volta, si decida di voler bene all’amico che invece sta sbagliando nei nostri confronti? E quanti altri esempi si potrebbero fare. Ecco, sono tutte situazioni umane nelle quali si può trovare una scintilla di quello che Dio fa per noi continuamente. Esse ci possono far capire che cos’è che rende plausibile ciò che sembra paradossale: l’amore. In una relazione in cui ci si ama, un comportamento così diventa naturale, un dono fatto anche quando l’altro non sta facendo nulla per guadagnarselo assume quasi una sua naturalezza. Fuori da questa logica d’amore, invece, tutto resta assurdo.

* Questo primato dell’amore ci aiuta a capire anche l’apparente contraddizione tra l’insegnamento del vangelo di questa domenica e il messaggio paolino. Se Paolo dice che le opere, il nostro fare, le attività, non riescono ad ottenerci quella grazia che Dio ci dona per amore, allora perché Gesù fa una differenza tra le persone che ascoltano e non fanno, e quelle che ascoltano e invece fanno ciò che ascoltano? La parabola delle due case, infatti, quella solida e quella instabile, (III lettura), e così anche il messaggio del Deuteronomio (I lettura), parlano di mettere in pratica, di obbedienza concreta, di modo di agire. Allora l’insegnamento di Gesù è contrario a quello di Paolo? Questa apparente diversità si scioglie immediatamente, se pensiamo a qual è l’insegnamento di Gesù, a quale realtà è richiamata da lui perché sia messa in pratica. Nel vangelo di Matteo, immediatamente prima di questa parabola, Gesù sta parlando della mancanza di giudizio (“Non giudicate, per non essere giudicati” 27,1), della necessità di riconoscere all’altro i nostri stessi diritti, in un clima di reciprocità e di empatia (“Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti” 27,12), del rischio di un atteggiamento religioso ipocrita, in cui i comportamenti esteriori non esprimono il cuore (“Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci!” 27,15). Insomma, è sempre l’amore il grande insegnamento di Gesù, visto nei suoi diversi elementi, relazionali e personali, esteriori ed interiori. Queste sono le cose da mettere in pratica per trovare una stabilità nella vita: l’assenza di giudizio, l’attenzione rivolta a se stessi e alla corrispondenza tra la propria interiorità e la propria esteriorità, la capacità di mettersi nei panni degli altri. In una sola parola: l’amore!

* se allora volessimo mettere insieme la parola di Gesù sulla pratica dell’amore e l’insegnamento paolino sulla grazia che Dio ci dona per amore, potremmo forse dire così: è solo quando nei rapporti con gli altri mettiamo in pratica l’amore, che si realizza esistenzialmente quello che Dio fa con noi continuamente, salvandoci nella gratuità e senza merito. La volontà di Dio nei nostri confronti, la sua azione per noi, è fatta anche tra di noi quando ci amiamo. I cristiani si sforzano di vivere così, e cercano l’equilibrio e la stabilità della propria casa, cioè della propria esistenza, in questa direzione: provano, con le loro povere vite, a plasmare il proprio modo di gestire le relazioni con gli altri e le situazioni della vita secondo quello che hanno scoperto essere il modo di agire di Dio nei loro stessi confronti, il modo dell’amore.

Omelie.org (commenti per bambini) (Omelia del 06-03-2011)
Il Vangelo di questa domenica ha un inizio un po’ brusco: “Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.”
Sembra proprio che il Signore Gesù voglia mettere le cose in chiaro rispetto a chi magari si illude che basti mormorare qualche preghierina per essere veramente cristiani. Invece il Maestro e Signore invita tutti a seguirlo, ma non vuole che ci siano malintesi: nessuno può permettersi di pensare che basta essere un cristiano solo di facciata, un cristiano solo alla domenica, dimenticandosi del Vangelo per tutto il resto della settimana.
Guardate che il rischio di diventare così lo corriamo un po’ tutti quanti. Certo, veniamo a Messa, andiamo in oratorio e al catechismo, magari diciamo anche le preghiere al mattino e alla sera. Ma nella nostra giornata, c’è posto per Dio? Ci ricordiamo mai di Lui?
Le parole che usa Gesù per rivolgersi a coloro che pur avendo portato il nome di cristiani, non hanno vissuto secondo il cuore del Padre, sono veramente dure: “io dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”
Per entrare nel Regno dei Cieli ed essere parte della gioia immensa che non finisce mai, non basta invocare il nome di Dio o conoscere la vita di tutti i santi. Quello che è indispensabile è invece fare la volontà del Padre che è nei cieli.
Bello. Ma… in parole povere… cosa dobbiamo fare?
Proviamo ad essere molto concreti.
Tra poco ci scambieremo il segno della pace con le persone che ci sono sedute vicino; come al solito sarà un grande sporgersi e allungarsi per stringere quante più mani riusciamo a raggiungere, giusto? Bene: e nella nostra vita di ogni giorno, facciamo la stessa cosa? Ci sforziamo di raggiungere, di coinvolgere nel gioco, anche i compagni che restano più in disparte? Ci diamo da fare perché sia in squadra con noi anche quello che un po’ una schiappa? Siamo capaci di stringere la mano e di fare la pace anche con chi ci ha fatto arrabbiare, ci ha fatto i dispetti o ci ha presi in giro?
Perché, vedete, fare la volontà del Padre, vivere secondo il cuore di Dio, significa proprio questo: trasformare in comportamenti di ogni giorno, tutto quello che proclamiamo ad alta voce quando preghiamo o cantiamo al Signore.
Eppure, non vorrei che ci lasciassimo spaventare dalle parole che il Vangelo di oggi ci propone: non è una minaccia, quella che abbiamo ascoltato poco fa’, ma sono parole che ci stimolano in profondità.
Credo sia bello che il Signore Gesù parli chiaro, senza mezze misure: è un segno evidente della sua sincerità verso di noi. Non vuole che ci siano confusioni o fraintendimenti. Non vuole che qualcuno possa dire: – Ma io pensavo… ma io credevo… ma non avevo capito che…
No, il Rabbi di Nazareth non fa sconti, non si lancia in offerte speciali e toglie subito ogni dubbio in chi ascolta: essere cristiani non è facile. È molto impegnativo.
Essere cristiani non è per gente da poco, per personcine che si accontentano facilmente, per chi si fa bastare la mediocrità: essere cristiani sul serio è qualcosa di grande, per questo richiede fatica.
Provare a vivere il Vangelo giorno per giorno, mette in gioco tutto di noi, fino in profondità.
E Gesù, da vero Maestro, ci aiuta a penetrare in questa consapevolezza con l’aiuto di una parabola molto suggestiva: quella delle due case. Ripercorriamola insieme, per gustarne tutti i particolari.
Ci sono due uomini che desiderano costruire ciascuno la propria casa. La devono tirar su ognuno con le proprie mani, non hanno un’impresa edile che se ne occupi: si tratta proprio di costruirla da soli, pietra su pietra.
Uno dei due non ha troppa voglia di impegnarsi, di spenderci tempo e denaro. Così decide di costruire la sua casa sulla spiaggia: è un bel posticino, vicino al mare, bel panorama… veramente nulla da obiettare. Soprattutto, trovandosi lì sulla spiaggia, ha tanta bella sabbia a disposizione, da impastare per tirare su i muri: comodissimo!
E poi, santo cielo, cosa sono tutte queste storie di scavare per le fondamenta: qualche fossetta nella sabbia, giusto per mettere giù i pilastri di legno che la sosterranno. Per fortuna, ci vuol poca fatica a scavare nella sabbia.
Adesso il tetto e poi una bella mano di calce… et voila! Splendida e accogliente: cosa si può desiderare di più?
Nel frattempo l’altro amico, ha deciso di costruire la sua casa non troppo lontano, dove c’è una collinetta rocciosa: anche questo è un angolino incantevole, con una vista panoramica mozzafiato.
L’unica noia è che la roccia non è proprio facile da lavorare: bisogna andar giù di piccone, per preparare i buchi dove mettere i pali di legno che sosterranno la costruzione. Il nostro amico scava a fondo, si spella le mani dovendo ricorrere anche allo scalpello per i punti più delicati. Poi bisogna trasportare tutto il materiale da costruzione fin lì. È vero che con il carretto il più è fatto ma, gente mia, tra caricare e scaricare ci si spacca la schiena!
Lui non si arrende: la fatica è tanta, ma ha nel cuore l’immagine della casa che ha sognato da sempre. Da questo attinge coraggio e non molla. Finalmente, dopo tanti giorni di lavoro, una bella imbiancata a calce ed anche questa casina è pronta.
A vederle così, sembrano molto simili: spaziose, ben rifinite, con una bella vista… Complimenti ad entrambi!
E pazienza se il secondo ci ha messo così tanto tempo e così tanto fatica per completarla: non tutti sanno essere furbi a questo mondo!
Potremmo dire, a questo punto: fine primo tempo. Ma il racconto del Rabbi di Nazareth prosegue e ci dice che, un brutto giorno, su quella regione si abbatte improvviso un vero ciclone: cade la pioggia a dirotto, per intere settimane; i fiumi s’ingrossano e straripano; i venti soffiano rabbiosi e spazzano via tutto quello che trovano sulla loro strada. Una burrasca spaventosa!
Nella casetta sulla spiaggia tutti si sentono abbastanza al sicuro: la costruzione è nuova, di certo reggerà.
Ma il fiume in piena la circonda, la sabbia su cui è fondata viene portata via dalle acque tempestose. I muri, impastati di sola sabbia, si sgretolano in fretta, assaliti dal vento violentissimo. La casa sembra invecchiare in poche ora: le fondamenta cedono, i muri crollano… È distrutta, completamente in rovina.
Anche sulla collina la situazione non è facile: il vento, con le sue lingue di cartavetro, tira via il candido intonaco e l’acqua del fiume, in rapida discesa, la circonda da tutti i lati. Ma è fondata sulla roccia: i pali di sostegno, ben fissi in profondità, reggono alle spinte della forza della Natura. La base di roccia non si lascia scalfire facilmente e la casina rimane salda.
Un po’ ammaccata, certo; non più bella come il primo giorno, con le strisce di fango lungo le pareti e le persiane divelte; ma è lì, salda, in piedi. Con pochi ritocchi, presto tornerà come nuova.
Ecco – spiega il Maestro Gesù – chi ascolta le mie parole e se ne entusiasma in fretta, ma poi non si sforza di metterle in pratica, di trasformarle in vita quotidiana, è come chi costruisce la sua casa sulla sabbia. Alla prima pioggia, alla prima difficoltà, tutto lo slancio iniziale viene meno, ci si lascia andare.
Poiché le fondamenta non ci sono, i pilastri della nostra fede crollano e ci sentiamo travolti. Se invece, domenica dopo domenica, settimana dopo settimana, ci impegniamo atrasformare in vita concreta quello che ascoltiamo nel Vangelo, se nelle scelte piccole di ogni giorno, proviamo a seguire il cuore di Dio, le buone ispirazioni che lo Spirito Santo ci fa fiorire dentro, diventiamo come la casa costruita sulla roccia.
Certo, le difficoltà capiteranno ancora, la sofferenza la sperimenteremo anche noi, ma non ne saremo travolti, non crolleremo.
In questa settimana, allora, prendiamo l’impegno di custodire in noi la Parola di Dio che abbiamo ascoltato e cerchiamo di ricordarla ogni mattina per farla penetrare in profondità, come i pilastri della casa piantati nella roccia.

Commento a cura di Daniela De Simeis

Paolo Curtaz (Omelia del 06-03-2011)

Le belle mascherine

È forte, il discorso della montagna.
A prenderlo sul serio, rischiamo la conversione del cuore.
Le beatitudini, prima, poi il lungo discorso in cui Gesù riporta all’origine le tanti prescrizioni che gli uomini avevano aggiunto alla Legge di Dio. Secoli di aggiunte, di sottigliezze, di divieti, di minuzie.
Oltre seicento erano diventati i precetti, una selva che impediva a chiunque di sentirsi a proprio agio, con il conseguente allontanamento della gente semplice da Dio, riservato ormai solo agli ultras della fede, ai devoti oltre ogni misura.
Gesù, invece, ricorda a tutti che la perfezione di Dio consiste nella misericordia, non nell’osservanza scrupolosa di ogni regola, foss’anche religiosa.
E oggi, nella domenica di Carnevale, la Parola ci invita, prima di togliere le maschere ed iniziare il percorso quaresimale, a riflettere sul nostro modo di credere.

Vicina
È una Parola vicina, quella che Dio propone, una Parola da ricordare spesso, come suggerisce la prima lettura, da tenere sempre fra gli occhi e nel cuore; una Parola data perché diventi benedizione, non ostacolo, perché faccia crescere, non stagnare. Dio non è un preside inacidito che impone l’osservanza di regole impossibili, ma un padre che sa come funziona la vita e condivide con noi la sua esperienza.
Il peccato è male perché ci fa del male, perché ci distrugge, perché ci allontana dalla nostra natura profonda, non perché così Dio ha deciso…
Certo: la logica di Dio, ripresa da Gesù, è destabilizzante, inquieta, interroga.
Come possiamo dire di avere osservato tutte le leggi del Signore? Di essere “a posto”? Come possiamo elencare tutte le nostre pie opere davanti alla richiesta dell’imitazione di Dio, non nella sua impeccabilità, ma nella sua misericordia?
Oggi la Parola ancora ci scava, ci provoca.
Attenti a non indossare la maschera del pio devoto.

Mascherine
Maschera da indossare per farci vedere (umilmente) belli davanti a Dio.
Gesù è severo: non basta fare l’elenco delle nostre sante frequentazioni, non basta ricordare a Dio tutte le noiosissime celebrazioni che abbiamo dovuto sopportare con cristiana rassegnazione: nessun taccuino annotato ci permetterà di incontrare il Figlio di Dio, al termine dei nostri giorni…
Paolo è tranciante: è la fede che salva, non le opere.
Qualche anno dopo, Giacomo equilibrerà l’affermazione troppo forte: la fede senza le opere è inutile.
Ecco ciò che il Signore chiede al discepolo: ascoltare la Parola e metterla in pratica. Non sono sufficienti le opere (anche buone!) per incontrare Dio: senza la fede non ci fanno incontrare Dio.
Non è autentica una fede che non diventa quotidianità.
Bella storia.

Alluvioni
Non basta conoscere la Parola di Dio.
E neppure praticare una preghiera intensa e quotidiana.
Non basta avere fatto esperienza di Dio in un ritiro o un pellegrinaggio.
Non basta neppure essere stati chiamati da Dio ad annunciare la Parola, investiti direttamente da lui. Non basta tutto questo perché la casa della nostra fede non crolli alla prima tempesta.
Non basta l’ascolto, dice il Signore, ci vuole la credibilità, la coerenza, la vita concreta, i fatti. Siamo pieni di cristiani che si mettono in mostra davanti a Dio e lo smentiscono nel segreto della loro vita.
Il Signore chiede autenticità, verità, anche a costo di sanguinare, di sperimentare la propria oscena nudità interiore. Se, travolti dagli eventi della vita, abbiamo visto le nostre certezze crollare, e i dubbi radere al suolo la nostra presunta fede, forse è accaduto perché la nostra fede era costruita sulla sabbia delle nostre piccole convinzioni umane. Se il Signore ci ha chiamato ad essere suoi discepoli, e da anni camminiamo, con semplicità, sulla strada del Vangelo, non presumiamo delle nostre forze, ma ancoriamoci saldamente alla Parola che può ancorare la nostra vita alla roccia, senza temere le tempeste.

Gioiamo per questo Carnevale, allora, scherziamo e ridiamo nell’indossare i panni di qualcun altro.
Ma nella fede, per favore, togliamoci le maschere.
Niente belle mascherine, davanti a Dio.

Clicca qui per guardare il video del commento di Paolo Curtaz per la stessa domenica


– Conferenze 2011: Genova ven 11/3 ore 21 La moltiplicazione dei pani (Gv 6) Il Tempietto, Via Carlo Rolando 15, Sampierdarena
– Ricordo a ottobre un week fede nei pressi di Roma. Info: www.tiraccontolaparola.it
– Vista la grande richiesta, ho deciso di organizzare un nuovo viaggio in Israele, dal 18 al 25 luglio 2011. Info: www.tiraccontolaparola.it

don Carlo Occelli (Omelia del 06-03-2011)

Vivere la vita

In un mondo che non ci vuole più il mio canto libero sei tu…

Sei tu Gesù il nostro canto libero, tu che ci fai camminare sulle ali della libertà, tu che cin conduci a vivere un mondo nuovo.
Siamo al termine del discorso della montagna. Dei tre capitoli, dal quinto al settimo di Matteo, non abbiamo letto tutto in modo consecutivo, ma ci siamo fatti un’idea piuttosto chiara! Eccome.
Non ci sono giri di parole, non c’è spazio per grandi interpretazioni. Non si può barare con il discorso della montagna. Prendere o lasciare.
Le beatitudini, il sale della terra e la luce del mondo, la riconciliazione prima dell’offerta, l’amore per il nemico.
Eccoci giunti alla nona domenica del tempo ordinario, la prossima settimana ci incammineremo nel percorso della quaresima, uno dei tempi forti dell’anno liturgico.

Talvolta di domando se noi non facciamo indigestione di Parola di Dio. Se non esageriamo e, paradossalmente, non ci facciamo nutrire da essa.
Al termine di questo discorso della montagna sarei tentato di fermarmi. Stop. Ora lo riprendo, con calma, giorno dopo giorno.
Anzi, ora lo vivo, mi decido, faccio quello che ho ascoltato. Oltre i miei pensieri, oltre le mie fantasie mi accorgo comunque di aver bisogno di calma. Non so voi, ma a me le pagine delle scorse settimane hanno scosso parecchio.
Sarà il periodo, sarà il confronto sulla concretezza del vangelo anche tramite questi canali da internauti, sarà… che il vangelo lo trovo sempre più autenticamente vero.
Semplicemente vero.
Uh uh uh mi piaci tu, Gesù!

Mi sento condotto in un mondo nuovo e percepisco che questo mondo mi appartiene, è proprio per me.
Non voglio commentare, non voglio fare parole, infilare vocaboli uno dietro l’altro.
Ho voglia di farla questa parola, di farla con la mia vita. Di farla a modo mio.
Ed è quello che mi trasmette il vangelo questa settimana: “Non chi mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma chi FA la volontà del Padre mio che è nei cieli”.
Questa parola Gesù la rivolge, viene detto, ai suoi discepoli, non più generalmente alla folla. A coloro che lo stanno riconoscendo come Signore, come Messia.
La rivolge questa parola a me che lo riconosco, e da tempo, come Signore della mia vita e della storia tutta.
Non basta riconoscerlo!
No! Non basta che io sia iscritto sul libro paga della chiesa, non basta che il mio nome sia sul registro dei Battesimi, non basta che io abbia ricevuto l’ordinazione sacerdotale, non basta che io commenti la sua Parola.
Non basta, se non c’è una vita. Vera. Genuina. Costantemente in ricerca ed in cammino.
Non basta se non mi svuoto del mio io, se non mi faccio povero per farmi riempire della ricchezza di Cristo.
Non basta se la mia vita non insaporisce un pochino anche la tua, fratello che incontro.
Non basta se la luce della fede la svelo solo quando sono in chiesa.
Non basta se non ho il coraggio di lasciare la mia offerta nella Messa per andarmi, prima, a riconciliare.
Non basta se non porgo anche l’altra guancia.
Non basta se l’amore non è tutto per me.
Non basta punto e a capo.

Eppure nel vangelo si citano persone che scacciano demoni nel nome di Gesù, che predicano, che guariscono, che compiono prodigi. Ma Gesù è durissimo con loro.
Il testo in realtà non dice che compiono tutto questo nel suo nome, quanto “al” suo nome, con il suo nome. Non c’è una vera identificazione di quegli uomini con Gesù, non c’è vera somiglianza con il Maestro.
No, si può usare il nome di Gesù, senza fare la sua volontà. Possiamo usare il suo messaggio senza farlo veramente nella nostra vita. Oh sì, io posso tranquillamente commentare il vangelo ogni domenica, senza che entri veramente nel mio vivere. Posso essere sacerdote, catechista, animatore, vescovo e papa… senza che Cristo sia tutto per me! E’ come costruire la mia casa sulla sabbia.

La storia non ci insegna anche questo?
Ecco perché avrei voglia di fermarmi, di fermare tutto. Di mettermi di fronte allo specchio domandandomi: non è l’ora di viverlo questo discorso della montagna? Non è suonata l’ora in cui osare queste parole nella nostra vita quotidiana? Di gridarlo sui tetti! Di scendere nelle piazze, di viverlo nelle riunioni condominiali, negli uffici, nelle scuole e, udite udite!, anche nelle nostre parrocchie?!
Il regno dei cieli è un mondo alternativo, c’è poco da dire. Se non lo è, allora lo abbiamo annacquato. Ammettiamolo. Che c’è di straordinario nelle nostre vite, se facciamo tutto come gli altri? Se nelle nostre comunità cristiane il rapporto con l’altro è gestito nel sospetto e nelle gelosie, nelle invidie e nelle piccinerie… ma cosa abbiamo di diverso da tutto il resto del mondo?
Nulla. Appunto.
Eh invece no! E invece Gesù Cristo è venuto a portare il fuoco sulla terra, non i compromessi!
Gesù si è fatto notare piuttosto bene. Perché ha amato. E’ stato amore. Anche per il nemico.
Cari amici, non c’è alternativa.
Questo ci ha domandato Gesù… vogliamo rispondere si o no?!?

La somiglianza con Gesù noi ce la portiamo dentro, c’è poco da fare! E’ che dobbiamo realizzarla fuori, nella nostra vita.
Tu, caro amico, dirai Cristo in modo totalmente nuovo ed inaspettato. Coraggio!

Ho cambiato idea. Non ho voglio più fermarmi. Ma vivere.
Il Regno, l’inaudito. L’amore. Non pensarlo. No, viverlo.

In un mondo che non ci vuole più il mio canto libero sei tu…

Padre Gian Franco Scarpitta (Omelia del 06-03-2011)

Coerenza a vantaggio di noi stessi

Afferma una delle massime di Oscar Wilde: “Bisogna sempre giocare lealmente, quando si hanno in mano le carte vincenti.” Sulla scia di questa affermazione, alla luce della liturgia di oggi, potremmo affermare che la vera carta vincente, che molte volte si rivela anche un vero asso nella manica, è la Parola di Dio. Essa va ascoltata, meditata e riflettuta con attenzione, ma quando non la si omette di tradurla nella nostra vita si commette un gioco sleale che non può che avere ripercussioni negative per noi stessi, poiché mancare di fedeltà agli insegnamenti di Dio, trascurare l’esercizio delle virtù e non considerare nella prassi la conformità evangelica della nostra vita equivale oltre che a mettere in discussione la consistenza della nostra fede, si provvede a squalificare la nostra stessa vita.
Lo afferma sotto altri aspetti anche l’apostolo Giacomo: ” se uno ascolta soltanto e non mette in pratica la parola, somiglia a un uomo che osserva il proprio volto in uno specchio: appena s’è osservato, se ne va, e subito dimentica com’era. Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla.” (Gc 1, 23-25). Chi fissa a lungo il proprio volto su uno specchio evidentemente si pavoneggia e si auto esalta, compiacendosi con se stesso ed elevandosi al di sopra degli altri, ma a cosa gli è servito se poi una volta distolta l’attenzione da se stesso, dimentica il suo stesso volto? Non potrà certo provvedere, a quel punto, a tatuarsi o a modificare in meglio il proprio aspetto e la sua stessa vanagloria risulterà inutile e infruttuosa. In generale chi sovverte o trasgredisce la Parola di Dio lo fa anche a suo danno e svantaggio, specialmente poi chi dovesse farlo vantando una grande conoscenza farisaica della Parola medesima. La coerenza con la fede che si professa e per ciò stesso la messa in pratica degli insegnamenti divini ha invece come conseguenza che troviamo la corrispondenza degli altri oltre che l’approvazione da parte di Dio, che c sentiamo sostenuti e incoraggiati nei nostri progetti e nei propositi e che abbiamo sempre serenità e risolutezza anche di fronte ai problemi e alle difficoltà.
Si riscontra insomma maggiore soddisfazione nel praticare la Parola di Dio anche indipendentemente dalle conseguenze future e i singoli comandamenti, interpretati secondo ottica di positività, conducono in ultima analisi ad un approdo di felicità e di gioia, quanto deprimente e infruttuosa è la perseveranza nel peccato.
Certamente, la coerenza di vita in Dio non è esente da difficoltà e da dispendio di energia: comporta non di rado sacrifici a volte insostenibili, contrarietà, opposizioni e contrasti da parte di avversari, impone molta costanza e immolaazione nell’accettazione di umiliazioni e sofferenze da parte di avversari invidiosi e perversi. Considerando la nostra struttura sociale odierna, è sempre più difficile marciare contro corrente in difesa dei propri principi e nella salvaguardia della testimonianza della propria fede. Specialmente nel mondo del lavoro o in altre simili circostanze si è spesso scherniti e osteggiati quando ci si dispone a pensare e ad agire liberi da compromessi; si è vessati da critiche, insinuazioni, esecrazioni quando si vogliano operare delle scelte che non siano conformi alla nostra morale o alla nostra credenza religiosa, e non di rado si corre anche in rischio di restare isolati o addirittura di perdere perfino la posizione che si occupa. E questo porta non di rado a limitare la nostra fede a mera religiosità vuota e banale, ristretta ai soli luoghi di culto e racchiusa nelle sole pratiche devozionistiche e nelle pie orazioni molto spesso dense di vanità e di ipocrisia. Il che non ci giustifica davanti a Dio, allontanandoci dalla vera fede con le conseguenze che questa venga confusa con ben altre prospettive.
Ma oltre che a smentire il cristianesimo, non reca vantaggio alcuno l’ idolatria vuota e fanatica propria di chi crede di risolvere i propri problemi di coscienza con preghiere e pratiche esteriori che molte volte ostentano pretesti per legittimare il mancato appuntamento con virtù reralmente indispensabili come la carità e l’ampre al prossimo.
. Quanta gente calpesta le navate delle nostre chiese sgranando i rosari e inginocchiandosi piamente durante la Consacrazione sull’altare, ricevendo l’Eucarestia tutti i giorni per poi mostrare insensibilità e protervia nei confronti del prossimo, assurgendo ogni scusa per giustificare le proprie nefandezze?
Far seguire la rettitudine e la coerenza delle opere all’esteriorità dei riti e delle attività oranti e liturgiche abituali è il vero termometro con cui sarà valutata, da Dio e dal nostro prossimo, la nostra coerenza, la sincerità e la fedeltà in rapporto all’ipocrisia e all’insolenza e la fedeltà al Signore a lungo andare procura frutti inaspettati, per cui è vero quello che dice lo stesso apostolo Giacomo: “Mostrami la tua fede senza le opere, e io ti mostrerò la mia fede a partire dalle opere. Non capisci o insensato, che la fede senza le opere non ha valore?” (Gc 2, 21).
La perseveranza eroica per la Parola di Dio tuttavia, se non è immune da contrasti e da cattiverie, d’altra parte non è neppure priva di vantaggi e di giusti guiderdoni e chi tende a costruire la casa sulla sabbia, edificando cioè con le apparenti comodità e senza particolari spese e sacrifici, non può che procurare danni a se stesso per la sua stessa negligenza e incapacità di oculata accuratezza; chi invece ha costruito la casa su terreno solido quale la roccia ha collocato la propria abitazione su base solida e in altura, quindi lontano dalla minaccia di possibili burrascate e se il suo lavoro di costruzione ha subito un costo, questo gli verrùà adeguatamente ripagato.

CPM-ITALIA Centri di Preparazione al Matrimonio (coppie – famiglie) (Omelia del 06-03-2011)
“Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.”

Il richiamo della Parola e della liturgia di oggi invece è un richiamo all’ascolto e alla fiducia in Dio e nella Chiesa.

Se manca questa dimensione ineludibile dell’esperienza di fede non c’è né l’uomo né la fede; non c’è Timor di Dio. E il Timor di Dio, quando è tale, porta inevitabilmente a camminare umilmente nei passi di Cristo e a costruire la casa sulla Roccia di Cristo e di Pietro e non sulle vanità, pur affascinanti e seduttive, delle nostre opinioni.

Il timor di Dio porta a conoscere sponsalmente Cristo e ad essere finalmente Chiesa.

Curioso constatare che gran parte della nostra vita la viviamo a sostegno delle nostre tesi e non dell’ascolto umile e fecondo di Cristo in e per Pietro.

Sprechiamo tante energie inebetiti dall’ideologia e non inebriati dall’azione dello Spirito Santo e dall’umiltà della Vergine Maria e di tutti i santi. Non costruiamo sulla Roccia ma sulla sabbia delle nostre paure che diventano ideologia, dissenso, rabbia inutile e stoltezza sistematica.

Eppure c’è un tempo, ed è questo, in cui i credenti sono chiamati ad andare all’osso e alla sostanza della fede. Il momento di incominciare ad essere saggi.

Ascoltare la Parola e metterla in pratica: come se fosse facile, Signore. Eppure il Signore chiede ai suoi discepoli una linea continua tra l’ascolto e la vita, tra la proclamazione del Vangelo e la quotidianità. Gesù non apprezza i fanfaroni, anche spirituali, non apprezza chi fa di se stesso, anche del proprio “sé” spirituale, il proprio idolo. Ciò che conta, secondo il Signore, è la sintonia fra il dire e il vivere, fra l’ascoltare e il cambiare i propri atteggiamenti. Il Maestro non è morto del nome della coerenza e dobbiamo fuggire come il fuoco l’atteggiamento farisaico di chi pesa col bilancino i propri meriti, lo sappiamo. Ma neppure dobbiamo cadere nell’atteggiamento opposto di chi entra in chiesa e poi maltratta i colleghi, di chi fa la catechista e poi spettegola e giudica, di chi presiede la comunità e si rifugia nel proprio piccolo mondo clericale. Costruire la propria vita interiore sulle proprie fragile (presunte) certezze spirituali significa esporsi ad un grave rischio. Quando la tempesta arriva, e arriva, tutti i nostri meriti svaniscono, le nostre devozioni di asciugano, le nostre convinzioni traballano. Ciò che resta, dice il Signore, è ciò che abbiamo fondato sulla roccia della Parola. Animo, discepoli, non lasciamo cadere una sola delle parole del Maestro, anche quando sono impegnative, anche quando ci sembrano irrealizzabili, anche quando ci giudicano.
Ebbene, chi ascolta il Vangelo e lo mette in pratica è un uomo prudente, perché costruisce la sua vita sulla pietra; chi invece ascolta soltanto, e non segue il Vangelo, è uno stolto, perché sarà travolto d Sulla sabbia basta un’onda leggera per travolgere tutto quello che si è costruito; di qui anche il detto popolare sui “castelli di sabbia”. In verità spesso la vita ci riserva spesso scrosci violenti e venti impetuosi. Per questo l’avvertimento di Gesù è saggio e amichevole. La sabbia non è lontana. Non bisogna fare lunghe file o chilometri di strada per arrivarci. Ce l’abbiamo nel cuore. La sabbia è l’orgoglio di sé, dei propri sentimenti, delle proprie convinzioni, è l’arroganza di chi pretende di avere sempre ragione anche davanti al Signore, è la freddezza di chi è indifferente ai bisogni degli altri.
La stagione della sabbia può durare un giorno, un mese, un anno, o anche una vita intera. È il tempo in cui non si ascolta il Vangelo né tanto meno lo si mette in pratica. Quanti uomini, quante donne dovrebbero ammettere che la loro costruzione umana è crollata, e non lo ammettono, perché non vogliono rivelare che nel loro cuore c’è sabbia! Stiamo attenti, perché la sabbia è anche deserto; anzi la sabbia fa il deserto, crea solitudine, amarezza, assenza di vita felice. Il Signore ci ha fatto dono della pietra ove poter costruire la nostra vita. La pietra non siamo noi, è il Signore stesso, è il suo Vangelo, che rimane saldo e non crolla. Anche la predicazione è una piccola pietra per le nostre giornate. È giusto allora stupirsi come si stupirono quelle folle al termine del discorso della montagna: “Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle rimasero stupite della sua dottrina; insegnava infatti come uno che ha autorità”. È lo stupore di trovarsi di fronte a una parola autorevole che ci è data per costruire saggiamente la nostra vita di giorno in giorno.
L’avvertenza di Gesù è saggia e severa: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”. Occorre anzitutto cercare il regno di Dio, che è bontà, misericordia, giustizia, fraternità, amicizia. Questo è l’essenziale da cui promana con certezza tutto il resto. La miopia di molti verso l’accoglienza agli stranieri (ed è davvero triste anche da un punto di vista civile cavalcare l’egoismo e l’intolleranza della gente) rende lontana questa ricerca del regno di Dio e radica nel culto del proprio particolare (è l’idolo di una società ricca e consumistica), che peraltro sarà causa di impoverimento e di angosce. Mammona è un idolo esigente, e non risparmia.

Domande per la Revisione di Vita
– Nella nostra vita di coppia che cosa cerchiamo per far crescere l’altro e noi stessi nell’umanità e nella fede al Padre?
– I nostri comportamenti, le nostre scelte, il nostro stile di vita li hanno aiutato i nostri figli a saper fare scelte non solo autonome ma fedeli a se stessi, al loro essere interiore?
– Sappiamo essere attenti, vigilanti e tolleranti non solo verso noi stessi, ma soprattutto verso gli altri, i diversi nel rispetto delle culture?

Movimento Apostolico – rito romano (Omelia del 06-03-2011)

Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!

La fede è la via della salvezza nel tempo e nell’eternità. La salvezza è nell’eternità, se è anche nel tempo, se non è nel tempo non potrà essere neanche nell’eternità. Cielo e terra sono una sola salvezza. Gesù è venuto per salvare l’uomo nel tempo. Salvando nel tempo lo salva anche nell’eternità. Oggi vi è come una separazione, una scissione tra tempo ed eternità. Tutti si pensano salvati da Cristo nell’eternità, mentre nel tempo vivono da non salvati, non redenti, non giustificati. Vivono nel grande peccato.
Non è salvezza scacciare un demonio, compiere prodigi, profetare. Queste opere sono chiamate da Gesù inique. Perché sono opere non giuste, pur essendo in se stesse buone? Sono opere buone, ma non evangeliche; non sante; non pie; non giuste in sé. Cosa è allora l’opera giusta? È quella che è compiuta da un uomo giusto, santo, pio, evangelico. È tale un uomo se vive di tutta la Parola di Gesù. Non può esserci separazione tra vita evangelica ed opera.
Questo errore ha accompagnato tutta la storia della salvezza antica e accompagnerà tutta la storia della Chiesa. Da un lato assistiamo a belle celebrazioni, bei canti, altari adornati, chiese decorate, culto splendido, feste solenni, processioni curate, omelie incantevoli, preghiere che strappano le lacrime, dall’altro però notiamo ogni sorta di iniquità, scelleratezza, trasgressione dei Comandamenti, violazione dei diritti fondamentali della persona, calunnie e falsità, incesti e stupri, divorzi e aborti, eutanasia e abbandono della vita a se stessa.
Ecco come il Signore deplora questa commistione di bene esteriore e di male interiore: “Ascoltate la parola del Signore, capi di Sòdoma; prestate orecchio all’insegnamento del nostro Dio, popolo di Gomorra! «Perché mi offrite i vostri sacrifici senza numero? – dice il Signore. Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di pingui vitelli. Il sangue di tori e di agnelli e di capri io non lo gradisco. Quando venite a presentarvi a me, chi richiede a voi questo: che veniate a calpestare i miei atri? Smettete di presentare offerte inutili; l’incenso per me è un abominio, i noviluni, i sabati e le assemblee sacre: non posso sopportare delitto e solennità. Io detesto i vostri noviluni e le vostre feste; per me sono un peso, sono stanco di sopportarli. Quando stendete le mani, io distolgo gli occhi da voi. Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova»” (Is 1,10-17). Se la bellezza esteriore non è bellezza morale interiore le nostre opere sono inique. Mai potranno essere gradite al Signore. Siamo stolti.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli e Santi, fateci saggi e sapienti.

don Luciano Sanvito (Omelia del 06-03-2011)

Vai al sodo!

La Parola di Dio è bistrattata, mondanizzata, resa astratta e superficiale dai nostri modi e mode del tempo, e così diventa sempre più futile e inutile, sradicata dal tempo e fuori da ogni spazio.
Diventa spesso intangibile, impercettibile, e – sopratutto questo – invivibile…

Vai invece al sodo, cristiano!
Fa’ che questa Parola non sia su un cuore di sabbia!
Che non sia in una mente insabbiata e insabbiante di tutto!
E che la tua anima non si areni nelle sabbie mobili e nella poltiglia!

COSTRUISCI LA CASA DI TE STESSO SULLA SOLIDA ROCCIA!

Una roccia viva, che spazzi via e spezzi in frantumi infiniti gli attaccamenti e le distrazioni, resista e faccia desistere dalle umane tentazioni, e sopratutto sia salda e rindaldi il tuo e l’altrui cuore, e così la mente e l’anima!

Vai al sodo, al dunque, all’ESSENZIALE!
Ecco come avviene la costruzione sulla roccia, sulla qualità di Dio!
Tutto cade, ma la roccia resiste!
Anzi, abbatte e ribatte là dove è necessario, potenziandosi così nella sua identità rocciosa e forte, sempre e più ch mai, segno del tempo e contro ogni avversità del tempo.
INSABBIA TE STESSO COME SABBIA, E FORGIATI COME ROCCIA!

Paolo Curtaz (Omelia del 01-06-2008)

Su cosa fondiamo le nostre certezze? Cosa motiva e smuove la nostra vita? Chi o che cosa orientano il nostro percorso? Gesù ha scelto: la sua vita è costruita sull’ascolto e la pratica della Parola che Dio dona agli uomini e chiede ai suoi discepoli di imitarlo.

Ascoltare la Parola e metterla in pratica: come se fosse facile, Signore. Eppure tu chiedi ai tuoi discepoli una linea continua tra l’ascolto e la vita, tra la proclamazione del Vangelo e la quotidianità. Gesù non apprezza i fanfaroni, anche spirituali, non apprezza chi fa di se stesso, anche del proprio “sé” spirituale, il proprio idolo. Ciò che conta, secondo il Signore, è la sintonia fra il dire e il vivere, fra l’ascoltare e il cambiare i propri atteggiamenti. Il Maestro non è morto del nome della coerenza e dobbiamo fuggire come il fuoco l’atteggiamento farisaico di chi pesa col bilancino i propri meriti, lo sappiamo. Ma neppure dobbiamo cadere nell’atteggiamento opposto di chi entra in chiesa e poi maltratta i colleghi, di chi fa la catechista e poi spettegola e giudica, di chi presiede la comunità e si rifugia nel proprio piccolo mondo clericale. Costruire la propria vita interiore sulle proprie fragile (presunte) certezze spirituali significa esporsi ad un grave rischio. Quando la tempesta arriva, e arriva, tutti i nostri meriti svaniscono, le nostre devozioni di asciugano, le nostre convinzioni traballano. Ciò che resta, dice il Signore, è ciò che abbiamo fondato sulla roccia della Parola. Animo, discepoli, non lasciamo cadere una sola delle parole del Maestro, anche quando sono impegnative, anche quando ci sembrano irrealizzabili, anche quando ci giudicano.


don Roberto Seregni (Omelia del 01-06-2008)

Poco fumo e tanto arrosto

Finite le grandi feste che abbiamo celebrato nelle domeniche passate, la Chiesa ci invita a riprendere il nostro cammino ordinario in compagnia dell’evangelista Matteo.

Diversi anni fa avevo proposto la parabola di Gesù che oggi la liturgia ci dona, per una meditazione di un campo estivo. Alla fine della mia riflessione un ragazzo alzò la mano, e per essere sicuro di aver inteso bene, mi disse: “Insomma don: Gesù oltre al fumo vuole anche l’arrosto! Giusto?”. Beh, non è certo una definizione da manuale di teologia, ma penso che questa immagine renda bene l’idea. Ma andiamo con ordine.

Gesù contrappone l’opera di due uomini che devono costruire la loro casa. In discussione non sono le rifiniture, le decorazioni, le qualità dei materiali impiegati, ma le fondamenta stesse! Sono queste che decidono la sorte della casa. Costruisci sulla sabbia? Preparati al disastro. Costruisci sulla roccia sicura? Dormi pure tranquillo. Proprio nella scelta del fondamento sta la distinzione evangelica tra saggezza e stupidità, tra prudenza e stoltezza. Chi costruisce sulla roccia è chi ascolta la Parola e la mette in pratica, cioè sceglie Gesù come roccia sicura su cui costruire la sua vita: questa è saggezza. Chi costruisce sulla sabbia è chi ascolta la Parola e non la mette in pratica, cioè costruisce la sua vita senza fondamenta sicure, allo sbaraglio: questa è stupidità.

La parabola di Gesù contrappone dunque due atteggiamenti: ascoltare e non fare, ascoltare e fare. Proprio qui, dice il Rabbì di Nazareth, si misura l’autenticità della fede. L’entusiasmo non basta. L’effervescienza spirituale non porta a nulla. Le sterili manifestazioni esteriori lasciano il tempo che trovano. La solidità della fede si decide nelle scelte domestiche e nella quotidianità riletta a partire dal Vangelo. Non contano le belle parole (“Signore, signore”) o la perfezione della vita religiosa (“abbiamo profetato”) o le azioni prodigiose (“abbiamo scacciato demoni e operato miracoli”), ma quanto amore metti in quello che fai. Bellissimo!

Penso a te, sorella investita dai venti freddi della malattia, non temere e continua a stare arroccata su di Lui, il Suo Amore non traballa e non delude.
Penso a voi, amici che avete sperimentato i temporali della solitudine e che ora stringete forte il vostro bambino, continuate a cantare le parole del Salmo 18 “Ti amo, Signore, mia forza, mia roccia e mio liberatore”.
Penso a te, fratello che ancora non trovi la pace del cuore e passi da un’ eccesso all’altro senza mai sentirti saziato. Confida nel Signore e non sarai deluso.
Penso a voi, amici che spremete le ultime vostre risorse d’amore per stare vicini al nonno ammalato. Come da giovani state scalando sulla roccia sicura. Una gran fatica, lo so. Ma il cuore trabocca di pace.

Buona settimana,
Don Roberto


don Maurizio Prandi (Omelia del 01-06-2008)

La casa… per vivere la relazione

La preghiera Colletta per questa IX^ domenica del Tempo Ordinario mi pare ci offra la giusta chiave di lettura per l’interpretazione della liturgia della Parola che la chiesa oggi ci offre: O Dio, che edifichi la nostra vita sulla roccia della tua parola, fa’ che essa diventi il fondamento dei nostri giudizi e delle nostre scelte, perché non siamo travolti dai venti delle opinioni umane, ma resistiamo saldi nella fede. Un agire di Dio quindi, che all’origine edifica, costruisce la nostra vita sulle fondamenta salde della Parola; anche un agire dell’uomo però, chiamato a leggere la propria vita alla luce della Parola perché questa, unicamente questa sia alla base di giudizi e scelte concrete. E’ la Parola di Dio che ci permette una fedeltà. Su questo mi piace condividere con voi allora le parole che il cardinal Martini ha rivolto ai fedeli della Diocesi di Milano nella sua ultima lettera pastorale prima di lasciare per raggiunti limiti di età: Che cosa ci ha aiutato in questi anni a camminare e crescere nell’amore del Padre, nella grazia di Cristo e nella comunione dello Spirito Santo? Che cosa resta di vivo e di vivificante dei due decenni di strada percorsi insieme? Il centro e il cuore del nostro cammino comune, la sorgente viva da cui abbiamo sempre attinto è la Parola di Dio. Ciò che veramente conta è ascoltarla, obbedirle, farsene discepoli, essere credenti.

Una parola, quella di Dio, da porre nel cuore e nell’anima dice la prima lettura: il cuore e l’anima, ovvero la sede degli affetti (il cuore) e tutto ciò che rende possibile, nella mia vita, una intimità con Dio (l’anima). Ecco che allora possiamo ancora tenere presente l’immagine che già domenica scorsa proponevo, quella del terreno che accoglie nel cuore e nell’anima, perché le parole riposino a lungo dentro di noi. Per darci il tempo di capire, per darmi il tempo di capire, perché non devo avere nessuna pretesa di immediatezza, nessuna fretta, ma devo essere paziente come il contadino. Parole che entrino nella memoria come in un terreno, per poi un giorno dare frutto, come un seme buono. Credo che sia questa accoglienza della parola che generi l’intimità: non sono le dichiarazioni di appartenenza, non sono gli sbandieramenti della propria fede a sancire l’incontro con Dio.
Ci sono persone che pensano e credono di essere “a posto con Dio” solo perché lo invocano (Signore Signore), perché profetizzano, scacciano demoni, compiono prodigi. Tutte queste azioni, che di per sé sono straordinarie si riducono a nulla (per questo ho sottolineato solo perché…) perché nei fatti poi la volontà di Dio è obliterata, cancellata proprio da coloro che sulla bocca hanno sempre il nome del Signore. Entra nel regno chi tiene davanti agli occhi, come suo orizzonte, la volontà di Dio, le sue parole. Ecco allora l’urgenza, per noi e per le nostre comunità di essere trasparenza di chiesa che santifica, istruisce, guida accogliendo, annunciando nei fatti e nelle sue scelte concrete la misericordia di Dio, facendo sentire perdonati gli uomini, incontrando realmente i poveri. Siamo chiamati a guardare il mondo e gli uomini con lo sguardo misericordioso del Padre per non restare accecati guardando solo a noi stessi (E. Bianchi).
Interpreto così la raccomandazione di Gesù a mettere in pratica, sul versante della misericordia, del perdono, dell’amore: parole da legare alle mani (prima lettura) e che prima di tutto devono entrare nel cuore. Entra nel nostro cuore la parola che esce dal cuore di Dio, anzi che contiene Dio stesso e il suo cuore. Perdonatemi se ripeto tanto questa idea, ma soltanto se saremo capaci di amare, soltanto se saremo capaci di perdonare, soltanto se saremo capaci di accogliere e rispettare, la nostra sarà una vita incrollabile perché costruita sulla roccia che è il cuore di Dio.
Vivere altrimenti significa voler costruire la propria vita su se stessi, sul proprio io e non su Dio pronti, come abbiamo pregato nella Colletta a farci travolgere dai venti delle opinioni umane. Edificare la casa su stessi mi pare che voglia dire rinchiudersi, non riuscire a guardare oltre, non accorgersi, pensare in piccolo, fare di una casa che potrebbe essere grandissima uno spazio all’interno del quale si curano soltanto i propri interessi. Edificare sulla roccia, edificare sul cuore di Dio, significa invece capire che la casa non è semplicemente la tana dove l’uomo si ripara o si nasconde: la casa è luogo di relazioni, di intimità, di familiarità e di amore, la casa è quel luogo dove si cresce e ci si realizza a immagine e somiglianza di Dio.
Questo pensiero sul rischio di una vita chiusa mi permette di fare un ultimo passaggio sul riferimento che la preghiera Colletta fa riguardo alla fede: sì, perché pur ascoltando la Parola e compiacendoci di questa, in fondo in fondo non ci sentiamo al sicuro all’ombra della parola di Dio. E’ come se vivessimo una dissociazione che fa scorrere la vita su binari paralleli o su piani separati. Da una parte Dio, cui va la nostra preghiera, la nostra meditazione, il nostrofare nel suo nome, dall’altra i nostri interessi e il resto della vita. E’ come se provassimo a salvare l’obbedienza a Dio e, nel contempo, a sottrarci alle esigenze che la conversione comporta. Nella settima domenica del Tempo Ordinario si medita sulla frase di Gesù che dice che non si può servire a due padroni: ecco alla volte la nostra vita è un goffo tentativo di servire a due padroni. La pagina di vangelo che oggi abbiamo ascoltato ci suggerisce che è dalla nostra vita quotidiana che si comprende veramente se abbiamo o no un solo padrone, è dalla vita quotidiana che diciamo agli altri chi sia veramente il nostro Signore.


don Romeo Maggioni (Omelia del 01-06-2008)

Non chi dice…, ma chi fa’!
A conclusione del lungo discorso della montagna, Gesù porta i suoi interlocutori al cuore del problema: chi è veramente mio discepolo? Chi salverà la propria vita?
Gesù si rivolge a discepoli che già credono in lui, anzi a qualcuno che con successo agisce “nel nome di Gesù”, alla Chiesa di sempre quindi, per precisare quali siano i comportamenti concreti di chi potrà “entrare nel Regno dei cieli”.
Il linguaggio di Gesù è schietto e drastico: spaventa e fa pensare quella condanna giunta a sorpresa per chi credeva di essere a posto: “Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità”.
Ascoltiamolo con trepidazione.

1) CHI FA LA VOLONTA’ DEL PADRE

“Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”. E’ la prima sentenza. La vita cristiana – potremmo tradurre – non si ferma alla messa, ma deve tradursi in una vita nuova e coerente. “Fare la volontà del Padre” significa mettere in pratica il progetto di Dio e vivere secondo i criteri evangelici. Ci esorta san Giacomo: “Siate quelli che mettono in pratica la parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi. Perché se uno ascolta la Parola e non mette in pratica la parola, costui somiglia a un uomo che guarda il proprio volto in uno specchio: appena si è guardato, se ne va, e subito dimentica com’era” (Gc 1,22-23). E prosegue più pesantemente: “Se uno dice di avere la fede ma non fa seguire le opere che serve? Quella fede può forse salvarlo? La fede, se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta” (Gc 2,14.17).
L’altra osservazione di Gesù è più radicale e quanto mai attuale. Non è titolo di salvezza fare miracoli, avere visioni, vivere carismi straordinari, ma fare le opere, fare la volontà del Padre, vivere una vita coerente. La carità, cioè l’amore a Dio e al prossimo, è il metro di misura. Ne fa eco, con linguaggio paradossale, san Paolo: “Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come metallo che rimbomba o come cimbali che strepitano. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se distribuissi tutti i mie beni e consegnassi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe” (1Cor 13,1-3). “Ma sopra a tutte queste cose rivestitevi della carità, che le collega e unisce in un modo perfetto” (Col 3,14).
“Non vi ho mai conosciuti…”, cioè voi non siete mai stati veramente miei discepoli! E’ quasi una scomunica. Forse qui si fa riferimento anche all’autorità nella Chiesa, ai suoi rappresentanti più titolati che sono autorizzati ad agire “nel nome di Gesù”. Ma certamente il riferimento è a quanti dentro la Chiesa vivono con superbia una fede soggettiva ed esaltata, non in conformità e obbedienza alla legge concreta del vangelo. “Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità” (iniquità nel testo greco è “anomìa”, ossia senza legge). Stiano in guardia quelli che vivono la fede rincorrendo visioni, miracolismi, club di esaltazione misticoide, o semplicemente devozionismi privati, e non fanno riferimento e obbedienza alla parola di Dio scritta nella Bibbia e insegnata dalla Chiesa. “Non vi ho mai conosciuti..”, avete avuto una vostra religione, non la mia, dice il Signore!

2) E’ UN UOMO SAGGIO

“Chiunque invece ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia”. La roccia fa pensare alla sicurezza, alla salvezza. La vita mira alla sua riuscita e pienezza. E’ il senso della nostra libertà, come responsabilità. Saggio è colui che ha capito ciò che conta o non conta nella vita, ciò cui merita appoggiarsi per avere la vita, la vita eterna, colui che ha colto quanto sia decisivo per la propria salvezza Dio e l’avvento del suo Regno. L’alternativa è costruire sulla sabbia, dove non c’è consistenza e sicurezza. “Passa infatti la figura di questo mondo!” (1Cor 7,31).
“Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti…”. La vita già da oggi ha le sue prove quotidiane. Chi non è radicato in convinzioni forti e vere e non è aiutato dalla grazia di Dio, non può resistere. Ma soprattutto – questo principalmente vuol dire l’immagine evangelica – la prova è all’esame finale, al giudizio definitivo di Dio che saggerà la consistenza della nostra vita. Chi reggerà alla prova finale? Chi avrà ascoltato le parole di Gesù e le avrà messe in pratica! Per questo preghiamo col Salmo responsoriale: “Sei tu, Signore, per me una roccia di rifugio”.
In definitiva allora la salvezza è nelle nostre mani. “Io pongo oggi – leggiamo nella prima lettura – davanti a voi benedizione e maledizione: la benedizione, se obbedirete ai comandi del Signore vostro Dio, che oggi vi do; la maledizione, se non obbedirete ai comandi del Signore, vostro Dio, e se vi allontanerete dalla via che oggi vi prescrivo”. La Parola di Dio, lo sappiamo, esprime la verità di noi stessi, la struttura profonda della macchina che noi siamo. Ne è come il libretto d’istruzione. Seguirla, è far funzionare bene la macchina, e quindi portare a riuscita la vita. Obbedienza alla Parola è anche espressione massima e concreta, esistenziale, della fiducia e dell’amore che abbiamo verso Dio. E’ questione di fedeltà e abbandono: “Porrete nel cuore e nell’anima queste mie parole”. Non è che obbedienza del figlio che si fida del Padre. “In te, Signore, mi sono rifugiato, mai sarò deluso”.

Importante è sottolineare che le nostre opere non hanno altro senso se non quello dell’amore, verifica dell’amore. San Paolo ci dice che non sono esse, le nostre opere, a giustificarci, a salvarci, ma è la grazia di Cristo e la fede in lui. “Tutti sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge”.
Questo ci dà più sicurezza. Guai se dovessimo contare solo sulle nostre buone opere! D’altra parte dice come anche le più piccole opere abbiano sommo valore, perché la loro dignità sta nell’amore che ci si mette, non nei risultati che si ottengono.

Non chi dice…, ma chi fa’!

A conclusione del lungo discorso della montagna, Gesù porta i suoi interlocutori al cuore del problema: chi è veramente mio discepolo? Chi salverà la propria vita?
Gesù si rivolge a discepoli che già credono in lui, anzi a qualcuno che con successo agisce “nel nome di Gesù”, alla Chiesa di sempre quindi, per precisare quali siano i comportamenti concreti di chi potrà “entrare nel Regno dei cieli”.
Il linguaggio di Gesù è schietto e drastico: spaventa e fa pensare quella condanna giunta a sorpresa per chi credeva di essere a posto: “Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità”.
Ascoltiamolo con trepidazione.

1) CHI FA LA VOLONTA’ DEL PADRE

“Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”. E’ la prima sentenza. La vita cristiana – potremmo tradurre – non si ferma alla messa, ma deve tradursi in una vita nuova e coerente. “Fare la volontà del Padre” significa mettere in pratica il progetto di Dio e vivere secondo i criteri evangelici. Ci esorta san Giacomo: “Siate quelli che mettono in pratica la parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi. Perché se uno ascolta la Parola e non mette in pratica la parola, costui somiglia a un uomo che guarda il proprio volto in uno specchio: appena si è guardato, se ne va, e subito dimentica com’era” (Gc 1,22-23). E prosegue più pesantemente: “Se uno dice di avere la fede ma non fa seguire le opere che serve? Quella fede può forse salvarlo? La fede, se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta” (Gc 2,14.17).
L’altra osservazione di Gesù è più radicale e quanto mai attuale. Non è titolo di salvezza fare miracoli, avere visioni, vivere carismi straordinari, ma fare le opere, fare la volontà del Padre, vivere una vita coerente. La carità, cioè l’amore a Dio e al prossimo, è il metro di misura. Ne fa eco, con linguaggio paradossale, san Paolo: “Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come metallo che rimbomba o come cimbali che strepitano. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se distribuissi tutti i mie beni e consegnassi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe” (1Cor 13,1-3). “Ma sopra a tutte queste cose rivestitevi della carità, che le collega e unisce in un modo perfetto” (Col 3,14).
“Non vi ho mai conosciuti…”, cioè voi non siete mai stati veramente miei discepoli! E’ quasi una scomunica. Forse qui si fa riferimento anche all’autorità nella Chiesa, ai suoi rappresentanti più titolati che sono autorizzati ad agire “nel nome di Gesù”. Ma certamente il riferimento è a quanti dentro la Chiesa vivono con superbia una fede soggettiva ed esaltata, non in conformità e obbedienza alla legge concreta del vangelo. “Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità” (iniquità nel testo greco è “anomìa”, ossia senza legge). Stiano in guardia quelli che vivono la fede rincorrendo visioni, miracolismi, club di esaltazione misticoide, o semplicemente devozionismi privati, e non fanno riferimento e obbedienza alla parola di Dio scritta nella Bibbia e insegnata dalla Chiesa. “Non vi ho mai conosciuti..”, avete avuto una vostra religione, non la mia, dice il Signore!

2) E’ UN UOMO SAGGIO

“Chiunque invece ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia”. La roccia fa pensare alla sicurezza, alla salvezza. La vita mira alla sua riuscita e pienezza. E’ il senso della nostra libertà, come responsabilità. Saggio è colui che ha capito ciò che conta o non conta nella vita, ciò cui merita appoggiarsi per avere la vita, la vita eterna, colui che ha colto quanto sia decisivo per la propria salvezza Dio e l’avvento del suo Regno. L’alternativa è costruire sulla sabbia, dove non c’è consistenza e sicurezza. “Passa infatti la figura di questo mondo!” (1Cor 7,31).
“Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti…”. La vita già da oggi ha le sue prove quotidiane. Chi non è radicato in convinzioni forti e vere e non è aiutato dalla grazia di Dio, non può resistere. Ma soprattutto – questo principalmente vuol dire l’immagine evangelica – la prova è all’esame finale, al giudizio definitivo di Dio che saggerà la consistenza della nostra vita. Chi reggerà alla prova finale? Chi avrà ascoltato le parole di Gesù e le avrà messe in pratica! Per questo preghiamo col Salmo responsoriale: “Sei tu, Signore, per me una roccia di rifugio”.
In definitiva allora la salvezza è nelle nostre mani. “Io pongo oggi – leggiamo nella prima lettura – davanti a voi benedizione e maledizione: la benedizione, se obbedirete ai comandi del Signore vostro Dio, che oggi vi do; la maledizione, se non obbedirete ai comandi del Signore, vostro Dio, e se vi allontanerete dalla via che oggi vi prescrivo”. La Parola di Dio, lo sappiamo, esprime la verità di noi stessi, la struttura profonda della macchina che noi siamo. Ne è come il libretto d’istruzione. Seguirla, è far funzionare bene la macchina, e quindi portare a riuscita la vita. Obbedienza alla Parola è anche espressione massima e concreta, esistenziale, della fiducia e dell’amore che abbiamo verso Dio. E’ questione di fedeltà e abbandono: “Porrete nel cuore e nell’anima queste mie parole”. Non è che obbedienza del figlio che si fida del Padre. “In te, Signore, mi sono rifugiato, mai sarò deluso”.

Importante è sottolineare che le nostre opere non hanno altro senso se non quello dell’amore, verifica dell’amore. San Paolo ci dice che non sono esse, le nostre opere, a giustificarci, a salvarci, ma è la grazia di Cristo e la fede in lui. “Tutti sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge”.
Questo ci dà più sicurezza. Guai se dovessimo contare solo sulle nostre buone opere! D’altra parte dice come anche le più piccole opere abbiano sommo valore, perché la loro dignità sta nell’amore che ci si mette, non nei risultati che si ottengono.

Eremo San Biagio (Omelia del 01-06-2008)
Dalla Parola del giorno
Non chi dice Signore, Signore, entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.

Come vivere questa Parola?
L’espressione richiama analoghi interventi dei profeti, tesi a rimuovere un atteggiamento fideistico segnato da disimpegno pratico.
Tutta la Sacra Scrittura mette in evidenza la connotazione sponsale della vera fede. Non si tratta di un semplice ossequio della mente che riconosce l’esistenza di Dio, e neppure di un ricorso a Lui puramente verbale e dettato dall’immediatezza del bisogno.
Il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe è un Dio-Sposo, che ama teneramente e gelosamente il suo popolo. Gesù ne ha portato a pienezza la conoscenza svelandoci fin dove si spinge l’amore di Dio per la sua creatura.
Siamo amati, pazzamente amati dal nostro Dio. Una realtà che affiora troppo facilmente al labbro, ma spesso lascia insensibile il cuore. Lo si ripete meccanicamente, ma senza vera convinzione e con superficialità. Neppure il Crocifisso riesce a smuovere questo pesante torpore: lo si è ridotto a ninnoletto che impreziosisce i monili, lo si conserva nei musei o nelle chiese ridotte praticamente a musei, per farne ammirare il pregio artistico. Fissandolo si riesce ancora a percepire il richiamo di Gesù: Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio?
Finché non ci si riapproprierà a livello di vita di questa verità fondamentale, non si potrà affermare di aver fede. E il banco di prova che ne siamo afferrati è il bisogno di aderire alla sua volontà, di farla nostra. È proprio dell’amore tendere all’unità, far convergere mente cuore e volontà dei partner. Per questo non è l’invocazione verbale e neppure la pratica legalistica di norme e di riti a spalancare le porte del Regno di Dio, cioè le porte della casa del Padre, della nostra casa, ma questo gioioso e spontaneo aderire alla sua volontà, questo fare della volontà del Padre la nostra volontà, come ha fatto Gesù.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, proverò a prender sul serio l’affermazione più volte ripetuta: Dio è amore, DIO MI AMA. Lascerò che scavi dentro di me, che muova la mia volontà e spinga tutto il mio essere ad accogliere questo amore e a rispondervi con slancio.

Signore,Signore… e il mio cuore resta freddo, distratto. Recito preghiere, ma la mente sta già programmando quello che dovrò fare. La tua volontà spesso la subisco più che accoglierla con riconoscente amore. E dico di aver fede… e mi considero un “buon” cristiano. Spacca, Signore, la durezza di questo cuore e fa’ che inizi umilmente ad amare.

La voce di un medico santo
Riponiamo tutto il nostro affetto, non solo nelle cose che Dio vuole, ma nella volontà dello stesso Dio che le determina.
Giuseppe Moscati

padre Raniero Cantalamessa (Omelia del 01-06-2008)

La casa sulla roccia

Tutti sapevano, al tempo di Gesù, che è da stolti costruire la propria casa sulla sabbia, nel fondo delle valli, anziché in alto sulla roccia. Dopo ogni pioggia abbondante si forma infatti quasi subito un torrente che spazza via le casupole che incontra sul suo cammino. Gesù si basa su questa osservazione che aveva forse fatto di persona per costruirvi la parabola odierna delle due case, che è come una parabola a due facce.
“Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia”.
Con simmetria perfetta, variando solo pochissime parole, Gesù presenta la stessa scena in negativo: “Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande”.

Costruire la propria casa sulla sabbia vuol dire riporre le proprie speranze, certezze su cose instabili e aleatorie che non reggono all’urto del tempo e dei rovesci di fortuna. Tali sono il denaro, il successo, la stessa salute. L’esperienza ce lo mette ogni giorno sotto gli occhi: basta un nonnulla – un piccolo grumo nel sangue, diceva il filosofo Pascal – per far crollare tutto.

Costruire la casa sulla roccia, vuol dire, al contrario, donfare la propria vita e le propie speranze su ciò “i ladri non possono rubare, né la tignola corrodere”, su ciò che non passa. “I cieli e la terra passeranno, diceva Gesù, ma le mie parole non passeranno”.

Costruire la casa sulla roccia significa molto semplicemente costruire su Dio. Egli è la roccia. Roccia è uno dei simboli preferiti dalla Bibbia per parlare di Dio: “Il nostro Dio è una roccia eterna” (Is 26,4); “Egli è la Roccia, perfetta è l’opera sua” (Deut. 32,4).

La casa costruita sulla roccia esiste già; si tratta di entrarci! È la Chiesa. Non, evidentemente, quella fatta di mattoni, ma quella composta dalle “pietre vive” che sono i credenti, edificati sulla “pietra angolare” che è Cristo Gesù. La casa sulla roccia è quella di cui parlava Gesù quando diceva a Simone: “Tu sei Pietro e su questa pietra (alla lettera, roccia) edificherò la mia Chiesa” (Mt 16, 18).

Fondare la propria vita sulla roccia significa dunque vivere nella Chiesa; non restarne fuori puntando tutto il tempo il dito contro le incoerenze e i difetti degli uomini di Chiesa. Dal diluvio universale si salvarono solo poche anime, quelle che erano entrate con Noè nell’arca; dal diluvio del tempo che tutto inghiotte si salvano solo quelli che entrano nell’arca nuova che è la Chiesa (cf. 1 Pt 3, 20). Questo non vuol dire che tutti quelli che sono fuori di essa non si salvano; c’è una appartenenza alla Chiesa di altro genere, “nota solo a Dio”, dice il concilio Vaticano II che riguarda quelli che senza conoscere Cristo, operano secondo i dettami della propria coscienza.

Il tema della parola di Dio, che è al centro delle letture di questa domenica e sul quale si svolgerà in ottobre il prossimo Sinodo dei vescovi, mi suggerisce una applicazione pratica. Dio si è servito della parola per comunicarci la vita e rivelarci la verità. Noi esseri umani usiamo spesso la parola per dare la morte e nascondere la verità! Nella introduzione al suo famoso Dizionario delle opere e dei personaggi, Valentino Bompiani racconta questo episodio. Nel luglio 1938 si tenne a Berlino il congresso internazionale degli editori a cui partecipò anche lui. La guerra era già nell’aria e il governo nazista si mostrava maestro nel manipolare le parole a fini di propaganda. Il penultimo giorno, Goebbels che era il ministro della propaganda del Terzo Reich, invitò i congressisti nell’aula del parlamento. Ai delegati dei vari paesi fu chiesta una parola di saluto. Quando venne il turno di un editore svedese, questi salì sul podio e con voce grave pronunciò queste parole: “Signore Iddio, devo fare un discorso in tedesco. Non ho un vocabolario né una grammatica e sono un pover’uomo sperduto nel genere dei nomi. Non so se l’amicizia è femminile e l’odio maschile, o se l’onore, la lealtà, la pace sono neutri. Allora, Signore Iddio, riprenditi le parole e lasciaci la nostra umanità. Forse riusciremo a comprenderci e a salvarci”. Ci fu un applauso scrosciante, mentre Goebbels, che aveva capito l’allusione, usciva adirato dalla sala.

Un imperatore cinese, interrogato su quale fosse la cosa più urgente da fare per migliorare il mondo, rispose senza esitare: riformare le parole! Intendeva dire: ridare alle parole il loro vero significato. Aveva ragione. Ci sono parole che, a poco a poco, sono state svuotate completamente del loro significato originario e riempite di un significato diametralmente opposto. Il loro uso non può che risultare micidiale. È come mettere su una bottiglia di arsenico l’etichetta “digestivo effervescente”: qualcuno ne resterà avvelenato. Gli stati si sono dati leggi severissime contro quelli che falsificano le banconote, ma nessuna contro quelli che falsificano le parole. A nessuna parola è successo quello che è successo alla povera parola amore. Un uomo violenta una donna e si scusa dicendo che l’ha fatto per amore. L’espressione “fare l’amore” spesso sta per il più volgare atto di egoismo, in cui ognuno pensa alla sua soddisfazione, ignorando completamente l’altro e riducendolo a semplice oggetto.

La riflessione sulla parola di Dio ci può aiutare, come si vede, anche a riformare e riscattare dalla vanità la parola degli uomini.

La volontà del Padre? L’amore che libera
La gente ascoltava Gesù e capiva. Capiva che per entrare nel suo sogno ( il regno dei cieli è il mondo co­me lui lo sogna) non serviva­no lunghe preghiere, né i riti e le formule esatte dei dotto­ri della Legge ( «Signore, Si­gnore…» ). Che bastava per­correre una strada più libera e più viva: «la volontà del Pa­dre» .
La gente ascoltava il giovane Rabbi e capiva che la volontà del Padre non era come gliel’avevano sempre descrit­ta. Aleggiava tristezza quan­do i farisei evocavano la vo­lontà di Dio. Era la giustifica­zione di tutte le tragedie, di malattie e dolori, di torri ro­vinate addosso ai costrutto­ri, di sangue versato dai ro­mani nelle mille rivolte di Giudea. Nasceva pace e fidu­cia quando la presentava Ge­sù: volontà del Padre è che nessun uomo sia solo, che fiorisca a immagine di Dio, che abbia compagni d’amici­zia e di festa, che sia creativo e ostinato nell’amore. Non u­na spada minacciosa, ma l’annuncio che gli occhi dei suoi figli, Dio li vuole pieni di dolce speranza.
«In quel giorno» ci sarà folla davanti alle porte chiuse. Quanta gente straordinaria è lasciata fuori: profeti con pa­role di luce, gente che cac­ciava demoni, grandi tauma­turghi! Ma è questo ciò che il Vangelo chiede? È dalle cose eccezionali che riconosce­ranno i suoi discepoli? No. Ma «se avrete amore gli uni per gli altri» .
Nel nostro servizio non con­tano i risultati, ma quanto a­more metti in ciò che fai
( Ma­dre Teresa di Calcutta). Sulla soglia dell’eterno, l’amore cerca in te qualcosa in cui specchiarsi, l’unica cosa che valga a dire Dio.
Nella parabola delle due ca­se, la differenza tra quella che rimane salda e quella che va in rovina è tutta in un verbo solo: mettere in pratica o non mettere in pratica le parole a­scoltate. Non nelle apparte­nenze o in belle liturgie, non in profezie o prodigi, la diffe­renza sta nel «fare» le sue pa­role, nel ricrearle in me. È la crisi del «dire» .
La gente ascoltava Gesù e ca­piva che c’è un combaciare profondo tra l’uomo e la vo­lontà di Dio, più profondo delle parole, più delle con­fessioni di fede, ed è in chiunque «ha creduto all’a­more» ( 1 Gv), e non conta se dentro e fuori le sinagoghe e le chiese. Ascolta e tieni sal­da la sua parola, anche se non la capisci, lascia che entri nel­la tua memoria come seme nel terreno: darà come frutto il combaciare con Dio, una e­sistenza nella consistenza.

La volontà del Padre? L’amore che libera

La gente ascoltava Gesù e capiva. Capiva che per entrare nel suo sogno ( il regno dei cieli è il mondo co­me lui lo sogna) non serviva­no lunghe preghiere, né i riti e le formule esatte dei dotto­ri della Legge ( «Signore, Si­gnore…» ). Che bastava per­correre una strada più libera e più viva: «la volontà del Pa­dre» .
La gente ascoltava il giovane Rabbi e capiva che la volontà del Padre non era come gliel’avevano sempre descrit­ta. Aleggiava tristezza quan­do i farisei evocavano la vo­lontà di Dio. Era la giustifica­zione di tutte le tragedie, di malattie e dolori, di torri ro­vinate addosso ai costrutto­ri, di sangue versato dai ro­mani nelle mille rivolte di Giudea. Nasceva pace e fidu­cia quando la presentava Ge­sù: volontà del Padre è che nessun uomo sia solo, che fiorisca a immagine di Dio, che abbia compagni d’amici­zia e di festa, che sia creativo e ostinato nell’amore. Non u­na spada minacciosa, ma l’annuncio che gli occhi dei suoi figli, Dio li vuole pieni di dolce speranza.
«In quel giorno» ci sarà folla davanti alle porte chiuse. Quanta gente straordinaria è lasciata fuori: profeti con pa­role di luce, gente che cac­ciava demoni, grandi tauma­turghi! Ma è questo ciò che il Vangelo chiede? È dalle cose eccezionali che riconosce­ranno i suoi discepoli? No. Ma «se avrete amore gli uni per gli altri» .
Nel nostro servizio non con­tano i risultati, ma quanto a­more metti in ciò che fai
( Ma­dre Teresa di Calcutta). Sulla soglia dell’eterno, l’amore cerca in te qualcosa in cui specchiarsi, l’unica cosa che valga a dire Dio.
Nella parabola delle due ca­se, la differenza tra quella che rimane salda e quella che va in rovina è tutta in un verbo solo: mettere in pratica o non mettere in pratica le parole a­scoltate. Non nelle apparte­nenze o in belle liturgie, non in profezie o prodigi, la diffe­renza sta nel «fare» le sue pa­role, nel ricrearle in me. È la crisi del «dire» .
La gente ascoltava Gesù e ca­piva che c’è un combaciare profondo tra l’uomo e la vo­lontà di Dio, più profondo delle parole, più delle con­fessioni di fede, ed è in chiunque «ha creduto all’a­more» ( 1 Gv), e non conta se dentro e fuori le sinagoghe e le chiese. Ascolta e tieni sal­da la sua parola, anche se non la capisci, lascia che entri nel­la tua memoria come seme nel terreno: darà come frutto il combaciare con Dio, una e­sistenza nella consistenza.

don Nazareno Galullo (giovani) (Omelia del 01-06-2008)

Casa sulla roccia: esente da Ici, Iva, Irpef, Ilor, Pioggia, Neve, Vento.

Una casa è tutto. Una casa è il bene più importante. Altro che macchine, computer, playstations o telefonini cellulari che gli manca solo di fare anche un po’ di caffè!
Oggi la casa è pesante da mantenere: a parte i costi di manutenzione e di gestione, ci sono tante tasse da pagare, anche perché i politici han pensato “bene” in questi anni di tassare la casa…anziché le barche, le auto di grossa cilindrata…la benzina e la nafta. A proposito: non ce la faccio quasi più a sborsare tanti soldi per la nafta della mia macchina e mi viene rabbia quando penso che sia io (che percepisco 1000 euro al mese) e sia un ricco che ne percepisce (con sole rendite) molti di più, paghiamo la stessa cifra alla pompa!
A parte le divagazioni, la casa è veramente tutto. Un tetto, una tenda, un igloo, una roulotte…, sempre casa è, per dirla con una pubblicità di pasta!
Qui nel vangelo, il consiglio che viene da Gesù è di costruire la casa su una roccia.
La roccia sa di duraturo, di perenne, diciamo pure di eterno: su una roccia ti senti al sicuro, sai che è così tosta che non si sgretola.
E sì, se la tua casa ce la fai sulla roccia, di sicuro dura tantissimo, non può crollare.
E allora chi è la roccia? Che cos’è la casa?
La casa sei tu, la tua vita, la tua intimità, la tua persona. La roccia è Dio, Gesù, la fede, l’eternità, la felicità vera, la verità, la giustizia, l’amore vero!

Devi costruirti, dobbiamo costruirci su una roccia, per non crollare ai venti e alle intemperie, che sono le situazioni che ci fanno cadere.

Se hai qualche scheletro nell’armadio, se sei losco, se non sei sempre stato trasparente nella tua vita, vuol dire che non hai costruito sulla roccia.
Se vivi solo per sfogare i tuoi bisogni, non hai costruito sulla roccia.
Se pensi che si possa vivere senza un senso, non hai costruito sulla roccia.
Se nella tua vita manca un senso profondo di eternità, se non credi nella Risurrezione di Cristo e tua, non hai costruito sulla roccia.
Se vivi da egoista e pensi solo a te, non hai costruito sulla roccia.
Se i problemi del mondo non ti sfiorano solo perché tu hai tutto, non hai costruito sulla roccia.
Se non cambi vita e sei avaro, lussurioso, possessivo, presuntuoso, geloso, invidioso, pieno di orgoglio, ecc., non hai costruito sulla roccia.

Vuoi essere davvero felice? Vuoi essere davvero “TE STESSO”? Vuoi essere davvero una persona nel vero senso della parola? Costruisci la tua casa sulla roccia, fonda la tua vita su Cristo…e non te ne pentirai.
Anche perché, se non costruisci sulla roccia, costruirai sulla sabbia e prima o poi la tua casa, tu, crolla.
Tutto passa, la bellezza passa, la giovinezza passa, il vigore passa, le forze passano…ma, se sei “costruito/a” sulla roccia…non hai da temere.

Ciao…W la Roccia, the Rock, JESUS!

don Daniele Muraro (Omelia del 01-06-2008)

Il saggio è un uomo equilibrato, sa tenere conto delle diverse opinioni, riesce a conciliare pareri apparentemente contrastanti, mantiene sempre il contatto con la realtà. Attraverso la sua esperienza egli riesce ad anticipare le difficoltà e perciò non si lascia intimorire dagli imprevisti. Ma può esistere una saggezza a tutta prova senza riferimento esplicito a Dio che solo è sapiente?
Senza dubbio se uno, prima di intraprendere un lavoro, riflette sulle diverse soluzioni e tiene conto dei diversi pareri sul come portarlo avanti ha molta più probabilità di riuscita positiva di chi sulla spinta emotiva di un’intuizione iniziale passa subito alla fase pratica applicativa. Questo però non basta. Buona cosa è la disponibilità a farsi consigliare e l’apertura mentale, come anche la perspicacia nel giudizio, ma davanti alle decisioni importanti della vita infatti ciascuno è solo.
Lì all’interno della sua coscienza ciascuno necessariamente si trova a confronto con la voce di Dio che lo interpella: è il momento cruciale della scelta, da cui dipenderanno gli esiti successivi.
Nella parabola di oggi troviamo descritta con parole schiette e incalzanti la condizione umana e la necessità di affidarsi alla luce e alla forza che viene dalla parola di Dio. La volontà di fabbricarsi un’abitazione dove stare è ambizione comune ai due soggetti che Gesù prende a modello. Costruirsi la casa qui vale realizzare la propria vita, plasmare l’ambiente circostante secondo le proprie vedute, assicurarsi un luogo di riparo e allestire una dimora accogliente per la propria famiglia e per gli amici. La conclusione del racconto però mostra i differenti sbocchi delle due scelte.
È cosa nota che costruire sulla roccia è molto più faticoso che costruire sulla sabbia. Così, chi costruisce sulla sabbia finisce il lavoro molto prima e mentre si riposa e gode per quanto ha fatto, forse deride o critica chi, dopo lunghe ed estenuanti fatiche, non è ancora riuscito a finire le fondamenta. Ma il saggio, ragionando anche a lungo termine, vuole che la sua casa possa resistere anche alle peggiori intemperie.
Quello che accade nella costruzione di una casa materiale è simile a quello che accade a noi quando cerchiamo di costruirci una vita in cui ci sia sicurezza, gioia, amore, riposo, protezione nei casi avversi. Questi beni sono ricercati da tutti, non tutti però basano la loro ricerca sul medesimo fondamento. Ora, i fondamenti possibili sono solo due: o uno costruisce la sua vita avendo come riferimento la propria volontà, oppure la costruisce avendo come riferimento la volontà di Dio.
Chi adotta il primo metodo sembra riuscire ad ottenere in breve tempo, e senza troppa fatica, notevoli successi. La fatica che evita è quella dell’osservanza e della fedeltà nei confronti della legge di Dio; anche se non uccide e non ruba, non si preoccupa affatto di cercare di conoscere e amare Dio, di rispettarlo e di onorarlo, quanto poi ai piaceri che questa vita offre, non gli interessa troppo se sono leciti o illeciti, misurati o senza freno.
Essendo abituato a pensare quasi esclusivamente a se stesso, si accorge poco delle sofferenze o dello stato di necessità del suo prossimo. Libero da ogni riferimento a Dio e dall’osservanza della sua legge, trascorre la vita senza troppi problemi, con una certa serenità attorniato dalla compagnia di chi pensa e si comporta allo stesso modo.
Le cose vanno diversamente per chi vuole costruire sulla roccia, e cioè prendendo come riferimento la volontà di Dio. Evidentemente chi vuole osservare i comandamenti non è più libero di fare quello che vuole, ma dovrà impegnarsi a cercare di conoscere e amare Dio, rispettarlo, onorarlo, pregarlo. Dovrà cercare la rettitudine nei pensieri, nelle parole, nelle azioni. Dovrà fuggire i piaceri illeciti e moderarsi in quelli leciti. Dovrà fuggire con sdegno ogni forma di menzogna e di ipocrisia. Dovrà cercare di assolvere meglio che può i doveri del proprio stato – mentre l’uomo stolto spesso si accontenta delle apparenze -. Dovrà essere attento a chi, vicino o lontano, soffre o si trova in stato di necessità e cercare per quanto può di aiutalo.
Un altro esercizio molto importante per chi vuole costruire sulla roccia è quello di imparare a fidarsi di Dio, anche quando Lui sembra non rispondere alle nostre preghiere, anche quando, Egli non ci offre l’aiuto subito sperato. Un giorno vedremo… un giorno capiremo… Rimanere fedeli a questi esercizi per anni ed anni, resistere alle tentazioni di vario tipo che si incontrano lungo il cammino, è un lavoro faticoso come scavare le fondamenta di una casa su una roccia.
Se costruire sulla roccia, ossia secondo la volontà di Dio, ha lo svantaggio di essere un lavoro lungo, impegnativo e faticoso, ha però il vantaggio di realizzare una costruzione solida, capace di resistere all’imperversare delle più violente intemperie; chi vi abita può stare sicuro, la costruzione è garantita contro ogni possibile disastro e rovina esistenziale.
È questa la vera sapienza: la fede non annulla il mistero, lo rende vicino e luminoso e nemmeno toglie la libertà, anzi permette a ciascuno di esprimere al meglio la propria personalità. La libertà umana non si realizza ignorando Dio e il Vangelo, né tantomeno andandogli contro. Nel credere l’uomo compie l’atto più significativo della propria esistenza; attraverso la fede, infatti, la persona raggiunge la certezza della verità e decide di vivere in essa.
Benedizione e maledizione, i due esiti opposti constatabili nei fatti, di cui parla Mosè nella prima lettura, stanno già nella iniziale decisione del cuore umano: dare fiducia a Dio e osservare i suoi comandi, oppure rifiutare la Parola di Dio e appoggiarsi solo su se stessi e sulle proprie vedute.
La Rivelazione cristiana è la vera stella di orientamento per l’uomo che avanza tra i condizionamenti e le chiusure di una mentalità materialistica.

padre Antonio Rungi (Omelia del 01-06-2008)

La casa fondata sulla roccia, che è Cristo

Oggi celebriamo la nona domenica del tempo ordinario dell’anno liturgico e al centro della Parola di Dio la necessità di impiantare la nostra vita su Cristo, pietra viva e solida della nostra esistenza, sulla quale è possibile scommettere in quanto è certo il risultato definitivo e positivo.
Il Vangelo di oggi, infatti, ci parla della casa costruita sulla roccia e la casa costruita sulla sabbia. Due modalità di impostare la propria vita, quella della sicurezza che viene da Dio e quella della fragilità e caducità che viene dall’uomo. A noi spetta la scelta fondamentale, l’opzione entro la quale muoverci per vivere con punti di riferimento solidi e certi, oppure lasciando spazio alla relativismo di ogni genere, soprattutto in campo etico. Il Vangelo di Matteo che oggi ascoltiamo non ammette confusioni, è chiaro nel dirci se vogliamo o non vogliamo state dalla parte di Cristo e su lui costruire ogni progetti di vita personale, familiare, sociale.
La saggezza o la stoltezza dell’uomo dipende dal grado di adesione alla volontà di Dio e alla sapienza che viene dall’alto. L’uomo saggio costruisce su basi solide e non si lascia corrompere dagli interessi momentanei, che appagano la propria vita e le proprie aspettative nel tempo di un attimo o al massimo di un giorno o di poche giornate. L’uomo stolto invece confida in una felicità usa e getta, del cogliere il giorno e il fiore per godersene i suoi risvolti positivi, per poi restare vuoto o crollare di fronte alle prime difficoltà della vita. Gesù mette in guardia i suoi discepoli a fare della fede non un fatto di parole o di gesti, ma di sostanza e comportamenti coerenti. L’adesione a Cristo passa attraverso l’accettazione della sua volontà, anche quando questa volontà ci chiede di camminare a fianco a Cristo verso il Calvario. E’ la fede in Cristo che spinge a scelte radicali e coraggiose, senza compromessi, come ci ricorda la seconda lettura di oggi, tratta dalla Lettera di San Paolo Apostolo ai Romani, che ci parla dell’uomo giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge.
Certamente, se la fede ci pone in una situazione favorevole rispetto a Dio, in quanto attraverso questo dono singolare che ci viene dall’alto, è altrettanto vero che la fede senza la sua esplicitazione nella carità e speranza cristiane sarebbe vuota morta e insignificante. Rivitalizzare la fede è rivitalizzare la speranza e la carità.
Il testo della prima lettura di oggi ci può aiutare a capire tutto questo e a focalizzare il discorso sulla libera e sentita partecipazione alla vita della comunità dei credenti, mediante una conversione autentica a Dio e di amore sincero verso i fratelli.
Benedizione e maledizione qui sono ricordate e menzionate per aiutare il popolo di Dio a discernere con facilità, alla luce dell’insegnamento della Scrittura, ove davvero stia il bene e dove purtroppo c’è il male. Benedizione e maledizione derivano infatti, rispettivamente, dai termini bene e male. Chi vuole, fa e pratica ed augura il bene è persona benedetta; mentre chi vuole e desidera il male è persona maledetta. Da che parte collocarsi, tra bene e male spetta a noi farlo, come ci ricorda il testo del Vangelo. Possiamo ricevere ed essere benedizione per noi e per gli altri; possiamo diventare maledizione per noi e per gli altri. Una via di mezzo nella religione non esiste in questo campo, soprattutto se riguarda la sfera morale. O si vive la propria fede in profondità e coerenza, oppure si vive superficialmente, senza coinvolgimento emotivo e spirituale, strutturando la propria esistenza su cose vane ed insignificanti. Gesù è esplicito: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”. Ed è molto esplicito nel monito che rivolge a tutti coloro che avanzano diritti di entrare nel regno di Dio solo perché hanno svolto ministeri della parola, sono stati profeti, hanno fatto prodigi e miracoli, hanno cacciato demoni. Cose straordinarie, giuste, gratificanti, ma se sono state fatte per onorare più se stessi che per rendere gloria a Dio e vivere in conformità alla propria vocazione, diventano cose vane e inutili per impegnare Dio nella valutazione del nostro operato e per avere l’ingresso diretto nella gloria del suo Regno. Ecco questo monito che ci deve far pensare e riflettere seriamente, quando nella presunzione e nell’orgoglio pensiamo, erroneamente, di aver conquisto il cuore di Dio solo perché facciamo, ma non sentiamo; parliamo, ma non condividiamo; operiamo, ma non senza impegnarci più di tanto o rimetterci qualcosa di vero e di autentico del nostro. Gesù ci ricorda: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”. Sarebbe la cosa più triste, e non solo per un momento ma per l’eternità, se Gesù Cristo nel suo giudizio ci dicesse di non conoscerci e quindi di escluderci dal suo regno per sempre. Noi operiamo in modo che la nostra retta condotta di vita possa trovare accoglienza e riconoscimento in Dio, che è la nostra vera meta e speranza per oggi e sempre, nei secoli dei secoli

padre Paul Devreux (Omelia del 01-06-2008)

Il vangelo di oggi è la conclusione del discorso della montagna; Gesù lo finisce affermando che la fede deve essere suggellata dalle opere.

Rileggiamolo insieme: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.”

“Colui che fa”: il fare indica il modo di affrontare le varie situazioni della nostra giornata, compreso le discussioni con chi incontriamo. Possa fare del bene o non farlo, parlare bene degli altri o fare diversamente.

“La volontà del Padre mio”: è quello che Gesù ha sempre fatto. Significa mettere in pratica il comandamento dell’amore.

“Io dichiarerò loro: non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me.” Questo mi ricorda che sarà Dio ad avere l’ultima parola sulla mia vita, e questo mi da noia, perché preferirei giudicarmi da solo, ma ricordiamoci che non dipendere da nessuno può sembrare bello, ma significa anche non essere figlio di Dio e andare verso il nulla.

“Operatori d’iniquità”: l’operatore d’iniquità è colui che fa il male, o più precisamente colui che è senza legge, e siccome la legge di Dio è l’amore, chi è senza amore non può vivere in comunione con Dio.
La cosa curiosa è che gli esclusi discutono con il giudice perché non sono d’accordo! Questo significa che non riescono a vedere la verità tanto si sono illusi d’essere buoni. In effetti mi capita spesso di ascoltare persone che mi dicono che loro non fanno nulla di male. Gesù afferma che si può persino fare miracoli, esorcismi e dire profezie nel suo nome, senza amare e avvolte addirittura facendo del male. Signore pietà! Donaci di vedere la verità del nostro cuore.

“Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica”: ascoltare e fare: due verbi inscindibili.

“E’ simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia”. Di fatto abbiamo sempre davanti la via della benedizione e la via della maledizione, la via della vita, dell’amore, del perdono, del dono di sè; e la via della morte, dell’egoismo, del preservarsi.

Signore, aiutaci a fare scelte intelligenti, usando il criterio dell’amore.

don Roberto Rossi (Omelia del 01-06-2008)

OSSERVARE LA SUA PAROLA

Il primo brano dal libro del Deuteronomio è una presentazione stupenda della bellezza e dell’importanza della Parola di Dio. “Porrete nel cuore e nell’anima queste mie parole; ve le legherete alla mano come un segno e le terrete come un pendaglio davanti agli occhi. Avrete benedizione se obbedirete ai comandi del Signore, maledizione se vi allontanerete dalla via che vi prescrivo. Avrete cura di mettere in pratica tutte le leggi e le norme che io oggi pongo dinnanzi a voi”

Il vangelo è la parte conclusiva del Discorso della Montagna. In essa Gesù ci dà due grandi ammonimenti che riprendono e perfezionano le parole della prima lettura.

Per i discepoli del Signore è tempo di fatti e non di parole. Gesù dice: se volete essere miei discepoli, fate la volontà del vostro Padre, Dio, realizzate il programma del discorso della montagna, che ho predicato con tutta la mia vita: pregare, volersi bene, sacrificarsi per chi ne ha bisogno, fare il nostro dovere anche quando costa, perdonare, amare anche i nemici, fidarsi di Dio anche quando le cose vanno male. Gesù chiede quindi non tanto di parlare, ma di fare.

Fare significa lasciare che la Parola di Dio modelli la nostra maniera di pensare, e gli atteggiamenti di Gesù pieghino il nostro comportamento; significa lasciarsi convertire a poco a poco nelle scelte, sempre da rinnovare, della nostra vita; significa fermarsi, ogni tanto, per riflettere sulla qualità della nostra vita alla luce della fede; significa domandarsi come la parola di Dio ci conduce in mezzo ai problemi del mondo di oggi.

Poi Gesù chiede ai suoi discepoli di costruire la propria vita sulla roccia della sua parola. Proprio al termine del suo Discorso, Gesù presenta un’immagine molto efficace. Chi ascolta la sua parola e la mette in pratica, edifica la sua casa (cioè la sua vita) sulla roccia. Nella bufera, resisterà. Chi ascolta la parola ma non la mette in pratica, edifica la sua vita su un terreno malfermo, insicuro; cederà nella tempesta. Costruire sulla roccia non significa sfuggire alle tempeste e ai torrenti devastatori bensì mettersi in posizione tale da uscirne imbattuti, seppure scossi. E’ proprio attraverso questi scossoni che camminiamo sulla strada di Dio: essi mettono a prova la nostra fede, ma la rafforzano. Tutte le prove, grandi e piccole, ci fanno sentire poveri davanti a Dio, e quindi bisognosi di Lui e della sua salvezza. E’ attraverso questi «momenti forti» della vita che Dio ci fa entrare sempre più nel suo Regno. La persona che costruisce la sua vita sulla parola di Gesù, è da lui chiamato «saggio». La vita sarà costruita sulla roccia nella misura in cui l’amore a Dio e l’amore all’uomo si fonderanno in noi in un unico amore. Potranno soffiare i venti dell’incredulità, dello scoraggiamento, della tristezza, dell’infedeltà… e la dimora che avremo tentato di costruire amandoci reciprocamente e amando il fratello, rendendo così presente Dio tra noi, resisterà. Altrimenti sarà facile alle prime difficoltà dire: non ci siamo capiti, ma che modo di pensare ha quello lì, ma non ne vale proprio la pena… e buttare tutto all’aria. Non è facile seguire Gesù; non ci dice che è un cammino semplice, ma egli stesso ci porge la sua mano dicendoci: sono con voi, coraggio!

Paolo Curtaz (Omelia del 01-06-2008)

Rocciosi

Piove. È il quinto giorno consecutivo, bene per i vigneti di mio fratello e per la montagna, un po’ meno per i miei acciacchi da over quaranta. Spulcio le mail, tre volte al giorno, con disciplina. Leggo, rispondo (sempre brevemente), mi fermo a pregare per alcune situazioni tragiche di cui vengo a conoscenza.
Poi leggo la mail di Marco e Barbara. Alcuni di voi li conoscono, tutti gli altri no; ma Marco conosce voi: è dal suo ingegno informatico che è nato questo portale della Parola, è grazie alla sua tenacia (e alla pazienza della moglie), che tra il venerdì e il sabato sono spedite oltre tredicimila mail con la parola che riecheggia la Parola.
Mi scrivono una mail dalla Colombia, dove sono andati ad accogliere il loro secondogenito, Maicol, adottato come la piccola Angela.
C’è entusiasmo nelle loro parole. Rispondo brevemente, con le lacrime agli occhi.
Mi viene in mente il salmo: “Chi semina nel pianto raccoglie nella gioia”. Verissimo.
Loro, come molti, hanno allargato il loro cuore ad accogliere la vita di altri. Ma quanta attesa, quante docce fredde hanno sperimentato, quante delusioni hanno vissuto e quante speranze hanno dovuto abbandonare!
Non sono eroi e so che perdoneranno se li cito.

Terremoti
Mentre leggevo il vangelo di oggi mi è venuta in mente Barbara e la sua ultima chiacchierata con me, a Druento. C’era scoraggiamento nelle sue parole, una tempistica burocratica che piegherebbe anche il genitore più motivato aveva raffreddato il loro enstusiasmo. Si parlava di nuovo di anni di attesa, come per la prima adozione, di difficoltà insormontabili, di blocchi di adozioni.
Non sapevo che dire.
Poi mi sono guardato dentro e le ho detto: «Ci sono eventi nella vita, situazioni, in cui tutto è messo in discussione, anche la nostra fede, anche le nostre scelte che sappiamo autentiche e positive, anche il nostro desiderio di amare. Terremoti che radono al suolo tutto, che ci lasciano pieni di acciacchi. Proprio in quel momento scopriamo se veramente crediamo, se davvero abbiamo fede, se abbiamo costruito la casa sulla roccia della Parola. O sulla sabbia delle opinioni.
Fidati, affidati, non demordere, credi, spera, ama».
Il giorno dopo, con enorme stupore, hanno ricevuto la chiamata dalla Colombia.

Dove?
Dove poggiano le nostre convinzioni? Su cosa si fondano le nostre speranze? Chi o cosa muove la nostra vita, suscita le nostre attese?
Viviamo costretti dagli eventi, spesso, e non è vero che la vita è opportunità come malevolmente ci fa credere il nostro mondo. Molto più realisticamente, la vita che realizziamo è una concatenazione di eventi che non dipendono da noi, di fortune o di sfortune che possiamo accogliere o rifiutare. Per molti il lavoro che hanno è l’unico che hanno trovato, la città in cui vivono l’unica scelta che si possono permettere economicamente, la soluzione affettiva che vivono la migliore che sono riusciti ad ottenere.
E quando accade di scontrarsi con eventi dolorosi o con la cupa consapevolezza del limite, allora vengono a galla gli aspetti più intimi e profondi della vita, una specie di rarefazione e di nudità dell’essere che ci può anche stordire.
O far volare.
Gesù ha una proposta, semplice, destabilizzante, folle: fonda la tua vita sulle mie Parole, perché io sono la Parola che il Padre pronuncia sul mondo, ed è una Parola di bene, ed è una Parola di amore.
Ascoltare la Parola e metterla in pratica: come se fosse facile, Signore.

Tra coerenza e infedeltà
Eppure tu chiedi ai tuoi discepoli una continuità tra l’ascolto e la vita, tra la proclamazione del Vangelo e la quotidianità. Gesù non apprezza i fanfaroni, anche spirituali, non apprezza chi fa di se stesso, anche del proprio “sé” spirituale, il proprio idolo. Ciò che conta, secondo il Signore, è la sintonia fra il dire e il vivere, fra l’ascoltare e il cambiare i propri atteggiamenti. Senza fanatismi.
Il Maestro non è morto nel nome della coerenza e dobbiamo fuggire come il fuoco l’atteggiamento farisaico di chi pesa col bilancino i propri meriti, lo sappiamo. E lo sa e lo dice con veemenza un agguerrito san Paolo che si scaglia contro coloro che pensano di meritarsi il paradiso, di essere, se non migliori, almeno non peggiori degli altri. Ai professionisti del sacro di ieri e di oggi Paolo ricorda che Dio è gratis, come la salvezza.
Noi, al limite, possiamo scegliere di vivere da salvati.
Ma neppure dobbiamo cadere nell’atteggiamento opposto di chi entra in chiesa e poi maltratta i colleghi, di chi fa la catechista e poi spettegola e giudica, di chi presiede la comunità e si rifugia nel proprio piccolo, rassicurante mondo clericale di chi, insomma, tiene ben distanti la vita e la fede.
Costruire la propria vita interiore sulle proprie fragile (presunte) certezze spirituali significa esporsi ad un grave rischio. Quando la tempesta arriva, e arriva, tutti i nostri meriti svaniscono, le nostre devozioni si asciugano, le nostre convinzioni traballano.
Ciò che resta, dice il Signore, è ciò che abbiamo fondato sulla roccia della Parola.

Animo, discepoli, non lasciamo cadere una sola delle parole del Maestro, anche quando sono impegnative, anche quando ci sembrano irrealizzabili, anche quando ci giudicano, anche quando ci spronano.

LaParrocchia.it (Omelia del 01-06-2008)

Concreti per il Regno

Il mondo è pieno di gente che si riempie la bocca di belle parole, supplendo con grandi discorsi alla mancanza di azioni concrete. Eppure si sa che a volte un gesto è molto più convincente di mille chiacchiere. In tono categorico, il finale del discorso sulla montagna denuncia il verbalismo religioso, incompatibile con le esigenze di autenticità e di concretezza del cristianesimo. Tutti coloro che aspirano alla beatitudine del regno vengono messi in guardia: se non mettono in pratica la loro fede, inevitabilmente li attende la rovina.

Gesù non si è accontentato di parole. Ai cinque grandi discorsi del vangelo di Matteo
corrispondono ogni volta dei gesti del Signore che confermano la sua predicazione; fino al discorso della croce in cui Dio ci dice, attraverso la morte di suo figlio, l’ultima parola del suo amore.

Donando la vita Gesù ha reso testimonianza alla verità: una verità di carne, viva e concreta più che dogmatica, evidente per chi sa cogliere il linguaggio degli atti. E noi, quante volte ci nascondiamo dietro ai nostri grandi discorsi e alle nostre astrazioni, sfuggendo alle esigenze pratiche della fede e rifiutando di mettere in discussione la nostra vita? Eppure siamo convinti di essere dalla parte di Gesù, di essere suoi amici: mangiamo alla sua tavola, beviamo il suo vino, profetiamo nel suo nome. Non è sufficiente?

Basta con le parole! Curare il ferito lungo la strada, aprire le braccia al prodigo, accogliere lo straniero: su questi frutti di conversione sarà giudicata la nostra vita. Parlare non basta: Dio e il mondo ci aspettano nella realtà dei fatti. È urgente un modo nuovo di vivere il cristianesimo: dobbiamo inventare un linguaggio fatto di gesti e di comportamenti, che non si fermi alla teoria e tracci nuove vie verso il regno.

don Giovanni Berti (Omelia del 01-06-2008)

Una vita sulla roccia

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Ho una zia suora che per qualche anno ha abitato in un paese del Friuli, Chiusaforte. Si trova nell’alto Friuli ai piedi delle montagne, sulla strada che porta a Tarvisio e in Austria. Con la mia famiglia sono andato a trovarla quando si era appena trasferita nella comunità che gestiva la scuola materna parrocchiale. Era il 1980 e solo 4 anni prima c’era stato il devastante terremoto che aveva distrutto molti paesi di quella zona e aveva provocato moltissimi lutti. I segni del terremoto erano ancora molto evidenti lungo la strada che percorrevamo per arrivare al paese della zia. La cosa che mi colpì molto fu proprio la situazione che trovai a Chiusaforte. Il paese dopo 4 anni dal terremoto era pieno di case lesionate ma solo poche erano completamente distrutte. C’erano molte persone che vivevano in baracche ma qualcuna era già tornata nella casa sistemata o ricostruita. L’edificio più colpito era stato proprio la scuola materna delle suore, ma queste già vivevano in un grosso prefabbricato che fungeva da alloggio e da scuola materna. La cosa più sorprendente era però Raccolana, il paese appena al di la del fiume, completamente raso al suolo. Solo la chiesa e qualche casa erano in piedi ma pericolanti e inagibili mentre tutto il resto era scomparso. Le case erano state così colpite dal sisma che agli abitanti non era rimasto altro che abbattere tutto, e ora c’era solo una larga distesa di pavimenti, mozziconi bassi di muri di casa e le strade. Lo spettacolo era davvero impressionante: un paese completamente cancellato! Rimasi davvero sorpreso nel vedere come lo stesso terremoto nella stessa zona aveva avuto effetti così diversi: Chiusaforte ancora sostanzialmente in piedi e Raccolana scomparsa. Mi spiegarono che questa cosa era dovuta proprio alla diversa conformazione dei terreni sui quali i due paesi vicini erano costruiti: lo stesso evento capitato a due paesi sostanzialmente uguali e vicini aveva avuto due esiti molto diversi.

Sembra davvero la stessa cosa che Gesù descrive con la sua parabola della casa costruita sulla roccia e di quella sulla sabbia. Se prendiamo le parole del brano del Vangelo e le sovrapponiamo vediamo che sono sostanzialmente uguali, le variazioni sono piccole ma di sostanza. Le due case sembrano uguali esteriormente ed ad entrambe succedono le stesse cose (…cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti…), ma l’esito finale è assai diverso. E si comprende la saggezza e stoltezza dei due padroni solo quando la casa dell’uno rimane in piedi e l’altra cade. All’apparenza e in una situazione normale tutto sembra uguale ma quando accade qualcosa di speciale (che non risparmia l’uno e neppure l’altro) la differenza “invisibile” (come le fondamenta delle case o il terreno sul quale sono costruiti i due paesi) diventa visibile e ha conseguenze per il futuro.
Esser cristiani non è questione di dire ogni tanto con enfasi “Signore, Signore…” magari davanti ad altri e a se stessi per farci vedere “religiosi”, e nemmeno è questione di appendere alle pareti di casa crocifissi e immagini sacre per far vedere che la nostra “è una casa cristiana”. Esser veri cristiani non è neppure innalzare barriere contro le diverse culture, magari impedendo di costruire moschee e difendendo i capitelli e le chiesette nelle contrade o difendendo in modo agguerrito le tradizioni di questo o di quell’altro santo o santa di paese. Esser cristiani è domandarsi ogni giorno su quali basi è costruita la mia casa, cioè le mie scelte concrete di ogni giorno come le scelte della vita. Esser cristiani è affrontare la vita e tutto quel che accade con un senso di speranza profonda anche nelle situazioni più avverse. E’ in certi momenti importanti della vita che si vede su quale base uno ha costruito pian piano la propria esistenza: sulla roccia degli insegnamenti di Gesù che parlano di amore, di perdono, di povertà, di accoglienza e di fiducia in Dio o sulla sabbia della ricerca continua dell’affermazione di sé e del proprio conto in banca e del potere. Ho conosciuto persone che hanno mostrato tutta la loro solidità di fede solo in una certa occasione, in un evento di lutto o malattia oppure anche in un passaggio importante della vita come un matrimonio o la nascita in un figlio o una scelta di lavoro. E nell’apparenza prima sembravano come tutti gli altri senza tante esternazioni religiose… La differenza cristiana (così come la chiama Enzo Bianchi in un suo bellissimo libro) è venuta alla luce in un certo momento significativo della vita e diventa punto di riferimento per altri.
Il terremoto non avverte quando arriva e non serve a nulla correre ai ripari mentre si sta scatenando. Così è la vita che a volte riserva eventi che non possiamo prevedere con molto anticipo. Per questo è importante controllare le fondamenta della nostra vita e chiedere a Dio di ritrovare nella sua Parola la base sulla quale costruire o ricostruire quello che siamo.

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mons. Vincenzo Paglia (Omelia del 01-06-2008)

La casa costruita sulla roccia e la casa costruita sulla sabbia

Con la fine del capitolo settimo si chiude il discorso della montagna, il primo grande discorso di Gesù nel Vangelo di Matteo, quasi il suo programma evangelico. Il confronto con queste pagine è per certi versi decisivo. Infatti, dice Gesù: “Chi ascolta queste mie parole e le mette in pratica, può essere paragonato a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia”, mentre “chi non le mette in pratica, può essere paragonato a un uomo stolto che costruì la sua casa sulla sabbia”. Continua Gesù: venne la pioggia a dirotto, i fiumi strariparono, soffiarono i venti e si abbatterono su quelle due case; la prima casa, quella fondata sulla pietra, restò salda; l’altra, quella fondata sulla sabbia, crollò. Sono due immagini efficaci con le quali Gesù paragona, e non a caso, gli ascoltatori del Vangelo ai costruttori. Il Vangelo, infatti, non è una esercitazione letteraria e neppure una buona parola che si dice per esortare a qualche buon sentimento: esso è teso a costruire una casa, la casa della propria vita. Ebbene, chi ascolta il Vangelo e lo mette in pratica è un uomo prudente, perché costruisce la sua vita sulla pietra; chi invece ascolta soltanto, e non segue il Vangelo, è uno stolto, perché sarà travolto dalle avversità. Ovviamente è ancora peggio se neppure si ascolta la Parola di Dio.
Sulla sabbia basta un’onda leggera per travolgere tutto quello che si è costruito; di qui anche il detto popolare sui “castelli di sabbia”. In verità spesso la vita ci riserva spesso scrosci violenti e venti impetuosi. Per questo l’avvertimento di Gesù è saggio e amichevole. La sabbia non è lontana. Non bisogna fare lunghe file o chilometri di strada per arrivarci. Ce l’abbiamo nel cuore. La sabbia è l’orgoglio di sé, dei propri sentimenti, delle proprie convinzioni, è l’arroganza di chi pretende di avere sempre ragione anche davanti al Signore, è la freddezza di chi è indifferente ai bisogni degli altri. La stagione della sabbia può durare un giorno, un mese, un anno, o anche una vita intera. È il tempo in cui non si ascolta il Vangelo né tanto meno lo si mette in pratica. Quanti uomini, quante donne dovrebbero ammettere che la loro costruzione umana è crollata, e non lo ammettono, perché non vogliono rivelare che nel loro cuore c’è sabbia! Stiamo attenti, perché la sabbia è anche deserto; anzi la sabbia fa il deserto, crea solitudine, amarezza, assenza di vita felice. Il Signore ci ha fatto dono della pietra ove poter costruire la nostra vita. La pietra non siamo noi, è il Signore stesso, è il suo Vangelo, che rimane saldo e non crolla. Anche la predicazione è una piccola pietra per le nostre giornate. È giusto allora stupirsi come si stupirono quelle folle al termine del discorso della montagna: “Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle rimasero stupite della sua dottrina; insegnava infatti come uno che ha autorità”. È lo stupore di trovarsi di fronte a una parola autorevole che ci è data per costruire saggiamente la nostra vita di giorno in giorno.
L’avvertenza di Gesù è saggia e severa: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”. Occorre anzitutto cercare il regno di Dio, che è bontà, misericordia, giustizia, fraternità, amicizia. Questo è l’essenziale da cui promana con certezza tutto il resto. La miopia di molti verso l’accoglienza agli stranieri (ed è davvero triste anche da un punto di vista civile cavalcare l’egoismo e l’intolleranza della gente) rende lontana questa ricerca del regno di Dio e radica nel culto del proprio particolare (è l’idolo di una società ricca e consumistica), che peraltro sarà causa di impoverimento e di angosce. Mammona è un idolo esigente, e non risparmia.

padre Mimmo Castiglione (Omelia del 01-06-2008)

Anomia! Uragani, speculazione edilizia e via!

Per sette giorni s’interrompevano i rapporti tra il rabbino e i discepoli disobbedienti,
con la formula: io non vi ho mai conosciuti.
Anche Gesù dice altrettanto!
Il Maestro esorta ad uscire dal quietismo, ed esser facitori, non faciloni!

Ultime avvertenze!
A conclusione del discorso della montagnadella pianura
una lezione di ingegneria.
Che a quanto pare, in riferimento a ciò che è più importante,
conta più dell’architettura.
In Palestina non c’era bisogno di fondamenta, le case bastava costruirle sulla roccia!

Importante dunque la scelta del terreno!
Si paragonano gli uomini agli edifici,
che all’apparenza possono apparire uguali, e invece!
Hanno valore quando nella prova reggono,
se resistono alle tormente, agli uragani.

Che delusione, se ci pensiamo bene!
Aver compiuto cose straordinarie nel suo Nome,
avere avuto potere sul maligno, per poi essere rifiutati da Dio,
rimproverati di non averlo mai conosciuto veramente!
Aver compiuto miracoli non significa dunque aver fatto la volontà del Padre!
Si può essere condannati e non per aver fatto opere buone,
quanto piuttosto per esser stati distanti da Dio e non averlo accolto nel cuore.
Non si presenta la lista delle buone opere credendo dia diritto al Regno.
Niente privilegi, nessuna garanzia. Importante ipotecarsi sulla sua parola.

Una dannazione! Aver sprecato tempo, la propria vita,
illudendosi d’aver creato un rapporto, una relazione. E invece niente!
Non bastano certo le belle parole per esser certi d’essere in comunione.

Il Signore Gesù ci invita a non pronunciare il suo nome invano credendo di fargli piacere,
quando alle parole non seguono i fatti, cioè compiendo il bene: la sua volontà!
Come il servo obbedisce al suo padrone
così il discepolo deve mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti dal Maestro,
nuovo Mosè, se vuole davvero esserne testimone.

Non servirsi del nome di Dio per “buttarsi giù dal pinnacolo”
per dare spettacolo ed apparire, tentando il soccorso divino.
Ma rispettarlo, temerlo, accogliendolo nella mente e nel cuore,
nei pensieri e nei sentimenti, aderendogli nelle operazioni delle mani,
e non essere iniqui piegandolo all’amor proprio ed ai propri fini.

L’invito dunque è d’esser sapienti. Non è necessario impressionare.
Ed esser saggio significa mettere in pratica quanto s’è ascoltato.
Libertà di scelta dunque. Edificare sulla pietra viva: il Cristo!
E non sul terreno friabile del sentimentalismo e delle mode
o delle tradizioni e del folklore,
o sulla rena della ricchezza e del potere
o della violenza e della sopraffazione.

E sulla Roccia poi, con le buone opere,
innalzare pareti che proteggano dal vento,
costruire il tetto per difendersi dal freddo.

PREGHIERA

Pietà di me Signore, scelgo la strada facile, che quasi mai è la migliore.
Abbagliato dalle splendide facciate di palazzi senza fondamenta
non mi faccio scrupolo di risiedervi,
consapevole del “crollo” da un momento all’altro.

Pietà o Dio, se non ho posto nella mia mente le tue parole,
se non le ho tenute presenti nelle mie mani o nelle azioni,
se non ho lasciato che illuminassero i miei desideri,
se le ho pronunciate senza che fosse coinvolto il cuore.
Pietà della mia incoerenza.
Pietà della mia presunzione quando ho creduto di salvarmi da solo.
Pietà per aver rifiutato la tua buona notizia: il dono.
Pietà della mia arroganza.

don Gianluca Peschiera (ragazzi) (Omelia del 01-06-2008)

La casa sulla roccia

Primo piano oggi per una parabola molto famosa: la casa sulla roccia. Gesù non punta tanto a questioni statiche di ingegneria o architettura, parla della nostra vita. Emergono alcune domande: su che cosa la stiamo costruendo, quali sono le basi su cui si reggono i nostri progetti, le nostre scelte, il nostro stile?
E’ attorno a tutto ciò che Gesù si rilancia come il fondamento sicuro per affrontare la vita al meglio.

Dal Vangelo secondo Matteo (7,21-27)

In quei giorni Gesù disse: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità.
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande».

Non ci sono sostanziali differenze tra le due case di cui parla Gesù in riferimento agli agenti esterni: cioè in entrambi le situazioni, pioggia, strari-pamento di fiumi, venti… non risparmiano le costruzioni.
Il Signore sembra allora dire che la vita è difficile e non fa particolari sconti. Anche se, per un’enormità di variabili ogni vita ha diverse opportunità (dalle condizioni di partenza, dalla famiglia, dalle esperienze che uno fa’, la suola, gli incontri…), però, sembra dirci Gesù, prima o dopo arriva per tutti la pioggia della malattia, lo straripamento dei progetti che uno si immagina, si impegna a realizzare; capita che succede l’imprevisto che “ribalta” tutto, i venti contrari della sfiducia, della comunicazione non sempre felice, dei tradimenti…
Gesù parla di un fondamento su cui si può far poggiare ed edificare l’esistenza e lo dice con chiarezza: “Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio…”: non solo chi sente la Parola del Signore, ma chi la rende punto di riferimento, chi la vive.
Preghiamo allora perché ciascuno di noi ascolti e metta a frutto la Parola del Signore e costruisca sulla roccia che ti farà resistere alle inevitabili prove e fatiche della vita.

Un commento per ragazzi

Oggi molti ragazzi crescono come persone indaffarate: la scuola, la danza, lo strumento musicale, tanti impegni sportivi e non… il tempo sembra non bastare, ci vorrebbero giornate da 28 ore, almeno!
Il ragazzo dei nostri giorni è un consumatore: ha tante cose, usa tante cose, ha sempre bisogno di altre cose, pensa che si migliori con le cose ed è convinto che ci si caratterizza per ciò che si ha. Il ragazzo sa di costare tanto: mamma lavora di più.
Inoltre si è tutti immersi nella cultura dell’efficienza, bambini e ragazzi compresi, continuamente sfidati e condizionati: e allora vai con i videogame per superare se stessi, essere più bravi degli altri…
Tutto questo non è frutto del “caso”: ci sono delle vere e proprie strategie per rinforzare tali fondamenta su cui si fonda di fatto la vita di molte persone.
Un esempio: vi ricordate i Pokemon? Penso proprio di sì: un cartone animato che è diventato famoso anche per le figurine, le magliette, i cappellini che moltissimi si sono fatti regalare. E’ molto interessante scoprire che, quando li hanno inventati – in Giappone – al tavolino “pensante” il progetto non c’erano solo dei disegnatori, degli sceneggiatori per fare una storia per bambini, c’erano anche rappresentanti dell’industria delle figurine, magliette, cappellini… Si voleva creare una storia che rientrasse in un ampio marketing, cioè facesse entrare i bambini non solo nella visione di un cartone animato, ma in una grande pubblicità di tutta una serie di gadget che ti facesse vivere l’avventura come un bravo consumatore di figurine, magliette, cappellini.
Il sogno della società dei consumi: rendiamo i ragazzi delle nuove generazioni, sin da piccoli, dei bravi consumatori, così lo saranno anche da grandi e l’economia girerà bene…
Paradossalmente la nostra società è però anche quella dei rifiuti che non si sa dove mettere, aumentano i depressi, gli infelici, gli esclusi. Non sono tanti quelli che salgono sul treno dei più ricchi…
Gesù cosa ci dice? Innanzitutto ci richiama a un farci conoscere da Lui, cioè entrare in un legame profondo con Lui, il Maestro e Signore. Salta fuori allora uno stile, un progetto d’uomo. Non è vero che ti servono tante cose per vivere bene, il necessario ti è dato “in natura” e gratuitamente dal tuo essere persona amata da Dio Padre, fratello di tutti. E il Signore ti fa costruire sulla base del suo Vangelo, la buona notizia.
Ci vuole coraggio ad accogliere il fondamento Gesù come base della propria vita: ma è l’unico che ti fa vivere (e morire!) garantendoti felicità per te e per tutti e realizzazione di vita più forti del peccato e della morte.

L’angolo delle curiosità: il CONTESTO

Questo brano del Vangelo di Matteo è al capitolo 7 e fa’ riferimento a quanto Gesù dice prima, a partire dal capitolo 5. E’ il famoso discorso della montagna, fatto dalla “magna charta” delle beatitudini e da tutta una serie di considerazioni ben precise sul progetto di vita che sta a cuore a Gesù.
Le parole chiave delle Beatitudini sono: Beati (cioè felici) e Regno dei Cieli. Se siamo poveri in spirito, afflitti, miti, affamati e assetati di giustizia, misericordiosi, puri di cuore, operatori di pace, perseguitati per la giustizia a causa del Regno, saremo felici.
Le parole chiave dal resto del discorso della montagna sono: i comandamenti, la preghiera, l’elemosina, il digiuno, il perdono. Sono questioni ben note ai contemporanei di Gesù, ma Lui ne dà un’interpretazione fresca e sana, senza smentire il passato, ma – dice – per portarlo a compimento.
Queste indicazioni, che Lui per primo ha vissuto, sono essenziali per capire meglio la frase del Vangelo di oggi: 
“chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica…”.

E’ bene tenerlo presente tale contesto!

mons. Antonio Riboldi (Omelia del 01-06-2008)

Non basta dire: “Signore, Signore!”

Questa domenica apre il mese di Giugno, che la pietà dei cristiani dedica al Sacro Cuore.
Dio vuole farci partecipi di quanto ci vuole bene: un bene incredibile!
E ogni volta viene da domandarci: “Come mai non ci facciamo travolgere da questo Amore, che parte addirittura da Dio, noi, che siamo così facili a farci coinvolgere da sentimenti o amicizie, che, il più delle volte, sono fragili, quando non ci lasciano con l’amaro in bocca?
Pare incredibile che noi uomini non riusciamo a farci ‘catturare’ dall’Amore infinito che Dio, gratuitamente, ci offre e davvero è l’unica nostra piena felicità e realizzazione.
Noi abbiamo nulla da offrire a Dio e ci viene da chiedere perché Dio ci voglia così tanto bene. La ragione è semplice, e la dovremmo avere scritta nel cuore della vita.
Noi siamo Sue creature, Suoi figli, tanto che per riscattarci dall’inferno, in cui ci siamo cacciati, rifiutando di lasciarci amare da Lui, ha addirittura donato Suo Figlio, Gesù, che ci ha riportati a Lui con la Sua vita, morte e resurrezione, per tornare a occupare quel Cuore, che è il solo senso della nostra esistenza.
Quante volte, osservando il nostro tempo o, se volete, tutti i tempi degli uomini, ieri ed oggi, constatiamo come portino il segno del ‘rifiuto del Bene’!
Come anche sperimentiamo che ci accompagna nella vita lo scoprirsi ‘nudi’, ossia ‘soli’, senza più nessuno che ami e doni una felicità, che sembrava a portata di mano.
Eppure… “Uomo dove sei?” è il grido del Padre, che arriva anche a noi, chissà quante volte!
E la risposta è sempre la stessa: “Mi sono nascosto, perché sono nudo”.
Una nudità insopportabile, che crea quelle tante angosce, drammi e depressioni di cui è conferma la cronaca quotidiana.
Non si può vivere ‘nudi’! Noi siamo stati creati per essere rivestiti dall’Amore. È questa la gioia più vera e profonda, che l’uomo possa provare.
Basterebbe ‘leggere’ la vita dei santi, pervasa da questa Gioia immensa, anche nelle difficoltà e sofferenze, tanto da poter dire che la loro esistenza è ‘amore che, dal Cuore di Dio, si diffonde sulla terra’.
Basterebbe pensare alla serenità di Madre Teresa di Calcutta, immersa nelle miserie umane, diventata luce per tutta l’umanità, come per tutti i Santi…fino alla gioia di dare la vita nel martirio. Quanta gente, da prete, da vescovo, ho incontrato, conosciuto, ammirato per la grande serenità, anche se erano poveri, malati.
La risposta che mi davano, riguardo alla loro felicità, era sempre la stessa: “La mia gioia è Dio e con Lui i miei fratelli. Voglio nulla, desidero nulla. Mi basta solo sapermi amata ed amare!”. Parole di una donna completamente disabile. Incredibile!
Forse noi abbiamo della natura dell’amore un concetto ‘pubblicitario’, ‘un evento da gossip’, come sono le inutili e vuote chiacchiere di tante riviste o reality.
Ma, quando l’amore ama, si circonda di silenzio e si manifesta nel guardarsi ‘dentro’.
L’amore si offre in punta di piedi, con delicatezza, per lasciare spazio alla libertà di accoglierlo o rifiutarlo. Meraviglioso e impegnativo l’amore vero!
E la Chiesa vuole farcelo vivere, in questo mese di giugno, dedicato proprio al Sacro Cuore.
Dice Paolo VI, commentando questo mistero liturgico: “E’ infatti essenziale al disegno della rivelazione cristiana la scoperta, a noi fatta da Dio, e da noi, se attenti, se disponibili, a tale folgorazione accolta e goduta, che Dio è Amore e come tale si è manifestato, svelando il segreto già presente, ma rimasto misterioso e quasi muto nella creazione naturale, perché l’amore di Dio, in Cristo, assume un linguaggio comprensibile, se pure incommensurabile, al nostro cuore umano: ‘Cristo ha amato me ed ha sacrificato se stesso per me’, così sintetizza S. Paolo il dramma della redenzione. È travolgente se abbiamo capito. Mi vengono in mente le parole dei mistici: ‘Il cuore parla al cuore’, per il carattere personale di tali atti spirituali, per la loro interiorità, per la loro semplicità e discrezione, per la loro evidente sincerità. Il Cuore di Cristo batte ancora e suscita l’entusiasmo di tanti cuori.
La Chiesa avverte la pulsazione di questi cuori, che certo prelude ad una accelerazione della carità nel mondo moderno. Ah! lo comprendessero gli uomini del nostro tempo!
Il mondo moderno, nelle sue maggiori esigenze, sia spirituali, che morali e sociali, ha bisogno di amore, che vuol dire superamento di ogni sentimento che lo rende infelice, e preludio di ogni cosa grande, buona, umana, di cui esso è più che mai oggi capace e forse inconsciamente desideroso” (Paolo VI, 8 giugno 1978).
Non resta che fare spazio, nella fede e nella preghiera, a tanto Dono del Padre e farsi amare. Ritroveremo la gioia!

E’ davvero tagliente la Parola che Gesù, oggi, ci offre.
Ci pone di fronte il concetto di ‘saggezza e stoltezza, agli occhi di Dio’.
“In quel tempo – scrive l’evangelista Matteo – Gesù disse ai suoi discepoli: Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio, che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, noi abbiamo profetato nel tuo nome e scacciamo demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome. Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti: allontanatevi da me, voi operatori di iniquità.
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile ad un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti, e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde perché era fondata sulla roccia.
Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile ad un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande” (Mt 7,21-27).
È la risposta di Gesù al nostro modo di vivere il Vangelo, a volte, solo a fior di pelle, ossia superficialmente. E, quando la nostra vita cristiana è superficiale, assomiglia tanto a quella casa
costruita sulla sabbia. Basta poco per spazzare via il nostro rapporto vivo con Dio.
Tutti sappiamo come la vita è un continuo alternarsi di ‘gioie e speranze, ma anche di sofferenze ed angosce’. Ci sono momenti in cui tutto ci pare vada bene – almeno secondo il nostro modo di interpretare la vita-. Per tanti ‘l’andare bene’ è riferito agli affari, alla salute buona e via dicendo. Un linguaggio che non sfiora neppure il vero volto di una vita con lo sguardo fisso a Dio, tesa a compiere la Sua volontà in ogni attimo.
Nella sua illuminata visita, che il Santo Padre fece negli USA, ha posto domande inquietanti, rivolte a noi tutti: “Che cosa significa parlare della protezione dei bambini, quando la pornografia e la violenza possono essere guardate in così tante case attraverso i mass media, ampiamente disponibili oggi? A quanti giovani è stata offerta una mano che nel nome della libertà e dell’esperienza, li ha guidati all’assuefazione agli stupefacenti, alla confusione orale o intellettuale, alla violenza, alla perdita del rispetto di se stessi, anzi, alla disperazione e, così, tragicamente al suicidio?’.
E ancora ci chiede: “E’ forse coerente professare la nostra fede in Chiesa e poi, lungo la settimana, promuovere pratiche di affari o procedure mediche contrarie alla fede?”.
Bruciano queste parole in chi di noi neppure si sforza di avere quella coerenza tra fede e vita, di cui oggi parla Gesù: “Non chi dice Signore, Signore…!”
Bello allora farsi coinvolgere dalle parole che, sempre il Santo Padre, rivolse ai giovani a Loreto: “Di quanti messaggi, che vi giungono soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici! Non andate dietro all’onda prodotta da questa potente azione di persuasione. Non abbiate paura, cari amici, di preferire le vie ‘alternative’ indicate dall’amore vero: uno stile di vita sobrio e solidale, relazioni sincere e pure, l’interesse profondo per il bene comune. Non abbiate paura di apparire diversi e di venire criticati per ciò che può apparire perdente e fuori moda. I vostri coetanei e specialmente coloro che sembrano più lontani dalla mentalità e dai valori del Vangelo, hanno un profondo bisogno di vedere qualcuno che osi vivere secondo la pienezza di umanità manifestata da Gesù Cristo”.
Ed è proprio vero.
Ricordo quanto disse un giorno, l’allora cardo Schuster ad alcuni giovani: “Il mondo quando vi vede uscire dalla Chiesa, non si impressiona, perché sembra che andare a Messa dica poco o nulla. E così guardando ai vostri oratori. Ma la gente quando vede passare un santo, ossia un cristiano – non perché lo dice, ma perché lo è – si ferma ed ammira.”
Come del resto facciamo noi quando incontriamo fratelli o sorelle che vivono fino in fondo la fede e la indossano come una veste lucente nella ordinarietà della vita.
Hanno ‘qualcosa’ che sembra invitare a guardare ‘in Su’.
Lo sappiamo tutti quanto è duro ed impegnativo vivere da veri cristiani. Ma per quella immensa gioia che si riceve, proprio ne vale la pena!
Non resta che ascoltare e vivere quanto Mosè disse a nome di Dio:
“Mosè parlò al popolo dicendo: Porterete nel cuore e nell’anima queste mie parole. Ve le legherete alla mano come un segno e le terrete come un pendaglio tra gli occhi. Vedete, io pongo davanti a voi una benedizione e una maledizione: la benedizione, se obbedite ai comandi del Signore vostro Dio che oggi vi do; la maledizione, se non obbedite ai comandi del Signore vostro Dio e vi allontanate dalla via che io oggi vi ho prescritto” (Dt 11.18-26).
E’ bello allora chiedere a Gesù che la nostra fede sia salda come una casa costruita sulla roccia, con le parole di Madre Teresa: “Signore, tu sei la Vita che voglio vivere, la Luce che voglio riflettere, il Cammino che conduce al Padre, l’Amore che voglio amare, la Gioia che voglio condividere e seminare attorno a me. Gesù, Tu sei tutto per me. Ricordamelo: senza di Te non posso nulla”.

Comunità Missionaria Villaregia (giovani) (Omelia del 01-06-2008)

Costruire la casa dove Lui dimora

Si è concluso il ciclo delle grandi feste: La Pasqua, l’Ascensione, la Pentecoste, la Trinità e il Corpus Domini e in questo tempo dove è terminato, e nello stesso tempo iniziato, un nuovo ciclo liturgico, ritroviamo questa Parola che Gesù dice ai suoi discepoli: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.” E’ un avviso; Gesù, il Vangelo va preso sul serio: niente sconti, niente saldi di fine stagione. Se hai accettato di dire di sì al mistero di Dio, al suo disegno di Salvezza, allora ti devi comportare di conseguenza.

In questa frase viene riformulato in altre parole quel precetto tanto caro a Gesù: “Qual è il comandamento più grande?” Sappiamo come Gesù risponde: “Primo amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze e secondo è amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti.” Due comandamenti inscindibili; l’amore a Dio e l’amore al fratello sono quell’unico comandamento che include tutto: non è sufficiente dire Signore, Signore… potremmo dire: “Non è sufficiente recitare tante preghiere”, quanto compiere la volontà di Dio che sappiamo essere la nostra santificazione, la santificazione di tutti gli uomini e di tutto l’uomo.

E Gesù è implacabile nel sottolineare questa verità: “Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità.” Anche i più grandi miracoli compiuti, però, al di fuori della carità e dall’amore reciproco, non porteranno il sigillo di Dio. Egli non ci riconoscerà! Terribili queste parole. Come non far riecheggiare qui le parole di Paolo: “Se anche dessi il tuo corpo alle fiamme, ma non avessi la carità, sei un nulla”.

Sotto questa luce acquista un senso, dunque, anche l’esempio della casa costruita sulla roccia o sulla sabbia. La carità, ossia la dimora di Dio tra gli uomini, ricordiamo Sant’Agostino che diceva: “Se vedi la carità, vedi la Trinità”, sarà costruita sulla roccia nella misura in cui l’amore a Dio e l’amore all’uomo si fonderanno in noi in un unico amore. Potranno soffiare i venti dell’incredulità, dello scoraggiamento, della tristezza, dell’infedeltà… e la dimora che avremmo tentato di costruire amandoci reciprocamente e amando il fratello, rendendo così presente Dio tra noi, resisterà. Altrimenti sarà facile alle prime difficoltà dire: non ci siamo capiti, ma che modo di pensare ha quello lì, ma non ne vale proprio la pena… e buttare tutto all’aria, o se preferiamo al “vento”.

Non è facile seguire Gesù, non ci dice che è un cammino semplice, ma egli stesso ci porge la sua mano dicendoci: Sono con voi, coraggio!

Abbiamo un anno intero per costruire sulla roccia la dimora di Dio tra noi. Ogni giorno egli ci offre nella liturgia la sua Parola: lì incontriamo la Volontà di Dio per noi.

Se non ti è facile partecipare all’Eucaristia, unisciti spiritualmente, leggendo un brano del Vangelo: non ti sentirai solo, ma parte di una grande famiglia e soprattutto avrai la certezza che stai camminando con Dio. Dopo aver letto la Parola, chiediti: “Come posso metterla in pratica? Come posso amare oggi?” Per non dimenticarla, puoi scriverla in un foglietto, che metterai in tasca, oppure davanti al tuo PC. Ogni tanto ti verrà tra le mani, o tra gli occhi e allora rinnoverai la tua adesione a Gesù.

mons. Ilvo Corniglia (Omelia del 01-06-2008)

Questo brano conclude il Discorso della Montagna (Mt. 5-7), dove Gesù ha mostrato come si comportano e vivono i suoi discepoli. Invocare Gesù e proclamarlo “Signore”,specialmente nella celebrazione liturgica, e farlo anche in modo entusiasta, non è sufficiente per ottenere la salvezza. Anzi, può favorire l’illusione e una falsa sicurezza. È necessario impegnarsi a “fare la volontà del Padre”, che Gesù ha rivelato nel Discorso della Montagna. La legge di Mosè (Dt. 11,32: I lettura) Gesù l’ha portata a compimento, riassumendola nell’amore di Dio e del prossimo. È questo, in sostanza, il contenuto della volontà di Dio. L’aver compiuto anche gesti apparentemente rilevanti sotto il profilo religioso(“Nel tuo nome abbiamo profetato e scacciato demoni, abbiamo operato prodigi”)potrà risultare una pretesa ingannevole nel Giorno del Giudizio, quando Gesù condannerà quanti non hanno condotto una vita secondo il Vangelo. In altre parole, la professione di fede è autentica, se si traduce in una prassi corrispondente. In effetti, la fede, che è dono di Dio e atto della libertà dell’uomo, consente al Signore di “giustificarlo” cioè di ammetterlo nella comunione con Lui (Rm. 3,21-28: II lettura). Ma “la fede opera per mezzo della carità” (Gal. 5,6).

Nella grande similitudine conclusiva Gesù sottolinea il rapporto con le sue parole. “Fare la volontà di Dio” e osservare “le parole” di Gesù si equivalgono. L’obbedienza fattiva all’insegnamento di Gesù ha lo stesso valore dell’adesione alle parole di Dio trasmesse da Mosè (Dt. 11, 18- I lettura). In quest’ultimo testo l’uomo è posto davanti a due vie che rappresentano due modi di vivere: “obbedire ai comandi del Signore vostro Dio” o“allontanarsi” da Lui. L’uno è legato alla “benedizione” (cioè al successo e alla piena realizzazione di sé), l’altro alla “maledizione” (cioè al fallimento totale della propria esistenza). L’uomo non può sottrarsi alla responsabilità di questa scelta. In un altro passo del Deuteronomio (30, 19-20) l’appello si fa più forte e accorato: “Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a Lui, perché è Lui la tua vita e la tua longevità”.
Nella sua similitudine Gesù riprende questo tema attraverso la coppia antitetica “sapienza – stoltezza” e l’immagine della casa (simbolo della vita) fondata sulla roccia o sulla sabbia.
L’uomo saggio costruisce la casa della sua esistenza sul fondamento roccioso, quindi solido e perenne, del Vangelo di Gesù, impegnandosi ad attuare ogni sua parola. La sua vita, in tal modo, resisterà ad ogni aggressione del male e si svilupperà in pienezza.
Ma – è l’altro quadro del dittico- l’uomo stolto- che si è limitato ad un ascolto superficiale, sterile, o puramente estetico dell’insegnamento di Gesù, e si è illuso che ciò bastasse per assicurare la sua vita e il suo futuro- nel momento della prova vedrà sfasciarsi e crollare miseramente la propria costruzione.
Tutto si gioca nel “mettere in pratica” o nel “non mettere in pratica” le parole di Gesù (letteralmente, nel “fare”“non fare le parole” di Gesù).
Tra il Vangelo ascoltato e vissuto e il Vangelo ascoltato e non vissuto la contrapposizione non può essere più netta.

Questa pagina di Vangelo ci offre l’opportunità di verificare come viviamo il rapporto con la S.Scrittura, che ci viene proposta in ogni celebrazione e che possiamo leggere e ascoltare in altri incontri o personalmente. Il Sinodo dei Vescovi nel prossimo Ottobre affronterà proprio questo tema.
Attraverso il testo sacro è Dio in persona che rivolge la sua parola, a me, a noi, qui e ora. Come non curare la qualità dell’ascolto? Ciò comporta l’attenzione- prima ancora che al messaggio- a Colui che ci parla. “Nelle Scritture io vedo muoversi la sua bocca” (San Gregorio Magno). L’attenzione, poi, a ciò che la parola di Dio dice a me, proprio a me. Devo quindi vincere la tentazione di dirottarlo sugli altri, ritenendomi fuori bersaglio. È di me che si tratta.
Un ascolto che impegna il cuore. È fatto più col cuore che con gli orecchi: “Porrete nel cuore e nell’animo queste mie parole” (Dt. 11, 18: I lettura). Il cuore è il centro profondo della persona. Si tratta, cioè, di interiorizzare la parola ascoltata, cercando di capirla sempre di più. Questo lavoro di riflessione e di meditazione può avvenire in una grande varietà di forme e di gradi. Un esercizio, per esempio, semplice ma prezioso, consiste nel ripetere lentamente una parola letta o ascoltata, lasciandola risuonare dentro e quasi “ruminandola”, in modo che susciti il richiamo di altre parole della S. Scrittura.
La parola ascoltatameditata sfocia poi, spontaneamente nella preghiera, che è la nostra risposta a Dio che ci parla. Solo così si stabilisce il dialogo d’amore.
Ma segue un altro momento essenziale nel rapporto con la parola di Dio: la Parola non è soltanto ascoltata, meditata, pregata. La Parola è attuata concretamente. È quanto sottolinea Gesù nel nostro brano evangelico. L'”udire” sfocia nell'”ubbidire”. È rivivere ogni volta la reazione della folla che il giorno di Pentecoste ha ascoltato dalla bocca di Pietro l’annuncio di Gesù risorto: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?” (At. 2, 37 ss.: cfr. Dom. IV di Pasqua).
È la decisione di attuare senza indugio le istanze della Parola, la prontezza a giocare la vita su ciò che la Parola mi ha manifestato.
Ascoltare col cuore è aderire interiormente, lasciandosi convertire dalla Parola; è obbedire fidandosi totalmente, come un bambino che si abbandona alle braccia della mamma e si lascia portare da lei.
È un ascolto operoso. Spesso nella Bibbia l'”ascoltare” è congiunto col “mettere in pratica”. Es.: “Ora, dunque, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno perché le mettiate in pratica, perché viviate” (Dt. 4,1). D’altra parte, nella lingua ebraica non esiste propriamente il verbo “ubbidire”, ma è incluso nel verbo “ascoltare” e ne specifica il vero significato. È nota l’esortazione di San Giacomo (1, 22): “Siate di quelli che mettono in pratica la Parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi”. Il rischio reale e tragico è che la Parola, una volta concepita dentro di noi (attraverso l’ascolto- la meditazione- la preghiera), venga “abortita”. Come il seme che, accolto dal terreno, germoglia e comincia a crescere, ma non arriva a maturazione e non fruttifica (cfr. Mt. 13, 20- 22). D’altra parte, il Vangelo si comprende nella misura in cui si vive. “Io interpreto le Scritture con la mia vita” (San Nilo).
Ha ragione San Giovanni Crisostomo quando scrive: “La S. Scrittura non ci è stata data solo per conservarla nei libri, ma per impastarne i nostri cuori” e impregnare e trasformare quindi la nostra vita. Quando poi la vita è trasformata dal Vangelo, diventa il Vangelo più convincente e credibile.
In tal modo la parola di Dio può invadere gradualmente ogni ambito della nostra vita con la sua luce e col suo calore, provocando una vera rivoluzione d’amore nella nostra esistenza personale e attorno a noi. Diventa, cioè, a poco a poco, il primo attore e il vero protagonista nel nostro cammino. “Come si può affrontare la vita spirituale senza respirare la Parola giorno e notte?” (San Giovanni Crisostomo).
“È tensione della mia vita vivere sempre la Parola, essere la Parola, la Parola di Dio. L’amo tanto che desidererei arrivare al punto che, se mi chiedessero: “Ma tu, chi sei?”, vorrei rispondere: Parola di Dio” (Chiara Lubich).

Posso decidere, da oggi, di ripartire dalla Messa domenicale con una o più parole di Gesù ben accolte e radicate nel cuore, con l’impegno serio di richiamarle ogni giorno e permettere così a Gesù di ridirmele in modo nuovo. Proverò a metterle in pratica. Alla sera potrò ricordare quante volte mi è accaduto.

“Le tue Scritture siano la mia casta gioia” (S. Agostino).


mons. Roberto Brunelli (Omelia del 01-06-2008)

La casa sulla roccia

Dopo la celebrazione della Pasqua e delle feste connesse, con questa domenica si riprende il tempo ordinario, interrotto quattro mesi fa’, appena letto il passo delle beatitudini con cui l’evangelista Matteo apre il cosiddetto discorso della montagna. Di quel discorso, così importante perché delinea lo stile di vita del cristiano, il passo odierno dà la conclusione; chi volesse rileggersi la parte intermedia, la può trovare nel primo vangelo ai capitoli dal quinto al settimo.
La conclusione è un invito alla coerenza: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”. Non basta dunque dichiarare la fede; bisogna viverla, compiendo la volontà di Dio che Gesù è venuto a manifestare. Sulla carta è un principio logico, addirittura elementare: ma nel vissuto non c’è principio più disatteso di questo. Giornali e televisione traboccano di uomini e donne che smentiscono nei fatti la fede che proclamano. I lettori ricorderanno una recente trasmissione televisiva, in cui sfilarono a dichiarare la loro devozione per Padre Pio attricette semisvestite, politici dal divorzio facile, uomini d’affari condannati per collusioni mafiose; eppure si sa come il santo frate trattasse personaggi di quella risma. Si pensi poi a quanti praticano una religione fai-da-te, e quasi fossero al supermercato ritengono legittimo prendere della fede solo quello che piace o conviene. Ma senza guardare gli altri, chi, magari nel privato, non è mai venuto meno alla coerenza? Se Dio, insieme con le norme di vita, non avesse offerto anche la possibilità di ravvedersi, chi si potrebbe salvare?
In questa luce va intesa la similitudine finale del discorso della montagna. “Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande”.
Abbiamo presenti tutti quelle miserevoli “case” del terzo mondo, che terremoti e alluvioni spazzano via come fuscelli, e poi sono ricostruite tali e quali, in attesa del nuovo cataclisma: forse gli interessati non sanno fare di meglio, o forse non possono, nella loro indigenza. Tutti noi, sottintende il vangelo, costruiamo la nostra casa interiore: attenti però, ammonisce, a darle solide fondamenta, perché regga quando arrivano i momenti difficili. Nella sua misericordia, come si diceva, Dio concede a tutti, sempre, la possibilità di ricostruire; ma non è preferibile evitare questa fatica, costruendo da subito sul sicuro?
Quale poi sia la roccia su cui edificare una casa destinata a durare per l’eternità, in altre parti della Scrittura è detto con chiarezza. La roccia è Cristo, con la sua parola, con il suo indefettibile amore. Ma Cristo ha lasciato un segno visibile di sé come roccia, quando ha cambiato nome al pescatore Simone chiamandolo proprio roccia, pietra: “Tu sei Pietro, e sulla pietra che sei tu io costruirò la mia Chiesa, e le porte degli inferi (cioè le forze avverse) non prevaranno contro di essa”. La Chiesa, dunque, è la casa sulla roccia, la casa comune in cui trovare sicuro riparo. Le si possono rovesciare addosso – quante volte è avvenuto! – tsunami e uragani, la possono squassare i terremoti, ma il suo Fondatore non permette che cada: duemila anni ne danno la prova.


Published in: on marzo 6, 2011 at 4:55 pm  Lascia un commento  
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