6 Marzo 2011

Omelia (01-06-2008)
Monaci Benedettini Silvestrini
 

La vita cristiana è spesso paragonata nella Scrittura a un edificio. Perché questo possa innalzarsi sicuro e capace di sfidare le tempeste, è necessario che abbia fondamenta che poggino sulla roccia e sia costruito con accorgimenti antisismici. Tempeste della nostra vita, che si abbattono furiosamente fino a scuotere l’esistenza sono: Sventure familiari, malattie, ingiustizie, perdita del posto di lavoro, perdita della salute… e tante altre situazioni di sofferenza. Se non si è radicati in Cristo che per primo ha subito ingiusta condanna a morte, difficilmente riusciremo a far tacere la voce della ribellione che si scatena nel nostro spirito. La roccia è Gesù, la sua dottrina, il suo amore quella scartata dai costruttori, ma che è diventata pietra angolare. Si costruisce su questa pietra dando ascolto a quanto ci suggerisce la prima lettura tratta dal Deuteronomio. Dinanzi a ognuno di noi Dio ha posto due vie: quella della benedizione che porta a salvezza e quella della maledizione che porta alla rovina. Occorrono quindi atteggiamenti pratici… occorre la scelta… Non basta dire: Signore, Signore… ma bisogna fare la volontà del Padre. Necessita quindi coerenza tra la fede e la vita, tra il dire e il fare, tra l’apparire e l’essere. D’altra parte è l’umiltà che dispone all’obbedienza. Essa costituisce il fondamento di ogni edificio spirituale perché Dio concede la sua grazia agli umili mentre confonde l’arroganza dei superbi. Ci viene ricordato nella scrittura che come l’acqua scende dai monti per fecondare le valli, così la grazia di Dio rifugge dai superbi per scendere alle anime umili. Non sono sufficienti le nostre opere “buone” a darci il regno di Dio se non sono vivificate dalla fede e dall’amore, come suggerisce San Paolo. La vita di ogni uomo è una milizia e per questo tende alla battaglia, alla lotta… Nella lotta si può vincere ma anche perdere… Se non avremo nemmeno un briciolo di umiltà e se in noi si è sviluppata la presunzione di poter disporre della vita a nostro piacimento, come sapremo resistere all’infuriar dei venti, allo scatenarsi delle tempeste?

 

Omelia (01-06-2008)
CPM-ITALIA Centri di Preparazione al Matrimonio (coppie – famiglie)
 

Questa Domenica la Chiesa ci propone di meditare sulle nostre scelte di vita.

Infatti, già nella prima lettura, Mosé esige dagli ebrei una scelta profonda fatta col cuore, una scelta radicale che può e deve segnare la loro e (oggi) la nostra vita quotidiana.
Il popolo ebreo era ancora in cammino nel deserto dove le difficoltà quotidiane erano amplificate e portate all’estremo. In quel luogo la sopravvivenza era affidata solo alla benedizione di Dio.
La scelta di seguire la “strada” giusta era quasi un obbligo evidente per non sopperire e Mosè insiste su questa scelta. Per ricordare la legge di Dio suggerisce addirittura di scrivere e di tenere questa legge da tutte le parti, per non dimenticarla mai (anche a noi viene chiesta incessantemente la preghiera per lo stesso motivo). La nostra vita è spesso un deserto e ci viene chiesto di seguire la strada segnata da Dio per la nostra sopravvivenza. Il deserto è non vedere nessuno intorno a noi, non avere la sicurezza della sopravvivenza per il giorno dopo, il doversi affidare a Dio addirittura per mangiare e bere tutti i giorni, non sapere se una malattia il giorno dopo ci ucciderà.
Fare le scelte giuste vuol dire scegliere tra Dio e “Mammona”, tra la vita (sopravvivenza) di ogni giorno e la morte. Questo è il nostro cammino e la nostra strada verso Dio.

Nessuno può nascondere la lotta che avviene per ogni scelta che facciamo e Paolo ci vuole rassicurare con la seconda lettura. Infatti, ci indica come la giustificazione, per le nostre incapacità e le nostre scelte sbagliate, avviene per la Fede. L’espiazione delle nostre incapacità nasce dalla croce di Cristo che è un potente strumento che noi cristiani abbiamo per la nostra redenzione.
Questo ci deve far capire l’amore di Cristo per noi e la sua potenza: con la sua morte e morte in croce “risolve” tutte le nostre manchevolezze. La fede, dunque, in Cristo annulla le nostre mancanze.

Infine il Vangelo è proprio un dono, perché è un chiarimento molto importante.
Ricordiamoci, innanzitutto, a chi era indirizzato il Vangelo di Matteo. Era scritto per i cristiani convertiti dall’ebraismo, quindi per persone che tenevano molto in considerazione gli aspetti esteriori.
Questo aspetto è calzante molto spesso per il nostro stile di vita in cui prevale il parlare e si dà poco spazio al fare; quanti abili parlatori, quanti profeti inutili o esegeti sapienti invece di cristiani impegnati, pronti a pagare di persona o a fare lavori “inutili” o poco “evidenti”.
Il brano è localizzato, temporalmente, dopo il discorso della montagna fatto ad una enorme folla, successivamente c’è questa appendice per i soli discepoli. Gesù indica la vera strada per entrare nel “Regno”: compiere la volontà del Padre mettendo in pratica la legge.
Chiediamoci ora qual è la legge di Dio e scopriremo la via per il Regno.

E’ il tempo delle scelte, fra le parole e le opere, il dire ed il fare, tra la casa sulla roccia e sulla sabbia.

Ora domandiamoci:

a) Dove poggio la mia casa, la mia esistenza? Nella mia vita ho fatto delle scelte che mi hanno posto di fronte alle scelte tra Dio ed il mondo?
b) Ho sperimentato qualche volta nella mia vita che le scelte fatte appoggiandomi alla legge di Dio mi hanno portato benedizione?
c) Nella mia vita è stato sempre facile operare delle scelte giuste secondo Dio? Ci sono riuscito sempre? Quando si è verificato qualche insuccesso nelle scelte, mi sono reso conto mai della giustificazione operata dalla croce di Cristo?

Commento a cura di Edy e Angelo Di Pasquale

 

Omelia (01-06-2008)
Agenzia SIR
 

Il discorso della montagna si chiude paragonando gli uomini alle case che si costruiscono. Esternamente possono essere uguali; la differenza si nota nel momento decisivo della bufera e l’esito è dato dall’alternativa tra la distruzione totale e la salvezza. Dipende da cosa c’è sotto le case.
Fuori dalla similitudine, l’entrata nel Regno dei cieli, che è il premio dei salvati, è per coloro che ascoltano la parola del Signore e fanno la volontà di Dio, non la propria. Chi, invece, ascolta e non fa’, è come colui che costruisce sulla sabbia e, alla prova, frana rovinosamente.
Chi sono quelli che ascoltano e non fanno? Sono anch’essi credenti perché si dice che hanno ascoltato la Parola. Non solo, ma hanno fatto di più: opere religiose, esorcismi e persino miracoli. L’evangelista Matteo ha dinanzi una comunità piena di carismi, ricca di fede ed entusiasta. Ma tutto questo non basta. Non basta la fede. Non bastano i miracoli. Tutto questo cesserà nell’ultimo istante, nella prova decisiva. Alla fine resterà solo l’amore e solo questo conta.

Fare la volontà di Dio, e non la nostra, è riconoscerlo Signore. Lui è il Kyrios e noi i servi. Matteo qui fa sintesi e dice che alla fine – nel giudizio – ognuno mieterà ciò che ha seminato e peserà, più di ogni altra cosa, il quotidiano amore e l’umile servizio ai fratelli nelle piccole cose.
Gli studiosi della Scrittura ci dicono che, probabilmente, Matteo aveva dinanzi una comunità di gnostici, ossia di coloro che si vantavano di possedere una conoscenza (gnosi) superiore di Dio e che per questo si ritenevano autosufficienti al punto di dar gloria a sé, non al Signore.
La vera saggezza, invece, mette insieme l’ascoltare – e il sapere – con il praticare, il fare. Così recita anche una massima giudaica: se il tuo sapere supera il tuo agire, sei come un albero con molte foglie e poca radice. Gesù è più radicale: sei come un albero a cui mancano le radici e il primo vento ti abbatterà in rovina.

Chi potrà mai salvarsi? Chi può dire di avere la roccia sotto i propri piedi? Su tutti, ci pensa Paolo (seconda lettura) a sgombrare il campo da ogni possibile equivoco: “Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Gesù Cristo”.
Il Vangelo non è minaccia, ma consolazione, incoraggiamento e promessa. Gesù non rimprovera la semplice incoerenza, della quale faremo penosa esperienza fino alla fine ma che al tempo stesso sarà il luogo dove esercitare quotidianamente la nostra umiltà, la fiducia in Dio e la conversione continua. Gesù condanna l’autosufficienza, mostrandone l’inconsistenza, la debolezza, il fallimento.

In poche e semplici parole: il Figlio di Dio, giudice finale, non riconoscerà quelli che non hanno vissuto come fratelli. Torna l’amore, decisivo per la salvezza e il perdono.
Fare la volontà del Padre. Fare le Parole ascoltate da Gesù. Il Vangelo di questa domenica ha una grande sottolineatura del fare, della prassi. Il verbo fare esprime due elementi strettamente connessi tra loro: l’umiltà e la concretezza. Chi davvero “fa” è umile perché conosce il limite del risultato, l’errore e la fatica di ricominciare.

Non si disprezza l’ascolto, tutt’altro. Tutta la rivelazione si fonda sull’ascolto, lo shemà Israél. Solo che è un ascolto, come dire, completo, sincero, fino in fondo. Un ascolto che porta all’obbedienza, ossia al fare.
Anche la prima parola della Regola scritta da san Benedetto da Norcia, il patriarca del monachesimo occidentale, è Ascolta – “Ausculta, o fili, praecepta magistri et inclina aurem cordis tui” (Ascolta, o figlio, gli insegnamenti del maestro e inclina l’orecchio del tuo cuore) – e tornano in mente alcuni monasteri benedettini, letteralmente costruiti sulla roccia.

Commento a cura di don Angelo Sceppacerca

 

Omelia (01-06-2008)
don Marco Pratesi
Benedizione e maledizione 

La lettura rappresenta la conclusione della predicazione (cc. 5-11) che introduce il codice deuteronomico (cc. 12-26), conclusione centrata sull’alternativa benedizione/maledizione: l’obbedienza alla legge di Dio comporta la benedizione e la vita, la disobbedienza la maledizione e la morte. Proporre la legge di Dio equivale a presentare benedizione e maledizione, in quanto mette nella necessità di operare una scelta, di dire un sì o un no.
Viene qui esposto un principio fondamentale: il bene fa vivere, il male fa morire. Fare il bene fa bene, fare il male fa male. Pur con tutte le distinzioni e le precisazioni che si possono e si debbono fare, questo principio rimane tuttavia essenziale.
Certo, S. Paolo ci spiega che, da sola, tale affermazione ci condanna, tutti quanti: “Quelli che si richiamano alle opere della legge stanno sotto la maledizione, poiché sta scritto: ‘Maledetto chiunque non rimane fedele a tutte le cose scritte nel libro della legge per praticarle’ (Gal 3,10, che cita proprio un testo del Deuteronomio, 27,26). Dobbiamo averlo ben chiaro: è decisivo che Cristo si sia fatto maledizione a nostro vantaggio (Gal 3,13-14). Egli ha vissuto la nostra morte di peccatori, divenendo per noi in tal modo vita; ha preso su di sé la nostra maledizione divenendo per noi benedizione. È evidente che tutto questo risulterebbe privo di senso, se venisse a cadere il principio che il male uccide e il bene vivifica. Senza di esso crollerebbe la stessa economia della redenzione. Questa parola ci richiama costantemente a riscoprirci peccatori perdonati e redenti.
Ma il principio è importante anche per un altro motivo, e cioè che anche per l’uomo redento rimane la necessità della scelta tra bene e male, vita e morte. Egli deve appropriarsi della redenzione mediante il proprio sì, ossia mediante la propria fede, speranza e carità. Rimane quindi l’invito pressante del Deuteronomio alla custodia premurosa della Parola nell’anima e nel cuore – essa deve rimanere ben viva e presente nell’orizzonte interiore – e alla vigilanza, che verifica se la volontà di Dio viene davvero vissuta nella concretezza. Non a caso il Vangelo odierno insiste proprio su questo punto: occorre fare la volontà del Padre. La prassi è ultimamente decisiva. Si misura qui la distanza (dell’ebraismo e) del cristianesimo da ogni religione di tipo gnostico, dove l’accento è posto sulla conoscenza, quasi che la semplice apertura di nuove prospettive tutte interiori e “spirituali” sia quanto è sufficiente e richiesto per entrare nella nuova dimensione della salvezza. Molto forte e sempre paradigmatica è in questo senso l’espressione che leggiamo in Esodo 24,7: “Mosè prese il libro del patto e lo lesse in presenza del popolo, il quale disse: ‘tutto quello che il Signore ha detto noi lo faremo e lo ascolteremo’”. Vero ascolto è l’azione conforme a quanto ascoltato. Si può dire di aver ascoltato solo quando si è messo in pratica. S. Massimo il Confessore dice splendidamente: “La bellezza della sapienza è la conoscenza praticata, ovvero la prassi sapiente” (Ambigua ad Thomam, prologo). Soltanto quando prende carne in una persona, la sapienza risplende e si mostra per quello che davvero essa è.

I commenti di don Marco sono pubblicati dal Centro Editoriale Dehoniano – EDB nel libro Stabile come il cielo.

 

Omelia (01-06-2008)
padre Gian Franco Scarpitta
La Parola e il da farsi 

Costruire la casa sulla sabbia è tipico quindi delle persone imprudenti, che omettono di considerare i pro e i contro di ogni loro proposito, realizzando i progetti con l’esclusivo interesse del proprio vantaggio immediato e senza sacrifici. Come si suol dire, è un atteggiamento di chi vuol avere la botte piena e la moglie ubriaca.
Chi infatti edificherebbe la casa sulla pura sabbia senza affrontare una minima spesa per le fondamenta e per consolidare almeno la struttura basale? Colui che tende ad ottenere l’abitazione ottimale senza sacrificio alcuno e senza la dovuta considerazione che realizzare opere veramente consistenti e di particolare rilevanza comporta fatica, impegno, ansia, lotta e sacrifici, ma che le ricompense future saranno tante quante le disfatte rovinose per chi avrà voluto realizzare l’opera senza i dovuti accorgimenti e i particolari rilievi.
Tutto questo sta a significare che l’ascolto della parola di Dio, la vita di fede e di speranza e in definitiva lo stesso cristianesimo è ben lungi dalla pura idolatria vuota e fanatica propria di chi crede di risolvere i propri problemi di coscienza con la sola preghiera, le funzioni religiose, le pie pratiche che molte volte ostentano mera falsità e ipocrisia per cui appena usciti dalle chiese ci si dispone al pettegolezzo, alla maldicenza e alla cattiveria trovando ogni pretesto per omettere la concretezza delle opere di bene e della carità verso il prossimo. Quanta gente calpesta le navate delle nostre chiese sgranando i rosari e inginocchiandosi piamente durante la Consacrazione sull’altare, ricevendo l’Eucarestia tutti i giorni per poi mostrare insensibilità e protervia nei confronti del prossimo, assurgendo ogni scusa per giustificare le proprie nefandezze?
Come potremmo pretendere che i giovani, solitamente distanti dalla vita ecclesiale a partire dai 18 anni di età, ascoltino le nostre rimostranze e i rimbrotti affinché vi facciano ritorno, quando già con le critiche e i giudizi non ci mostriamo evangelicamente esemplari e in più dimostriamo loro atteggiamenti del tutto opposti a quelli che si richiederebbero da chi segue devotamente la pratica del culto?
Così pure non va trascurato che parecchia gente fa ricorso ai Sacramenti quasi a mo’ di copertura sociale dei propri misfatti e delle cattiverie verso il prossimo, quasi a voler dimostrare che la Chiesa o il sacerdote approvano determinati atteggiamenti!
Inteso come ostentazione di doppiezza e di mera esteriorità e limitato alla banalità delle vuote pratiche religiose il cristianesimo è cosa fin troppo facile poiché non comporta sacrificio alcuno e lo sforzo delle preghiere e delle piccole offerte in chiesa non è affatto determinante: non costa alcuna fatica recarsi in chiesa e poi assumere atteggiamenti da istrioni e saltimbanchi. Ma la nostra fede non ammette semplicismi di tal fatta: il cristianesimo è ben lungi dall’identificarsi con il bigottismo o con il mero paganesimo dei feticci che legittimavano tutte le mancanze e tutti i peccati: se dovessimo interpretarlo in questi termini non soltanto non sarà gradito a Dio, ma verterà anche a nostro danno rivelandosi pernicioso come esiziale per noi è qualsiasi peccato che noi commettiamo poiché il male commesso o il bene omesso oltre che offendere Dio e gli altri danneggiano noi stessi. Anzi, la mancata traduzione nella prassi delle nostre convinzioni religiose costituisce già in se stessa peccato e motivo di condanna: non potrà non ritorcerci contro noi stessi procurandoci la disistima e il sospetto di chi ci sta intorno, ottenendoci l’altrui ripulsa e antipatia per isolarci sempre più dal contesto comunitario e finalmente non potrà che procurarci la condanna definitiva eterna.
Su questo punto Gesù è molto categorico e non ammette repliche né obiezioni: nella pagina odierna di vangelo afferma che neppure cacciare i demoni nel suo nome ottiene la vita e la salvezza quando si trascuri la messa in pratica dei comandamenti di Dio e poiché sintesi di tutti i comandamenti è l’amore siamo condannati in partenza quando nonostante le nostre attitudini religiose saremmo stati negligenti e refrattari nell’amare gli altri senza riserve.
Mancare di tradurre in pratica la Parola ascoltata tutti i giorni è fra l’altro sinonimo di omissione della testimonianza missionaria di Gesù e per questo Egli stesso si rivolge in termini del tutto categorici: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, le prostitute prenderanno il vostro posto nel regno dei cieli.”
Assai più sacrificato ma meritorio di ricompense è invece l’atteggiamento di chi mette in pratica la parola di Dio nella concretezza del bene e nella trasparenza delle azioni e delle intenzioni, queste intese come atto di pura sincerità e vera disponibilità d’animo: come il cittadino che costruisce la casa sulla sabbia, chi mette in pratica la Parola di Dio senza riserve e ritrosie e in modo franco e spontaneo dovrà affrontare sacrifici, prove, derisioni, umiliazioni nonché l’arroganza e la cattiveria degli avversari, ma già nel ritrovarsi utile agli altri si sentirà spronato e motivato, mentre nella consapevolezza che il suo frutto comunque rimane troverà la gioia nella perseveranza nel bene e in futuro il premio promesso dal Signore.
Chi realizza nella vita quanto afferma di credere con le proprie labbra otterrà forse un frutto non immediato ma futuro come il contadino che ha vangato e dissodato il terreno per potervi seminare e dopo lunga attesa ottiene il frutto della fedeltà alla propria terra e come diceva Mouliere nell’opera “Il malato immaginario” il frutto tardivo è quello che più produce soddisfazioni e benefici.
Mi piace a tal proposito confidare a tutti il pensiero che mi rivolsero alcuni giovani della comunità ecclesiale in cui operavo precedentemente al momento del mio trasferimento nella sede attuale (che è Palermo): per iscritto mi confidarono che durante la mia permanenza fra di loro, non avevano affatto capito “che tu avevi nei nostri riguardi amore, sincerità di cuore, disponibilità e attenzione e soltanto troppo tardi ce ne stiamo rendendo conto ma saremo fedeli su quanto ci hai dato…”
Tutto quello che avevo realizzato con estrema fatica durante quei tre anni con loro aveva dato il frutto sperato solo negli ultimi mesi della mia permanenza sul posto, ma in quel momento compresi che tutte le ansie e le lotte, i malintesi che ne erano scaturiti avrebbero dato ( e di fatto hanno dato) il loro risultato non immediatamente ma in tempi futuri. Era necessaria tanta fatica perché adesso vi sia un po’ di consenso e a volte si deve fallire spesso per avere successo una volta soltanto.
Senza il dolore è impossibile l’amore, ma l’amore attuato è la ricompensa del dolore.
Per dirla con San Giacomo: “Siate di quelli che mettono in pratica la Parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi. Perché se uno ascolta soltanto e non mette in pratica la Parola, somiglia a un uomo che osserva il proprio volto in uno specchio: appena s’è osservato, se ne va, e subito dimentica com’era. Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla” (1,22-25).
In tutti i casi, la Parola di Dio si ascolta con estrema attenzione, la si medita ma il non metterla in pratica corrisponde a vanificare tutto questo.
Evidentemente perché la Parola, che in ebraico è tradotta con “Dabar” ha un duplice senso: parola e atto; Dio cioè parla mentre agisce e agisce mentre parla. Noi non siamo Dio, ma possiamo fare altrettanto.

 

Omelia (01-06-2008)
Suor Giuseppina Pisano o.p.
Commento Matteo 7,21-27 

“In te, Signore, mi sono rifugiato,
mai sarò deluso;
………………………..
sii per me la rupe che mi accoglie.
Tu sei la mia roccia e il mio baluardo,
per il tuo nome dirigi i miei passi. “(salmo 30)

Così recita il salmo responsoriale di questa domenica, una felice sintesi della liturgia della Parola, che ci invita a costruirci, e a costruire la nostra vita, in fedeltà a Dio, in Cristo Gesù.
Si è appena concluso il Tempo della Pasqua, durante il quale abbiamo celebrato il mistero grande della redenzione, con la passione, morte e resurrezione del Signore Gesù, del quale abbiamo, anche, contemplato la piena glorificazione con l’ascesa al Padre e la successiva, solenne effusione dello Spirito Santo; ora, siamo entrati, nuovamente, nel lungo arco del Tempo Ordinario, un tempo, nel quale si maturano i frutti della grazia del Mistero, che ci è stata, abbondantemente, data, e della contemplazione, che ci ha illuminato.
Il Tempo Ordinario, è, dunque, il nostro tempo, il tempo per riamare, e non a parole, il Dio che ci ha creato, che ci ha redento, e che, sempre, cammina con noi, come Padre, come Figlio e come Spirito, che vivifica illumina e fortifica.
All’inizio di questa nuova stagione del Tempo Ordinario, la liturgia ci mette di fronte ad una scelta, non nuova, ma, sempre, decisiva per la vita: o con Dio o lontano da Lui, o in ascolto attento ed obbediente della sua parola, o in cammino verso altre mete e altri progetti, che, inevitabilmente, si riveleranno illusori e fallimentari.
E’ la storia delle origini, che, regolarmente si ripete, da quel primo comandamento, nell’Eden, quando Dio, consegnando all’uomo il creato, riservò per sé un solo albero, del quale non avrebbe dovuto mangiare (Gn.3)
Conosciamo il seguito della vicenda umana, la rottura dell’amicizia con Dio, e il vagare dell’uomo in mezzo alle tribolazioni.
Nonostante ciò, Dio non abbandonò la sua creatura, ma la protesse in vari modi, come ci rivela la Storia della salvezza, simboleggiata nella vicenda del popolo eletto, segno dell’amore salvifico di Dio, che, oggi, il breve passo del Deuteronomio ci ricorda.
La prima lettura di questa domenica ci ripropone, infatti, il discorso che Mosè rivolge al popolo, chiamato, a compiere la sua scelta:” Vedete, io pongo davanti a voi una benedizione e una maledizione: La benedizione, se obbedite ai comandi del Signore vostro Dio, che oggi vi do; la maledizione, se non obbedite ai comandi del Signore vostro Dio, e se vi allontanate dalla via che oggi vi prescrivo, per seguire dèi stranieri, che voi non avete conosciuti.”
E’ la scelta fondamentale, che ogni uomo, posto di fronte alle tante sollecitazioni della vita, si trova, ripetutamente a compiere: o con Dio, o lontano da Lui; o in ascolto della sua parola di Padre, o in atteggiamento di rifiuto, per inseguire altri progetti, ed altre mete, allettanti, ma nebulose, e cariche di rischi.
Il comandamento di Dio, le sue parole, i suoi progetti, non sono un imperativo dispotico, e, tanto meno, lesivo dell’autonomia e della dignità dell’uomo, esso, infatti, è a tutela della vita, e del suo pieno sviluppo, e si pone come proposta, lasciando intatta la libertà dell’uomo, nel costruire la propria identità, la propria vita e il proprio futuro.
L’uomo, immagine di Dio, non è un automa, egli non è inerte e passivo, ma è l’artefice del proprio destino, che, usando le immagini stesse della Scrittura, possiamo paragonare ad una casa, la quale può aver fondamenta sulla roccia, o sulla sabbia, a seconda che l’uomo scelga l’ascolto e l’obbedienza alla parola di Dio e al suo progetto di salvezza, o scelga, invece, le sabbie mobili delle proprie illusioni, fondate spesso su un ambizioso, quanto inutile, e dannoso egoismo.
Di fronte a questa scelta fondamentale, ogni uomo si trova a decidere, ieri, oggi e sempre, a qualunque latitudine e a qualunque cultura egli appartenga, e di questa scelta egli è responsabile, come essere libero ed intelligente; ” Davanti agli uomini, recita il libro del Siracide, stanno la vita e la morte, e ad ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà.”(Sir.15,17)
Questo, ribadisce, oggi, Gesù, come leggiamo nel passo del Vangelo di Matteo nel quale il Maestro illustra il programma del Regno, e le condizioni per entrare in esso, e, tra queste, imprescindibile, è l’ascolto e l’obbedienza alla parola di Dio:” Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli…”.
Entrare nel Regno è un’ immagine che significa vivere in comunione, la comunione, poi, e un fatto d’amore, che non si realizza con vuote parole, ma con le opere, ispirate alla volontà di colui che si ama, in questo caso il Padre, la cui volontà è di salvezza per tutti gli uomini.
In questo progetto l’uomo entra, in virtù di una sua libera scelta, perché, liberamente, accoglie il dono di Dio; e lo traduce nel suo vissuto quotidiano, crescendo in fedeltà ed amore al suo Dio.
Si tratta, dunque, di una scelta intelligente e libera, con la quale l’uomo costruisce la propria identità profonda, dà un senso alla propria esistenza, e getta le basi del suo futuro; un futuro di felicità e pienezza, o un futuro fatto di fallimenti e dolore.
” chiunque ascolta queste mie parole, e le mette in pratica, ci ripete, oggi, Gesù, è simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile ad un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande.”
E’ verità perenne, e sono parole, che oggi, soprattutto oggi, devono farci riflettere, sul nostro esser cristiani, non semplicemente fedeli alla ‘pratica’ di un certo comportamento religioso esterno, ma all’essenza della nostra appartenenza a Cristo, il Figlio di Dio Redentore, che dobbiamo testimoniare, nel mondo, in maniera credibile e chiara.
Oggi più che mai, la testimonianza cristiana è necessaria ed urgente, come richiamo forte al valore della vita; oggi, che assistiamo allo sconcertante spettacolo di tante vite gettate, soprattutto, di tante giovani vite, costruite sul nulla, e che in un attimo vengono distrutte, mentre inseguono, vuote, assurde, pericolose illusioni.
La scelta di Dio, la sequela fedele del Cristo, non è, né può essere solo per la propria salvezza, ma deve diventare, con la testimonianza della vita, dono offerto agli altri, un dono di luce per tanti, un dono di speranza, di sapienza, di fortezza, offerto a chi percorre strade che conducono lontano dalla felicità vera, perché, quanti costruiscono la loro esistenza sulla sabbia, si fermino, in ascolto, ed aprano la loro mente, e il loro cuore a Dio, che, solo, dona amore e salvezza ad ogni uomo.

Sr Maria Giuseppina Pisano o.p.
mrita.pisano@virgilio.it

 

Omelia (01-06-2008)
Il pane della domenica
Quando la fede é vera 

La casa costruita sulla roccia e quella sulla sabbia

Incoerenza e ipocrisia sono più che due disturbi passeggeri per una fede di sana e robusta costituzione: ne costituiscono piuttosto le due patologie mortali. L’incoerenza è “dire” di credere, ma non “fare” di conseguenza. L’ipocrisia è fingere di credere, ma poi è fare esattamente il contrario. L’incoerente non è necessariamente un malvagio: è un debole che vorrebbe seguire la strada dell’ideale, ma la trova troppo ripida per le sue gambe. Può essere anche un sentimentale, che ha aderito alla fede sull’onda dell’entusiasmo, ma poi si ritrova a dover fare i conti con le seduzioni degli idoli lungo il cammino, con le preoccupazioni della vita, o con le tante difficoltà che si frappongono sempre tra il dire e il fare. L’ipocrita è, come dice l’etimologia, un “attore”: riduce la fede a una maschera e la religione a spettacolo, e fa questo non necessariamente per ingannare gli altri; più spesso si comporta così per il malsano gusto di apparire e di mettersi in vetrina. La fede comincia quando si comincia a guarire da queste due brutte malattie, che sono ad alto rischio per la sua sopravvivenza.

1. In filigrana, dietro la pagina del vangelo di oggi, si intravede la comunità cristiana a cui si rivolge l’evangelista Matteo. Deve trattarsi di una comunità carismatica, vivace ed entusiasta. La si direbbe anche attaccata al Signore: nel suo nome celebra il culto, nel suo nome fa profezie, nel suo nome opera miracoli ed esorcismi. Questa comunità, ricca di doni anche straordinari, rischia grosso: se continua a riempirsi la bocca di preghiere e di invocazioni, se non la smette di stordirsi di devozioni e di pie pratiche religiose, prima o poi finirà per sbandare proprio sul terreno in cui si può “testare” la fede in misura infallibile: il terreno del quotidiano, dove o si fa la volontà del Padre o la religione diventa una dolce droga buonista, gratificante e soporifera, ma paurosamente alienante. A una comunità ad alto rischio di pre-collasso l’evangelista non trova di meglio che ricordare la lezione del Maestro, il quale contro questo cancro della fede aveva condotto una lotta dura e senza paura.
Quella di Gesù è una lezione in due tempi. Nel primo, il Signore dice che si possono compiere opere religiose – come fare profezie stupefacenti, celebrare liturgie fastose, operare prodigi strabilianti – e non avere il cuore “a posto”. Praticamente invocare continuamente Dio e camminare in direzione opposta alla sua legge. Agire nel nome del Signore, ma non fare la sua volontà. Frequentare il tempio di Dio e non amare i suoi figli. Addirittura sbraitare per difendere i suoi interessi – vedi i farisei – e sbracciarsi per amore della sua legge, ma non osservare la sua legge dell’amore. La sentenza di Gesù è senza appello: nel giorno del giudizio ognuno mieterà ciò che ha seminato: chi non ha compiuto la volontà del Padre, in pratica chi non avrà osservato la legge dell’amore, sarà bollato come “operatore di iniquità” e dovrà sentirsi rivolte le parole più dure di Cristo in tutto il vangelo: “Non vi ho mai conosciuti!”.
La seconda lezione è più che un semplice ripasso della prima: è una sua illustrazione coinvolgente e provocante, attraverso la parabola delle due case. Ci sono due modi possibili di accettare la parola del Signore, come ci sono due modi per costruire una casa. Il primo costruttore della parabola edifica la casa sulla roccia: ne risulta una costruzione solida, resistente all’urto di piogge torrenziali e di venti impetuosi. Il secondo invece costruisce su un terreno friabile: la casa non potrà resistere alla forza di calamità naturali e inesorabilmente crollerà. A questi costruttori il brano evangelico paragona due diverse tipologie di discepoli: c’è chi ascolta le parole del Signore e le mette in pratica; c’è chi ascolta, ma non fa.

2. La vera fede – ci dice oggi il Signore – non coincide con l’illusione religiosa, non può ridursi a grandi paroloni e neanche ai brividi emotivi, effimeri e instabili, di chi invoca: Signore, Signore! Credere non è semplicemente dire preghiere e neppure solo ascoltare le sante Scritture. Credere, secondo Gesù, è fare: “fare la volontà del Padre”. Nella parabola evangelica delle due case, il contrasto non è tra chi ascolta e chi non ascolta, ma tra chi ascolta e mette in pratica, e chi ascolta e non mette in pratica.
La breve parabola mette in contrasto due figure: il discepolo saggio e il discepolo sciocco. Ciò che fa la differenza non è l’ascolto, ma la pratica. Si tratta quindi di due figure interne alla comunità cristiana: se così non fosse, allora si sarebbe potuto concludere che la casa sulla sabbia è il mondo e quella costruita sulla roccia è la comunità cristiana.
Ma non è così. È dentro la stessa comunità cristiana che c’è chi si accontenta o addirittura si vanta di aver ascoltato la parola di Dio, di avere ormai imparato tutto della religione: ma questo è il sintomo sicuro di una degenerazione preoccupante della fede. Un cristiano e, perché no?, una comunità cristiana, che si limita al semplice ascolto, è in fin di vita. Il motivo è presto detto: la fede non è un argomento da trattare come in un talk-show; è un’esperienza di sequela, e dunque è una questione di amore. E la Chiesa non è un’accademia di sapienti, né un palcoscenico per commedianti. Non è possibile il compromesso: o ci si decide a “mettere in pratica” la parola del Signore, o si comincia a giocare al rimando e al ribasso, e prima o poi tutto inesorabilmente crollerà.
Ma cosa vuol dire “mettere in pratica”? In realtà l’evangelista usa anche qui il verbo fare, come l’ha già usato più su nell’espressione “fare la volontà del Padre”. Cosa significa allora “fare” la parola del Signore? Questo verbo molto caro a Matteo (5,19.46; 7,12.24; 12,33) non indica pratiche esteriori o sentimenti intimi, ma azioni che impegnano tutta la persona: cuore, mente, mani.
Come si vede, la parabola è molto più che una semplice e innocua presentazione del veroidentikit del discepolo. Al contrario essa esercita una energica provocazione sugli ascoltatori. Dopo aver ascoltato il discorso della montagna, non si può più far finta di niente: non si sfugge alla morsa del confronto con l’uno o l’altro costruttore. Occorre specchiarsi in questi due modelli e prendere coscienza di ciò che effettivamente si è: solo uditori della Parola o suoi umili e fedeli “facitori”? Ogni cristiano, ogni comunità cristiana è provocata a uscire dalle sue illusioni.
Il modello più alto di questo “fare la volontà o le parole del Signore” è Maria che, all’annuncio dell’angelo, si è arresa con tutto il suo io, umano e femminile, alla parola del Signore. A lei chiediamo la docilità per ascoltare la parola di Dio e la piena disponibilità a osservarla, perché anche di noi avvenga secondo la sua parola e anche nella nostra vita quella parola si faccia carne.

Commento di mons. Francesco Lambiasi
tratto da “Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi”
Ave, Roma 2007

 

Omelia (06-03-2011)
don Domenico Luciani
Video commento a Mt 7,21-27 

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/21808.html

Published in: on marzo 6, 2011 at 5:23 pm  Lascia un commento  
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