Santo del giorno 21 febbraio 2011

 

San Pier Damiani Vescovo e dottore della Chiesa

21 febbraio – Memoria Facoltativa

Ravenna, 1007 – Faenza, 22 febbraio 1072

Nacque a Ravenna nel 1007. Ultimo di una famiglia numerosa, orfano di padre, ebbe come riferimento educativo il fratello maggiore Damiano. Di qui, probabilmente l’appellativo «Damiani». Dopo aver studiato a Ravenna, Faenza, Padova e insegnato all’università di Parma, entrò nel monastero camaldolese di Fonte Avellana. Nel 1057 il Papa lo chiamò a Roma per averlo accanto in un momento di crisi della Chiesa, dilaniata da discordie e scismi e alle prese con la piaga della simonìa. Nominato vescovo di Ostia e poi creato cardinale, aiutò i sei Papi che si succedettero al Soglio pontificio, a svolgere un’opera moralizzatrice. In quest’azione si avvalse particolarmente dell’abate benedettino di San Paolo Fuori le Mura, Ildebrando che nel 1073 fu eletto Papa con il nome di Gregorio VII. Pier Damiani, fu delegato pontificio in Germania, Francia e nell’Italia settentrionale. Morì a Faenza nel 1072. Nel 1828 Leone XII lo proclamò dottore della Chiesa. (Avvenire)

Etimologia: Piero = accorciativo e dimin. di Pietro

Emblema: Bastone pastorale

Martirologio Romano: San Pier Damiani, cardinale vescovo di Ostia e dottore della Chiesa: entrato nell’eremo di Fonte Avellana, promosse con forza la disciplina regolare e, in tempi difficili per favorire la riforma della Chiesa, richiamò con fermezza i monaci alla santità della contemplazione, i chierici all’integrità di vita, il popolo alla comunione con la Sede Apostolica.
(22 febbraio: A Faenza in Romagna, anniversario della morte di san Pier Damiani, la cui memoria si celebra il giorno prima di questo).

Ascolta da RadioVaticana:
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Ascolta da RadioRai:
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Ascolta da RadioMaria:
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Dante Alighieri, nel XXI canto del Paradiso, colloca S. Pier Damiani nel cielo di Saturno, destinato nella sua Commedia agli spiriti contemplativi. Il poeta mette sulle labbra del santo un breve ed efficace racconto autobiografico: la predilezione per i cibi frugali e la vita contemplativa (“con cibi di liquor d’ulivi – lievemente passava caldi e geli – contento ne’ pensier contemplativi”) e l’abbandono della quieta vita di convento per la carica vescovile e cardinalizia.
Il ricordo del cappello cardinalizio, attribuitogli da Dante con un anacronismo, offre a S. Pier Damiani il destro per inveire contro i prelati del tempo: ai loro tempi Pietro e Paolo percorrevano il mondo da evangelizzare “magri e scalzi”; adesso “voglion quinci e quindi chi i rincalzi – li moderni pastori e chi li meni, – tanto son gravi!, e chi di retro li alzi. – Copron de’ manti loro i palafreni, – sì che due bestie van sott’una pelle… “. Ci sono tutti gli elementi di un compiuto ritratto del santo, cioè il contemplativo che il papa toglie quasi di forza dal convento per farne il fustigatore delle principali piaghe ecclesiastiche dell’epoca, la simonia e l’immoralità del clero.
Pietro era nato a Ravenna nel 1007; già orfano di padre, ultimo di una numerosa nidiata di figli, venne tirato su dal fratello maggiore, Damiano, e ciò ne spiegherebbe l’appellativo di “Damiani”. Dopo aver studiato a Ravenna, Faenza e Padova e insegnato all’università di Parma, entrò nel monastero camaldolese di Fonte Avellana, che divenne il centro della sua attività riformatrice. Ma la Chiesa dilaniata internamente da discordie e scismi, conseguenza di quel grave malanno che prende il nome di simonia, compravendita di cariche ecclesiastiche, e dalla leggerezza con cui il clero risolveva il problema del celibato, aveva bisogno di uomini integri e preparati come il colto e austero Pier Damiani. Novello Girolamo, fu al fianco di sei papi come “commesso viaggiatore della pace” e in particolare collaborò con Ildebrando, il grande riformatore divenuto papa col nome di Gregorio VII. Pier Damiani, dopo varie peregrinazioni nella diocesi di Milano, in Francia e in Germania, ebbe il cardinalato e la diocesi suburbicaria di Ostia. Già vecchio, fu chiamato da Ravenna, la sua città natale, per ricomporre il dissidio fomentato dai seguaci di un antipapa. La morte lo colse nel 1072 a Faenza, di ritorno dall’ultima missione di pace.
Venerato subito come santo, ebbe riconosciuto il suo culto ufficialmente nel 1828, da papa Leone XII, che lo proclamò anche dottore della Chiesa per i suoi numerosi scritti di contenuto teologico.


Autore:
Piero Bargellini


Indice

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Biografia [modifica]

Cardinale
Berretta cardinalizia.png
San Pier Damiani 

della Chiesa cattolica

Nato 1007Ravenna
Consacrato
vescovo
1058
Ruoli ricoperti vescovo di Ostia
Proclamato
cardinale
marzonovembre 105714 marzo 1058 da papa Stefano IX
Deceduto 2122 febbraio 1072Faenza

Fonte principale per la ricostruzione della sua vita è la biografia[2] realizzata dal discepolo prediletto Giovanni da Lodi, monaco e suo segretario personale, particolarmente erudito da essere soprannominato Grammaticus, poi divenuto suo successore come priore di Fonte Avellana e successivamente eletto vescovo di Gubbio. Numerosi accenni autobiografici sono poi rinvenibili tra le sue molte lettere.

Primi anni di vita (1007-1022) [modifica]

Pietro nacque a Ravenna tra la fine del 1006 o più probabilmente l’inizio del 1007. Se ne conosce con relativa precisione l’anno di nascita, fatto piuttosto raro per quei tempi, perché egli stesso riferisce in una delle sue numerose lettere di essere nato 5 anni dopo la morte dell’imperatore Ottone III.

La sua famiglia era probabilmente, o era stata, di illustri origini, ma quando nacque Pietro non era di condizione agiata. Aveva sei fratelli: il più grande era Damiano, che divenne arciprete e poi monaco, un anonimo fratello, Marino, Rodelinda, la prima sorella, Sufficia, e un’altra sorella anonima. Piero era l’ultimo nato.

Rimase orfano di entrambi i genitori in giovanissima età. Fu allevato dapprima dalla sorella Rodelinda. Poi lo accolse in casa il fratello secondogenito, del quale non conosciamo il nome, che lo costrinse a durissimi servizi e lo maltrattò.[3] Lasciò poi la casa del fratello malvagio e venne accolto dal fratello più grande Damiano, arciprete. Probabilmente per riconoscenza verso questo fratello Pietro aggiungerà al suo nome “Damiani”, cioè “di Damiano”, che non va inteso dunque come patronimico.[senza fonte]

Studi (1022-1032) [modifica]

Il fratello Damiano, arciprete di una grande ed importante pieve presso Ravenna, si occupò non solo del mantenimento, ma anche di fornire un’educazione al fratello Pietro, cosa rara per quei tempi. Lo inviò allora a Faenza, poiché presumibilmente conosceva una scuola migliore di quelle disponibili allora a Ravenna, ma forse anche con l’intento di allontanarlo dal fratello malvagio[4]. Arrivato a Faenza a 15 anni, Piero vi rimase per 4 anni, dal 1022 al 1025.

Terminati gli studi a Faenza, si spostò a Parma, inviato dal fratello o di sua iniziativa, per studiare le arti liberali, cioè quelle cosiddette del trivioquadrivio. Rimase a Parma negli anni10261032, cioè tra i 19-25 anni.

Insegnamento (1032-1035) [modifica]

Terminati gli studi a Parma tornò a Ravenna dove intraprese la carriera di insegnante, che lo occupò probabilmente dal 1032 al 1035, cioè fino a circa 28 anni. Divenne un rinomato maestro di arti liberali, con molti allievi e dunque ebbe una notevole fama ed agiatezza economica. È probabile che fosse anche chierico (diacono o un altro ordine minore), cosa allora comune per i maestri. L’ordinazione presbiterale probabilmente è da collocare durante il periodo di insegnamento a Ravenna, forse tra il 1034-35, ad opera dell’arcivescovo Gebeardo di Eichstätt (in cattedra 1027-1044).[senza fonte]

Vocazione monacale (1035) [modifica]

Durante l’insegnamento maturò progressivamente l’idea di dedicarsi alla vita monacale. Mantenendo immutato lo stile di vita a stretto contatto con la società, cominciò a vivere interiormente come un monaco: sotto le vesti indossava il cilicio, digiunava, si prodigava in preghiere, veglie, digiuni, opere di carità.

Come egli stesso raccontò, un fatto preciso lo incoraggiò ad abbracciare la vita monastica vera e propria. Solitamente invitava a mensa alcuni poveri. Un giorno si trovò solo con un cieco e gli offrì del pane scuro, di qualità peggiore, tenendo per sé un pane bianco. Una lisca di pesce si conficcò nella sua gola, rischiando di soffocarlo. Interpretò l’incidente come una giusta punizione per il suo egoismo e prontamente offrì al cieco il pane migliore: immediatamente la lisca scivolò in gola lasciandolo indenne.

L’ingresso nella vita monastica avvenne quando conobbe a Ravenna due eremiti di Fonte Avellanaeremo nella Pentapoli bizantina fondato qualche decennio prima dal ravennate san Romualdo. Attratto dalla loro umile e composta modestia, li seguì nel loro eremo e vi si fece monaco. Era probabilmente l’anno 1035; Pier Damiani aveva compiuto 28 anni.

Monaco di Fonte Avellana (1035-1043) [modifica]

Fonte Avellana, grazie al suo passato di maestro, gli venne chiesto di istruire i suoi fratelli in campo religioso ed esortarli alla vita monastica. Divenne ben presto anche magister dei novizi.

In seguito, probabilmente nel 1040, l’abate di Pomposa Guido Monaco chiese al priore di Fonte Avellana di inviargli Pier Damiani come magister per istruire anche la sua comunità, probabilmente avendone già conosciuta la fama che lo circondava a Ravenna ed avendolo poi apprezzato personalmente a Fonte Avellana dal 1035 al 1040, periodo in cui Guido ne fu priore. Pietro vi rimase circa due anni, tra il 1040 e il 1042.

Nel 1042, per ordine del suo priore di Fonte Avellana, passò da Pomposa al monastero di san Vincenzo al Furlo (presso Urbino), per riformarne la disciplina secondo la riforma romualdina. Qui scrisse la Vita Romaldi attingendo alle notizie dirette di chi aveva personalmente conosciuto il monaco anacoreta. Qui incontrò, e talvolta si scontrò, con alcuni potenti nobili del tempo, come il marchese Bonifacio di Toscana o la dinastia dei Canossa.

Priore di Fonte Avellana (1043-1057) [modifica]

Monastero di Fonte Avellana.

A fine 1043, in occasione della morte del priore Guido, ritornò a Fonte Avellana, dove venne eletto dai suoi confratelli (circa venti monaci) come suo successore. Rimase priore per 14 anni, fino al 1057.

Durante il suo priorato si adoperò nell’organizzazione e nella promozione della vita eremitica e di attuare gli ideali monastici nel suo monastero. Redasse una Regola in cui sottolineava fortemente il “rigore dell’eremo”: nel silenzio del chiostro, il monaco è chiamato a trascorrere una vita di preghiera, diurna e notturna, con prolungati ed austeri digiuni; deve esercitarsi in una generosa carità fraterna e in un’obbedienza al priore sempre pronta e disponibile. Pier Damiani qualificò la cella dell’eremo come «parlatorio dove Dio conversa con gli uomini». Curò anche l’ampliamento e la ristrutturazione di edifici esistenti e ne costruì di nuovi. Curò in particolare la bibliotecadell’eremo.

Facciata dell’abbazia di Santa Maria di Sitria, situata alle falde del Monte Catria e del Monte Cucco.

Fondò, o comunque riorganizzò, all’interno della famiglia monastica di Fonte Avellana, diversi eremi e monasteri del’ex Esarcato bizantino:

Intrattenne inoltre una notevole corrispondenza con i principali monasteri del centro Italia dell’epoca.

Oltre ad adoperarsi nell’ambito monastico, fu uno dei principali e zelanti attuatori della riforma gregoriana della Chiesa. Si recò in visita in molte diocesi (per esempio UrbinoAssisiGubbio) per esortare o rimproverare i vescovi. In alcuni casi fece pressione sul Papa per far rimuovere vescovi indegni o simoniaci (a PesaroFanoOsimoCittà di Castello).

Nel 1046 assistette all’incoronazione dell’imperatore Enrico IIIRoma ed entrò in contatto con l’ambiente di corte. I contatti avuti in seguito con la casa imperiale furono numerosi e cordiali; si recò più volte in Germania; l’imperatrice Agnese fu sua penitente.

Nel 1047 fu presente al sinodo romano, celebrato alla presenza dell’imperatore e presieduto dal Papa, per affrontare e risolvere il problema dellasimonia. Partecipò anche ai sinodi romani del 1049, 1050, 1051, 1053. Nel 1049 compose il Liber gomorrhianus, trattante i peccati contro natura.

Col pontificato di papa Leone IX (1049-1054) si estese l’orizzonte d’azione riformatrice di Pier Damiani. Ebbe un ruolo attivo anche nel tentativo di trattenere Enrico IV dal divorzio daBerta. Dal 1050 in poi, Damiani partecipò attivamente con scritti e interventi personali alla riforma ecclesiastica che vide in Leone IX il più energico fautore. Questo Papa lo nominò priore del convento di Ocri. La sua collaborazione proseguì con i successivi papati di Stefano IXNiccolò II e di Alessandro II.

Cardinale, Vescovo di Ostia e consigliere del Papa (dal 1057) [modifica]

Papa Stefano IX, nell’agosto-novembre 1057[5] o il 14 marzo 1058,[6] lo nominò cardinale e vescovo di Ostia, cioè uno dei sette cardinali vescovi suburbicari a più stretto contatto con il Papa. Stando ai suoi scritti, Pier Damiani non accolse la nomina con favore: si sentiva portato alla vita eremitica, implicante solitudine, silenzio, penitenza, preghiera. Si trasferì per obbedienza a Roma, a stretto contatto col Papa e con la corte pontificia, dove rivestì un ruolo di primissimo piano.

Riformatore [modifica]

Pier Damiani operò la sua azione riformatrice in diversi modi:

  • si adoperò affinché il potere politico fosse privato delle connotazioni sacrali che aveva progressivamente assunto (e che avevano portato alla prassi aberrante della simonia, che diede origine alla cosiddetta lotta per le investiture);
  • mise in risalto l’autorità del Papa, fulcro centrale della vita ecclesiale (questo da un lato per sottrarre i vescovi all’autorità dell’imperatore, dall’altro per non lasciarli sciolti da ogni istanza superiore, come invece chiedeva la corrente detta episcopalismo);
  • cercò di riformare la vita dei chierici, combattendo il nicolaismo (interpretazione lassista del celibato ecclesiastico) e proponendo come modello la vita monastica.

Principali missioni per conto del Pontefice [modifica]

Nel novembre 1059 Papa Niccolò II inviò Pier Damiani a Milano. In quella città lo scandalo della compravendita delle cariche religiose (simonia) era sotto gli occhi di tutti. Il matrimonio dei sacerdoti era prassi corrente, come lo era il comportamento licenzioso di molti religiosi. Le riforme avviate dal papato trovarono nella chiesa ambrosiana una forte opposizione. La chiesa ambrosiana rivendicava la sua autonomia e la sua particolarità.

In controtendenza un gruppo di sacerdoti e diaconi, tra cui Anselmo da Baggiosant’Arialdo e i fratelli LandolfoErlembaldo Cotta formarono nella città ambrosiana un movimento che gli oppositori soprannominarono Pataria, da patée che in dialetto milanese significa venditori di cianfrusaglie (sinonimo di straccione). Questo movimento si scagliava contro il concubinato del clero e contro il discredito che alcuni porporati gettavano sulla Chiesa – e non solo sulla Chiesa. I vescovi ambrosiani scomunicarono alcuni membri di questo movimento e provocarono l’intervento del papato per ristabilire l’ordine e l’obbedienza. Prima di Pier Damiani, si erano recati a Milano nel 1057 Anselmo da Lucca e il monaco Ildebrando da Soana (futuro papa Gregorio VII), senza successo. Pier Damiani riunì tutto il clero in cattedrale e, richiamata l’autorità del Papa, riuscì a strappare un accordo di accettazione del celibato del clero. Le tensioni rimasero comunque alte e dopo la morte di papa Niccolò II le dispute ripresero e sfociarono nel 1066 nell’uccisione, da parte di due sacerdoti, di Sant’Arialdo.

Altre legazioni furono svolte da Damiani a Cluny in Francia (giugno-ottobre 1063), FirenzeMantovaRavenna sua città natale, e in numerose località dell’Italia centrale.

Ritorno alla vita monastica e gli ultimi anni [modifica]

Pier Damiani continuò a non amare la vita di curia e chiese più volte al Papa di permettergli di ritornare al chiostro. Dieci anni dopo la nomina a vescovo, nel 1067, ottenne il permesso di tornare a Fonte Avellana, rinunciando a tutte le sue cariche. Ma dopo soli due anni venne richiamato per un’ultima missione: trattenere Enrico IV dal divorziare da Bertha di Savoia. La missione fu coronata da temporaneo successo (Concilio di Magonza1069).

La vita monastica da lui praticata a Fonte Avellana, e diffusa altrove, era tra le più dure conosciute dal monachesimo occidentale: autoflagellazione, penitenze, recita quotidiana delsalterio, quantità minime di cibo, lavoro manuale (egli stesso dichiarò di essere stato particolarmente abile nella produzione di cucchiai di legno).

Nel 1071 si recò a Montecassino per la consacrazione della chiesa abbaziale. Agli inizi dell’anno seguente si recò a Ravenna per ristabilire la pace con l’arcivescovo Enrico, che aveva appoggiato l’antipapa Clemente III provocando l’interdetto sulla città.

Urna con le ossa di San Pier Damiani, presso la cattedrale di Faenza. Le ossa del volto e delle mani sono ricoperte da ricostruzioni d’argento, il resto dello scheletro è ricoperto di paramenti sacri.

Durante il viaggio di ritorno all’eremo di Gamogna (uno dei tanti da lui fondati), un’improvvisa malattia lo costrinse a fermarsi a Faenza. Fu ospitato nel monastero benedettino di Santa Maria Fuori le Mura (oggi conosciuta come Santa Maria Vecchia), dove spirò la notte tra il 21 e il 22 febbraio 1072. Trovò dapprima sepoltura nella chiesa del monastero ed in seguito le sue ossa furono traslate nella cattedrale di Faenza, dove sono conservate tutt’ora.

Da una recente ricognizione medica sono emerse grosse calcificazioni nelle ossa delle ginocchia, in cui i devoti vedono una testimonianza concreta della sua vita di penitenza.

Queste sono le parole da lui scritte per coloro che avessero visitato il suo sepolcro:

« Io fui nel mondo quel che tu sei ora; tu sarai quel che io ora sono:non prestar fede alle cose che vedi destinate a perire;
sono segni frivoli che precedono la verità, sono brevi momenti cui segue l’eternità.
Vivi pensando alla morte perché tu possa vivere in eterno.
Tutto ciò che è presente, passa; resta invece quel che si avvicina.
Come ha ben provveduto chi ti ha lasciato, o mondo malvagio,
chi è morto prima col corpo alla carne che non con la carne al mondo!
Preferisci le cose celesti alle terrene, le eterne alle caduche.
L’anima libera torni al suo principio;
lo spirito salga in alto e torni a quella fonte da cui è scaturito,
disprezzi sotto di sé ciò che lo costringe in basso.
Ricordati di me, te ne prego; guarda pietoso le ceneri di Pietro;

con preghiere e gemiti dì: “Signore, perdonalo” »

(Pietro Peccatore)

n Dante

Dante Alighieri, nella Divina Commedia, lo colloca nel settimo cielo del Paradiso, quello di Saturno:

« Così ricominciommi il terzo sermo;
e poi, continüando, disse: Quivi
al servigio di Dio mi fe’ sì fermo,
che pur con cibi di liquor d’ulivi
lievemente passava caldi e geli,
contento ne’ pensier contemplativi.
Render solea quel chiostro a questi cieli
fertilemente; e ora è fatto vano,
sì che tosto convien che si riveli.
In quel loco fu’ io Pietro Damiano,
e Pietro Peccator fu’ ne la casa
di Nostra Donna in sul lito adriano.
Poca vita mortal m’era rimasa,
quando fui chiesto e tratto a quel cappello,
che pur di male in peggio si travasa. »

(Paradiso, canto XXI, 112-126)

Opere

Vita Romualdi
Liber Gratissimus contro la simonia
Disceptatio Synodalis in difesa di Papa Alessandro II contro l’antipapa Onorio II
Liber Gomorrhianus contro la sodomia, soprattutto nel clero, scritto nella seconda metà del 1049, dopo il concilio di Reims
De sancta simplicitate
De divina omnipotentia, circa 1067

Saint Peter Damian

Saint Peter Damian – far right
depicted with Saints Augustine, Anne, and Elizabeth – 1481
Ercole de’ Roberti  (Ferrara ca. 1450 – 1496).
Milano – Pinacoteca di Brera


La dottrina [modifica]

È lo scrittore più prolifico dell’XI secolo e uno degli intellettuali più raffinati.[senza fonte] Si conoscono oltre settecento manoscritti contenenti le sue opere, segno della sua grande autorità e diffusione. Damiani scrisse 180 lettere (alcune tanto ampie da essere dei veri e propri trattati, nonostante la forma epistolare); varie opere liturgiche ed eucologiche; sermoni da lui tenuti in varie occasioni; agiografie, tra le quali spicca la citata Vita Romualdi.

La sancta simplicitas [modifica]

Damiani è esperto di diritto canonico: la materia, incardinata sul principio di giustizia, concorre a ribadire i valori cristiani secondo gli auspici degli intellettuali più pensosi delle sorti della Chiesa. Lo studio dei “canoni”, peraltro, vale ad infondere nel giovani monaci, destinatari del messaggio di Damiani, la coscienza che la cultura promuove la rigenerazione degli ordini religiosi. Il teologo ravennate è in prima linea in questo impegno: lo attesta la ricca biblioteca che fa istituire a Fonte Avellana. La pena, che la norma giuridica commina, non deve avere, come fine, la pura repressione degli atti illeciti, ma l’educazione del trasgressore alla rettitudine. Di qui l’efficacia della “persuasione”: dà al reo la certezza che i provvedimenti, a lui indirizzati, lo rendono capace di rigenerazione morale. La sapienza è la tappa d’esordio della virtù. Il completamento del processo è la perfezione morale; questa esige la sancta simplicitas. L’espressione, nel linguaggio di Damiani, designa il coraggio e la forza d’animo dei piscatores, uomini che partecipano con salda convinzione ad agonem fidei. L’eremo è la tenda ove abita il soldato di Dio; Cristo è il Capo di quelli che combattono e la sua croce è la loro bandiera; la Chiesa è la scuola in cui si apprende la disciplina morale, solida come un’arte militare: «sed tunc omnia sunt veraciter hominis si ipse homo sit veraciter homo; est enim, qui solo nomine sit homo, est qui solo nomine sit homo, est qui re ipsa et veritate sit homo». (De sancta simplicitate)

La divina onnipotenza [modifica]

La legge del mutamento governa le cose e gli enti del mondo: nascono, durano, muoiono. Espressione del divenire è il tempo, scandito secondo il passato, il presente, il futuro. Dio trascende tali dimensioni: «per rapporto alla sua eternità […], il suo presente non si cangia mai in passato e il suo oggi non dimenta mai domani, né altro momento del tempo». (De divina onnipotentia) Altra qualità divina è l’onnipotenza: Qui omnia potest (= “Colui che può ogni cosa”). Questa verità giustifica una domanda di assoluto rilievo metafisico: Dio può (o poteva) impedire l’accadimento delle cose, facendo sì che, ad esempio, Roma, la quale fu fondata in tempi antichi, non sia (o non fosse) fondata? La risposta dipende dal modo in cui si fa uso della categoria “tempo”. In riferimento all’eternità, che gli è propria, Dio può; in relazione all’uomo, che vive e conosce mutamenti incessanti, Egli poteva: «…tutto quello che Dio poteva, questo anche può […]. Quel potere, che aveva prima che Roma sorgesse, permane ognora immutabile[…] sicché, allo stesso modo che, di qualsiasi cosa, possiamo dire che Dio poteva farla, possiamo dire ugualmente che può farla per la ragione che il suo potere, che è coeterno a Lui, resta sempre fermo e immutabile.» (De divina onnipotentia)

Strumento tipico della filosofia è la dialettica: come affronta, questa, il tema dell’onnipotenza divina? Damiani condivide una tesi che vanta antiche e diffuse adesioni: la dialettica è disciplina formale, che mette ordine nelle idee e nel linguaggio, ma non ha la forza di penetrare nella essenza intima della realtà. Di qui i due corollari.

  • A. Il principio di non contraddizione, architrave della logica, implica il rispetto della “necessità”, categoria per la quale tutto quello che fu, è necessario che sia stato, così come tutto ciò che è, fintanto che è, è necessario che sia.
  • B. Trasferire la “necessità” alla sfera della realtà naturale non è possibile; significherebbe negare che il mondo è l’effetto della libera – non vincolata- volontà di Dio. Il principio di non contraddizione non ha cittadinanza nella sfera del creazionismo. Damiani ha il conforto dei filosofi classici:

«…disputarono circa la conseguenza della necessità o impossibilità secondo la mera virtù della sola arte, così da non fare alcuna menzione di Dio in tali dibattiti.» (De divina onnipotentia)

La dottrina politica [modifica]

Le vicende del tempo fanno da sfondo alla dottrina politica che Damiani sviluppa nel Liber Gratissimus e nella Disceptatio synodalis. Alla radice del suo discorso c’è la tesi secondo cui sono inconfondibili le funzioni che svolgono, rispettivamente, il giudice e il sacerdote:

  • giudicare significa applicare la legge, che colpisce con la nuda sanzione gli atti aventi il profilo di reati;
  • esercitare il magistero sacerdotale vuol dire disporsi verso il peccatore con lo spirito del perdono, secondo amorevole misericordia.

Su questa diversità Damiani incardina l’idea della distinzione fra autorità religiosa e potere politico. Egli, come canonista, in materia ecclesiastica afferma la signoria della personalità che regge le sorti della chiesa di Cristo: il romano pontefice. Nella veste di studioso del diritto civile, riconosce l’efficacia dei decreti emanati dal principe temporale.

La linea di Damiani sarà oscurata da Gregorio VII (1073-1085) il pontefice che incarna la dottrina teocratica.

Papa Benedetto XVI ha dedicato l’udienza di mercoledì 9/9/2009 alla figura del Santo.

Published in: on febbraio 21, 2011 at 8:16 am  Lascia un commento  

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